Prendendo una corriera al volo

E poi ci sono quelle volte che il caso ti stupisce. Ma proprio tanto, tipo che rimani lì a bocca aperta.

L’altro giorno scrivo sul fesibuc che sono a San Paolo e vengo contattato da Taka, il mio primo maestro di karate. Sono tre anni che non lo vedo, in pratica da quando ho lasciato il Giappone. Avevo iniziato ad allenarmi proprio con lui e con suo padre al loro dojo di Fukuoka. Uno dei pochi posti dove posso dire di aver incontrato gente con cui ho legato in Giappone.

Dicevo, mi contatta perché … è anche lui a San Paolo.
Proprio in questi giorni (è ripartito oggi).

O meglio, è a Santos, una città a 70 km di distanza da San Paolo. Che potevo fare?
Finita la mia sessione alla conferenza sono volato al terminal degli autobus di Jabaquara  e ho preso il primo bus per Santos. Senza nemmeno sapere da che parte girarmi.
Nessuno parlava inglese, io mi limitavo a dire “Santos, Santos”. Alla fine sono arrivato allo sportello dove vendevano i biglietti, ne ho comprato uno e sono salito sulla prima corriere disponibile.

Tempo stimato: 1 ora e 10 minuti. Tempo reale, due ore.
Non vi dico il viaggio. La prima parte in autostrada tutto ok, ma poi c’è la parte in cui devi scendere di altitudine. Sì, perché San Paolo sta a 760 m sul livello del mare e Santos è… al mare.
Abbandonata l’autostrada la corriera si butta in una strada tortuosa che in pochi chilometri porta al livello del mare. Una strada piena di camion (che cazzo trasporteranno tutti sti camion poi), un traffico incredibile, dove rischiavi di fare la fiancata con un mezzo pesante a ogni curva. Ogni tre per due trovavi un mezzo pesante in panne sulla corsia di destra, così, giusto per complicare un po’ il traffico.
E non ci siamo nemmeno fatti mancare dei pazzi (pazzi veri, quelli che non stanno bene di testa) che vagavano per la strada, vagabondavano vestiti di stracci incuranti dei camion che rischiavano di travolgerli.

In tutto questo però sono passato da una valle che impressiona per la sua natura potentissima. C’era una piccola pioggerella che rendeva tutto ancora più suggestivo. A un certo punto ho visto uno spettacolo fantastico, sembrava un angolo di foresta così totalizzante che ti sembrava di arrenderti alla sua maestosità.

Arrivato a Santos ho preso un tacsi per raggiungere Taka e finalmente ci siamo rivisti dopo tanto tempo.

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Tempo di rinfrescare il mio giapponese, saluti e abbracci e complice il ritardo dell’autobus il tempo dell’incontro è volato in un attimo.
Sì, perché Taka era a Santos per un incontro di karate e alle 19 iniziava l’allenamento. La butta là

  • Dai, se vuoi puoi venire a vederlo.

E io a quel punto non mi sono mica tirato indietro. Ormai ero lì.

Quanto bene ho fatto.
Ora, Taka è sesto dan (per il settimo deve spettare di fare quarant’anni, è ancora troppo giovane).
Suo padre, che mi insegnava insieme a lui ed era pure presente a Santos, è ottavo dan.

A quel seminario erano studenti.

Così per dire.

Davanti a me a un certo punto mi sono trovato questa scena:

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Nella foto non ci stavano tutti, ma li ho contati: davanti a me c’erano 7 tizi con la cintura tutta rossa. Significa nono o decimo dan.

È stato illuminante vedere quell’allenamento.
Un approccio asintotico alla perfezione commovente.
Non esagero: eravamo a livello in cui la potevi chiamare opera d’arte.

Quanto sono stato fortunato ad aver preso al volo quel pullman per Santos.
Alla fine dell’allenamento Taka mi ha presentato tanti di questi maestri che nonostante la loro importanza mi parlavano con una cordialità impressionante, senza tirarsela nemmeno un filo.

Purtroppo non sono riuscito a restare con loro per la cena, ché dovevo tornare a San Paolo.
Sono andato di corsa all’autostazione rodoviaria e in un’ora di corriera, verso le 11 di sera, ero di nuovo a San Paolo. Giusto in tempo per prendere la metropolitana (anche qui, nessun problema con la metro anche a quell’ora) e arrivare all’hotel.

Penso non mi capiterà mai più molto facilmente una cosa così. Incontrarsi con un amico che normalmente vive in Giappone e per puro caso si trova nella stessa città in Sud America dove sei tu in quel momento. Raggiungerlo in tutta fretta senza nemmeno sapere come fare, giusto con un indirizzo in mano e poco più. Venire coinvolto ad assistere a un allenamento che da solo vale un viaggio dall’altra parte del mondo.
E tutto che capita all’improvviso in un pomeriggio.

Che avventura.

8 Comments

  1. Claiudio said:

    7 tizi? Vorrai dire 70

    Comunque sì, commovente: anche a me capitano di queste coincidenze e devo dire che mi rendono più piacevole vivere la vita.

    17 settembre 2015
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  2. Ariakas said:

    Mattia, scusa l’ignoranza, ma non e’ la cintura nera quella piu’ “figa”? Io pensavo che la cintura rossa fosse di grado inferiore a quella nera.
    Mi illumineresti?

    17 settembre 2015
    Reply
    • mattia said:

      Mattia, scusa l’ignoranza, ma non e’ la cintura nera quella piu’ “figa”? Io pensavo che la cintura rossa fosse di grado inferiore a quella nera.
      Mi illumineresti?

      Le cinture nere sono anche loro a livelli, detti dan.
      Dal primo al sesto dan sono tutte cinture nere. Il settimo e ottavo dan hanno una cintura a bande banche e rosse mentre nono e decimo dan hanno la cintura tutta rossa.
      Solo che queste persone sono rare. Cioè, nei normali dojo che trovi in giro non è che vedi gente con il settimo dan o superiore.
      Quindi non è comune vederle in giro. Anche perché poi spesso anche se hanno dal settimo dan in su negli allenamenti comuni usano una cintura nera.
      Se vuoi cerca su gugol qualche immagine dei grandi maestri, quelli col decimo dan, e vedrai che hanno la cintura rossa.

      17 settembre 2015
  3. martino said:

    Non mi torna. L’andata è in discesa e dura il doppio del ritorno?

    >Tempo reale, due ore.(..) c’è la parte in cui devi scendere di altitudine

    > in un’ora di corriera, verso le 11 di sera, ero di nuovo a San Paolo.

    17 settembre 2015
    Reply
    • mattia said:

      non consideri il fattore traffico.
      Al ritorno era sera e non c’erano tutti quei mezzi pesanti in giro che rallentavano di brutto la circolazione.

      17 settembre 2015
  4. robinet said:

    toglimi una curiosità (stupida se vuoi): non ho mai capito se questi maestri, ovviamente di veneranda età, sanno menar bene le mani o se questo avanzamento di DAN è una specie di riconoscimento della dedizione a questa disciplina.

    17 settembre 2015
    Reply
    • mattia said:

      bella domanda.
      ci sono quelli che a una certa età perdono, inevitabilmente, la forza.
      ci sono maestri che crepano durante un allenamento e quelli che finiscono su una sedia a rotelle come molti altri vecchi.
      ma ti posso assicurare che ho visto grandi maestri che a venerande età avevano forza e precisione commovente, non solo per i vecchi ma anche comparati ai giovani.
      Di certo c’è una cosa: l’avanzamento di dan non è un riconoscimento alla carriera. Tu puoi avere un decadimento fisico inevitabile con la vecchiaia, ma i dan te li guadagni sempre sul campo dimostrando cosa sai fare.

      18 settembre 2015
  5. martino said:

    Ah, OK.

    17 settembre 2015
    Reply

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