L’isola di Boracay


Premessa fondamentale: non amo particolarmente il mare. O meglio, non mi piace come normalmente è gestito. La sola idea di stabilimento balneare con gli ombrelloni tutti in fila a fare quel poco di ombra che devi rincorrere tutto il giorno mi provoca l’orticaria. Le famigliole che urlano in dialetti semiafricani cercando di richiamare i bambini mi mandano in bestia.
Una miscela esplosiva per i miei nervi.
Forse è per questo che l’ultima volta che sono andato al mare sarà stato, vado a memoria, quattro o cinque anni fa, quando mi trovavo alle Hawaii per lavoro. Ma anche in quel caso, non sono andato agli stabilimenti balneari di Honolulu (che è solo una Rimini che ci à creduto di più) bensì sulla grande isola, cercandomi un angolo di spiaggia libera dove stavo da solo.

Dell’isola di Boracay invece mi sono innamorato e se lo dico io che non sono un gran appassionato di mare significa che merita davvero.

Innanzitutto: l’acqua è calda. Una delle tante cose che non sopporto infatti è entrare in acqua e sentire il freddo al busto quando mi immergo. Poi quando esco sento il freddo di nuovo. Che palle. Io voglio l’acqua calda. Ecco, a Boracay per la prima volta ò trovato un mare in cui sono riuscito a entrare senza sentire la sensazione di freddo. Un giorno ò fatto il bagno alle cinque di mattina, e l’acqua era già calda.

L’acqua poi è pulitissima, cristallina e i fondali sono di sabbia. Niente sassi, niente conchiglie, niente di niente (solo pesci e stelle di mare). Puoi entrare in acqua a piedi nudi e non rischi niente. Una sensazione piacevolissima.
Anche la spiaggia era bella, con una sabbia fine e pulita (non ò visto un rifiuto che fosse uno).

Non ci sono obrelloni, l’ombra viene fatta dalle palme o da enormi piante simili a magnolie. E scusate se preferisco distendermi sulla spiaggia guardando il cielo coperto dalle palme e non dalla stoffa blue a righe bianche del bagno 56.
Da una parte le palme, dall’altra le barche che aspettano i turisti per le escursioni.
Sulla spiaggia è persino vietato mangiare, quindi non incontri orde di famiglie Esposito che urlano alle criature di venire a mangiare la peperonata.

Non è un mare costoso, alla stazione 1 (quella più bella) gli hotel costano comunque poco. Anche per i ristoranti puoi mangiare a cifre basse (non stracciate, però). Ma al di là di questi dettagli la cosa che più mi à soddisfatto è stata l’atmosfera. Per quanto ci fossero tante attività commerciali (bar, ristoranti, massaggiatrici, negozietti di ricordi) l’atmosfera rimaneva naturale.

Il problema principale per me è stato il caldo. Dalle 12 alle 16 io dovevo starmene in albergo con l’aria condizionata, ché in un paio di occasioni ho rischiato di perdere i sensi per la temperatura eccessiva.
Dopodiché c’è un aspetto di non poco conto: usciti dalla striscia della spiaggia, ti trovi in un paese del terzo mondo, con tutto quello che comporta. I mezzi di trasporto con cui ti muovi sono molto rudimentali e inquinanti. Il tragitto dal porto all’hotel l’ò fatto su di un furgoncino che aveva almeno 40 anni, portati male. Cruscotto a pezzi, lamiera arrugginita e tutti i fumi di scarico dei veicoli circondanti che mi entravano nelle narici. Una cosa nauseante che ti fa urlare i polmoni dal dolore.

Il governo à lavorato molto per Boracay: è stata recentemente migliorata, pulita, e ora per accedervi si paga un contributo ambientale (mi sembra 100 peso) per contribuire a tenerla pulita. La strada da fare è ancora lunga.
Molti edifici sono ancora poco più che baracche. La cosa curiosa è che persino camminando sulla spiaggia trovi resort, bar e ristoranti di qualità, e di fianco baracche che ti chiedi come facciano a stare in piedi.

Da un certo punto di vista potete star sicuri che Boracay non è un luna park separato dalla realtà, dove tutto viene tenuto elegante e curato mentre fuori, lontano dagli occhi dei turisti la gente vive nel terzo mondo.
No, a Boracay i due mondi s’incrociano. Sei sempre e comunque inserito in un paese del terzo mondo anche se le bellezze naturali sarebbero degne di un resort di lusso.