Il test della lotteria

Se lavorate nel campo della ricerca vi consiglio vivamente di salvare questo articolo. Potrebbe sempre capitarvi di fallire miseramente la carriera accademica e di dover spiegare alla nonna come mai non fate più il ricercatore. In quell’articolo trovate tante scuse pronte.

In buona sostanza l’autore si lamenta delle condizioni in cui ti trovi a lavorare se scegli una carriera nella ricerca. Un ambiente che definisce come “un luogo di sfruttamento, storture, inefficienze e disagio mentale“. Manca solo la crocifissione in sala mensa.

Il racconto è da film degli orrori.

Ho visto persone di trent’anni con fior di titoli accademici piangere accasciate nei corridoi. 

[…]

Chi ci lavora lo sa bene, e l’argomento è discusso da tempo: a seconda degli studi e delle definizioni, dal 12 al 40% degli accademici ha subito episodi di bullismo almeno una volta nella carriera. Secondo Eve Seguin su University Affairs si stima che a sua volta il 12% dei professori che subiscono mobbing si sia tolto la vita. Sono episodi che vanno dall’ostracismo sottile al sabotaggio vero e proprio, passando per l’umiliazione, la violenza verbale

Addirittura parla della sua esperienza. Dice che è uscito dal mondo della ricerca facendosi due anni di psicofarmaci.

Allora, cerchiamo di mettere un po’ di cose in ordine.

1)Impegno fuori orario.

L’autore racconta che molti ricercatori ricevono telefonate alle 6 del mattino o devono passare il fine settimana in laboratorio. Tanto che poi invoca un movimento simile al “me too” (non ridete, l’à scritto sul serio) in modo che vengano regolamentate le ore di lavoro.
In pratica questo tizio desidera che il lavoro del ricercatore sia uguale a quello di un salumiere: apre la bottega, timbra il cartellino, lavora, timbra all’uscita e una volta lasciato il negozio non vuol più sentire parlare di lavoro.

Ecco, spiace dirlo ma nella ricerca non funziona così. E non può funzionare così. Nella ricerca così come in qualsiasi altro lavoro di concetto in cui lavori per scadenze o nel quale sei sufficientemente ad alto livello.
Ricevere chiamate fuori orario di lavoro o lavorare nel fine settimana è normale per molti lavori, senza nemmeno necessità di arrivare ai dirigenti.

C’era un mio amico che faceva l’impiegato per un’azienda di dispositivi elettrici e si occupava di norme e marchi. Quando arrivavano ispettori dei mille mila istituti che controllano l’aderenza alle norme il mio amico non solo doveva passare tutta la giornata con loro in azienda, alla sera doveva anche portarli a cena e far loro passare una bella serata. E manco era un quadro, era solo un impiegato.

Conosco gente che lavora nella contabilità che lavora normalmente 11-12 ore al giorno e quando ci sono le ispezioni rimane al lavoro fino all’una di notte per poi ricominciare il giorno dopo alle nove di mattina.
Se poi si permette di prendere due settimane di ferie capita che ogni tre per due deve passare 20 minuti al cellulare a spiegare al collega come fare il suo lavoro.

Potrei continuare all’infinito con esempi del genere. Quello di ricercatore è solo uno dei mille mila lavori dove non puoi permetterti di staccare quando (non) timbri il cartellino o dove lavori tante ore, specialmente quando sei vicino a una scadenza.

Anche a me è capitato di essere a casa dai miei genitori per le vacanze natalizie e la sera ero al calcolatore per caricare l’abstract per una conferenza perché la scadenza era dopo tre ore.
Amen, lo fai. Non è che puoi dire “lo faccio domani“, ché domani è già oltre la scadenza. Idem con patate per i report dei progetti, le domande di finanziamento, le tesi degli studenti e tutto il resto. Se sei sotto scadenza non puoi mica dire “poffarbacco, sono finite le mie otto ore, adesso vado a giocare a canasta e ci penso domani“.

Tutti quelli che conosco lavorano fuori orario e nessuno prende psicofarmaci. Una volta mi è capitato di ricevere un sms a mezzanotte dal mio capo perché era in Germania e si era dimenticato di trovare un sostituto per la lezione del giorno dopo. Gli ò detto che l’avrei fatta io e amen. Non è sono andato in piazza a strillare che il mio capo mi fa mobbing.
Potrei raccontarvi di tutti i colleghi che ò visto portarsi articoli scientifici da leggere nelle situazioni più improbabili, da una corriera che ci portava a un ballo nel Nord Boemia fino a una grigliata in Sud Moravia. Io ero lì che grigliavo e un mio collega era sul tavolone del giardino a fare calcoli.
Lo fanno tutti senza finire dallo psicologo.

Se vuoi un lavoro in cui fa otto ore e timbrato il cartellino poi stacchi completamente, be’… fai un altro mestiere.
Ma ti avverto, non sono così tanti i mestieri dove puoi staccare completamente. Almeno, se parli di mestieri qualificati di un certo livello.

2) Lo stigma sociale sulla debolezza mentale

Ci sono problemi da risolvere, e non solo in Italia. […] Creare centri di assistenza per la salute mentale del personale accademico, a partire dai dottorandi. Combattere lo stigma che ancora colpisce chi ha problemi di salute mentale, letti troppo spesso come sintomo di debolezza e di incapacità. 

Sapete benissimo che io ò un enorme rispetto per i problemi di salute mentali. Anzi, sono uno dei pochi che dice sempre di rivolgersi a specialisti e non aver vergogna.

Questo però non significa che chiunque può fare il lavoro di ricercatore anche se non à la scorza sufficientemente dura.
Purtroppo si è diffusa l’idea che per fare ricerca devi essere “bravo”. Devi studiare e imparare tante cose. Quindi tu prendi il ragazzo che si è laureato con 110 e lode, che à fatto un ottimo dottorato di ricerca e che è un semi genio e pensi che sia destinato a diventare un grande ricercatore. Anzi, pensi che sia un suo diritto.

Non è così. Per fare ricerca servono anche altre capacità. Servono capacità di visione (devi sapere quando fermarti se una strada non va, per non sprecare tempo, e poi cambiare strada… non è così facile). Devi essere in grado di lavorare in gruppo e interagire con altre persone, motivo per cui i sociopatici o fanno ricerca nei pochi campi in cui puoi lavorare da solo oppure falliscono miseramente nella scienza.
Devi avere la scorza dura per resistere a un’alta competizione e a un lavoro che può richiedere sacrifici (ma che quando dà soddisfazioni è fantastico).

Se ti metti a piangere in corridoio non sei portato per la ricerca. Anche se ài tutti i titoli di questo mondo. E no, non è un problema della ricerca, è un problema tuo. Significa che nella vita devi fare dell’altro.

Non puoi pretendere che il mestiere di ricercatore cambi per consentire l’accesso a questo lavoro anche a chi non à le capacità necessarie per farlo.

Vale per tutte le professioni. Prendete una posizione come quella dell’amministratore delegato di un’azienda. Richiede capacità di leadership, di comando, di gestione e sicuramente una scorza molto dura. Se uno si mette a piangere in corridoio non può fare il dirigente di un’azienda. Perché mai dovresti pretendere che possa fare il ricercatore?

Oppure prendete gli atleti. Per raggiungere alte prestazioni fisiche si devono fare un culo così con allenamenti massacranti. Se uno non ce la fa a sostenere questi ritmi non fa l’atleta. Non è che pretendi di diritto una carriera da atleta anche per chi non à la capacità di allenarsi per ore e ore al giorno.
Perché mai dovresti pretendere come diritto che una persona senza le capacità per fare il ricercatore possa fare la carriera da ricercatore?

Se uno non è capace di sostenere lo stress che deriva dall’attività di ricercatore fa altro. L’alternativa è creare un mondo della ricerca dove al ricercatore che fallisce si mette a piangere in laboratorio e tu gli accarezzi le spalle e gli dici “ma no, sei bravi anche tu, tieni… prendi un premio, così lo mostri alla nonna ed è orgogliosa. Bravi, siamo tutti bravi! E ora cantiamo tutti assieme…
Cosa volete che produca un ambiente così?

Sia chiaro, io capisco le persone deboli e ritengo assolutamente giusto che in una società civile debbano avere un lavoro dignitoso pure loro. Un lavoro che consenta loro di mantenersi e di mantenere una famiglia. Ma questo lavoro non deve essere per forza la ricerca.

3) I problemi, ovviamente, ci sono

Ho visto ricercatori sabotare il software che davano agli studenti per impedire loro di proseguire. Ho visto altri “aiutare” nuovi arrivati, salvo poi derubare loro i sudati dati e spacciare i loro esperimenti come i propri.

Non sono qui a dire che non esistano problemi come questi. Ma sono problemi molto più marginali di quello che si vorrebbe far credere.
Di tutte le persone che conosco io penso che nessuno farebbe bastardate del genere.

Perché mai dovrei impedire agli studenti di andare avanti? Se per puro sbaglio trovo uno studente bravo che mi produce qualcosa di utile gli stendo il tappeto rosso, altro che sabotargli il lavoro. Per paura di cosa? Che mi superi? Ma chi se ne frega. Se sono convinto di valere qualcosa non ò mica paura che uno studente valga più di me.

Parlando con colleghi di tutto il mondo è opinione comune di come oggi sia difficilissimo trovare buoni studenti. Delle volte passi mesi se non anni a formarli e poi se ne vanno. Tanto che se troviamo uno studente bravo speriamo intensamente che rimanga con noi. Figuratevi se cerchiamo di bloccarli.

Ovviamente esistono personaggi del genere. Un mio amico era alle dipendenze di un tipo che lo bloccava. Non gli consentiva di fare una domanda di finanziamento in modo autonomo perché tutto doveva passare da lui.

Bene, è rimasto lì finché non è finito il suo fellowship e poi à menato le tolle e se ne è andato altrove a lavorare, con un capo migliore che lo valorizza. E il capo stronzo di prima è rimasto da solo senza nessuno che lavora per lui.

Ci sono persone del genere, così come ci sono in qualsiasi lavoro. Entra in un’azienda qualsiasi e potrai trovare un capufficio che invece di valorizzare un sottoposto lo blocca per paura che lo sorpassi. Benvenuto nel mondo dei grandi!
Ma la soluzione esiste: andarsene. Non sei mica obbligato a lavorare in quel gruppo di ricerca. Va’ altrove e lavora per un gruppo dove il capo ti valorizza: sono la maggioranza.

4) I vantaggi

L’autore magicamente si dimentica di raccontare i vantaggi di lavorare nella ricerca.
Scrivo questo post all’aeroporto mentre sto per imbarcami per Nuova York.
La prossima settimana sarò a Washington per una conferenza. Non proprio il miglior periodo dell’anno per andare da quelle parti, ma insomma… io in lustri che lavoro nella ricerca ò girato il mondo intero. Per lavoro sì, ma voi ditemi quale lavoro vi manda in viaggio a Honolulu o a Rio de Janeiro. In questi anni ò visitato posti che altrimenti non avrei mai visto nella mia vita (senza contare le incredibili conseguenze del mio ultimo viaggio del Sud-Est asiatico dello scorso anno).
Sì, la ricerca ti richiede sacrifici ma à anche aspetti positivi come questi. Non li vuoi mettere in conto?

Ma soprattutto, nella ricerca puoi fare, all’incirca, quello che ti piace. Certo, per fare ricerca servono soldi, quindi non è che fai proprio proprio quello che vuoi. Devi presentare un progetto di ricerca e qualche agenzia te lo deve approvare. Capita dunque che devi modificare i tuoi piani per venire incontro a quello che si aspetta l’agenzia che apre la borsa.
Ma ciò non à nulla a che vedere con il lavorare in azienda. Quando fai ricerca ài una libertà che nemmeno ti sogni quando lavori in un’azienda.
Sì, devi macinare articoli su articoli nel mondo della ricerca (ommioddio che scandalo!), ma il tema dell’articolo lo decidi tu. Magari i revisori ti obbligano a cambiare qualcosa…. ma insomma.
Quando lavori in azienda devi fare quello che vuole il cliente, altrimenti non vendi e fallisci. In azienda non fai quello che ti piace, fai quello che vende.
Ci vuole davvero un bel coraggio a non riconoscere questo enorme vantaggio.

5) Le soluzioni (quelle vere)

L’autore del pezzo suggerisce alcune soluzioni per risolvere i problemi nel mondo della ricerca.
Soluzioni al ribasso: abbassare il livello di competitività, rendere il lavoro della ricerca come quello di un salumiere che fa le sue otto ore e poi quando timbra stacca completamente dal lavoro, fare in modo che anche persone deboli mentalmente possano fare il lavoro di ricercatore.

Le vere soluzioni sono altre.
Innanzitutto, se ci sono episodi di mobbing vero e proprio (non le cazzatine per cui si offendono i fiocchi di neve) basta denunciarli alle commissioni etiche. Se un ricercatore sabota il lavoro di uno studente una commissione disciplinare lo fa fuori. Nella mia università ànno licenziato gente per molto meno.

Dopodiché, la vera soluzione sta nel capire due elementi fondamentali:

– anche nella ricerca siamo tutti utili ma nessuno indispensabile.
Tolti pochissimi personaggi a livello di Einstein o giù di lì, il lavoro che non fa un ricercatore lo può fare un altro. Se anche uno si perde per strada perché non regge mentalmente la ricerca non ci perde niente. Ci sarà un’altra persona ugualmente brava, che otterrà gli stessi risultati senza piangere in corridoio.

-il lavoro di ricercatore è, appunto, un lavoro. Non è una vocazione. La ricerca è un lavoro e lo fai come un lavoro, ossia per mantenere te e la tua famiglia con il vantaggio di fare qualcosa che ti piace. Non lo fai perché è una missione. Gran parte dei problemi mentali dei ricercatori derivano proprio dal fatto che vedono la ricerca come una missione, come lo scopo della propria vita. Così quando falliscono ànno dei crolli mentali perché fallire nella ricerca equivale a fallire nella propria vita.
Se invece tu vedi la ricerca come un lavoro la vivi molto più tranquillamente.
Io suggerisco sempre di fare il test della lotteria. Provate a chiedere a un ricercatore se continuerebbe a lavorare con lo stesso impegno se domani vincesse 10 milioni di euro alla lotteria. Se ti risponde orgoglioso di sì significa che è a rischio crollo mentale in caso la carriera gli vada male.
Se invece, come il sottoscritto, vi risponde che senza il problema di dover fare uno stipendio si ritirerebbe a pescare, scrivere romanzi, fare l’uncinetto in campagna o coltivare begonie allora potete avere al sicurezza che quel ricercatore è sufficientemente distaccato dal suo lavoro per reggere eventuali fallimenti nella ricerca.

13 Comments

  1. DG said:

    si torna sempre alla super-trita teoria della “società senza competizione”. a forza di dire che la competizione non fa bene all’asilo, non fa bene alle scuole elementari, non fa bene alle scuole medie, si finisce con il tirare su dei rammolliti che alla prima sfida, invece di dire “che bello, ora posso finalmente provare quanto valgo”, si mettono a piangere nel corridoio.

    12 Gennaio 2019
    Reply
    • Shevathas said:

      io, causa scuola elementare non parificata, ho dovuto fare l’esame di ammissione alla classe successiva tutti e cinque gli anni delle elementari.
      Oggi la maestra sarebbe stata denunciata alla corte dei diritti umani dell’AIA.

      14 Gennaio 2019
  2. Giada :) said:

    Interessante articolo comunque…la tua ragazza è del sud est asiatico? Siamo tutti curiosi e vorremmo un selfie di voi 2 insieme 👍

    12 Gennaio 2019
    Reply
    • mattia said:

      Interessante articolo comunque…la tua ragazza è del sud est asiatico? Siamo tutti curiosi e vorremmo un selfie di voi 2 insieme

      La vita privata si chiama così perché, appunto, è privata.
      Quindi no 🙂

      13 Gennaio 2019
    • Giada ;) said:

      😀😀😀

      13 Gennaio 2019
  3. Paolo (東京) said:

    Ben scritto!
    I bulli veri e i truffatori veri nel mondo accademico fanno una brutta fine.
    Mi accontenterei anche di 1 milione (di Euro) per lasciare baracca e burattini

    13 Gennaio 2019
    Reply
  4. Matteo said:

    Sicuramente in campo scientifico ci sarà maggiore oggettività, e dunque maggiore meritocrazia (all’estero: in Italia non so quanto). Ma in quello umanistico puoi avere la scorza dura quanto vuoi, che se non sei appoggiato da un barone non arrivi da nessuna parte. Donde inevitabilmente depressione e disperazione eccetera.
    Cambiare gruppo di ricerca in campo umanistico è pressoché impossibile. Ci sono “scuole” ben definite, che si escludono a vicenda. Dirai che ciò accade perché la ricerca umanistica non è scienza in senso proprio, dunque non può essere del tutto oggettiva. Forse è vero. Ma in Italia i concorsi sono truccati anche in campo scientifico. (Mi sono sempre chiesto come facciano a truccare i concorsi di matematica. Ebbene, chi deve vincere ha la prova d’esame, proibitiva, mesi prima).
    Credo che lo stress derivi soprattutto dall’esigenza di trovarsi ad ogni costo degli appoggi politici o accademici forti (dovendo accettare, a tal fine, compromessi, sfruttamento, vessazioni). Tu dici che i docenti non si lasciano sfuggire uno studente capace. In Italia lo studente capace è spesso boicottato proprio perché rappresenta un potenziale pericolo per i raccomandati già battezzati dai baroni.

    13 Gennaio 2019
    Reply
    • mattia said:

      Sicuramente in campo scientifico ci sarà maggiore oggettività, e dunque maggiore meritocrazia (all’estero: in Italia non so quanto). Ma in quello umanistico

      Infatti si stava parlando di scienza. Cosa c’entra il campo umanistico?

      13 Gennaio 2019
  5. Matteo said:

    Il fatto è che in Italia le baronie ci sono in eguale, o quasi eguale, misura anche in campo scientifico. Può darsi che nella Repubblica Ceca, come in tutti i paesi che si trovano in fase di crescita, non di declino, ci sia maggiore meritocrazia.

    13 Gennaio 2019
    Reply
    • mattia said:

      Il fatto è che in Italia

      Ma mica si stava parlando di italia…

      13 Gennaio 2019
  6. Shevathas said:

    Per il resto se il lavoro di “concetto” è pagato tanto è perché hai anche tante rogne; una cosa che non si capisce è che certi lavori son pagati tanto perché hanno tante rogne.
    Molti invece vedono solo il calciatore con la modella e non considerano che il primo deve allenarsi “abbestia” per rimanere sulla cresta dell’onda e la seconda ha una vita infernale con un regime dietetico tremendo.
    molti frignano quando vedono cosa c’è dietro la crosta.

    14 Gennaio 2019
    Reply
    • mattia said:

      Per il resto se il lavoro di “concetto” è pagato tanto è perché hai anche tante rogne

      A onor del vero bisogna dire che in questo caso l’elemento della paga elevata manca in molti casi…

      14 Gennaio 2019
  7. ava said:

    Sono sempre più dell’ idea che un anno di manovalanza pesante in cantiere aiuterebbe molto la produttività di certi uffici . Anche solo la coscienza di considerare un privilegio lavorare in un ambiente riscaldato e climatizzato permetterebbe di apprezzare maggiormente il posto di lavoro che si occupa, rendendo gli inevitabili sacrifici meno pesanti .
    Purtroppo nell’ epoca postmoderna ( che io definirei ormai mentalmente medievale, con il massimo rispetto per il medio evo ) in cui viviamo non si comprendono nemmeno i concetti di ” uguaglianza ” e ” diritto ” dell’ individuo , confondendoli con i concetti di ” immobilismo ” e “privilegio”. Il problema è che questi ragionamenti da decerebrati vengono portati avanti non tanto dal popolino , quanto dall’ intellighenzia ( scientifica, nel nostro caso, ma si dovrebbe supporre che chi deve essere la punta di lancia della ricerca riesca per lo meno a comprendere i concetti base dello stato moderno) , che si dimostra spesso più deficiente dell’ uomo della strada, il quale almeno è così fortunato da comprendere , avendo un lavoro dimmerda, come vada il mondo meglio di certi studiosi da torre d’avorio. E questo lo dico a ragion veduta perchè conosco diversi ricercatori all’ università e purtroppo di queste lagne ne sento anche troppe.

    14 Gennaio 2019
    Reply

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