Pregiudizi accademici

Che nel mondo accademico ci siano pregiudizi enormi è un dato di fatto. L’altro giorno spiegavo come un mio studente se ne è andato in inghilterra a pagare botte di 24 mila sterline all’anno per la laurea magistrale pensando di trovare chissà cosa e poi si è trovato insegnanti che dicevano castronerie a lezione. Però oh, è l’inghilterra e studiare in inghilterra fa figo.

Un altro esempio di pregiudizio accademico ve lo racconto oggi sulla scorta dell’esperienza che ò avuto lunedì in Slovacchia. Domenica sera ò preso il treno notturno che mi à portato a Košice dove mi avevano invitato a tenere una lezione per la locale associazione di scienziati che lavorano nel magnetismo. Prima della lezione, come di consueto, mi ànno portato a fare un giro nei laboratori. Ebbene, sticazzi.

L’edificio era vecchio e non tenuto benissimo. Qualche piastrella traballava ma mi ànno spiegato che la sovrintendenza alle masturbazioni artistiche non concedeva di fare un pavimento nuovo se non mimando lo stesso stile con piastrelle prodotte usando lo stesso metodo, il tutto per salvaguardare l’aspetto storico-artistico dell’edificio; a quel punto l’università à risposto che preferiva tenersi le piastrelle traballanti.
Poi però all’interno dell’edificio c’erano strumentazioni modernissime che costavano una fortuna. Tutte con la bandiera europea appiccicata in bella vista perché era tutta roba comprata coi fondi europei.

Non entro nei dettagli per non annoiare, ma vi assicuro che una persona che lavora nello sviluppo di materiali magnetici sognerebbe di stare in un posto dove à tutte quella strumentazione contemporaneamente disponibili in un unico posto. Un dottorando o un ricercatore che lavora nel settore dovrebbe solo baciarsi i gomiti a poter lavorare qualche mese in quel laboratorio. Eppure se un ricercatore ti dice “ehy, vado sei mesi a fare ricerca a Košice” le reazioni sono del tipo: che ài fatto di male? a chi ài pestato i piedi? ài la fidanzata da quelle parti? vai lì per la birra? che cazzo fai a Košice?
Perché in automatico uno pensa che a Košice non si possa fare ricerca scientifica di alta qualità. Chi è che ti dice “urca, vai a Košice a fare ricerca? Complimenti! Che fortuna che ài“? Eppure vi assicuro che quel laboratorio c’è tutto per fare ottima ricerca. Tutto quello che andrò a fare a Madrid da gennaio avrei potuto farlo lì, con macchine anche più moderne, se è per quello (solo che a Madrid fa più caldo).

Poi oh, se il vostro scopo è far contenta la nonna che si vanta con le amiche dal parrucchiere il sabato pomeriggio andate pure in un posto famoso, ma se vi interessa la sostanza lasciate perdere la fama di un’università o della città dove si trova e ficcate il naso dentro i palazzi per vedere quello che c’è davvero dentro.

10 Comments

  1. Andrea Occhi said:

    È lo stesso discorso di quelli che vanno in Australia a fare la vendemmia, ma mai farebbero la vendemmia in Franciacorta o la coidura¹ in Val di Non.
    Vai a fare la vendemmia in Australia -> figo
    Vai a fare la vendemmia in Franciacorta -> poveraccio.

    E tieni conto che il livello di internazionalità è più o meno lo stesso.

    ¹ in val di Non e in val di Sole la raccolta delle mele è talmente importante che c’è un termine dedicato che la indica

    7 novembre 2018
    Reply
  2. Martyn said:

    Qualche anno fa chiesi a due Nobel due domande che per te saranno abbastanza banali, ma per me non lo erano:
    a) Come scelgo un laboratorio ed una persona con la quale lavorare per un postdoc?
    b) È davvero necessario andare in una università rinomata per ottenere successo nela mia carriera?

    Uno dei nobel rispose ad a, di andare di persona a dei laboratori previamente selezionati, vedere la struttura, come si lavori e come si trovi la gente chiedendo.
    Tu nel post parli dei macchinari che sono da favola, però non parli di come si lavori e quindi se chi dirige sappia usare o meno i macchinari in questione, se segue un metodo scientifico come si deve, se si sappia cacciare i fondi per andare avanti e così via.

    a b entrambi mi risposerò che andare in una Università rinomata è importante. La motivazione che mi hanno dato era relativa all’ambiente stimolante, che una Università rinomata normalmente presenta.

    Per quanto riguarda fare contenta la nonna, la questione purtroppo non si limita ai tuoi parenti. Qui in Spagna per dei contratti mi fecero fuori puntuandomi male nei rapporti internazionali. Paradossalmente ho conosciuto persone, che sono andate per tre mesi in due università “prestigiose” non pubblicando né imparando una tecnica di valore, puntuate meglio di me che all’estero ero stato per un tempo maggiore e pubblicando. Chiaramente ti racconto il caso, mi immagino che in altre realtà la questione sia affrontanta in una forma più pragmatica.

    P.s.: Specifico che erano Nobel perché erano due scienziati anziani con un determinato tipo di esperienza e che per raggiungere i rispettivi traguardi hanno passato anni fuori. Considero che erano persone adeguate alle quali chiedere.

    7 novembre 2018
    Reply
    • mattia said:

      Uno dei nobel rispose ad a, di andare di persona a dei laboratori previamente selezionati, vedere la struttura, come si lavori e come si trovi la gente chiedendo.
      Tu nel post parli dei macchinari che sono da favola, però non parli di come si lavori e quindi se chi dirige sappia usare o meno i macchinari in questione, se segue un metodo scientifico come si deve, se si sappia cacciare i fondi per andare avanti e così via.

      Quando vai a fare un giro di quattro ore nei laboratori non è che ti fanno solo vedere le macchine come se fossero modelle.
      Si parla, si chiacchiera. E certe cose le capisci al volo, figurati.
      Se uno compra le macchine e non sa cosa farci/come usarle lo capisci. Tra l’altro, il problema principale non è nemmeno il “non saper usare il metodo scientifico”, ché di gente così ne ò incontrata, per carità, ma generalmente chi fa ricerca sa usare il metodo scientifico. Il problema sono le strumentazioni: come usare il metodo scientifico puoi impararlo, ma se non ài le macchine non fai nulla.

      a b entrambi mi risposerò che andare in una Università rinomata è importante. La motivazione che mi hanno dato era relativa all’ambiente stimolante, che una Università rinomata normalmente presenta.

      Mah, questa mi sembra una supercazzola. In cosa consisterebbe l’ambiente stimolante?
      Il fatto che se la mattina arrivi in una università con il prato tagliato a puntino o con il nome prestigioso allora di gonfi il petto e lavori il doppio? Il fatto che puoi indossare la felpa dell’università e sentirti orgoglioso con un ritorno di motivazione a lavorare di più?
      Oppure sono le aree relax con i divani moderni e le macchine del caffè che erogano bevande gratuite dove puoi chiacchierare, pardon, fare brainstorming?

      L’ambiente stimolante uno ce l’à se è nelle condizioni di lavorare. Se, quando gli serve qualcosa, può comprarlo senza impazzire con sistemi burocratici assurdi per un acquisto da 50 euro, se non è oberato di burocrazia, se puoi viaggare per conferenze oppure no…
      Poi uno la motivazione se la trova da solo per lavorare. Se à bisogno dell’ambiente stimolante per lavorare è meglio che lasci perdere.

      Anche perché, il più delle volte, l’ambiente stimolante è spesso fuffa. Consiste in persone che gridano al mondo “siamo fighi! siamo i più fighi del mondo! uh! uh! uh! Siamo figherrimi!”.
      Che se uno è abituato a farsi trasportare dalle emozioni magari funziona anche, ma se uno appena appena si ferma e chiede “perché?” crolla tutto.

      Per quanto riguarda fare contenta la nonna, la questione purtroppo non si limita ai tuoi parenti.

      Precisazione: qui i miei parenti non c’entrano nulla.
      I miei di nonni sono tutti morti prima che finissi le elementari, figurati.

      Qui in Spagna per dei contratti mi fecero fuori puntuandomi male nei rapporti internazionali. Paradossalmente ho conosciuto persone, che sono andate per tre mesi in due università “prestigiose” non pubblicando né imparando una tecnica di valore, puntuate meglio di me che all’estero ero stato per un tempo maggiore e pubblicando.

      Ma guarda che lo so benissimo. Il pregiudizio accademico investe prima di tutto il mondo accademico stesso.
      Sono le stesse persone che lavorano in campo accademico che sono vittime di questi pregiudizi. Il problema è che nessuno nel mondo accademico ne parla, c’è una grande fetta nella valutazione delle persone che dipende da cose che non ànno nulla a che vedere con la sostanza ma a tutti va bene così.
      Io lo vedo come un freno a mano tirato al mondo accademico (uno dei tanti).
      Sarebbe anche ora di svegliarsi e di lasciarlo andare.

      7 novembre 2018
    • Martyn said:

      “Il problema sono le strumentazioni: come usare il metodo scientifico puoi impararlo, ma se non ài le macchine non fai nulla.”

      Senza dubbio, però ti devi incontrare nella condizione di poterle utilizzare e magari sono parcheggiate in attesa di essere utilizzate. Ho visto che in alcuni laboratori determinate tecniche vengono idealizzate e apparati costosi vengono lasciati a dormire per paura di una rottura. Personale esperienza: il macchinario deve essere accompagnato da gente che vuole usarlo (tutto si impara). E qui mi riconnetto al “L’ambiente stimolante uno ce l’à se è nelle condizioni di lavorare.”

      “Mah, questa mi sembra una supercazzola.”
      In parte lo era.

      “In cosa consisterebbe l’ambiente stimolante? ”
      Non credo si riferissero solo ai prati verdi, alle montagne innevate ed alle spiagge cristalline ed al caffé nel sofà di pelle umana. Si riferivano a persone che cercano collaborazioni attivamente e ad ambienti prolifici in università e centri di ricerca dove il confronto è stimolato. Una cosa è dover viaggiare, un’altra è poter seguire conferenze sotto casa. Lo stimolo può essere dovuto anche da quanto siano esigenti nel mantenere la posizione di lavoro attiva all’interno dell’Università.

      “Poi uno la motivazione se la trova da solo per lavorare. Se à bisogno dell’ambiente stimolante per lavorare è meglio che lasci perdere.”

      Non me lo hanno proposto come se fosse una conditio sine qua non. La maggior parte del tempo si passa in laboratorio da solo.
      Per il resto sono d’accordo in parte. Non parlo di bisogni come quello del sistema burocratico efficiente che è una necessità.
      Non puoi negare che, se lavori affiancato da gente con la quale puoi parlare delle tue ricerche e puoi confrontrarti liberamente, il tuo lavoro non migliora anche di un briciolo.

      “Precisazione: qui i miei parenti non c’entrano nulla.
      I miei di nonni sono tutti morti prima che finissi le elementari, figurati.”
      Lo avevo capito. Ho utilizzato il “tuoi” impropriamente

      7 novembre 2018
  3. Mauro said:

    Mah, questa mi sembra una supercazzola. In cosa consisterebbe l’ambiente stimolante?

    L’unica cosa (potenzialmente) più stimolante nelle università “rinomate” rispetto alle altre è che generalmente Hanno una presenza più internazionale, sia a livello di studenti che di docenti, visto che – proprio per la nomea – tutti o quasi vogliono andarci.
    E un ambiente più internazionale dovrebbe stimolare più apertura culturale.
    A livello scientifico non c’è di più stimolante lì che altrove.

    7 novembre 2018
    Reply
  4. kheimon said:

    Alcune università blasonate (e.g. quelle della Ivy e “Oxbridge”) vendono come (buona) parte del pacchetto un network di relazioni già stabilito nel quale è concentrato molto potere e molta grana. A quel punto il sistema, una volta a regime, nutre se stesso con un feedback positivo. Per entrare nell’élite, più che conoscenza, ti servono conoscenze: vuoi quindi frequentare quelle università in modo da accedere al loro network per una chance di intercettare un biglietto vincente della lotteria sociale, e questo fa sì che si auto-avveri la profezia secondo cui quelle università formano le élite. È triste, lo so, ma il network è sostanza, perciò purtroppo andare in un posto “in” ha senso anche razionalmente, non è solo per ingraziarsi la nonna.

    7 novembre 2018
    Reply
    • mattia said:

      Alcune università blasonate (e.g. quelle della Ivy e “Oxbridge”) vendono come (buona) parte del pacchetto un network di relazioni già stabilito nel quale è concentrato molto potere e molta grana. A quel punto il sistema, una volta a regime, nutre se stesso con un feedback positivo. Per entrare nell’élite, più che conoscenza, ti servono conoscenze: vuoi quindi frequentare quelle università in modo da accedere al loro network per una chance di intercettare un biglietto vincente della lotteria sociale, e questo fa sì che si auto-avveri la profezia secondo cui quelle università formano le élite. È triste, lo so, ma il network è sostanza, perciò purtroppo andare in un posto “in” ha senso anche razionalmente, non è solo per ingraziarsi la nonna.

      Assolutamente d’accordo. Se tu frequenti una certa università c’è una buona probabilità che dopo 20 anni il tuo compagno di banco diventi primo ministro o a.d. di una importante azienda. E sì, le conoscenze – di persone – contano. E il meccanismo del feedback positivo funziona esattamente come ài descritto.
      Attenzione però, quando io parlo di “sostanza” mi riferisco alla conoscenza di argomenti, non di persone.

      7 novembre 2018
    • kheimon said:

      Attenzione però, quando io parlo di “sostanza” mi riferisco alla conoscenza di argomenti, non di persone.

      Sfondi una porta aperta. In questa sede mi dolgo proprio del fatto che altri abbiano una definizione distorta di “sostanza”.

      7 novembre 2018
  5. fgpx78 said:

    A parte per la TUKE (eru lì, no?) a Kosice si va per una cosa sola. E la nonna non può però vantarsene.

    7 novembre 2018
    Reply
    • mattia said:

      (eru lì, no?)

      No 😉

      a Kosice si va per una cosa sola

      per visitare il duomo di santa elisabetta?

      7 novembre 2018

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Nota sui biscottini: questo sito usa solo i biscottini di base di Wordpress per il funzionamento del sito. Non usa biscottini per memorizzare vostri dati personali, anche perché non me ne frega niente. Pensate che non vengono nemmeno fatte le statistiche sugli accessi di questo sito. Non ci sono nemmeno i pulsanti per mettere apprezzamenti sul feisbuc, il tuitter o altre reti sociali. Ciao.