Mi sono vestito da prete e sono andato in un bar gay. Ecco quello che è successo!

February 8th, 2018 by mattia | Filed under riflessioni.

20 gennaio, mi trovo nei paraggi di Piazza San Pietro. Sono arrivato a Roma per depositare il logo di "W la Fisica" al Viminale e finite le incombenze burocratiche al Ministero ne approfitto per visitare la città.
Sia ben chiaro, la città la visito a spizzichi e bocconi tra un'intervista e l'altra, perché il simbolo di W la Fisica ha sfondato mediaticamente e passo il pomeriggio al telefono coi giornalisti a parlare di scienza e politica. Proprio mentre sono al telefono con una redattrice de Il Giornale mi avvicina un mendicante che mi chiama: Padre!
Padre? Poi capisco: sono vestito di nero, e se passeggi vicino al Vaticano vestito di nero ti scambiano per prete. Specialmente se ti sei ricordato di pettinarti e farti la barba la mattina.

Scrivo questa curiosità su Twitter e un amico mi racconta di come a Roma basti comprare una camicia da prete con colletto bianco per vedersi aprire molte porte. Così mi viene l'idea di provarci. Entro in un negozio di articoli religiosi vicino al Vaticano e chiedo una camicia per un mio inesistente fratello sacerdote salesiano. Per condire la balla e renderla più credibile dico che è un po' più in carne di me, così finisco per comprare una camicia di due taglie più larghe. Pazienza, appena arrivo a casa mi metto alla macchina da cucire e la restringo. Nel frattempo però posso provare a usarla a Roma. Mi aprirà davvero qualche porta?

In realtà no, persino il biglietto per visitare la cupola di San Pietro l'ho pagato intero, non c'era il ridotto sacerdoti. Esperimento fallito. Che ci faccio ora con questa camicia da prete? Arrivato in albergo mi viene un'idea: vestirmi da prete e andare in un bar gay. Che reazioni avranno? Come mi accoglieranno?

Avevo letto che a Roma esiste una strada dei locali gay. Qualche tempo fa c'era stata pure un'aggressione nei confronti di alcuni ragazzi omosessuali che si scambiavano effusioni in questa strada e ci fu una grossa polemica. Cerco su google e scopro che sta vicino al Colosseo, non distante dal mio albergo. Mi metto la camicia e mi guardo allo specchio: dannazione, ho proprio la faccia da prete! La camicia ha ancora le righe della confezione, chiunque capirebbe che è una camicia comprata tre ore prima e mai stirata, ma il mio visino con il collare bianco non lascia dubbi, sembro davvero un giovane pretino.
M'incammino per questa strada gay, via di San Giovanni in Laterano, con un occhio al GPS e nella testa mille pensieri. Come mi accoglieranno? Proveranno ad approcciarmi come se fossi un loro desiderio sessuale proibito (una sorta di Padre Ralph in versione gay)? Magari mi chiederanno perché sono lì, intavoleremo una discussione amichevole di fronte a una birra e ci confronteremo sulle posizioni della Chiesa sull'omosessualità. Poi probabilmente (anzi, sicuramente) non concorderemo ma sarà pur sempre un momento di confronto in cui alla fine ci facciamo una foto tutti insieme con loro contenti per aver visto uno dei "nemici" che va a parlare con loro.

Ebbene, le mie illusioni scompaiono in fretta. Arrivo nella via gay di Roma e inizio a passare in rassegna i locali. All'inizio non capisco perché si chiama "via gay": ci sono giusto due bar e una rosticceria chiaramente rivolti a una clientela omosessuale. Secondo lo stesso criterio dovremmo chiamarla via sarda perché c'è un ristorante di specialità isolane. Ma vabbe', non sono lì per discutere di questo.
Non essendoci molta scelta entro in un bar che si chiama "coming out", nome che non lascia molto spazio alle interpretazioni. Quando entro indosso una larga sciarpa che mi copre il collare, nessuno dunque sa che indosso una camicia da prete. Mi fanno gentilmente accomodare a un tavolino vicino all'ingresso; mi siedo, tolgo il paltò, tolgo la sciarpa e... il gelo scende nel locale. Non appena si vede il collarino il tempo si ferma, come nella classica scena da film western in cui il nemico entra nel saloon e tutti si girano.
Un cameriere mi porta il menù e prende il mio ordine: scelgo un'Asahi, che non è certo la mia birra preferita ma almeno mi ricorda di quando vivevo in Giappone. E qui devo subito specificare una cosa, in tutta l'esperienza che sto per descrivervi il personale del locale è stato semplicemente perfetto. Ha preso il mio ordine, mi ha portato la birra, e mi ha salutato cordialmente. Non un'occhiataccia di traverso, sono sempre stati semplicemente cordiali come con qualsiasi altro cliente. Certo, un cameriere che all'inizio mi aveva dato del tu quando ha visto il collarino è passato al lei, ma non è un problema. Sul personale del bar non posso dire niente, sono stati professionali e rispettosi, non hanno mai fatto nulla per farmi sentire fuori agio. Probabilmente perché sono addestrati bene dalla proprietà (insomma, rispetto a certi camerieri di Praga che quasi ti ruttano in faccia erano estremamente gentili) o forse perché erano gli unici nel locale ad avere in quoziente intellettivo sufficientemente alto da capire che poteva trattarsi di una provocazione a cui è stupido reagire male. Niente da lamentarsi sul personale del bar.

Il resto delle persone nel locale invece... La prima ad andare su tutte le furie è stata una vecchia transessuale altra un metro e quaranta. Brutta, ma talmente brutta che in confronto Platinette è un modello estetico di rara bellezza. Una di quelle trans che magari si sentono donna ma non fanno niente per assomigliarvi. L'effetto era peggiorato dal fatto che indossava una vecchia pelliccia consunta che mi ricordava un'anziana meretrice che stazionava sulla SS36 Lecco-Milano.
Appena vede il collarino va in escandescenza, chiama il personale e si lamenta. Mi lancia occhiatacce, gira come una trottola per il locale lamentandosi con tutti, tanto che dopo un po' il personale le dice "eddai, smettila".
È talmente irrequieta che sembra uno di quegli indemoniati che appena vedono l'acqua santa iniziano a dimenarsi. La guardo e sorrido gentilmente mentre lei prova a lanciarmi provocazioni miste a bacini ammiccanti. Inizia a dire "omosessuale! omosessuale!" tanto che sembra la perfetta copia di Fabrizio Biggio dei Soliti idioti. "Peccatori, farisei!" grida. Ma il peggio arriva quando dice "ammazzatelo". Sì, ha detto così, e nessuno le ha detto niente.

Questa tizia era forse un po' esagerata, ma non era lei a far paura. Certo, una minaccia di morte non fa mai piacere, ma insomma, era probabilmente inoffensiva. A un certo punto si mette a palpare il culo di un cameriere che si trovava di fronte a me. E specifico, non è che gli ha dato uno schiaffetto sulle natiche, gli ha proprio palpato il culo cercando di mettere le dita dentro per scandalizzarmi. Non capendo che per me poteva fare quello che voleva, mica vengo a casa tua a dire quello che puoi fare e quello che non puoi fare. La cosa davvero non mi turbava, piuttosto mi sono preoccupato per il cameriere: magari gli piaceva, non posso saperlo, ma insomma, dover accettare che un vecchio trans brutto come il peccato ti palpi il culo mentre lavori... Fosse stata una cameriera palpata da un vecchio porco partiva la denuncia per molestie sessuali condita da #metoo. Ma forse in questo ambiente è normale, che ne so.
La vecchia trans continua irrequieta a lamentarsi, a lanciarmi occhiatacce e bacini provocanti. Io resto lì a bermi la mia birra, ma non è lei che mi preoccupa, sono gli altri. Da parte a me due ragazzi che parlano portoghese mi lanciano sguardi dubbiosi. Quando uno dei due va al gabinetto l'altro fa finta di guardare il cellulare e ogni tanto alza lo sguardo per osservarmi di sfuggita.

Due tavoli più in là un ragazzo sta al tavolo da solo. Barba lunga, bandana nera e due spalle ben piazzate, mi guarda con una faccia più incazzata che mai. Non dice niente, ma mi guarda con uno sguardo alla "ti spiezzo in due". Sembrava una pentola a pressione sul punto di esplodere da tanta rabbia provava nel vedermi lì.
Entra nel locale una comitiva e quando si accorgono di me mi squadrano tutti, dal primo all'ultimo. Mi guardano schifati mentre camminano verso l'altra sala del locale.
Nel frattempo un tizio con la cravatta rimane nei paraggi del bancone e mi fissa. Si lamenta coi baristi della mia presenza e mi rivolge occhiatacce. Arriva un'altra comitiva. Anche loro mi osservano sconvolti ma questa volta prima di andare a sedersi vanno a lamentarsi coi baristi. Un tizio mi indica insistentemente e sembra chiedere conto di quello che faccio qui. Questa volta non è solo un'occhiataccia. Qua vogliono intervenire, a questi non sta bene che io stia lì. Lo staff probabilmente gli fa capire che non possono farci nulla e quelli procedono verso il loro tavolo. La paura qui cresce, la situazione sta diventando pesante. Il tizio con la cravatta, si mette davanti al mio tavolo, proprio di fronte a me. Mi fissa negli occhi, estrae il cellulare e chiama un amico. Gli dice di prendere un taxi e venire al locale. Il tutto mentre mi fissava insistentemente.
In quel momento ho provato davvero paura. Ero in un locale dove tutti mi guardavano in cagnesco, dove un vecchio trans nano diceva di ammazzarmi e dove un tizio, di fronte a me, mi fissava negli occhi mentre al telefono chiamava un suo amico dicendogli di accorrere.

Sia chiaro, io non so chi fosse questo suo amico. Magari faceva finta, magari era al telefono con il servizio dell'ora esatta e fingeva di chiamare suo cugggino. Ma insomma, ho avuto paura.
Ho finito alla svelta la mia Asahi, ho pagato i 4 euro e ho menato le tolle. Sono uscito dal locale con le palpitazioni.

Ora, lo spiego per chi non mi conosce: non sono una mammoletta. Ho praticato arti marziali per anni, e quando mi è capitato di usarle nella vita reale per difendermi da una aggressione sul treno ho mantenuto una grande serenità e lucidità mentale. Non sono uno che s'impaurisce per poco. Ma quella sera ho provato paura. La situazione sembrava degenerare e io ero lì da solo: poteva finire male.

Esco dal locale e faccio quattro passi; c'è un altro bar gay lì vicino ma non entro, ho bisogno di un po' di decompressione. Penso che mi sarei dovuto portare qualche amico in incognito ad aiutarmi in caso di necessità. Ma chi avrebbe pensato sarebbe andata a finire così?
Io mi aspettavo dell'allegra curiosità da parte degli avventori. Magari qualche discussione animata come quelle che fai con coloro che la pensano diversamente da te ma con cui poi ti bevi una birra insieme e ti fai una foto ricordo. Invece mi sono trovato in mezzo a persone che mi volevano fare la pelle.
E badate bene, andare in posti dove la gente la pensa diversamente da me è un mio antico vizio. Sono stato a decine di feste dell'Unità, ho frequentato i festival della cannabis, sono persino stato a una conferenza tenuta da un transessuale americano alla Klinika, un centro sociale occupato a Praga. In quella occasione ho pure avuto una divergenza con lui su Planned Parenthood. Eppure nemmeno in quella situazione, in un centro sociale occupato in cui dici che la pensi in maniera totalmente opposta, ho provato paura. Nel bar gay di Roma vestito da prete sì.

Io vado in posti dove la pensano diversamente da me perché mi aiuta a combattere i miei pregiudizi. Consiglio di farlo a tutti, perché spesso scopri che la gente è diversa da quello che pensi. In questo caso però è andata in direzione opposta: il mio pregiudizio era positivo, pensavo di trovarmi a discutere con gente incuriosita dalla mia presenza nel locale, gente che magari pensava a un nuovo corso della chiesa bergogliosa che si avvicina ai gay, e invece mi sono trovato a scappare dal locale con le palpitazioni.
Mentre tornavo all'albergo pensavo a cosa sarebbe successo a parti invertite. Ho pensato a tutti gli articoli di giornale scandalizzati perché gli avventori di un locale si sono lamentanti in quanto due gay o due lesbiche si scambiavano effusioni.

Scriveranno qualche articolo scandalizzato anche in questo caso? E badate bene, io non ho fatto niente di religioso nel locale. Non ho tirato fuori il breviario, non ho detto una decina del rosario, non ho giunto le mani in preghiera. Sono stato tutto il tempo seduto al tavolo a sorseggiare la birra come una persona qualsiasi; indossavo solo una camicia da prete ma non facevo nulla di religioso. Nemmeno ho rivolto la parola a nessuno per evitare che dicessero che disturbavo gli altri avventori. Stavo lì a bermi la mia birra per i fatti miei, non disturbavo nessuno con alcun gesto religioso. Era solo la mia presenza a disturbare. Non quello che facevo, ma quello che ero. È come essere guardato in cagnesco perché sei diversamente pigmentato, per capirci. Una cosa odiosa che viene da persone che predicano la tolleranza. Verso di loro, perché essi con gli altri si sono dimostrati totalmente intolleranti, fino a farmi scappare dal locare impaurito.

Pensavo a come ci si scandalizza facilmente quando un decimo di quello che ho sperimentato io in quel bar viene vissuto da un gay, di come i giornalisti si stracciano le vesti e tutto finisce in prima pagina con le varie associazioni gay che chiedono una legge sull'omofobia (faremo una legge contro la presbiterofobia dopo questo episodio?). Poi sono loro i primi a essere fobici di un tizio che ha la sola colpa di indossare una camicia nera con un colletto bianco. Quanta ipocrisia.

Qualcuno mi ha chiesto perché non ho chiamato la polizia. La risposta è semplice: tecnicamente parlando non mi hanno torto un capello. Tolto il vecchio trans che mi ha minacciato di morte gli altri non mi hanno rivolto esplicite minacce. Alla polizia cosa avrei detto dunque? Guardi, c'è qui una persona che mi fissa negli occhi mentre chiama suo cuggino dicendogli di accorrere? Penalmente l'accusa regge poco. Ma insomma, una minaccia non deve essere necessariamente recapitata con raccomandata A/R per fare paura.
Vi assicuro che quella sera ho provato paura. E probabilmente ne proverò ancora con le minacce che mi arriveranno dopo questo articolo. Perché ci sarà sicuramente qualcuno che prenderà questo mio esperimento sociale per un attacco alla comunità gay, quando invece è solo un'occasione per riflettere. Tu che pretendi tolleranza sei tollerante a tua volta? È uno spunto interessante di riflessione. Le persone intelligenti coglieranno l'occasione per riflettere, gli altri faranno come il trans in pelliccia, grideranno e minacceranno. Scegliete da che parte volete stare.

66 Responses to “Mi sono vestito da prete e sono andato in un bar gay. Ecco quello che è successo!”

  1. mattia says:

    1) La premessa previene la facile obiezione di essere di parte.

    Solleva l’argomento quando qualcuno ti fa quella obiezione dunque.

    2)Dubito fortemente. E lo ribadisco. Conosco molto bene il locale.

    Io c’ero, tu no.
    Io ho visto quello che è successo, tu no.

    3)Non c’è nulla da decidere. Lo staff e’ preparato e professionale. Non mi torna comodo nulla.

    Certo che c’è da decidere. O mi ritieni affidabile o bugiardo.
    Non è che mi ritieni affidabile solo quando concordo con te.

    4)Dubito della ricostruzione. Che sia scritto nero su bianco, non toglie nulla all’inverosimilita’ della ricostruzione. Il punto non é che mi piaccia o meno cosa hai scritto. L’ambiente non é ostile: visto, verificato, sperimentato innumerevoli volte.

    L’hai verificato non vestita da sacerdote.
    Quindi la tua esperienza è totalmente priva di validità.
    Te l’ho già detto: c’è gente che è amichevole con alcune persone e ostile con altre.
    Se tu fai parte del gruppo di persone con cui è amichevole non puoi pensare che siano amichevoli con tutti.
    Cosa non ti torna?
    Se uno è amichevole con te allora *obbligatoriamente* è amichevole con tutti?

    5)Non so se non hai capito cosa ho scritto, o se fai finta di non capire. Non ho negato la definizione. Il senso é ben diverso. Facilmente intuibile dall’affermazione successiva: una persona gay é una persona. Ce la possiamo fare, oppure scrivi solo per far polemica?

    Ho mai detto che un gay non è una persona?
    Stai attaccando una roba che non ho detto. Vuoi davvero arrivare all’uomo di paglia.
    Suvvia, questo blog vola un po’ più in altro.

    Di certo, non ci sono in un posto che frequentano tranquillamente persone di qualsiasi genere, senza alcun tipo di problema

    E ancora, stai contestando una cosa che non ho detto.
    Non ho contestato il fatto che mi abbiano intimorito in quanto uomo eterosessuale.
    Anche perché non sarebbe certo il primo bag gay in cui entrano uomini e donne eterosessuali senza alcun problema (a parte al fatto che in alcuni bagr gay le donne devono pagare la consumazione obbligatoria e gli uomini no).
    È assolutamente normale per uomini e donne eterosessuali andare in bar gay senza che nessuno li minacci.
    Mi è capitato più volte di andare in un bar gay vestito normale e nessuno mi ha mai fatto nulla, anche quando ho rifiutato i corteggiamenti.

    Io ho contestato una cosa diversa. Ho contestato che mi hanno intimorito in quanto vestito da prete.
    Questa è una cosa in cui tu non hai esperienza. Punto.

  2. mamoru says:

    mattia ammetti di essere omofobo e appaga il suo stereotipo di cattolico=bigotto e di “retrogrado”.

    chi vuol vedere il bene solo da una parte non sara’ mai contento. e’ il doppio standard che va tanto di moda, altrimenti com mai non fanno i gradassi con quelli che i ghei li ammazzano?
    perche’ non gliene frega nulla dei diritti umani, vogliono solo un pretesto per fare le vittime oppresse dal sistema.

  3. Roberta says:

    Diciamola allora in un altro modo: la storia delle occhiatacce minacciose, la telefonata all’amico e tu che ti precipiti fuori impaurito é totalmente ridicola. Punto.

  4. mattia says:

    Diciamola allora in un altro modo: la storia delle occhiatacce minacciose, la telefonata all’amico e tu che ti precipiti fuori impaurito é totalmente ridicola. Punto.

    L’unica cosa ridicola qui sei tu.
    Non c’eri, non hai alcuna testimonianza di quello che è accaduto, ma pretendi di saperne più del sottoscritto che c’era.
    Ti rendi conto che non la tua posizione è indifendibile?

    Lo so che è brutto sentirsi dire quello a cui non si vuole credere, ma da qui a negare la realtà dei fatti ce ne passa.
    Accetta la realtà, anche se non ti piace.

  5. Ale says:

    Scusi, ho 2 domande che non c’entrano nulla con il post:
    1) quando ha dovuto difendersi in treno, gli aggressori volevano derubarla o erano teppisti mentalmente disturbati che cercavano pretesti per sfogare la voglia di violenza?

    2) studiando le arti marziali, una donna, o anche un uomo mingherlino dotato di poca forza, quante probabilità avrebbe di scamparla di fronte a degli energumeni più forti fisicamente, ma totalmente ignoranti in fatto di tecniche di combattimento?

    Grazie e scusi l’off topic.

  6. mattia says:

    1) quando ha dovuto difendersi in treno, gli aggressori volevano derubarla o erano teppisti mentalmente disturbati che cercavano pretesti per sfogare la voglia di violenza?

    Sono stato aggredito sul treno da una persona che parlava al telefono nel vagone dove ciò non è consentito. Io gli ho fatto notare il divieto e questo per tutta risposta mi ha aggredito.

    2) studiando le arti marziali, una donna, o anche un uomo mingherlino dotato di poca forza, quante probabilità avrebbe di scamparla di fronte a degli energumeni più forti fisicamente, ma totalmente ignoranti in fatto di tecniche di combattimento?

    Innanzitutto. L’aumento della forza fisica fa parte dell’allenamento di qualsiasi arte marziale.
    Che poi chi insegna arti marziali generalmente sappia insegnare come fare allenamento fisico è tutto un altro discorso.
    Ma le arti marziali non sono solo tecnica. Nel percorso di allenamento c’è anche l’accrescimento della propria forza fisica.
    Non ha molto senso quindi parlare di una persona “mingherlina dotata di poca forza” che studia arti marziali.
    Ovviamente non tutti abbiamo la stessa capacità genetica di aumentare la propria forza fisica, ma non c’è alcuna ragione per cui una persona in buona salute non possa accrescere la propria forza fisica.
    Di solito quelle che vengono definiti mingherlini sono solo persone che non si allenano. Mandali in palestra con un allenatore personale che li segue e dopo due anni vedi se sono ancora mingherlini.

    Dopodiché, è ovvio che ci sono sempre delle differenze. Anche allenandoti e aumentando la tua forza muscolare se sei alto 1,60 m rimani alto 1,60 m e hai uno svantaggio competitivo rispetto a chi è alto 2,00 m. Su questo non ci piove e non puoi farci niente.
    A questo punto viene in tuo soccorso la tecnica che puoi imparare nelle arti marziali, le quali non sono altro che l’unione di forza e tecnica.
    Non sono solo tecnica, non sono una scorciatoria che ti consente di imparare “la mossa segreta” che ti esenta dall’allenamento duro per aumentare la forza fisica.
    Di fronte a una persona fisicamente più prestante ma incapace di combattere tu puoi sicuramente compensare il tuo svantaggio fisico con la tecnica. Ho visto donne che sicuramente non fisicamente enormi avere una capacità tecnica mostruosa.
    Ma attenzione, questo ha dei limiti. La tecnica ti aiuta a compensare uno svantaggio fisico fino a un certo punto. Puoi usarla per compensare quella parte di svantaggio fisico che è insuperabile, perché se il Signore ti ha fatto alto 1,60 non puoi crescere di 40 cm.
    Non arriva a compensare lo svantaggio di una persona che non si allena.
    E ti faccio un esempio banale, che esce dalla tecnica difficile da descrivere a parole. Durante un combattimento hai bisogno di un sistema cardiovascolare che regge. Tu puoi imparare tutta la tecnica che vuoi, ma se dopo 30 secondi di combattimento “ti viene il fiatone” sai cosa te ne fai della tecnica (e no, non è come nei film che il tuo oppositore va giù dopo 5 secondi con la mossa magica). Ti accasci col fiatone e l’altro anche se non ha alcuna tecnica ti mette fuori combattimento.
    A quel punto tu comunque devi allenarti per potenziare il tuo sistema cardiovascolare ed essere in grado di tenere altissimi livelli di attività fisica sufficientemente a lungo.
    Quindi, tecnica o meno, l’allenamento fisico per migliorare la tua forma fisica devi comunque farlo.
    Per questo non vedo molto di buon grado quei corsi di autodifesa per donne in 5 lezioni che fanno alla palestra comunale e che vanno tanto di moda.
    Ok, impari qualche mossa utile in quelle cinque lezioni. Bene, poi però devi fare un allenamento fisico.
    Un allenamento che possono fare tutti, senza scuse.
    Quei corsi rischiano di dare l’illusione alla gente che basti la tecnica.

  7. Ale says:

    Ok, grazie mille per l’ esauriente risposta!!

  8. Faber says:

    jp
    Questa storia è talmente inverosimile e demenziale che soltanto dei fanatici religiosi in malafede possono credere che sia vera.

    Io credo che questa storia sia vera.

    Sillogismo:
    – (premessa maggiore) Questa storia è talmente inverosimile e demenziale che soltanto dei fanatici religiosi in malafede possono credere che sia vera
    – (premessa minore) Faber crede che questa storia sia vera
    – (conclusione) Dunque Faber è un fanatico religioso in malafede.

    Che dici, ti querelo per diffamazione aggravata?

  9. Faber says:

    gli altri non mi hanno rivolto esplicite minacce. Alla polizia cosa avrei detto dunque? Guardi, c’è qui una persona che mi fissa negli occhi mentre chiama suo cuggino dicendogli di accorrere? Penalmente l’accusa regge poco.

    Dipende dal magistrato: avrebbe potuto vederci la minaccia aggravata dal modo simbolico.
    Per il tuo “amico” sarebbero stati c***i in c*** (gli avresti fatto un favore).

  10. Faber says:

    ava
    L’ arcobaleno è la nuova svastica.

    Tu scherzi con il fuoco: vuoi ritrovarti sotto processo?

  11. Faber says:

    se accettare ogni nefandezza senza tirare una linea di demarcazione significa essere progressisti, allora chiamatemi pure nazista e suprematista bianko.

    Da agnostico bestemmiatore seriale condivido parola per parola, virgola per virgola.

  12. Faber says:

    Lodovico
    No, essere gay non è un’opinione, ma una condizione biologica. Ci nasci, punto e basta, non c’è niente di cui discutere.

    Errore.
    Le ricerche continuano.

    Oggi, Bergoglio o no, la Chiesa Cattolica che i preti rappresentano sostiene ancora che se nasci così, sei sbagliato e meriti di passare tutta la vita senza amore o andare all’inferno.

    In quale documento sostiene che lo meriti?
    Passare tutta la vita senza amore significa che l’amore è un c***o nel c***?

  13. Faber says:

    Roberta
    Che sia scritto nero su bianco, non toglie nulla all’inverosimilita’ della ricostruzione.

    E’ cronaca, narrazione, non ricostruzione.
    L’inverosimilità è un tuo pregiudizio.
    Sarebbe inverosimile se Mattia raccontasse che nel bar furbesco imbroglio e sorcio mozzarella toccavano il sedere al cameriere.

    L’ambiente non é ostile: visto, verificato, sperimentato innumerevoli volte.

    Le verifiche e le sperimentazioni si fanno nelle medesime condizioni: tutte le volte c’era nel bar un avventore vestito da prete?

    La verifica è semplice: chiedi a un amico di ripetere la prova di Mattia per quattro sabati di fila, due ore ogni volta, seduto lontano da te:
    – se tutto va male, sarà la prova che Mattia ha visto giusto
    – se tutto va bene, sarà la prova che Mattia o mente o ha travisato o è stato particolarmente sfortunato.

    Mi impegno a spedire cioccolatini o fiori al tuo amico, nel caso tutto vada male.

  14. Faber says:

    se dopo 30 secondi di combattimento “ti viene il fiatone” sai cosa te ne fai della tecnica

    Direi che se non stendi l’aggressore entro 15 secondi sei un uomo morto.

  15. mattia says:

    Direi che se non stendi l’aggressore entro 15 secondi sei un uomo morto.

    Non dire cazzate.

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