Una campana di vetro per Kyenge

Premessa fondamentale: ogni manifestazione di razzismo è da condannare.
In generale, anche quando non si tratta di razzismo, il rispetto per gli altri è fondamentale. Sempre.
Nessuna giustificazione di alcun tipo, quindi, per chi butta le banane a un ministro diversamente pigmentato.

Dopodiché, chiunque fa politica in italia sa bene che si butta in un’arena in cui la critica, che spesso supera il limite, è la regola.
Lo è con tutti i politici.
Lo scherno verso i politici è consuetudine: vogliamo forse contare i post, i fotomontaggi ironici o i messaggi su facebook in cui si dà della poco di buono alla Carfagna? Tanto per citarne una a caso, ma ne troveremmo in tutti i partiti. Dagli scherni a Bossi per la sua malattia che rende incomprensibile quello che dice alla Bindi presa in giro perché diversamente avvenente.

Ecco, chi fa politica sa che la politica è anche questo. Una Binetti, per esempio, sa che ricevere una caterva di insulti sui social network fa parte del gioco.
Pensate se la Carfagna decidesse di mandare la Digos a casa di ognuno che ha postato un messaggio ironico su di lei e le ginocchiere. Ci sarebbe mezza italia in da perquisire.
È giusto tutto questo? No, in un paese civile il rispetto per tutti è fondamentale. Però i politici sanno che funziona così e lo accettano.

Cécile Kyenge no invece. Non lo accetta, e appena qualcuno alza i toni sopra il limite del consentito parte la perquisizione, la denuncia, il processo. Se usassero gli stessi criteri per chi insulta Berlusconi i tribunali sarebbero saturi.

Insomma, puoi criticare con le parole più dure tutti i politici ma non Cécile Kyenge.

Lo ripeto affinché sia chiaro: qui non si giustifica alcun atto di razzismo.
Intesi?

Però quando sei in politica devi renderti conto che non stai giocando con la casa delle bambole. Devi mettere in conto che se vai a un confronto con del pubblico tra la gente ci può essere qualcuno che ti contesta, magari con toni esagerati e fuori luogo. Non puoi metterti in un angolo a piangere e dire che lo dici alla maestra.
Devi mettere in conto che ci possa essere chi ti insulta, e tu devi avere le spalle abbastanza quadrate per rispondergli a tono.
Lo fecero Brunetta e Bindi quando furono contestati per diversi motivi.

Kyenge invece no, se c’è anche il minimo sospetto che ci sia qualche contestatore non si presenta.
E così è successo con la notizia che si è avuta ieri: Kyenge non parteciperà alla festa della Lega dove era stata invitata per un confronto.

Perché Kyenge vuole la campana di vetro, non vuole che l’insulto le arrivi all’orecchio.
Non lo vuole perché non ha le spalle abbastanza grosse per reggere la situazione.

Da un certo punto di vista lo si può anche capire. Fino a qualche mese fa era un’anonima oculista di provincia e nel giro di pochi mesi è diventata inspiegabilmente prima deputata e poi persino ministro.
Non ha fatto quella gavetta necessaria per abituarsi all’attacco continuo di quando fai politica. Non ha avuto il tempo per farsi la scorza dura per resistere agli attacchi.

Però ora si deve rendere conto che è ministro, e come ministro non può scappare dai dibattiti perché ha un qualche sospetto che ci possano essere delle contestazioni.
Se uno ti grida un insulto razzista dalla platea tu devi essere in grado di rispondergli per le rime. Fa parte del gioco, non puoi pretendere che tutto intorno a te sia un mondo di persone che ti applaude soltanto.

Eppure è così che vuole il ministro Kyenge. Lo esige.
Le uniche occasioni pubbliche in cui si presenta sono situazioni in cui non può essere contestata (chi protesta viene tenuto a debita distanza dalle forze dell’ordine). Davanti a sé trova solo bambini sorridenti e sindaci con fascia tricolore pronti a fare la foto.
Qualche giorno fa è andata al Consiglio Comunale di Cantù e alla minoranza non è stato concesso di parlare.
Zitti, muti, arriva Kyenge e l’art. 21 della Costituzione va in soffitta.
Non sia mai che poi qualcuno dice qualcosa che non garba a Kyenge e il Ministro non sa come rispondere.
Tutto deve compiersi come se fosse una commedia, con il suo copione fatto di banalità politicamente corrette e il ministro che sorride e risponde con altrettante banalità. Tutti che si amano, tutti che sono d’accordo e tutti che sono felici.

Il ministro recita la sua parte, poi prende si fa scarrozzare da un’altra parte a ripetere la commedia.
Una commedia in cui non c’è posto per la contestazione, perché Kyenge non la saprebbe affrontare. È stata istruita per la commedia base: sorridi, fai la foto col sindaco, dici tre banalità imparate a memoria e saluti.
Se qualcuno ti contesta tutto si fa più difficile. Devi essere in grado di rispondergli a tono ma Kyenge non è capace di farlo. Non lo sa fare perché politicamente è al livello zero. Lo si è visto al videoforum di repubblica: tre quarti d’ora di intervista in cui Kyenge non ha detto NULLA. Il vuoto spinto, non un’idea politica, non un concetto, non un ragionamento. ZERO.
È ovvio che se non sei abituata a portare avanti idee, concetti e ragionamenti non puoi improvvisare una risposta a chi ti contesta.
Necessiti dello staff che si inventa le risposte: te le può suggerire per l’intervista concordata, oppure le scrive su twitter a nome tuo. Ma sul palco sei sola, e lei idee devi tirarle fuori tu, al momento. Non hai il suggeritore nella buca.
Visto che Kyenge non ne è capace le hanno costruito attorno una campana di vetro. Non può entrare in contatto con qualcuno che la pensa diversamente, altrimenti è un disastro. Rischia di non saper rispondere.

La scusa che ha preso per non andare al dibattito organizzato dalla Lega è stata un palla che ha preso al balzo, una scusa perfetta arrivata al momento giusto.
Ovviamente non hanno alcun senso le sue pretese. Come può chiedere che Maroni imponga ai suoi militanti di evitare attacchi verso di sé? Oh sì, può chiederlo alla base, può espellere (come già capitato, tra l’altro) chi si lascia andare a frasi razziste.
Ma non può evitare che ciò accada di nuovo, perché non è dietro le spalle di ogni militante a controllare ciò che posta su facebook.
Così come non può controllare ogni persona che accede alla platea del dibattito.
Quando organizzi un dibattito puoi chiedere che ci sia un moderatore di fiducia, che ci sia un servizio d’ordine che tenga calmi gli animi, ma non puoi pretendere la sicurezza che nessuno ti contesterà, perché ad un dibattito pubblico entra chi vuole e l’organizzatore non può prevedere che farà la gente tra il pubblico.
L’alternativa è avere un pubblico di figuranti, di attori che applaudono a comando. Il compimento perfetto della campana di vetro per Kyenge.

Ma non è questo che un politico può fare. Un politico deve confrontarsi, consapevole che tra il pubblico ci possa essere chi lo contesta.
Non può andare solo dagli amici,deve confrontarsi con tutti.
Poi magari quando si trova al dibattito può decidere di andarsene se chi lo ha organizzato non è in grado di tenere l’ordine, ma non può escludere a priori qualcuno.

Da tempo ormai qui si cerca il confronto con i sostenitori dello ius soli. Di alcuni tentativi di contatto ho parlato pubblicamente, mentre altri tentativi sono rimasti nel dietro le quinte.
In tutti i casi i sostenitori si sono negati al confronto.
Parlano tanto di dover discutere del problema, ma quando vado a proporre loro un confronto pubblico con regole chiare scappano a gambe levate.

Scappano perché sanno che lo ius soli è una panzana e davanti a un confronto pacato e sui fatti (non sugli slogan) tutte le loro assurdità sullo ius soli crollerebbero.
Dicono che vogliono il confronto ma in realtà lo temono, molto più efficiente rifugiarsi negli slogan triti e ritriti (“sono nati e cresciuti qui…. è assurdo che non siano italiani… balotelli…“).
Se invece fai un dibattito devi portare idee e ragionamenti e lì per i sostenitori dello ius soli sono dolori.

L’unico modo che abbiamo per sconfiggere i sostenitori dello ius soli è rimanere sulle idee e pretendere il confronto.
Gli insulti razzisti sono la cosa strategicamente più sbagliata, perché agli occhi della gente mettono Kyenge dalla parte della ragione (è la vittima, se la attaccano dei razzisti significa che ha ragione – pensa la gente).
Gli insulti razzisti sono carburante per Kyenge che così non è più tenuta a giustificare le sue balzane idee, ha ragione in automatico.

Bisogna quindi in tutti i modi evitare gli attacchi razzisti e pretendere che scenda nel ring del confronto, dove deve portare idee senza che le vengano suggerite con l’auricolare dallo staff.

Chi la attacca sul piano del razzismo si renda conto quindi che non fa nulla di utile, ma anzi aiuta il suo avversario.

 

 

4 Comments

  1. airone76 said:

    Io veramente avevo letto una notizia diversa: la Kyenge aspettava una presa di posizione contro gli attacchi razzisti da parte del segretario del partito, Maroni, che non è arrivata. Ma visto che il segretario non si dissocia da questi attacchi (Non quello di Caldeoli, ma soprattutto quello di Castelli e dall’ultimo in consiglio comunale, se non sbaglio a Cantù, dove se ne sono andati via), lei non partecipa. Non è la paura del confronto che non la fa andare, ma la mancata presa di posizione del segretario del partito. Cioè i tuoi seguaci mi insultano, mi aspetto che tu, segretario, mi fai le scuse e mi assicuri che non capiterà, se non lo fai che senso ha invitarmi alla vostra festa? È´inutile che vada là solo per essere insultata; se il confronto fosse serio ok, ma se nessuno glielo assicura, che senso ha che vada?
    Anche tu sei “aperto” al confronto con gli studenti, ma se sai già che una classe ti insulterà soltanto e non avrai modo di porre una discussione normale e il direttore della scuola/dipartimento non ti assicura che ciò non capiterà, che senso ha che vai in quella classe?

    (Lo so che è Repubblica… http://www.repubblica.it/politica/2013/08/01/news/kyenge_non_va_alla_festa_della_lega_il_ministro_mancano_le_condizioni-64121255/)

    2 Agosto 2013
  2. mattia said:

    Io veramente avevo letto una notizia diversa:

    Quella è la scusa che à tirato fuori.
    Ma che sia una balla lo puoi capire semplicemente osservando che non sta in piedi.

    I quadri della Lega si sono sempre dissociati dai commenti razzisti, e quando ogni tanto salta fuori un consigliere di zona del comune di salcazzo che fa una battuta razzista lo espellono. Che devono fare di più?

    Il fatto che sia una ballo lo capisci perché non à alcuna attinenza con il tema del dibattito. Come cercavo di spiegare nel post, la Lega può dissociarsi quanto vuole dai commenti razzisti dei suoi militanti, ma questo non cambia di una virgola le condizioni del confronto pubblico.
    Non le cambia perché Maroni o qualsiasi altro dirigente della Lega non è la mamma o il papà di tutti i militanti. Non può stare dietro la schiena di tutti i militanti a controllare quello che fanno. Non può imporre che ogni esternazione pubblica di un militante sia prima filtrata da via Bellerio.
    Può mettere delle regole, e dire che chi sgarra viene espulso (come già succede) ma questo non dà alcuna garanzia che i militanti non sgarreranno più.
    Può sempre capitare che dei militanti dicano: chi se ne frega se mi arriva un provvedimento di espulsione, io vado e le tiro delle banane.
    Come dovrebbero fare per prevenire una cosa del genere?

    A maggior ragione se consideri che ad una festa di partito non ci vanno solo i militanti ma anche tanta gente comune non iscritta al movimento (o non sei mai andato a sentire un concerto a ufo a una festa dell’unità?).
    Che controllo preventivo può avere l’organizzatore del dibattito sul pubblico che arriverà al dibattito?
    Nessuno.

    Kyenge avrà tutto il diritto di fare l’offesa e pretendere che la Lega provveda con le espulsioni (che già fanno).
    Ma ciò non à alcuna attinenza con le rassicurazioni che può ricevere per una buona riuscita del dibattito, perché sono garanzie che – tecnicamente – nessuno può darle.
    In realtà il suo discorso è piuttosto: “siccome io sono offesa non gioco più con voi”.
    Che va bene quando ài 8 anni ma non quando sei ministro. Perché come ministro sei tenuto a confrontarti con tutti, anche quelli che ti stanno antipatici.
    Non è che puoi dire: siccome mi stai antipatico non gioco più con te.

    Le due cose dunque vanno tenute separate: da una parte la questione degli attacchi razzisti, dall’altra le condizioni per andare a un incontro pubblico.
    Usare una questione come scusa per l’altra è infantilismo.

    In realtà sa bene che la situazione è così delicata che sarebbe da dementi patentati attaccarla in modo razzista proprio a una festa della Lega. Le serviresti una perla di vittimismo su un piatto d’argento.
    Il pericolo più grosso per lei e che probabilmente non ci sarebbe alcun attacco razzista, e non potendo dunque fare la vittima si troverebbe spiazzata. Non saprebbe cosa dire. E lì le cose si farebbero complicate per lei!

    Per concludere
    ma soprattutto quello di Castelli e dall’ultimo in consiglio comunale, se non sbaglio a Cantù, dove se ne sono andati via

    L’attacco di Castelli non aveva nulla di razzista: à detto che politicamente è uno zero, non vale nulla. Ed è vero, così come è vero che è stata nominata ministro solo perché diversamente pigmentata.
    Avevo detto le stesse cose qua quando fu nominata ministro: se volevano nominare qualcuno ministro con lo stesso orientamento ideologico avrebbero potuto nominare molte altre persone molto più preparate di lei in materia, da Del Rio a Sarubbi, giusto per fare nomi di persone che la pensano in maniera opposta a me. Non sto quindi facendo una critica all’idea “pro ius soli” in sé. Avrebbero potuto nominare gente “pro ius soli” ma con più competenza ed esperienza. Ma erano bianchi, quindi non funzionavano bene; ànno preferito nominare Kyenge perché diversamente pigmentata, senza neanche nasconderlo più di tanto (Letta usa la storia del “primo ministro di colore della storia d’italia” come i berluschini usano la patente a punti o la legge sul fumo).
    Non vedo dunque perché dovrebbero condannare le parole di Castelli: è un giudizio politico, non razzista.
    Oh, non è che siccome qualcuno tira le banane a Kyenge non si può più dire nulla contro di lei che automaticamente si viene bollati come razzisti. Non è mica incriticabile la signora.
    Lo stesso per il fatto che i consiglieri di Cantù sono usciti dall’aula. Perché dovrebbero scusarsi? In verità ànno fatto benissimo: se viene un ministro a parlare al mio consiglio comunale io consigliere devo avere il diritto di replicare a quello che dice.
    Ma se mi neghi il diritto di replica allora non è un consiglio comunale, è un comizio di partito. E i comizi di partito si fanno in piazza, non in aula consigliare.
    Che dovevano fare, star lì ad assistere il comizio di Kyenge stando zitti? E magari dovevano pure applaudire le mani?
    Stiamo scherzando, vero?
    Lì chi si dovrebbe scusare è il sindaco che non à garantito il diritto di replica a tutti i consiglieri e usato un’istituzione per propaganda di parte. Una stupro alle istituzioni scellerato.
    Te la pongo in un altro modo: cosa avresti detto se in un comune a guida leghista avrebbero invitato Calderoli o Bossi quando erano ministri a fare un discorso in consiglio comunale senza dare permesso alla minoranza di esprimersi?
    Non avresti detto che un comizio del ministro Calderoli o Bossi in consiglio comunale sarebbe stato un atto di intollerabile propaganda politica?

    2 Agosto 2013
  3. airone76 said:

    – Non avresti detto che un comizio del ministro Calderoli o Bossi in consiglio comunale sarebbe stato un atto di intollerabile propaganda politica?

    Boh, sarò strano io, ma no, non l’avrei mai pensato. Un ministro che parla ad un consiglio è come una qualsiasi altra persona che parla, tanto non vota in quel consiglio. E secondo me è un dovere di un politico/amministratore ascoltare tutti (quelli che hanno qualcosa di sensato da dire, ovviamente). Chi se ne va senza motivo, anzi con il motivo che parla una persona a lui non gradita deve giustificarlo (parla un assassino, un ladro…) oppure è mancanza di rispetto, chiunque sia.

    Io comunque vedo solo che è stata invitata ad una festa di partito (sottoline di partito, non la “fiera della salsiccia”) e non le hanno assicurato che avrebbero cercato di evitare gli insulti (visto che la festa è proprio di chi dell’insulto a lei ha fatto una semibandiera). Come se un leader di un centro sociale andasse a parlare a Casapound senza chiedere a chi di dovere che possa uscire senza essere malmenato. È ovvio e naturale che non ci andrebbe. Tutto questo senza entrare nel merito di quello che pensa l’uno o l’altro.

    Poi ognuno la vede come vuole. I fatti e le sue dichiarazioni dicono che lei non è andata per questo motivo (e su questo si dovrebbe semmai discutere); poi che tu possa voler interpretare quello che fa in altro modo (“non va perchè ha paura del confronto”)sono solo congetture che valgono il tempo che trovano in quanto improvabili (improVabili, non improBabili).

    2 Agosto 2013
  4. mattia said:

    Boh, sarò strano io, ma no, non l’avrei mai pensato.

    Ok, allora ti ripropongo la domanda così: secondo te cosa avrebbe detto *gran parte della gente* se Bossi o Calderoli avessero fatto un comizio in un Consiglio Comunale (magari per dire che i clandestini vanno rispediti a casa loro)?

    E secondo me è un dovere di un politico/amministratore ascoltare tutti

    Aspetta. Ascoltare tutti è cosa buona e giusta, ma ciò vale anche per Kyenge.
    Un Consiglio Comunale è per definizione un luogo non dove si ascolta e basta, ma dove si ascolta e poi si parla. Ossia dove si fa un confronto.
    Prima parli tu e io ti ascolto, poi parlo io e tu mi ascolti.
    Se parla uno soltanto e l’altro non può rispondere allora non è più una cosa da Consiglio Comunale, è una roba da comizio politico. Ma il comizio non lo fai in una sede istitizionale, lo fai in piazza.
    Usare la sede di una istituzione per un comizio è un atto gravissimo.

    Chi se ne va senza motivo, anzi con il motivo che parla una persona a lui non gradita

    No, il motivo non era che la persona non era gradita. Il motivo era che non era stato garantito il diritto di replica ai consiglieri i minoranza.
    In sostanza dovevano star lì ad ascoltare e basta.
    E come ò spiegato sopra ciò è inaccettabile.

    Io comunque vedo solo che è stata invitata ad una festa di partito (sottoline di partito, non la “fiera della salsiccia”) e non le hanno assicurato che avrebbero cercato di evitare gli insulti

    Allora, sono andato a vedere la motivazione ufficiale (riportata sul giornale ma riferita come voce del portavoce, quindi penso sia un copiaincolla):

    «Nei giorni scorsi – ricorda il portavoce – il ministro aveva chiesto al segretario nazionale della Lega Nord Roberto Maroni un suo intervento, chiaro e pubblico per stigmatizzare i molti, troppi attacchi rivolti contro di lei da esponenti di quel partito; non essendo pervenuto il suddetto intervento, la stessa ha deciso di declinare l’invito»

    Traduzione: io mi sono offesa, e fin quando non mi chiedi scusa non gioco più con te.

    Come poi avrebbe potuto pretendere che avrebbero cercato di evitare gli insulti è una cosa che aspetto ancora mi venga spiegata.
    Il moderatore può avvertire il pubblico di non intervenire, il servizio d’ordine può tenere d’occhio le persone… ma non puoi fare più di tanto.
    Non possono perquisire le persone che entrano alla festa (non ne ànno il potere) e la festa è aperta al pubblico (non è in una sede di partito) quindi ci può andare chiunque, anche dei militanti di FN che dell’autorità morale di Maroni se ne sbattono le balle visto che non sono leghisti.
    Quindi te lo richiedo: come avrebbero dovuto fare per dare queste rassicurazioni. Tecnicamente, proprio.
    A controprova, se il dibattito si dovesse fare a una festa del PD, cosa impedirebbe a un gruppo di leghisti di andare alla festa e tirare delle banane?

    Come se un leader di un centro sociale andasse a parlare a Casapound senza chiedere a chi di dovere che possa uscire senza essere malmenato.

    Aspetta. Quin non parliamo di un lider di un centro sociale. Qui parliamo di un ministro della repubblica che va in giro con una scorta degna di un presidente della Camera.
    Un ministro che va in giro con mille strati di protezione.
    Quando va a parlare da qualche parte c’è sempre un imponente schieramento di polizia che tiene lontani i contestatori (anche se manifestano civilmente il proprio pensiero) affinché il ministro non debba nemmeno vederli, sentirli.
    La recita non deve essere rovinata.
    Puoi solo immaginare quanti digotti ci sono tra il pubblico quando va a parlare lei.
    Non ànno beccato il pirla delle banane perché se lo sono lasciati scappare, ma sta pur certo che è pieno di digotti con gli occhi puntati sulla gente per beccare chi fa una cazzata.
    Più di così, cosa vuol pretendere?

    Poi ognuno la vede come vuole. I fatti e le sue dichiarazioni dicono che lei non è andata per questo motivo

    vedi la dichiachiarazione del portavoce

    poi che tu possa voler interpretare quello che fa in altro modo (“non va perchè ha paura del confronto”)sono solo congetture

    oppure, molto più semplicemente, è analisi politica.

    3 Agosto 2013

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