La pisella d’oro

Sono onestamente affascinato dalle reazioni di voi italiani ai dazi sul parmigiano. Da giorni litigate dividendovi tra quelli che “ecco gli effetti del sovranismo” e quelli che spiegano che la colpa non è di Trump perché questi dazi sono stati autorizzati dalla WTO come “ripicca” per gli aiuti di stato a airbus.

Per tutti però i dazi contro parmigiano e altri prodotti italiani sono una bestemmia. E a me la cosa fa riderissimo.

Voglio dire, ci avete squartato le palle fino alla nausea con la tutela dell’italian saundin nel mondo. L’avete fatto raccontando balle sul fatto che il parmigiano si può fare solo in italia, anzi solo in alcune zone dell’italia. Avete ripetuto queste balle senza fondamento scientifico per decenni (sì, il parmigiano puoi farlo ovunque nel mondo, non c’è niente nel processo produttivo industriale del parmigiano che non può essere replicato a Vercelli, Tolosa o Zlín).
Avete usate queste balle dell’italianità come esclusiva per coprire un banale protezionismo. Anzi, un protezionismo esteso. Perché un conto è fare i protezionisti dei propri prodotti a casa propria, un conto è andare all’estero e pretendere impettiti che gli altri non possano fare il parmigiano e che debbano importare per forza il vostro.
Perché tu puoi anche fare il protezionista a casa tua, ma non vai a dettare legge a casa degli altri. Non è che puoi imporre il tuo prodotto in un paese estero a scapito dei prodotti locali pensando sia un tuo diritto divino.

Avete pestato i piedi come bambini capricciosi pensando di poter essere gli unici a produrre parmigiano nel mondo e pretendendo che tutti vi obbediscano nel mondo.
Poi gli U.S. of A. vi mettono dei dazi e vi mettete a frignare. Che è come uno Stato che va a fare la guerra, inizia a bombardare e poi quando i nemici rispondono sparando anche loro si mettono a frignare.
Che cosa vi aspettavate? Di poter fare la guerra da soli? Pensavate di poter sparare da soli e che il nemico stesse lì a prenderle?

Avete preteso di fare il più esteso e ridicolo dei protezionismi, avete preteso di imporre i vostri prodotti all’estero in esclusiva, senza avversari commerciali, per mero diritto divino. E adesso vi scandalizzate se vi mettono dei dazi?
Pensate di avere la pisella d’oro da poter azzerbinare il mondo?

32 Comments

  1. Alpen said:

    In realtà non vogliono impedire ad altri di produrre il parmigiano, vogliono semplicemente che gli altri non facciano concorrenza sleale facendo passare il loro prodotto per parmigiano prodotto in Italia. Non è protezionismo, ma tutela dell’immagine del prodotto e della sua originalità.

    6 Ottobre 2019
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    • mattia said:

      vogliono semplicemente che gli altri non facciano concorrenza sleale facendo passare il loro prodotto per parmigiano prodotto in Italia.

      No.
      Prendi questo tuitt del ministro bellanova
      https://twitter.com/TeresaBellanova/status/1180464569480859649
      Si oppone a che vengano usati nomi come “parmesan” come nomi comuni.
      Peccato che parmesan in inglese è un nome comune per formaggio grattugiabile. Così come champagne è nome comune per il vino bianco con le bollicine.

      Tu ài diritto a tutelare un marchio. Se non sei McDonald’s non puoi usare il marchio McDonald’s. Se non sei Fiat non puoi usare il marchio fiat.
      Se non sei Barilla non puoi usare il marchio Barilla.
      Ma nessuno può vietarti di usare in nome “pasta”, né alcuna delle sue traduzioni.

      Se uno fa un tipo di formaggio che à le stesse caratteristiche del parmigiano à tutto il diritto di chiamarlo parmigiano, esattamente come qualsiasi produttore di pasta ha diritto di chiamare il suo prodotto pasta.
      Tanto più può chiamarlo “parmesan”.

      Dopodiché se tu sulla confezione scrive “Made in… ” e dici la verità, non c’è più niente contro cui protestare.

      Non è protezionismo, ma tutela dell’immagine del prodotto e della sua originalità.

      Secondo questo ragionamento:
      – nessuno può produrre pasta all’estero perché se fa una pasta schifosa danneggia “l’immagine del prodotto”.
      L’immagine del prodotto la tuteli con le marche.
      C’è pasta buona e pasta che fa schifo. Tu impari quale azienda ti garantisce una buona qualità e compri quella.
      Ma non è che barilla o de cecco vietano ai francesi di produrre pasta scadente perché altrimenti danneggia l’immagine del prodotto “pasta”

      – l’originalità non esiste. I processi produttivi per produrre il parmigiano sono ben noti, replicabili, e replicati nel mondo.
      Non c’è esclusiva di nulla. In tutto il mondo si può fare il parmigiano come in italian.

      6 Ottobre 2019
    • mamoru said:

      quanti lo fanno? dico il fake italian?
      il parmesan americano che compro ha scritto sopra “product of the USA” e nemmeno troppo dismesso ma MAIUSCOLO e con la bandierina.
      il blue cheese danese mica ci scrive gorgonzola, ma alla fine e’ un prodotto equivalente.
      la rucola qua non c’e’ uso la Mizuna che ha un sapore praticamente identico, ma a parte la famiglia in comune e’ comunque un’altra verdura… stessa forma delle foglie e praticamente lo stesso sapore. e chissenefrega se non e’ rucola vera. idem per la mozzarella e il madcarpone dell’hokkaido.
      altro che sapori unici che il mondo ci invidia

      6 Ottobre 2019
  2. DG said:

    senza contare che mi piacerebbe conoscere la percentuale, tra quelli che stanno rumorosamente ragliando, di quelli che messi davanti ad un pezzo di Parmigiano Vero™®© (non la selezione oro limitata, stagionato 565 mesi, con le vacche munte da vergini cinquantenni con i guanti di seta, che costa come l’uranio. quello “qualunque”, da supermercato) ed a uno di “Parmesan”, davvero sarebbero in grado di capire la differenza.

    6 Ottobre 2019
    Reply
    • Paolo Ghezzi said:

      Premesso che non attribuisco assolutamente importanza ai vari prodotti DOP IGP e similia, che considero semplici specchietti per allodole per acquirenti disposti a farsi spennare in cambio di distinzione, c’è un piccolo particolare da ricordare: puoi benissimo chiamare ‘champagne’ qualsivoglia vino con le bollicine, ma non puoi denominare così un vino non prodotto nella regione omonima, così come puoi parlare colloquialmente di ‘fischer’ ‘ferodi’ o ‘bic’ ma non adottare questi nomi per un tuo prodotto.
      Non siamo solo noi italiani a voler ‘proteggere’ certi prodotti: anni fa fu imposto ai produttori italiani di non utilizzare il nome ‘tocaj’ per alcuni vini o la definizione di ‘galletto amburghese’.
      Quindi non vedo nulla di sbagliato nel pretendere che il termine ‘parmesan’ identifichi solo il formaggio prodotto in una determinata zona.

      6 Ottobre 2019
    • mattia said:

      puoi benissimo chiamare ‘champagne’ qualsivoglia vino con le bollicine, ma non puoi denominare così un vino non prodotto nella regione omonima, così come puoi parlare colloquialmente di ‘fischer’ ‘ferodi’ o ‘bic’ ma non adottare questi nomi per un tuo prodotto.

      Premessa: sono due cose diverse. “Bic” è un marchio commerciale, champagne no.
      Un marchio commerciale sarebbe il nome dell’azienda che fa vino di tipo champagne, non il nome champagne in sé.
      Così come il marchio commerciale è il nome del caseificio che produce parmigiano, non il nome parmigiano in sé.

      Dopodiché, ciò che è consentito o meno è deciso dalla legge. E il fatto che ci sia una legge che impone una cosa non implica che ciò sia logico.
      Domani può essere approvata una legge che impone che le “orecchiette” possano essere fatte solo in Puglia e sia vietato chiamare orecchiette qualsiasi altro prodotto identico preparato altrove, dal Molise alla California.
      Tu puoi dirmi “la gente continuerebbe a chiamarle orecchiette ma un pastaio di Los Angeles non potrebbe commercializzarle come “orecchiette” perché ciò sarebbe illegale”. Vero: ma avrebbe senso?

      7 Ottobre 2019
    • Raoul Codazzi said:

      @ DG

      Be’, io sarei in grado di capire la differenza eccome. Non è che adesso viene meno la distinzione tra prodotti di alta e bassa qualità. Il buon grana ha nella pasta come dei micro-cristalli, e io li sento. Se il prodotto ha qualità e/o stagionatura inferiore la pasta è più molle e più omogenea e a me piace molto meno. Ma non discuto sul fatto che uno possa considerare buono ciò che io considero meno buono e viceversa.

      7 Ottobre 2019
    • DG said:

      @Raoul

      ma appunto, se la differenza di qualità è evidente, non c’è nessun bisogno di proteggere “il nome”: chi cerca (e riconosce) la qualità comprerà la cosa di qualità anche se si chiama skwaragnauz ;chi vuole comprare la cosa da discount, non si preoccupa del fatto che che si chiami parmesan o pippoturzo.

      9 Ottobre 2019
  3. Julien Sorel said:

    Più che altro a me fanno ridere quelli che lanciano peana a Mario Draghi un giorno sì e l’altro no, proponendolo ciclicamente come presidente del consiglio, della repubblica e magari anche come papa, e poi si incacchiano se gli USA mettono i dazi per reazione,alla svalutazione dell’Euro che Draghi ha usato per sfogare le tensioni interne alla zona Euro verso l’esterno. Perché, sì, le reazioni protezionistiche di USA (Trump), Regno Unito (Brexit) e Giappone (Abenomics) sono anche una risposta alle politiche di Draghi che hanno usato i mercati extra Eurozona come cuscinetto per sfogare le tensioni interne alla Eurozona. Ma mi raccomando, continuiamo a bestemmiare su Trump e a chiedere Draghi come prossimo, premier, presidente della repubblica e papa.

    6 Ottobre 2019
    Reply
    • mamoru said:

      in che modo abenomics sia protezionista me lo dovete spiegare. ci avete firmato un trattato di libero scambio come UE e hanno in asia un equivalente, e pure con l’australia. lasciamo stare le bastonate che han preso dagli usa in cambio di nulla… anzi gli han tolto pure i dazi.

      quello che posso concedere e’ il controllo statale sulle aziende nipponiche e il ritorno alla grande di japan inc. sullo scenario internazionale (salvo che si vada in bancarotta prima)

      6 Ottobre 2019
    • Julien Sorel said:

      “In che modo sia protezionista”

      Quando svaluti aumenti il prezzo dei beni importati. Svalutare come ha fatto Abe è un modo per mettere de facto dei dazi senza dichiararlo. Diciamo che è una versione raffinata, più elegante e meno chiassosa del trumpismo. Nulla di male ovviamente, è nelle regole del gioco delle economie. Ognuno pensa, giustamente, agli interessi di casa propria.

      7 Ottobre 2019
    • mamoru said:

      lo yen non e’ svalutato per nulla sta a 117 contro l’euro. abbiamo toccato i 170 e li per chi stava in jp comprare dall’estero nonche’ andarci era carissimo. a 130 era piu’ equilibrata la cosa.
      ora come ora e me e ai giapponesi conviene un sacco comprare manzo e maiale americani e australiali, costano 1/3 della carne locale.
      persino harley vende oltre 10000 moto l’anno in un mercato asfittico come quello jp.

      guarda che i giapponesi son bravissimi a fare mafia non per non vendere a casa propria i prodotti stranieri, ma per fare da intermediari e venderli al prezzo che dicono loro…

      9 Ottobre 2019
  4. Sciking said:

    Il bello è che gli italiani, probabilmente, credono veramente che sia nell’interesse degli americani importare il pregiatissimo formaggio italiano e non consumare il locale. In sostanza bloccare i dazi di Trump è un’opera pia

    6 Ottobre 2019
    Reply
  5. ava said:

    I dazi sono assolutamente legittimi ed anzi come forma di pressione politica meglio i dazi che le bombe .
    Detto questo i prodotti alimentari sono sempre legati al territorio, e scopiazzare i nomi è una frode, anche se i prodotti sono identici . Tanto per vederla rigirata pensiamo al Tocai di qua che copia il nome del vino ( mi pare ungherese? ) e poi deve cambiare nome nel Friulano o quel che è . E vorrei vedere il contrario. IL nome originale del vino era tokaji , mi pare, quindi non era identico, ma era una presa per il culo. . Ora , che il termine Parmesan sia in uso come “formaggio grattuggiato ” non significa che un cinese possa prendere un nome che è evidentemente fuorviante e appiccicarlo al proprio formaggio, magari uguale al grana , ma che viene dalla Cina. Se lo chiamino in altro modo e se poi sarà migliore o costerà meno fotterà le quote di mercato al grana . Oppure decidiamo che gli alimentari sono come i prodotti tecnologici, se sono identici hanno lo stesso nome; ma attualmente non mi sembra sia così. PS non mi pubblica il commento

    7 Ottobre 2019
    Reply
    • mattia said:

      Detto questo i prodotti alimentari sono sempre legati al territorio,

      Definisci “legati al territorio”.

      appiccicarlo al proprio formaggio, magari uguale al grana

      Se due prodotti sono *uguali* secondo quale logica non posso dare chiamarli con un nome comune *uguale*?

      7 Ottobre 2019
    • Raoul Codazzi said:

      “Detto questo i prodotti alimentari sono sempre legati al territorio”

      Forse volevi dire che i prodotti alimentari “nascono” sempre legati al territorio. Se però hanno successo vanno per forza di cose “oltre” quel territorio. Non puoi volere il successo e restare di nicchia. Mi vengono in mente certi assurdi discorsi che qualcuno faceva in gioventù quando è uscito il Black Album dei Metallica: ecco i Metallica si sono svenduti. Ennò! I Metallica hanno fatto un disco che è piaciuto a molta più gente e quella gente ha cominciato ad ascoltarli. Allora, prima non andava bene perché la gente non capiva i loro dischi, poi la gente ha cominciato a capire e comprare i loro dischi e non va bene lo stesso.

      7 Ottobre 2019
    • ava said:

      mi riferisco al fatto che il parmigiano reggiano ad esempio abbia il marchio DOP che è legato ai luoghi in cui esso viene prodotto ed al loro clima e che vengono definiti dai regolamenti europei.
      Ovvio che l’ etichetta e il DOP siano scelte convenzionali e soggettive legate semplicemente alla vendita di un prodotto. e che abbiano poco a che fare con la qualità dello stesso ,
      ma se ci sono delle regole per assurde che siano trovo giusto che si cerchi di farle rispettate da ambo le parti, evitando la messa in commercio di prodotti fuorvianti.
      in altri termini cosiccome quando noi abbiamo fottuto il tocai agli ungheresi ce la siamo presa in quel posto, trovo corretto che accada il contrario; e se mangio il manzo di Kobe mi aspetto che non sia prodotto in Emilia Romagna.
      E questo non tanto per questioni oggettive ( perchè è ovvio che posso produrre del Grana in cina trovano le stesse condizioni climatiche) quanto per motivi pubblicitari/commerciali/convenzionali/ consuetudinari, che se vogliamo possono pure essere ridicoli, ma valgono soldi. In altri termini se una idea assurda ha un valore economico acquista un suo senso nella discussione politica proprio in quanto vale soldi, anche se stiamo parlando , com’è chiaro , di fumo negli occhi.

      7 Ottobre 2019
    • mattia said:

      ma se ci sono delle regole per assurde che siano trovo giusto che si cerchi di farle rispettate da ambo le parti, evitando la messa in commercio di prodotti fuorvianti.

      A parte al fatto che se chiami due prodotti uguali con lo stesso nome non c’è niente di fuorviante.

      Il post fa notare però il fatto che non c’è la volontà di far rispettare delle regole *da entrambe le parti*. Non c’è alcuna simmetria.
      Questa gente vuole infatti delle regole per fare il protezionismo (non solo a casa propria ma anche a casa degli altri) poi però s’incazza quando gli altri fanno i protezionisti a propria volta. È il concetto della pisella d’oro.

      8 Ottobre 2019
    • Raoul Codazzi said:

      “e se mangio il manzo di Kobe mi aspetto che non sia prodotto in Emilia Romagna”

      Non può essere prodotto in Emilia Romagna, così come lo scotch non può essere prodotto fuori dalla Scozia. Ma mica per ragioni tecniche. Puro protezionismo. E ovviamente fa parte del gioco.

      8 Ottobre 2019
  6. Raoul Codazzi said:

    Italiani gente strana. Non esistono come popolo tranne in occasioni come queste, o quando gioca la nazionale di calcio, o ancora quando si trovano da qualche parte all’estero: fino al giorno prima non avrebbero mai stretto la mano a uno juventino o scambiato quattro chiacchiere al bar poi si trovano in giro per strada a Stoccarda e improvvisamente il Bolognese si scopre fratello del Foggiano; ma solo fino a che non vengono rivarcate le Alpi verso sud, si badi bene, perché poi torna tutto come prima.
    Italiani senza spirito critico, sopratutto. Rimpirliti dal mantra televisivo di turno.

    Mettiamola così: io arrivo a fare il miglior formaggio a pasta dura del globo (di certo non li ho assaggiati tutti, ma teniamola per buona come ipotesi), di conseguenza la fama del mio formaggio travalica i confini e il prodotto comincia a essere apprezzato e richiesto in giro per il mondo e allora io invoco una specie di brevetto eterno (eterno!) per evitare che nessuno lo riproduca. Un po’ troppo comodo. Magari domani mi sono rotto di vivere a Parma o a Reggio Emilia e decido di metter su una produzione in Moldavia (perché lì le tasse sono più basse, le donne più fighe e te la danno prima, e tutto quel che volete). Perché non dovrei poterlo fare? In fondo sto alzando la qualità media dei prodotti alimentari che girano per l’Europa.
    Fino a qualche anno fa in Lituania (magari vi annoio con ‘sta Lituania, ma è solo per parlare di quello che conosco e non a vanvera) la mozzarella non esisteva; poi hanno cominciato a importarla (la Santa Lucia della Galbani e la Granarolo), poi hanno cominciato a farla loro, ma il risultato erano una mezza schifezza, poi la Rokiškio Sūris (https://www.rokiskio.com) di Rokiškis, il principale produttore caseario del Paese, ha assunto un casaro italiano e a quel punto la Lituania ha cominciato ad avere le sue mozzarelle che sapevano di mozzarella. Al supermercato io compro quella perché ha le stesse caratteristiche delle due marche citate sopra, ma costa circa il 30% meno (i costi di trasporto sono molto più contenuti). Non è che devo confrontare una mozzarella di bufala campana con una mozzarella standard: la mozzarella di Rokiškis e quella delle due marche sopra sono entrambe industriali quindi – una volta replicato il processo – i gusti sono molto simili. Anche perché – questo non tutti lo sanno – molta della mozzarella che troviamo nei nostri supermercati viene fatta con latte (più precisamente con siero) importato proprio dalla Lituania, che è controllato (quindi sicuro) e buono, e costa meno.

    Ma l’importante è esser convinti di mangiare roba italiana, perché automaticamente ciò è sinonimo di garanzia. Non basta scrivere che i pomodorini vengono dalla Campania perché se me li produci su terreni inquinati io sono fottuto nonostante l’etichetta.

    Proviamo a pensare se tutti ragionassero con il concetto del brevetto eterno. Metti che la birra pilsner si possa fare solo a Plzeň e dintorni. Cosa fai? Ogni volta che vuoi berti una pilsner la importi dalla Boemia? Non avrebbe senso (tra l’altro nemmeno dal punto di vista economico-ambientale). La pilsner la puoi produrre ovunque, quello che non puoi fare è etichettarla con il marchio Pilsner Urquell (o qualunque altro marchio). Ad esempio io adoro le IPA (Indian Pale Ale), ma per fortuna qui in Lombardia è pieno di microbirrifici che hanno cominciato a produrle.
    Come il Cabernet Sauvignon; se coltivi quel tipo d’uva e segui il giusto processo produttivo ottiene prodotti comparabili in Cile, Sudafrica, California, Italia, Francia, ecc.
    Uno dei gruppi emergenti che mi piacciono di più sono i Greta Van Fleet; a mio parere il loro Anthem Of The Peaceful Army è un disco bellissimo. Sembra di sentire i Led Zeppelin? Sì, e a me piacciono proprio per quello. Ma mica hanno pubblicato la loro musica usando il nome Led Zeppelin in copertina. Forse amavano loro stessi quel tipo di suono, forse lo hanno fatto per interessi economici (non è importante, davvero non lo è), alla fine hanno riprodotto uno stile che ha avuto successo e che piace (Robert Plant, Jimmy Page e John Paul Jones non gli hanno mica fatto la guerra, non si sono messi a frignare, non hanno tirato in ballo gli avvocati perché qui non c’è nessun plagio; per contro si godono il piacere di aver creato uno stile musicale inconfondibile). Non puoi proteggere uno stile, puoi solo proteggere un marchio. Allora io domani mi invento uno stile di taglio di capelli e pretenderlo di renderlo irreplicabile. Assurdo, no?

    Vogliamo rendere il prodotto XYZ un patrimonio dell’umanità? Bene, definiamone le caratteristiche più o meno rigidamente, ma se poi è patrimonio dell’umanità, appunto, chi vuole produrlo deve poterlo fare, ovunque. Se dopo un viaggio a Turku decido di lanciarmi nella produzione del Salmiakki in provincia di Milano devo poterlo fare. Sarà poi il mercato (saranno i miei consumatori potenziali) a decretare se la mia idea di introdurre un prodotto tipicamente finlandese in Lombardia è di successo o no. L’importante è che io rispetti il processo produttivo o – se decido di non rispettarlo – che non spacci il mio prodotto per quello che non è.

    7 Ottobre 2019
    Reply
    • mattia said:

      Se dopo un viaggio a Turku decido di lanciarmi nella produzione del Salmiakki in provincia di Milano devo poterlo fare.

      Dio mio, quanto mi mancano le caramelle al salmiakki. Sono una delle cose che quando inizio a mangiarle non riesco a smettere.

      7 Ottobre 2019
    • Raoul Codazzi said:

      “Dio mio, quanto mi mancano le caramelle al salmiakki”.

      Come sempre nella vita è una questione di gusti: quelle caramelline che tutti mi offrivano quasi ovunque (per mia fortuna nel centro e nel nord del Paese no) per me erano immangiabili 🙂

      7 Ottobre 2019
    • am said:

      direi che il tuo discorso non fa una piega, a parte l’inizio.
      Il problema è che nel 2020 questi ed altri sono modi per fare protezionismo e bloccare la concorrenza: che sia giusto o no , purtroppo sembra che questa sia la strada per garantire gli interessi di alcuni gruppi.
      Poi se hai tempo ci spieghi che c’entra mettere in mezzo interisti e juventini: sputarsi addosso, purtroppo, è proprio caratteristico degli italiani.

      7 Ottobre 2019
    • claudio said:

      “Magari domani mi sono rotto di vivere a Parma o a Reggio Emilia e decido di metter su una produzione in Moldavia . Perché non dovrei poterlo fare?”
      Raul, non ci crederai e’ successo di peggio
      I focacciai di recco, dopo aver stilato un potente, dettagliatissimo e lungo anatema, poi certificato DOP per evitare che NESSUNO tranne loro potesse fare una focaccia andarono a promuovere ad una fiera milanese la loro opera d’ingegno fintotradizioale (in italia nulla e’ tradizionale, facevamo la fame)
      Ovviamente per promuovere la focaccia cosa fanno gli imxecilli del consorzio per la diffusione della focaccia di recco nel loro stand?
      danno volantini?
      mostrano video?
      NO
      Sfornano una calda focaccia sul suolo milanese.
      Il consorzio fu arrestato per sofisticazioni in gruppo.

      8 Ottobre 2019
    • Raoul Codazzi said:

      “Poi se hai tempo ci spieghi che c’entra mettere in mezzo interisti e juventini: sputarsi addosso, purtroppo, è proprio caratteristico degli italiani.”

      Che è quello che ho detto io. Proprio perché il Cremasco è impegnatissimo a stabilire la superiorità dei suoi tortelli alla zucca rispetto a quelli dei Cremonesi e dei Mantovani (e idem questi ultimi nei confronti dei primi), proprio perché – notizia dei primi di Agosto – in Calabria si è avviata la protesta contro il prosecco veneto nei bar e nei ristoranti, e per un infinità di casi simili, per questo a me fa molto ridere chi per due minuti si scopre un verginello difensore del Made in Italy. Vuoi veramente farmi credere che a chi vede nella ‘nduja una semidivinità freghi veramente qualcosa se Trump ha messo i dazi sul parmigiano reggiano e sul grana padano? A lui frega solo che non ci siano i dazi sulla ‘nduja. Valo lo stesso a parti invertite. Che va benissimo, basta avere il coraggio di dirlo.

      8 Ottobre 2019
  7. kheimon said:

    Il problema sottostante è che l’Italia è fin troppo blasonata e benestante per quello che rappresenta effettivamente (tratto che a onor del vero condivide con un numero di altri Paesi europei) e crede in un diritto divino di mantenere questo status.

    Ovviamente adoro l’Italia e il suo territorio e per carità, quando vado in giro non disdegno una piccola avventura culinaria… Ma c’è una cosa che mi lascia sempre più perplesso: possible che in ogni paesello o frazione c’è davvero quello specifico pomodorino, zucchina, razza suina, ecc. che rappresenta un elemento distintivo non replicabile due chilometri (o invero cinquemila) più in là? Passi il parmigiano, ma possibile che c’è qualcosa di irriproducibile praticamente in ogni angolo d’Italia?

    Mentre da un lato in pochi sarebbero in grado di distinguere quel pomodorino, quella zucchina, quella razza suina, ecc. da un altro/a, dopodomani – ma che dico? l’altro ieri – occorrerà reinventarsi come ideatori di prodotti o servizi ad alto contenuto tecnologico e valore aggiunto per vivere tutti da nababbi (è così che vorremmo vivere) in 60 milioni in un mondo dove ci sono miliardi di persone affamate (in tutti i sensi) che si affacciano per la prima volta sul mercato globale e vogliono una fetta del benessere di cui ci sentiamo padroni per diritto di nascita. Questo senza arrivare all’India o alla Cina: se va avanti così, sarà appunto la Repubblica Ceca di turno (e non lo dico né per fare un esempio specifico né per compiacere il padrone del blog) che romperà il culo all’Italia su tutte le industrie del futuro, nelle quali l’Italia non investe perché deve spendere tutto il suo (poco) capitale politico internazionale difendendo roba come il parmigiano, e tutte le sue risorse interne preservando una galassia di micro-aziende decotte e obsolete che evadono per sopravvivere.

    8 Ottobre 2019
    Reply
    • Giampaolo said:

      Beh, devo dire che io sono l’ultimo dei buongustai (non riconosco il parmigiano dal grana padano), ma è vero che in Italia abbiamo una biodiversità non presente altrove (su questa scala: per quel poco che ho visto, la Cina ha una varietà di frutti/verdure/legumi anche superiore all’Italia, ma è… come dire… un filino più grande). Basta pensare alle varietà di grano, che sono nate ovviamente NON per essere tradizionali, ma per adattarsi (dando le rese più alte possibili) a un territorio decisamente vario E sovrappopolato fin dall’antichità.

      8 Ottobre 2019
    • mattia said:

      ma è vero che in Italia abbiamo una biodiversità non presente altrove

      innanzitutto, l’agricoltura non c’entra niente con la biodiversità (anzi, è il suo opposto).
      Al massimo puoi dire che vengono coltivate più varietà diverse.

      Avere più varietà può essere utile se ciò viene fatto in maniera sensato, ossia per l’unico vantaggio che ti può dare: pararti il culo se arriva un parassita che ti distrugge una varietà.
      In quel caso se una delle altre varietà è resistente a quel parassita tu passi all’altra varietà e non vai in carestia.
      Ma questa è una cosa che puoi fare benissimo con le banche del seme, dove conservi i patrimoni genetici delle varie varietà e in caso di epidemia cerchi una varietà resistente.
      Per il resto, tolto questo caso, avere varietà diverse non serve a nulla.
      Ti serve coltivare la varietà che rende di più.

      In italia non è che vengono coltivate molte varietà perché si ama la biodiversità, ma per l’ignoranza e la paura di cambiare degli agricoltori. C’è un’inerzia nel cambiare enorme. Quando tu proponi una varietà che produce di più, che è più resistente ma, che ne so, viene dall’America il più delle volte iniziano a scheccare impazziti dicendo che è un attacco delle multinazionali che vogliono imporre la loro varietà, che non bisogna abbandonare i nostri prodotti tipici e altre siocchezze simili.
      Così alla fine in italia si coltivano mille varietà pessime mentre negli altri paesi che se ne fottono del prodotto tipico (perché non ànno una tradizione) producono poche varietà migliori e ànno rese molto più alte.
      In sostanza gli agricoltori italiani scelgono intenzionalmente di usare varietà scadenti e poi frignano se in Canada ànno rese maggiori e possono vendere sul mercato a prezzi più bassi.
      Questo è forse l’unico campo in cui alla gente sembra normale produrre in modo inefficiente senza motivo razionale.

      8 Ottobre 2019
    • kheimon said:

      Sì, credo solo che il valore di questo patrimonio in un contesto globale sia selvaggiamente sovrastimato dalla “saggezza della folla” italica, così come è sovrastimata la capacità di campare su altri nostri presunti vanti per i prossimi 2000 anni senza investire davvero nulla e senza scommettere su qualcosa di rischioso. Ci credo che c’è il pomodorino o la razza suina locale — forse mi sono espresso in modo vago, dunque vado a precisare — ma sto iniziando a non credere che sia una peculiarità che offre un vantaggio competitivo, come molti vogliono farci credere. Il mio messaggio per questi qui è: mi spiace, per il resto dell’umanità va bene anche il pomodorino che cresce due chilometri più giù, e se pensate di camparci per 2000 anni a venire sul vostro pomodorino grazie alle denominazioni locali protette, pensate ancora. Pensate a AI, metodi di produzione/trasformazione energetica, fintech o qualcosa X che ancora non esiste, perché se un Paese di 60 milioni di abitanti non autosufficiente vuole essere nella top 8 mondiale in questo secolo non può più affidarsi a pomodorini, pizza, parmigiano, turismo, scarpe e il lustro che fu.

      8 Ottobre 2019
    • mattia said:

      erché se un Paese di 60 milioni di abitanti non autosufficiente vuole essere nella top 8 mondiale in questo secolo non può più affidarsi a pomodorini, pizza, parmigiano, turismo, scarpe e il lustro che fu.

      E diciamola tutta: non è mai entrato nella top 8 mondiale con pomodorini etc.
      Quando è entrato nei paesi top è stato con l’industria pesante.

      8 Ottobre 2019
    • Raoul Codazzi said:

      @ Giampaolo, Mattia, kheimon

      Ho il sospetto che molte delle discussioni di questo tipo (non quelle sopra, ma quelle di tutto il post) siano viziate da un equivoco di fondo (equivoco che genera incomprensioni): la sovrapposizione di due piani diversi, il cui peso relativo è spesso stimato esageratamente male. Provo a spiegarmi. Nell’ambito delle produzioni enogastronomiche l’Italia cosidetta ha davvero una varietà estremamente elevata e caratterizzata da qualità in media altrettanto elevata. Si tratta dei piccoli produttori indipendenti che realizzano e commercializzano i loro prodotti in modo quasi indipendente, sfruttando molto bene internet, di solito a clientela affezionata altospendente che proviene da alcuni Paesi specifici e ricchi (Germania, California, NordEst degli USA, Mosca-San Pietroburgo, Scandinavia, …); è poi vero che ci sono zone o distretti (Chianti, Garda, Franciacorta, Trentino-Sudtorolo, Salento, certe zone della Sicilia, Friuli, …) dove c’è un effetto rete maggiore, ma – nel complesso – pur sempre minoritaria. Ecco, a mio parere l’errore sta nel pensare che queste nicchie produttive siano la norma. La norma, invece, è fatta da quella massa di appunto 60 milioni di abitanti che affolla ogni giorno i supermercati. E per dar da mangiare a questa gente le produzioni di eccellenza (nessun aveva ancora tirato fuori “eccellenza”) non servono a nulla. Le produzioni che coprono i bisogni di questa maggioranza sono proprio quelle le cui lacune (la scarsa attitudine al rischio, l’ignoranza scientifica, ecc.) sono messe in luce dal commento di Mattia qui sopra. E come dargli torto.

      In pratica noi stiamo sovrastimando in modo enorme quelle produzioni di nicchia che sono davvero di grande qualità. Poi ci sono prodotti come il grana e i prosciutti di Parma e San Daniele che si collocano in posizioni intermedie, per volumi e qualità.

      Facciamo però un errore simile a quello dei gretini. Ci sentiamo fighi perché abbiamo reso plastic free o CO2-free certe zone di Stoccolma o Milano, ma non ci rendiamo conto che se anche rendessimo plastic free e CO2-free l’intero continente sarebbe ben poca cosa rispetto al resto del mondo inquinante.

      8 Ottobre 2019
  8. mamoru said:

    a osaka han fatto la fiera del ciccolato con tanti piccoli produttori. ecco a un certo punto han deciso di smettere di darw assaggi al pubblico. che pure doveva pagare l’ingresso alla manifestazione. evidentemente pensano che lavgente compri roba da mangiare (venduta a peso d’oro) a scatola chiusa perche’ perche’ perche’… e’ fatta in italia da maestri cioccolataiiiiii 1!11!!

    9 Ottobre 2019
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