Nemmeno per un naif jugoslavo alla parete

Tornare a Praga, anzi in Repubblica ceca, per me equivale a tirare una boccata d’aria fresca. È il sapore del sentirsi a casa così come la michetta fresca è il profumo dell’infanzia.

Amo questo paese, ci sto bene, e questo vale per tanti aspetti, anche quelli che delle volte agli stranieri sembrano negativi. Io ad esempio amo il fatto che i cechi stiano sempre zitti. Questo può essere traumatico per chi viene da un paese dove la gente è caciarona. Vengono qui, vedono i cechi sempre zitti e pensano che siano tristi. Io invece adoro questo silenzio. Amo il fatto che i cechi si facciano sempre i cazzi loro: è sublime.

Qui però racconto di un aspetto particolare della vita in Rep. Ceca, ossia del mio lavoro. Perché per qualcuno può anche essere facile capire i motivi per cui uno si trasferisce a Praga se gli dici che la birra costa poco e che non ti devi svenare per l’IMU. Può essere già più difficile fargli capire che ti piace vivere a Praga perché la gente sta zitta. Quando però si va nel mondo accademico tutto si complica.
Probabilmente perché gran parte della gente comune non conosce come funziona il sistema universitario e i giudizi vengono espressi in base a cose che con l’università delle volte c’entrano pure poco.

Ricordo quell’amico che quando gli dissi che me ne andavo a Praga iniziò a storcere il naso. “Praga… mmm… va’ a Londra piuttosto…
Gli chiesi: “in quale università di Londra di preciso?
Scena muta.

Sì, perché non conosceva nessuna università di Londra. Però era convinto che Londra fosse la più importante città del mondo (ne era innamorato) quindi sicuramente doveva essere anche il miglior posto per fare una carriera accademica, in qualsiasi campo.

Le cose però sono un po’ più complicate. È sicuramente vero che là dove ci sono più soldi possono esserci università più avanzate, ma è solo una delle tante variabili. Delle volte c’entra la tradizione o il caso (pensate a cittadine che ospitano università famosissime e che sono grandi la metà di Monza), delle volte per uno specifico campo di studi c’è un laboratorio ottimo in posti che mai diresti, mentre non c’è nulla per quel filone di ricerca in altri luoghi più rinomati (non è che tutte le università fanno tutto).
Oltre a questo dovete sempre considerare il “principio della moglie ceca“. Quel principio per cui la gente ti dice “non sposare una donna ceca, ché le ceche sono X” dove X è un aggettivo a connotazione negativa a piacere. Il problema è che magari le donne ceche sono davvero X in moltissimi casi, ma tu non sposi “le donne ceche“, tu ne sposi una in particolare. A te interessa che tua moglie non sia X, se poi tutte le altre donne ceche sono davvero X a te non te ne frega niente.
Togliete la donna ceca e mettete il laboratorio di ricerca e il principio è lo stesso. In una organizzazione complessa come una università ci sono tanti luoghi di lavoro che ànno livelli di qualità molto diversi. Ci sono università col gran nome che al proprio interno ànno emeriti cialtroni e altre università meno prestigiose dove invece alcuni laboratori sono meravigliosi.
Da una porta all’altra dello stesso dipartimento può cambiare un mondo. A te interessa dove lavori tu. Se riesci a trovare un buon laboratorio nel deserto della qualità, sta bene così. Non è che devi lavorare in tutti i laboratori della tua università così come non devi sposare tutte le donne ceche.

Ancora una volta, però, questo è solo un parametro di un problema molto più complesso. Cerco quindi di riassumere, in ordine sparso, perché mi piace lavorare nella mia università e perché no, non tornerei in italia nemmeno se mi offrissero una poltrona in pelle umana, dodici piante di ficus e un naif jugoslavo alla parete dell’ufficio.
Con una precisazione fondamentale: queste sono motivazioni che valgono per me. Altri possono trovare questi punti poco importanti, per me invece contano.

1) La burocrazia
Ogni tanto mi capita di parlare con qualche collega di università e centri di ricerca italiani e mi raccontano cose inverosimili sulla burocrazia italiana. Talmente inverosimili che, lo confesso, continuo a pensare che mi prendano in giro. Dicono che se vogliono comprare qualcosa da una ditta, anche una cosa minuta, l’azienda deve essere iscritta a una centrale di acquisto per la pubblica amministrazione. Iscrizione che richiede certificati in cui dicono che non sei un mafioso, per esempio.
Che io capisco un ordine da 20 mila euro. Ma per ordini minori le aziende davvero si sobbarcano queste menate per vendere a una università?
Io quando ò bisogno di qualcosa compilo un modulo, lo mando alla segretaria che controlla se ò i fondi in quel capitolo di spesa e poi manda l’ordine all’azienda. L’unico requisito è che abbia una partita IVA. Punto.
È solo un filo più complicato per le aziende fuori UE, ma mi è capitato di fare un acquisto da fuori UE solo una volta. Per il resto se l’azienda à la partita IVA non serve altro.
Non sono solo gli acquisti ad essere semplificati. La burocrazia è più rilassata anche per banalità come assumere uno studente per qualche lavoretto.
Una volta conversavo in laboratorio con un collega italiano mentre un mio studente sudafricano faceva delle misure. L’avevo assunto sotto il mio progetto e gli avevo delegato cose semplici e monotone da fare. Così da una parte io non dovevo perdere tempo con mansioni di basso livello e dall’altra egli imparava a stare in laboratorio, a saldare, fare misure… insomma, si faceva un po’ di esperienza pratica. Non che gli dessi chissà cosa: per questi lavoretti che diamo agli studenti paghiamo l’equivalente di 10 euro all’ora, grosso modo, ma insomma, lo studente impara qualcosa e si porta a casa un po’ di soldini.
Il collega italiano fu sorpreso: per pagare uno studente in italia questo deve essere almeno laureato (e il mio studente sudafricano era al primo anno).
Da noi è tutto più semplice: non devo nemmeno fare quella buffonata del concorsino pubblico per attribuire 50 ore di lavoro con pubblicazione all’albo dell’ateneo, procedura di selezione, cazzi e mazzi. Sono io il responsabile del progetto, so che quel ragazzo è in gamba e può aiutare, decido io di assumerlo sotto il mio progetto. Compilo un modulino, lo mando alla segretaria e dopo due giorni il tesoriere della facoltà fa il contrattino allo studente. Il giorno dopo lo studente firma e può lavorare con me. Davvero, in una manciata di giorni si fa tutto senza procedure ridicole. Perché poi è ovvio che in italia anche se fanno l’avviso pubblico e la procedura di selezione quello che vince lo si sa già prima. Noi almeno ci risparmiamo il teatro.
Poi oh, c’è gente a cui queste procedure non provocano particolare irritazione e le sopportano bene. Nel mio caso mi mandano ai matti. Non riuscirei mai a vivere in un mondo dove complicano le cose che possono essere semplici.

2) La puntualità
Chi mi conosce di persona sa che sono un maniaco della puntualità. È una mia perversione mentale. Se ò meno di 10 minuti di anticipo inizio ad innervosirmi, se arrivo a un appuntamento a meno di 5 minuti dall’orario stabilito inizia a girarmi l’adrenalina nel corpo.
Nel mio dipartimento se si dice che una riunione inizia alle 10.00, inizia alle 10.00. Quando ero in senato accademico a Praga, se la seduta iniziava alle 9.30 alle 9.20 tutti i senatori erano già nella sala, la segretaria ci portava il the o il caffè e alle 9.30 si iniziava.
Quando ero nel consiglio di corso di studi al polimi se la riunione era per le 14.00 i primi arrivavano alle 14.10, la sala si riempiva alle 14.15 e la riunione forse iniziava alle 14.20, se andava bene. Come se l’orario fosse un suggerimento: se volete arrivate alle 14.00 ma non è che dovete. Fate un po’ come volete.
Anche qui, alcuni sopportano questo atteggiamento, nel mio caso mi manda in bestia.

3) I danee
Ecco, parliamo anche di quello. Di solito in Rep. Ceca c’è la convinzione diffusa che nell’università si guadagni poco. Non è così. O meglio, di sicuro si guadagna meno che lavorando nell’industria (e grazie al cazzo, è quasi ovunque così). I salari però dipendono molto da quanto uno si sbatte. Se lavori e lavori bene i soldi non mancano.
Quanto guadagni infatti non dipende da un concorso o da scatti di anzianità. Dipende da quanto sei capace di portare alla facoltà, dipende da quanto produci e da quanto sei disposto a viaggiare.
Perché il governo ci paga sulla base di un sistema a punti che deriva dalla produzione scientifica che facciamo. Questo non rimane solo nel bilancio del dipartimento ma si riflette anche sulle nostre buste paga. Produci tanti articoli in riviste dal quartile decente? Ricevi più soldi. Non pubblichi un articolo dal 1992? Prendi una paga da fame.
Vinci grant che portano in facoltà soldi per pagare colleghi, per comprare strumentazione, per pagare overheads? Ricevi una buona paga. Vivacchi in dipartimento senza portare una corona aggiuntiva al bilancio della facoltà? Prendi il minimo sindacale.
Sei disposto a prendere e andare un anno in un istituto straniero per imparare cose nuove e creare nuove collaborazioni? Guadagni dei bei soldini. L’ultima volta che sei andato a fare un’esperienza all’estero c’era ancora la DDR? Finisci per controllare se ài le corone nel borsellino quando vuoi comprare un caffè alla macchinetta.
Io ve l’ò descritta nel suo lato meritocratico. Poi però è ovvio che c’è anche un lato spietato nella vicenda, perché chi non ce la fa… davvero non ce la fa. Resta il fatto che se tu ti impegni magari non diventi ricco, ma dal punto di vista economico non ti manca niente.
Non mi manca niente ora che sono associato ma non mi mancava niente nemmeno quando ero uno sbarbatello. Non mi sono mai trovato davanti alla situazione in cui consegui un dottorato e per continuare a fare ricerca ti propongono cose umilianti tipo assegni di ricerca di un anno con cui fai fatica persino a pagare l’affitto, aspettando pazientemente che si liberi un posto da ricercatore/professore per entrare nel molto di chi è pagato decentemente.

4) L’etica
Proprio parlando di soldi, mi ricordo un caso di un collega di una prestigiosa università milanese che finito il dottorato si era visto proporre un assegno di 400 euro al mese per lavorare a piena giornata sotto la guida del prestigioso professore.
Ovviamente con quei soldi non ci vivi e a trent’anni magari sei pure stufo di dover dipendere dalla mamma. Sicché cercò lavoro altrove, in Svizzera.
Appena il presigioso professore venne a saperlo fece qualche telefonata dicendo ai colleghi di lasciargli “il ragazzo”, di non portarglielo via… e l’opportunità di lavoro svanì. Alla fine riuscì a trovare un lavoro ben pagato altrove tenendo la cosa segreta, affinché il suo capo non venisse a saperlo e non lo boicottasse.
Sta bene ambire a tenere i proprio collaboratori con sé, specialmente dopo aver investito anni nel formarli, ma se non li paghi decentemente questi ànno tutto il diritto di dirti ciao e andare altrove. Non ài alcun diritto di schiavizzarli a 400 euro al mese per sempre.
Questi sono comportamenti antietici schifosi che accadono nelle prestigiose università di Milano.
A me non è mai successa una cosa del genere a Praga. Finito il dottorato sono andato in giappone a lavorare per (col cambio di allora) quasi il triplo della paga, e chi stava sopra di me mi à addirittura incoraggiato a fare questa esperienza, non mi à tenuto alla catena per due corone.
Io mi chiedo come un professore si possa permettere certi comportamenti anti-etici per cui cerca di boicottare la dipartita di un suo collaboratore senza paura delle ripercussioni (perché è un comportamento da licenziamento). È sintomo del fatto che si possono permettere di fottersene dell’etica perché non devono rispondere a nessuno.

5) L’etica, parte II
Ricordate i ricercatori della Federico II di napoli che aveva taroccato alcuni studi sugli OGM? Furono beccati colle mani nella marmellata in uno dei comportamenti peggiori per chi fa ricerca: falsificare i dati. Significa rompere il patto di “buona fede” con la comunità scientifica. Basta farlo una volta e il tuo nome perde credibilità per sempre.
Ebbene, in tutto il mondo è motivo sufficiente per un licenziamento in tronco. In italia invece se la cavarono con un richiamo formale e, per due di loro, con l’obbligo per due anni di far esaminare i maniscritti dal capo del dipartimento prima di pubblicarli. Un buffetto sulla guancia.
Nella mia facoltà sette anni fa un ricercatore pubblicò un articolo che era in realtà il plagio di altri articoli. Fu licenziato.
Niente sindacati a rompere il cazzo nel difendere l’indifendibile.

6) L’etica, parte III
Sapete cosa sono le carriere costruite a tavolino? Be’, parlate con un ricercatore di una università italiana. Vi dirà che quando il “predestinato” entra nei favori del professore inizieranno ad arrivare interessanti richieste ai ricercatori del dipartimento.

– “Per cortesia, potresti mettere “predestinato” come secondo autore del tuo articolo?
– Ma non à fatto niente per questo lavoro…
– Suvvia, gli servono pubblicazioni

Cosa volete che faccia il giovane ricercatore? Abbassa il crapone e mette “predestinato” come secondo autore. Non vorrete mica che dica “no” al professore. Non sia mai che tra 7 mesi, quando scade il magro assegno di ricerca non venga rinnovano nemmeno quello.
Dopodiché il professore va da un altro ricercatore e ripete la scena. Poi da un altro ancora. Alla fine predestinato si trova come co-autore di tre articoli senza aver fatto nulla mentre i tre sfigati che ànno lavorato davvero possono dire di avere solo un articolo a testa.
E questo quando va ancora bene, perché delle volte il professore “chiede gentilmente” di mettere “predestinato” come primo autore, nemmeno come secondo o terzo, scippando addirittura il primo posto tra gli autori.
Dopo qualche anno il “predestinato” si troverà una sfilza di articoli per i quali non à fatto nulla e, sulla carta, avrà un curriculum migliore degli altri sfigati che invece ànno lavorato come muli e che ànno intestato solo il proprio lavoro. Chi volete che vinca il concorso? “Predestinato”, appunto.
Questa cosa di chiedere “un favorino” e mettere tizio come co-autore per qualcosa che non à fatto è una mostruosità anti-etica che ò sentito raccontare da diversi ricercatori italiani (i muli, ovviamente, i “predestinati” mica te lo dicono).
È una cosa che nessuno mai à osato chiedermi a Praga (ma anche in giappone o in Spagna). Al massimo mi ànno ringraziato se io, di mia spontanea volontà, ò incluso persone che magari ritenevano di aver dato un contributo minore al lavoro. Mi è stato detto “non è necessario mettere anche me, ò fatto poco“. Nessuno mi à invece detto l’opposto.

7) L’etica, parte IV
Periodicamente ricevo email da ex studenti di università italiane che mi raccontano sempre la solita storia. Fanno la tesi col tal professore, si laureano, poi dopo qualche tempo scoprono che i risultati della tesi sono stati pubblicati dal relatore in un articolo scientifico senza però citare tra gli autori lo studente che aveva fatto il lavoro.
Ovviamente l’ex studente si incazza, contatta il professore e quello gli tira fuori una scusa che spazia dal “le riviste scientifiche non vogliono studenti tra gli autori degli articoli” a “se non ài un contratto di lavoro all’università non puoi pubblicare” passando per “devi avere almeno il dottorato per essere autori di un articolo scientifico“.
Balle ovviamente. Noi gli studenti li mettiamo come autori degli articoli senza alcun problema, anche prima che prendano un bachelor, e nessuna rivista à mai contestato nulla.
In questo caso non solo sono stronzi (perché prendere il lavoro fatto da uno studente e pubblicarlo senza dirgli niente né includerlo tra gli autori è un atteggiamento da stronzi) ma addirittura mentono per giustificare il loro comportamento.
Qui siamo proprio al massimo dell’anti-etica.

8) La boria
Nella mia esperienza al Polimi posso dire di aver contato una manciata di insegnanti che non se la tiravano, meno di una decina. Tutti gli altri avevano una boria incredibile. Che già non la giustifichi per quelli davvero bravi, figuratevi per le mezze calzette. Il clima era talmente tossico che persino i ragazzetti che facevano il dottorato di ricerca si sentivano semidei. Sembrava quasi che non fossero lì per imparare da una parte e insegnare dall’altra: il loro scopo nella giornata era quello di apparire migliori degli altri. Obiettivo legittimo se cerchi di raggiungerlo migliorando te stesso, nocivo se invece lo persegui sputando veleno sugli altri.
Per capirci, parliamo di gente che fa lezione non per fare in modo che gli studenti capiscano quanto più possibile. Questi fanno lezione per dimostrare di essere fighi, è un loro personale sfogo di ego davanti ai quei poveri sfigati ignoranti degli studenti. Ricordo un professore di analisi che la lezione la faceva per tirarsela e dimostrare che ne sapeva più di noi (maddai?) Se uno provava a fare una domanda lo umiliava davanti alla classe.
Poi quando vai a vedere tra le pieghe ti accorgi che spesso sono mezze calzette che usano la boria per nascondere la mancanza di ciccia. E guardate bene, non è un discorso di qualche persona sparpagliata qua e là, è un sistema. La cosa più agghiacciante era vedere il tal professore borioso che allevava sotto di sé i suoi pulcini boriosi quanto lui. Sembrava che il loro scopo non fosse di addestrarli nella ricerca ma di allenarli ad essere boriosi.
A Praga non mi è mai capitato di avere a che fare con gente simile. L’ambiente di lavoro è molto più rilassato, non sei circondato da primedonne che pensano di essere le uniche al mondo ad averla.

9) Non si fa politica in università
Non che non ci sia “politica” in senso lato. Ci sono ovviamente fazioni, ma sono del tipo “dipartimento contro dipartimento“, “facoltà contro facoltà”, specialmente quando si tratta di decidere come spartire i soldi, ma questo è qualcosa che succede in tutto il mondo. È normale che ogni dipartimento cerchi di tirare l’acqua al proprio mulino. Talvolta lo scontro diventa personale, quindi antipatico. E vabbe’.

Quello che però manca è lo scontro partitico/ideologico/religioso. Al Polimi c’erano i gruppi studenteschi di CL e quelli di sinistra, i professori di CL e quelli di sinistra, la copisteria di CL e quella di sinistra. Le copisterie, capito? Perché cazzo una copisteria dovrebbe essere schierata ideologicamente?
C’erano addirittura i professori di CL che davano le dispense del corso alla copisteria di CL così tu per farti la tua copia dovevi andare da loro. C’erano i gruppi di potere legati alla tal congrega, alla tale ideologia. Di certi professori sapevi che erano di quella ideologia politica o religiosa.
A Praga non esiste nulla di tutto ciò, quando ci sono le elezioni dei rappresentanti degli studenti o dei dipendenti non ci sono liste politiche, si vota la persona e basta. Allo stesso modo gli studenti in facoltà vengono per studiare non per fare politica. Non ti trovi questo esercito di fancazzisti che passano le giornate a fare i piccoli politicanti, non trovi mezzo volantino politico in bacheca.
Ah, per quelli che lo contesteranno: ciò non significa che non puoi condurre rivendicazioni sulle battaglie importanti per l’università. I rappresentanti eletti ovviamente lavorano per migliorare le nostre condizioni all’università, ma quando fanno una battaglia per fare aprire un asilo infantile all’interno dell’università per i figli dei dipendenti, ad esempio, lo fanno senza colorare di ideologia politica la battaglia. Non ci attaccano l’etichetta di destra/sinistra/CL per strumentalizzare qualsiasi cosa.

10) Le regole si sanno prima
Coloro che ànno seguito le vicende dell’abilitazione scientifica nazionale sanno quanto l’italia sia un paese di ridicoli buffoni.
Non la faccio troppo lunga, ma da qualche anno per diventare associati e ordinari in italia bisogna prima ottenere questa abilitazione e poi aspettare che venga indetto un concorso.
Questa abilitazione si fa mandando al ministero il proprio curriculum e le proprie pubblicazioni tramite internet, poi una commissione valuta se superi i valori minimi in determinate categorie per diventare associato o ordinario.
Il problema è che questi valori di riferimento cambiano di continuo, prima troppo bassi, poi troppo alti… Mi raccontava un collega italiano che a un certo punto ai candidati venivano chiesti valori di produzione scientifica superiori a quelli che avevano i commissari.
Ogni tre per due esce una modifica e tu devi rincorrerli. Peccato però che non sia così semplice migliorare i propri valori di produzione scientifica dal giorno alla notte. Per capirci: se oggi decidono che pubblicare un libro vale 10 punti e te ne servono 20, tu sai che dovrai scrivere due libri. Ti metti lì e con calma li scrivi (e li pubblichi). Se però domai decidono che servono 30 punti all’improvviso i tuoi libri diventano insufficienti. E non è che il libro che ti manca lo scrivi in due notti.
Oppure, immaginatevi questa scena: decidono che da domani bastano 10 punti (quindi un solo libro) però bisogna aver seguito almeno 20 studenti per la tesi e tu ne ài seguiti solo 15. In questo caso ài buttato via del tempo per scrivere un libro di troppo quando potevi investire quel tempo seguendo 5 tesisti in più.
Allora ti butti a seguire più tesisti per recuperare, ma questo richiede tempo. Or che ànno finito la tesi e sei arrivato a 20 tesisti cambiano ancora le regole e decidono che ora servono più articoli e chi se ne frega di libri e tesisti. Ancora una volta dovrai strategia e focalizzarti su cose nuove.
Siccome per modificare i propri parametri di produttività ci vuole tempo (anni) tu ài bisogno di regole statiche, regole che non cambino ogni tre per due.
Quando ò intrapreso il percorso per diventare associato mi è stata data una tabella con i valori che dovevo superare in ogni categoria. Per anni ò lavorato in modo da colmare i buchi che avevo e raggiungere la soglia in tutte le categorie. L’ò potuto fare perché la mia università mi à dato delle regole e quelle sono rimaste tali. Avevo una direzione da seguire.
Se invece le regole cambiano di continuo tu non sai cosa fare, non sai domani che cosa ti chiederanno, non sai dove investire il tuo tempo. Deve solo andarti di culo che al momento opportuno ti chiedano quello che di tuo già ài conseguito.
Lo stesso vale anche in altri casi: qualche settimana fa è saltata fuori una decisione del ministero di considerare solo le pubblicazioni su giornali ad acesso libero. Poi invece si è scoperto che richiedevano solo la pubblicazione ad accesso libero scaduto il periodo di embargo. Tutto il mondo dell’università italiana era in subbuglio.
Il problema però è che queste linee guida si riferiscono alla produzione scientifica dal 2015 al 2019. E il decreto è stato fatto nel 2019. Le norme quindi sono reatroattive.
Se tu ài pubblicato su una rivista che non consente mai la pubblicazione degli articolo altrove, sotto nessuna forma, lo prendi nel culo. Se te lo avessero detto prima non avresti pubblicato su quella rivista, ma così ormai è fatta.
È per questo che le regole che usi per valutare la ricerca nel periodo 2015-2019 devi darle nel 2014, non nel 2019.
Anche da noi cambiano le regole con cui valutano la ricerca, ma ce lo dicono PRIMA. Cambiano le regole e ti dicono “dall’anno prossimo funziona così“, e tu ài il tempo di adeguarti. Non ti fanno la sorpresina retroattiva.

11) Non ci sono precedenze.
Quando io sono arrivato a Praga per la prima volta era il 2004, ero ancora uno studentello e c’era già gente con la propria posizione in dipartimento. In questi tre lustri io ò percorso i gradini della mia carriera universitaria mentre quelle persone sono rimaste immobili. Non è che siccome sono arrivate in dipartimento prima di me avevano “la precedenza“. Nessuno che viene a dirti “non è il tuo turno, aspetta“. Se ài voglia di sbatterti puoi correre quanto vuoi nella carriera senza dover aspettare che venga il tuo turno perché “adesso tocca a un altro“.

12) Non ci sono seif speis
A Praga viviamo ancora in un’isola felice in cui il politicamente corretto non à (ancora) ammazzato la possibilità di dire cose banali tipo… la verità. Siamo (ancora) in un Paese dove i fatti non si curano dei sentimenti (cit.)
Non abbbiamo la facoltà tempestata da manifestini di nazifemministi, a nessuno frega niente del colore della tua pelle o della tua nazionalità quando fai domanda di iscrizione e nessuno ti rompe il cazzo se in un dipartimento i dipendenti (scientifici) sono al 97% uomini. Sono proprio argomenti che non esistono. Un po’ per quel discorso che facevo al punto 9: in università si viene per studiare, non per fare politica. Un po’ perché, come ò spiegato, se tu ti impegni il merito è riconosciuto e sali tutti i gradini possibili della carriera universitaria. Quindi non ài nulla da recriminare: ti basta sbatterti e lavorare sodo.

13) I bandi per i progetti di ricerca nazionali escono a scadenze precise
Ogni anno, con puntualità svizzera, escono queste chiamate a presentare domande di progetti, più o meno sempre nelle stesse date. E lo fanno ogni anno. Al massimo possono fare delle chiamate speciali aggiuntive (che ne so, chiamata straordinaria per progetti di ricerca tra un ente della Rep. Ceca e uno norvegese, per dire), ma i progetti standard li chiamano sempre nello stesso mese di ogni anno. Questo significa che puoi programmare la tua attività quando devi ricercare fondi per la ricerca.
In paesi come la Spagna, per esempio, mi dicevano che i bandi li fanno quando gli gira e strabuzzavano gli occhi quando raccontavo loro della regolarità dei nostri bandi.

In conclusione
Devo fare una precisazione. Alcuni punti qui trattati non sono necessariamente validi in tutta la realtà ceca o della mia università. Sono banalmente cose che valgono nella mia facoltà, nel mio dipartimento o nel mio gruppo di lavoro. Non posso escludere che in altri gruppi di ricerca o in altre facoltà le cose funzionino diversamente. Vi ricordo però il concetto della moglie ceca: a me interessa come funziona dove lavoro io, e dove sto io mi trovo bene.
Ciò significa che è tutto perfetto? Manco per idea. Il fatto che periodicamente della gente mi entri in ufficio per controllare il numero di inventario di tutto ciò che vi si trova all’interno continuo a trovarlo bizzarro. Sul serio pensate che mi voglia fottere le poltrone vintage che mi trovo in ufficio? (ok, sono andato a cercare su internet e le piazzano a 600 euri l’una, mi rimangio le parole)
Oppure, gli orari di apertura della facoltà potrebbero essere estesi: per qualche strano motivo dopo le 9 di sera se sei dentro puoi starci fino alla mezzanotte, se invece sei fuori non puoi più rientrare. Delle volte è seccante (non puoi andare a cena sul tardi e tornare in ufficio dopo).
Delle volte, devo essere sincero, do forse troppo peso a questi aspetti seccanti perché mi dimentico di come funziona altrove. Poi quando rifletto razionalmente su tutti gli altri vantaggi che ò elencato sopra mi rendo conto che davvero non mi serve guardare altrove.

Lo ripeto, magari per qualcuno di voi questi vantaggi sono trascurabili. Magari non ve ne frega niente di uno o più aspetti. Per me contano, quindi dovete mettervi nei miei panni: se per me è importante la puntualità perché mai dovrei rodermi il fegato in una università dove la gente arriva sempre in ritardo? Se per me è importante un clima di lavoro sereno perché dovrei vivere in una facoltà piena di boriosi che allevano i loro boriosini? Se a me dà fastidio che arrivi il superiore chiedendomi di inserire il suo pupillo tra gli autori del mio articolo anche se non à fatto niente per quel lavoro, perché dovrei andare a lavorare in un dipartimento dove queste cose accadono?

Se a voi tutte queste cose non dànno fastidio buon per voi. Per me sono importanti e a Praga mi trovo bene perché mi soddisfa in questi punti.
Perché mai dovrei andare a lavorare in un paese come il giappone dove magari ricevo due en in più ma faccio una vita avvilente? L’ò fatto per un periodo, ò stretto i denti per un po’, poi però quando s’è trattato di decidere dove andare a vivere stabilmente sono tornato dove sto meglio.
Perché mai dovrei lavorare in una università americana per fregiarmi di un lustro (spesso di cartone) di una università famosa quando il prezzo da pagare è doversi mettere a π/2 nei confronti di chi si sente offeso anche solo dal fatto che respiri?
Perché mai dovrei lavorare in italia per… boh, in questo caso non ò ben capito perché mai uno dovrebbe ambire a lavorare in italia.

10 Comments

  1. Shevathas said:

    sul punto 8 posso raccontare alcune mie, brutte, esperienze. Esperienze che mi hanno disgustato dal tentare la carriera accademica.

    1) Docente di geometria che da un esercizio, esercizio che facendo alcuni semplici ragionamenti geometrici poteva essere risolto con tre passaggi e zero, dicesi zero, calcoli.
    Beh il docente viene alla correzione del compito dicendo che non pensava che l’esercizio si potesse risolvere in maniera così semplice e dicendo che era annullato per chi l’aveva risolto in quel modo. Valeva solo se lo risolvevi nel modo meccanico a colpi di calcoli matriciali, perché voleva vedere se sapevamo fare i conti.

    2) Docente che faceva sfoggio di “cultura” cercando i nomi più assurdi dei teoremi. Talvolta per campanilismo capita, in matematica, che lo stesso teorema venga attribuito dall’autore del testo a questo o quel matematico. Quindi il testo A, italiano, il teorema T lo chiama teorema di Torricelli, il testo B, inglese, teorema di Barrow e il testo C francese teorema di Torricelli – Barrow.
    Magari tu hai studiato solo su testi che chiamano T teorema di Torricelli e quando ti chiedono il teorema di Barrow fai scena muta…
    Finivi buttato fuori perché ignoravi il teorema T ma, cosa gravissima, ignoravi che il teorema di Torricelli poteva anche essere chiamato il teorema di Barrow.

    3) Docente che non riuscì a risolvere un compito d’esame preparato dal suo assistente…

    8 Gennaio 2020
    Reply
    • Shevathas said:

      *Finivi buttato fuori NON perché ignoravi il teorema T ma, cosa gravissima, ignoravi che il teorema T detto teorema di Torricelli poteva anche essere chiamato il teorema di Barrow.

      8 Gennaio 2020
    • Giampaolo said:

      1) Non hai fatto ricorso al consiglio di facoltà? Avrei chiamato anche Striscia la Notizia e le Iene, piuttosto che far passare una vaccata simile!

      3) a me è successo di passare (bene) un orale perché ho sparato una risposta secca (tutto mi chiedo se corretta o meno) a un assistente che voleva mettere in difficoltà l’esaminando con un esercizio che non sapeva risolvere…

      PS: tutti i punti elencati da Mattia sono condivisibili, dal mio punto di vista. Peccato che mia moglie non voglia trasferirsi… amen…

      9 Gennaio 2020
    • Shevathas said:

      @giampaolo

      in quel caso son stati i colleghi a convincerlo, visto che il suo esame faceva da “tappo”, o passi qualcuno o altrimenti ci chiudono il corso di laurea per troppi pochi iscritti.
      In media passava una persona ad appello, massimo massimo tre. Quell’appello ne passarono 24 in un colpo solo.
      All’epoca più un docente era stronzo e più credito aveva fra i colleghi.

      10 Gennaio 2020
  2. stephen said:

    beh diciamo che tu parli della moglie ceca “senza x”. mentre quello che dici sull’italia te lo conferma chiunque.
    potrebbe essere vero che hai trovato l’isola felice in ceca, ma sicuro l’italia resta un pantano.
    che é esattamente come “sento” tutti queli difetti elencati, come muoversi nella melassa, con difficoltà, soffocato, lento.

    8 Gennaio 2020
    Reply
  3. ava said:

    Che l’ università sia una fogna non ci piove. Io sono rimasto in patria e devo dire che , per lo meno nel settore privato delle costruzioni,ultimamente sta andando bene, complice anche il fatto che
    hanno chiuso tantissimi colleghi e c’è meno concorrenza. Le rogne grosse in italia sono:
    – 1 giustizia impossibile per tempi modi e certezza del diritto
    -2 tasse altissime e servizi zero o meglio tutti a pagamento ( come ad esempio la sanità, ormai il ticket a me costa praticamente come il privato)
    -3 burocrazia asfissiante e macchina statale disastrosa in certi ambiti

    ecco, direi che a parte questi tre “difettucci” non mi lamento troppo. Alcuni miei colleghi che sono andati all’ estero hanno fatto fortuna, concordo. Qui non sarebbero riusciti a combinare nulla o forse ci sarebbero riusciti in 10 anni in più. Ma altri sono andati all’ estero ( tipicamente UK e dintorni) e dopo svariati anni si trovano ancora in una condizione precaria, magari pagati più di qui , ma con un aumento di spese tali per cui alla fine non resta un cavolo in tasca , perchè caro il mio Mattia non tutti sono tirchi come dei Paperoni ( come peraltro sono anche io ). Altri amici sono andati all’ estero in posizioni di prestigio, ma pagati in benefit e stipendi non altissimi e alla fine della fiera non è che abbiano incamerato chissà cosa. Insomma alla fine io sono dell’ opinione che il bengodi non esista, o meglio ci sono per ciascuno di noi dei luoghi dove si riesce a mettere a frutto quanto si è in grado di fare, ma magari non è così per altri. L’ unica cosa sensata è guardarsi attorno e valutare bene il da farsi facendosi quattro conti in tasca e non solo.

    9 Gennaio 2020
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    • mattia said:

      io sono dell’ opinione che il bengodi non esista,

      Mai sostenuto l’opposto.

      9 Gennaio 2020
    • Ava said:

      Infatti non dico che lo sostieni tu, ma molti miei colleghi invece continuano con questo discorso

      10 Gennaio 2020
  4. Emanuele said:

    Visto che l’Italia è anche il paese dove il professore universitario intervistato in tv o nei giornali è considerato portatore sano di ipse dixit, e soprattutto il baluardo dietro cui si rifugia la massa una volta che ha trovato quello ideologicamente schierato come vuole lei chiedo: qual è il livello dei professori universitari italiani?

    10 Gennaio 2020
    Reply
  5. kheimon said:

    Bell’intervento.

    Sui punti 9 e 12, bene finché dura: bravi i cechi che sono rimasti ancorati alla realtà e al buonsenso, ma prima o poi la parola “woke” arriverà intorno alle chiappe di tutti. Nessuno è al sicuro.

    Il mondo accademico, italiano e non, continua a stupirmi per l’enorme disparità che rilevo fra il bucio di culo che uno deve farsi a fronte di gratifiche, economiche come anche professionali (prestigio, ecc.) generalmente piuttosto magre, salvo eccezioni. C’è un elemento di amore per il sapere (non il prestigio, che è dispensato con parsimonia, né il soldo, che talvolta non è dispensato affatto) che per me è l’unica spiegazione plausibile per il fatto che qualcuno scelga di fare il ricercatore quando un’estetista o un commesso della sua stessa età guadagna di più. Ammiro questa devozione ma penso che gli accademici debbano imparare a negoziare e a non accettare posizioni umilianti. Parte di questo processo è ovviamente boicottare laboratori, facoltà, università e interi Paesi dove banalmente il gioco non vale la candela.

    10 Gennaio 2020
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