Priorità a scuola

Avete presente quella strana sensazione che si prova quando pensate che stia succedendo qualcosa e poi succede tutt’altro e voi rimanete lì confusi?
Se è una barzelletta vi mettete a ridere, altrimenti vi domandate qualcosa del tipo “aspetta… ma non funziona così”.

Ho provato questa sensazione ieri mattina leggendo questo articolo in cui si parla della sperimentazione delle scuole superiori a quattro anni anziché cinque:

I licei (tecnici e professionali) brevi rappresentano una sperimentazione che dal suo primo momento ha creato uno strascico di polemiche. Perché accorciare di un anno il curricolo della secondaria superiore porterebbe l’indubbio vantaggio di anticipare l’ingresso nel mondo del lavoro o all’università dei neodiplomati. Ma, se l’esperimento venisse esteso a tutte le classi funzionanti adesso, determinerebbe un taglio agli organici di diverse decine di migliaia di cattedre.

Quando ho letto che la sperimentazione “ha creato uno strascico di polemiche” ho pensato: adesso porteranno pareri di esperti secondo cui non è utile condensare il programma di cinque anni in quattro, ché i ragazzi hanno bisogno di tempo per maturare. Magari sì, qualcuno ce la farà, i più bravi, ma se estendi la sperimentazione a tutti… davvero tutti i ragazzi riuscirebbero a sostenere quei ritmi?
Ho fatto questi pensieri specialmente quando hanno scritto “se l’esperimento venisse esteso a tutte le classi funzionanti adesso…“. Appunto, se tutti i ragazzi, anche quelli più duri di comprendonio fossero obbligati a fare le superiori in quattro anni tanti non ce la farebbero. Ci sarebbero evidenti problemi didattici.

Poi però la frase continua: “…determinerebbe un taglio agli organici di diverse decine di migliaia di cattedre.”

Ah.

Il problema non era la didattica. Il problema erano i posti di lavoro che si possono perdere.
Che poi se ci pensi è una preoccupazione anche abbastanza irrazionale. Dicono che per condensare cinque anni in quattro dovranno aumentare le ore d’insegnamento: le cattedre sarebbero le stesse spalmate su quattro anni anziché cinque. Ma non è questo il punto.

La cosa più preoccupante è che davanti a una riforma colossale della didattica la loro preoccupazione principale non sono i ragazzi, la domanda principale non è “questo tipo di scuola è migliore o peggiore per gli studenti?”, ma “riusciremo a tenere tutti il posto di lavoro?”

Affinché sia chiaro, ho il massimo rispetto di chi cerca di tutelare i propri diritti sindacali, il proprio lavoro. Ma questo non può bloccare un miglioramento della scuola (in generale, non in questo caso specifico, visto che ho qualche dubbio che questa sia una buona idea).
Se domani decidiamo di aggiungere 2 ore di cinese a scuola, esempio a caso, mantenendo invariato il monte ore, qualche altra materia ne pagherà le conseguenze, qualche altro insegnante perderà il lavoro. Ma che cosa facciamo, non insegniamo il cinese a scuola, anche se il mondo lo richiede, perché altrimenti qualche insegnante di altre materie perde il posto?
Mi dispiace per loro, ma così i tempi di riforma della scuola sarebbero biblici.

Mi spiace, ma la priorità è la qualità della scuola, ciò che è meglio per gli studenti.

5 Comments

  1. Sam said:

    Con l’inglese è stato così: sebbene il mercato del lavoro lo richiedesse da decenni si è andati avanti a studiare FRANCESE come lingua straniera nelle scuole italiane finché a poco a poco non sono andati in pensione gli insegnanti di francese e sono stati via via rimpiazzati da insegnanti di inglese.

    30 Dicembre 2017
  2. Mauro said:

    Da far cascare braccia e coglioni, hai ragione.

    Comunque come al solito si fanno le cose senza osservare e imparare da chi le ha già fatte: qui in Germania hanno introdotto l’accorciamento di un anno delle superiori qualche anno fa e ora si sta facendo marcia indietro alla grande perché a livello didattico è stato un fallimento (oltre ad aver aumentato i casi di burn out sia tra gli insegnanti che tra gli studenti).

    30 Dicembre 2017
  3. Peto said:

    Ho immaginato che questa riforma sarebbe stata discussa su questo blog quando ho sentito la notizia al telegiornale. Ma non per la questione dei quattro anni (forse ce la si può fare tagliando robe inutili), né per quella dei posti di lavoro. Andando a memoria il servizio diceva pure che a partire dal terzo anno, gli studenti avranno l’opportunità di seguire un insegnamento in Inglese.
    Ecco, non so come la pensi tu Mattia, ma secondo me è un’idea potenzialmente del cazzo. Dico potenzialmente perché, se con opportunità intendono dire che lo studente può scegliere di usufruire del corso di (faccio per dire) Matematica in Inglese, tanto di guadagnato per lui. (posto che la lingua straniera non diventi un alibi per uno scarso rendimento.) Se invece intendono che ci sarà una materia da insegnare a tutti in Inglese, ecco, l’idea è un po’ del cacchio.
    Anzitutto mi sta sui cosiddetti perché ritengo che la scuola italiana debba insegnare in Italiano. Miei feticismi a parte, visto il livello di difficoltà che gli studenti italiani esibiscono in diverse materie, studiarle in una lingua straniera peggiorerebbe a parer mio le cose. Figurarsi poi se a insegnare è un professore italiano, che si è formato per insegnare quella materia e, anche se conosce l’Inglese, non è preparato a usarlo per insegnare. Ma soprattutto, nelle nostre scuole si insegna già l’Inglese, e con pessimi risultati. Anziché introdurre ore di insegnamento in Inglese, sarebbe più sensato potenziare le ore di insegnamento di Inglese, rivederne metodi, programmi, docenti…

    L’idea del professore medio che insegna la sua materia in Inglese, mi fa rabbrividire.

    30 Dicembre 2017
  4. Raoul Codazzi said:

    Anche se un po’ OT aggiungo una curiosità su come funziona la scuola in Lituania. Tutto è spostato in là di un anno, cioè si va in prima elementare (OK, OK, in prima primaria) a 7 anni anziché 6, questo perché si ritiene che i bambini debbano fare i bambini il più a lungo possibile. Magari è così anche altrove.

    30 Dicembre 2017
  5. shevathas said:

    Concordo; la scuola italiana purtroppo è rimasto l’unico stipendificio al quale è facile accedere; il resto della PA, per amore o per forza è dovuta diventare molto più selettiva all’ingresso.
    E quindi molti, sindacati della scuola in primis, pensano che lo scopo della scuola sia distribuire buste paga al proprio personale e non formare gli studenti.

    31 Dicembre 2017

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