Piccola guida per scrivere un paper scientifico

Premessa: questo post non interesserà a quasi nessuno dei miei lettori abituali. Lo scrivo perché potrebbe essere utile a chi passa di qui casualmente.
Scrivo questo articolo con le acca perché poi cercherò di riciclarlo in qualche luogo più ufficiale. Anzi, se qualcuno conosce una rivista di scienza generalista (ma non troppo) dove sta bene un articolo del genere mi faccia sapere.
Fine Premessa

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Ci siamo passati tutti prima o poi. Di solito capita durante il primo anno di dottorato: dopo aver passato mesi sulla nostra prima ricerca arriva il momento di scrivere pubblicare i risultati. E così iniziano i problemi.

Già, perché nessuno ci ha mai insegnato a scrivere un articolo scientifico. Al massimo abbiamo fatto una relazione di laboratorio, di sicuro abbiamo scritto una tesi di laurea. Ma un articolo scientifico è una cosa diversa.
Abbiamo quattro pagine a disposizione che ci sembrano minuscole rispetto a quello che vorremmo scrivere: come condensare la nostra importantissima ricerca in sole quattro pagine?

Questa guida vuole aiutarvi a muovere i primi passi nella scrittura di un articolo scientifico. La scrivo sulla base della mia esperienza, e soprattutto della caterva di correzioni che ho ricevuto agli inizi da parte del mio capo e dei revisori.

PARTE PRIMA – I CONTENUTI

L’importanza della tua ricerca
Una delle cose più difficili da decidere è cosa includere nell’articolo e cosa lasciare fuori. Siamo così orgogliosi dei nostri risultati costati mesi di sudore in laboratorio che non accettiamo di dovere selezionare il materiale.
Ammettilo, fosse per te pubblicheresti almeno una ventina di pagine.

Prima notizia importate: la tua ricerca, molto probabilmente, non conta niente.
Lo so, tu pensi di aver fatto una scoperta fondamentale nel tuo campo, ma ti assicuro che il più delle volte è solo roba da grandi sbadigli. Quando avrai passato qualche anno a fare ricerca te ne renderai conto da solo. Nel frattempo te lo dico io.
Quindi smettila di andare in giro a bullarti dicendo di essere uno scienziato perché scrivi un articolo scientifico. L’articolo che stai per scrivere sarà con molta probabilità uno dei numerosi articoli pubblicati in continuazione che non interessano a nessuno.
Ok, adesso puoi piangere.
Finito? Bene, ora che hai capito che la rilevanza del tuo articolo nel mondo scientifico sarà quasi pari a zero possiamo continuare con più cognizione dell’importanza di ciò che stai facendo.
Riprendi il materiale da pubblicare e riguardalo con questa nuova consapevolezza: vedi ora che puoi lasciare fuori molto materiale?
Se sì siamo sulla buona strada. Se invece continui a ritenere che sia tutto importantissimo riparti dal via e convinciti – questa volta sul serio – che la tua ricerca non conta niente.

L’importanza dei dettagli
Ora che le quattro pagine ci sembrano una misura del tutto adeguata per descrivere il nostro lavoro dobbiamo decidere cosa scrivere e cosa no.
Di solito l’errore più grande che fanno gli apprendisti ricercatori è dare per scontati i dettagli sugli esperimenti che hanno fatto.
Tu pensi che sia inutile metterli, vorresti correre subito ai risultati per far vedere quanto sono belli (oh, sì, quanto sei orgoglioso dei risultati). Invece no, devi indugiare sui dettagli di come hai fatto gli esperimenti.
Quando scrissi il mio primo articolo lo mandai al mio supervisore per i suoi consigli ed egli me lo restituì con commenti che non capivo. Ad esempio, nell’articolo avevo scritto che usavo una sonda di corrente. Il capo mi scrisse “che sonda hai usato? che modello? in che modalità d’uso?“. Non capii: che gli interessa della marca e del modello della sonda di corrente? Misura la corrente, punto. Non basta dire genericamente che è una sonda di corrente?
No, non basta. Non basta perché delle volte capita che i risultati dell’esperimento cambino a seconda degli strumenti e delle loro caratteristiche. Ecco allora che tu devi dire di preciso che strumenti hai usato.

Sai perché? Perché il tuo articolo deve contenere tutte le informazioni necessarie a Wuang, ricercatore dell’Università del Vattelapescang in Cina, di ripetere il tuo esperimento per verificare se è vero e proseguire su quella strada di ricerca.
Devi dargli tutti gli elementi, tutti.
Per capirci, è come se tu scrivi una ricetta per fare la torta. Non puoi dire “metti un po’ di latte“, devi specificare quanto latte. Non puoi dire “metti in forno“, devi dire a che temperatura. Se poi i risultati possono variare a seconda del forno devi anche dirmi se serve un forno ventilato, tradizionale, microonde, a gas…
Così per i tuoi esperimenti. Sii estremamente pedante, non aver paura di scrivere dettagli che ti sembrano insignificanti. Se da essi dipende il risultato dell’esperimento allora scrivili. Non darli per scontati anche se tutti usano quello strumenti tutti lo usando in quel modo. Non è scontato, scrivilo. Scrivi ogni singolo ingrediente e passaggio della ricetta.
Se vuoi mettiti nei panni di un lettore estero che non conosce quello che hai fatto e prende in mano il tuo articolo. Domandati: sarebbe in grado di ripetere l’esperimento che hai illustrato seguendo solo le istruzioni del tuo articolo? Se sì allora sei sulla buona strada.

Al massimo evita di dire che il tavolo su cui poggiavano gli strumenti era grigio, quello non serve.

Cosa non mettere
Uno degli errori più comuni dei ricercatori alle prime armi è scrivere poco sui dettagli degli esperimenti (quelli di cui parlavamo qui sopra) ma nel contempo scrive oltre misura sui risultati. È istintivo, perché tutti noi siamo orgogliosi dei nostri risultati e ci teniamo a metterli in evidenza, ma è sbagliato.
I risultati il più delle volte devono arrivare come il finale di un’opera, quei pochi minuti di esaltazione e apoteosi che dànno un senso tutto ciò che è venuto prima.
Se la parte dei risultati è troppo lunga il lettore resterà confuso; se gli metti troppi grafici, tabelle e figure si domanderà inevitabilmente “ok, ma alla fin della fiera qual è il punto? Cosa ha scoperto?“. Se invece gli metti due soli grafici e una tabella allora tutto diventa più semplice: eccolo lì il punto. Dove altro potrebbe essere?
Una buona regola per un articolo scientifico è di avere un solo risultato da illustrare, un solo filo logico. Indicazione da prendere con le pinze, mi raccomando, perché delle volte capita di illustrare due risultati nello stesso articolo, ma devono essere ben collegati, il più delle volte logicamente consequenziali.
Mi spiego, tu puoi illustrare un primo risultato X e poi dire che “nonostante X abbiamo ottenuto il risultato Y“. Devono essere legati. Se invece formano due capitoli indipendenti della tua ricerca è meglio che li pubblichi su due articoli diversi.

I dati ripetitivi e inutili
Altra regola molto importante: non sovrabbondare di dati inutili. Tu magari hai fatto 50 esperimenti e tutti ti dànno risultati conformi. Bene, hai fatto la verifica sperimentale come scienza comanda. Ma non è che devi pubblicare i risultati di 50 esperimenti identici! Pubblica un solo grafico: se esso dà tutte le informazioni che servono basta quello. Tutti gli altri grafici simili sono inutili. Il tuo scopo non è mostrare quanto siano simili i 50 esperimenti che hai fatto, il tuo scopo è mostrare che significa quel grafico.
Se poi vuoi proprio specificare quanto sono attendibili i tuoi risultati usa dei parametri appositi come l’incertezza di misura (sai cos’è, vero?).
Mettiti nell’ottica di tagliare: magari hai venti grafici sul tuo quaderno di laboratorio che ci starebbero bene. TAGLIA. Scarta tutto quello che non è fondamentale, butta via ciò che non comunica il messaggio principe della tua scoperta. Fregatene del 32esimo esperimento venuto una virgola di traverso. Taglia, taglia, taglia finché dai venti non arrivi a due grafici.
Se tagli bene ti accorgerai che sono sufficienti e il resto erano dettagli importanti per il laboratorio ma non importanti da pubblicare.

Tieni presente che le pubblicazioni scientifiche funzionano così: quando tu presenti un risultato garantisci con l’onore del tuo nome che è un risultato scientificamente attendibile. Magari dovrai mostrare al tuo capo 50 grafici con 20 curve l’uno per dimostrargli che i tuoi risultati non sono una botta di fortuna ma sono dati consistenti. Ma quando scrivi un articolo scientifico non hai più questo dovere di dimostrare la validità dei tuoi dati. I 50 grafici li puoi condensare in uno solo se gli altri non aggiungono altre informazioni, e il tuo nome garantisce che alle spalle di quel grafico ce ne sono altri 49 che lo rendono scientificamente attendibile.
La volta che poi ti scoprono a barare sei fregato, quindi occhio.

Come partire
Bene, ora sai cosa mettere e cosa non mettere nel tuo articolo. Non ci resta che metterci a scriverlo. E qui viene il classico blocco: il cursore lampeggia sullo schermo e non sai come cominciare la prima fase. Crisi profonda (che di solito cerchi di scacciare cazzeggiando su internet).
Prova seguire questa regola: inizia l’articolo descrivendo il problema.
Di solito gran parte della ricerca scientifica si fa per risolvere un problema, no? Anche quando questo non è così evidente sotto sotto c’è sempre un problema a cercarlo bene.

Ecco, allora fa’ così: parti con una introduzione nella quale descrivi – brevemente! – lo stato dell’arte e illustri il problema. Subito dopo dici che in questo articolo hai trovato una soluzione per quel problema e dici quale.
Così facendo hai dato al lettore una chiave di lettura di tutto quello che verrà dopo. Da lì in avanti il lettore già sa cosa aspettarsi. Sa che sei partito da un problema e che tutto quello che illustri è il percorso che ti porta alla soluzione del problema. Ha molto chiaro qual è il gradino che hai fatto fare alla scienza col tuo lavoro.
Se non dici qual è il problema il lettore si sentirà disorientato e magari si chiederà “perché ‘sto tizio à fatto tutto questo? a che serve?“.

Quindi ricorda: parti sempre dal problema.
Se invece hai fatto una ricerca inutile che non serve a nulla allora inventati un problema.

Leggi bene i lavori degli altri
Lo so, è una seccatura. Però lo stato dell’arte va fatto bene. Quindi prenditi un po’ di tempo e leggi gli articoli già pubblicati sull’argomento e citali opportunamente nell’introduzione.
Ciò è utile per due motivi. Primo, perché leggendo i lavori degli altri ti accorgi se quello che stai per scrivere nell’articolo è già stato pubblicato (e allora non devi scriverlo, basta citare dove è stato pubblicato). Inoltre ti consente di avere coscienza di cosa hanno già fatto gli altri, così evidenzi nell’articolo quello che di diverso hai fatto tu mettendolo in contrapposizione. Ti aiuta cioè a mettere in evidenza la tua parte innovativa.
In secondo luogo aiuta il lettore generico a inquadrare il problema in un ambito più generale. Se gli spieghi brevemente nell’introduzione cosa hanno fatto gli altri allora il tuo articolo non è più il delirio di un ricercatore pazzo che si occupa di un tema a cui non interessa niente a nessuno, ma acquista d’incanto un suo posto nella discussione scientifica comunitaria.

PARTE SECONDA – LA FORMA

L’inglese
Non meno importante è come scrivi l’articolo. Può fare la differenza tra un articolo accettato e uno rigettato.
Gli articoli scientifici si scrivono in inglese, non in italiano mascherato da inglese.
Scrivere in inglese non significa solo scrivere frasi con vocabili e grammatica inglese, ma significa anche usare lo stile inglese.
Purtroppo per noi l’inglese ha uno stile molto diverso dall’italiano: per esempio ha frasi corte con poche subordinate. Non puoi prendere una frase italiana e tradurla pari pari in inglese. Fa schifo. Tieni a mente la regola fondamentale: spezza, spezza, spezza. Evita le subordinate e le frasi lunghe come se fossero la lebbra. E ancora spezza.
Dopodiché sta’ a attento alle parole che traggono in inganno. Ti faccio un esempio, la parola italiana “mentre” può essere tradotta come “while” oppure come “whereas“. Non sono sinonimi! Hanno due significati diversi, uno è “durante” (mangio la mela mentre leggo Famiglia Cristiana) mentre l’altro è “invece” (Venceslao tifa Sparta mentre Ladislao tifa Slavia). Di solito non ce ne rendiamo conto perché in italiano entrambi i concetti sono tradotti con “mentre” ma in inglese sono due parole diverse: scegli quella giusta!
Allo stesso modo evita di usare “in fact” per tradurre “infatti” o porcate simili.
Se non sei sicuro esiste uno strumento di alta tecnologia che ti può aiutare in questi casi: il dizionario.

Chiarezza
Nello scrivere cerca di essere chiaro, non dare nulla per scontato o sottinteso. Non stai scrivendo un romanzo o una novella in cui devi stuzzicare la fantasia del lettore magari con dei dico-non dico. Devi essere completo di tuo, pulito.

Evita di scrivere motti latini
Fuori dall’italia frasi tipo “sine qua non” nessuno sa che significhino. Prova a immaginare se il tuo articolo viene dato a un revisore giapponese: perché mai dovrebbe sapere il significato di una frase latina? Scrivi pure  che una condizione è necessaria o indispensabile (necessaryessential), va bene lo stesso. Scriverlo in latino non ti rende più figo ma sono più provinciale e ridicolo.

Evita la sciatteria
Le figure devono essere chiare e leggibili. Se metti le etichette degli assi minuscole non si potranno leggere. Non dimenticarti di mettere i nomi degli assi il grafico, non dimenticarti le unità di misura: lo sai che bisogna metterli sempre, lo sai! E allora cerca di non dimenticartene, non sei più uno studentello.
Le immagini componile in modo che siano leggibili anche se stampate in bianco e nero: non basarti sui colori per identificare diverse curve in un grafico ma usa opportune etichette o marcatori identificabili anche in bianco e nero. Anzi, se non è proprio fondamentale non usare il colore, dopo tutto non sei un artista.
Cerca di scrivere un manoscritto fatto bene, coi pedici al posto dei pedici, con lo stile dei paragrafi richiesto dall’editore… Una buona regola è quella di perdere sempre 10 minuti a leggere le istruzioni dell’editore su formattare l’articolo e usare il suo template. Risparmierai un sacco di lavoro a chi dovrà lavorare sul tuo articolo.
La cosa più orrenda che puoi fare è non leggere le regole e mandare un articolo di sei pagine quando il massimo è quattro (sì, come revisore mi è capitato anche questo). Il messaggio che dài è me ne frego delle istruzioni: indispone chi deve valutare il tuo articolo, non ti conviene.

Le unità di misura
Le persone di buon senso usano il SI, gli stolti usano altre improbabili unità di misura.
Se anche l’editore non ti obbliga a usare il SI fallo comunque. Non usare il SI è roba da maleducati.

I sinonimi
Fin da piccolo la maestra, quando ti correggeva il tema, ti insegnava ad evitare le ripetizioni e ti diceva di usare i sinonimi.
Buona regola, va detto. Solo che qui stai scrivendo un articolo scientifico, non un tema. Per quanto sia importante scrivere in modo elegante la cosa più importante è scrivere in modo scientificamente corretto. Usali pure i sinonimi se vuoi, ma se un sinonimo non è abbastanza corretto dal punto di vista scientifico non usarlo. Fa’ una ripetizione piuttosto, usa due o tre volte la stessa parola ma non usare un suo sinonimo se non vuol dire esattamente la stessa cosa.  È meglio fare una ripetizione e sembrare meno eleganti linguisticamente che scrivere qualcosa di scientificamente impreciso.

I ringraziamenti
Nei ringraziamenti si mettono:
– i finanziatori (come le agenzie di grant che sborsano i quattrini per la tua ricerca);
– un esperto che ti ha dato un consiglio utile;
– un collega che ti ha fornito un materiale o un dispositivo per fare un esperimento;
– il capo, ma solo se è competente della materia e se non è già nella lista degli autori.
In sostanza si mettono solo coloro che hanno un’attinenza al lato scientifico del lavoro.

Nei ringraziamento NON si mettono:
– i genitori;
– la morosa;
– divinità varie (sì, mi è capitato un articolo in cui gli autori ringraziavano l’onnipotente Allah per aver dato loro il tempo di fare quella ricerca);
– cantanti e muse ispiratrici.

Non è un libro, è un articolo scientifico, molto probabilmente insignificante. Mettere una dedica come faresti su di un libro gli dà un’importanza spropositata che l’articolo non ha. È patetico.

PARTE TERZA – L’ETICA

Il plagio
Sembrerebbe superfluo dirlo, ma purtroppo superfluo non è: il plagio è vietato. Dico che non è superfluo perché parlando con diversi editori mi è stato raccontato che gli articoli scientifici che ricevono vengono sottoposti a un software molto costoso che cerca in un database enorme se le frasi dell’articolo sono state copiate da qualche altra fonte (senza essere citate). E puntualmente trovano qualcuno che fa il furbo.
Quindi è bene che sia chiaro: nel vostro articolo dovete scriverci frasi originali. Il copia-incolla è vietato come un peto in ascensore.

Tutti gli autori
L’articolo lo state scrivendo voi ma molto probabilmente non siete l’unica persona nell’elenco degli autori. Ebbene, prima di mandare il manoscritto all’editore fatelo leggere a tutti gli autori. Perché è vero che l’articolo lo avete scritto voi, ma tutti gli autori – tutti ! – sono equamente responsabili di quello che c’è scritto. Ci mettono la faccia tutti per quello che avete scritto voi.
Vi faccio un esempio: conosco un caso in cui fu identificato un plagio in un articolo scientifico. La facoltà convocò la commissione etica e l’autore fu licenziato in tronco. In realtà l’autore licenziato era solo un co-autore, il vero autore dell’articolo era l’altro co-autore. Di fatto egli non aveva commesso il plagio in prima persona, ma aveva messo il suo nome come co-autore di una articolo in cui c’era un plagio. E per quanto non l’avesse commesso lui fu licenziato.
Se dunque metti il nome di una persona come co-autore del tuo articolo sei tenuto a fargli leggere l’articolo e ottenere il suo consenso all’utilizzo del suo nome nella lista degli autori.
Perché magari non ci sarà plagio, ma molto probabilmente avrai scritto qualche stupidaggine che fa perdere la faccia anche ai tuoi co-autori.

La responsabilità
Quando scrivi un articolo scientifico mettiti nei panni di un avvocato che scrive un contratto. Mettendo il tuo nome in testa all’articolo tu ti prendi tutta la responsabilità (scientifica) di quello che scrivi. Perciò devi pesare bene le frasi, perché tu rispondi di ogni singola parola di quell’articolo.
Immagina che dall’altra parte del tavolo ci sia uno che ti contesta quello che scrivi e cerchi di fregarti. Devi formulare le frasi in modo che siano inattaccabili, in modo da non dare appigli a un contestatore. Scrivi ciò che ti senti in grado di poter difendere senza dover ricorrere a frasi come “sì, ma in realtà io volevo dire che…“. Nei contratti il “io volevo dire che” non funziona, devi essere inattaccabile sulle parole scritte nero su bianco. Lo stesso per un articolo scientifico di cui ti prendi la responsabilità.

I risultati onesti
Anche questa è una di quelle cose che si dovrebbero dare per scontate, ma che purtroppo scontata non è. I risultati che pubblichi devono essere risultati veri, di cui sei sicuro, non taroccati.
Nella storia della scienza i casi di truffe scientifiche clamorose sono ben noti. Molto più spesso ricercatori fanno piccole truffettine che non vengono a galla semplicemente perché i risultanti non sono così strabilianti da attirare l’attenzione di mezzo mondo.
Non sto pensando che tu sia un truffatore scientifico, però so bene che avrai la tentazione di, come dire, aggiustare i dati. Magari anche solo selezionando quelli che dànno ragione all’ipotesi da cui sei partito, tralasciando accuratamente i dati che invece la contraddicono.
Non farlo. Pubblica solo ciò di cui sei onestamente certo. Se hai anche un minimo dubbio fermati e approfondiscilo.
Di solito dietro quello che non torna si cela qualcosa di ancora più affascinante: cogli l’occasione per studiarlo.

11 Comments

  1. Paolo said:

    Molto utile per chi è alle prime armi!

    Qualche rivista tipo Le Scienze, Query o Wired? Le Scienze non è troppo generalista, le altre due lo sono di più ma sono più serie di tante altre riviste che si dichiarano scientifiche ma non lo sono (ne ho in mente una ma è meglio che mi taccia). 🙂

    15 Giugno 2013
  2. Claiudio said:

    Circa 2800 parole.
    Argomento di cui tutto sommato non me ne importa niente (mica sono ricercatore).
    Zero sbadigli.
    Se riesci a scrivere e comunicare così bene, mi viene quasi voglia di seguire una delle prime lezioni di un tuo corso.
    In Repubblica Ceca l’accesso per seguire le lezioni universitarie è libero come in Italia (a parte i corsi con numero limitato di auditori) oppure niente da fare?

    15 Giugno 2013
  3. mattia said:

    In Repubblica Ceca l’accesso per seguire le lezioni universitarie è libero come in Italia (a parte i corsi con numero limitato di auditori) oppure niente da fare?

    Sì, in Rep. Ceca chiunque può assistere alle lezioni, anche se non è iscritto all’Università. Almeno, so per certo che questo vale nelle università pubbliche, per quelle private non so.
    Anche dal punto di vista legale mi era stato spiegato che gli spazi comuni dell’università (esclusi quindi gli uffici del personale) sono considerati suolo pubblico tanto quanto una pubblica via, quindi non è nemmeno richiesto il permesso per filmare, perché hai la libertà di filmare così come sei libero di filmare sulla pubblica via.

    15 Giugno 2013
  4. Claiudio said:

    perché hai la libertà di filmare così come sei libero di filmare sulla pubblica via.
    Quindi l’equivalente ceco del militante che vende il giornale “lotta nazi-socio-fascio-comunista” o distribuisce gli inviti alle “serate a tema”, potrebbe operare fino accanto alle porte delle aule?

    15 Giugno 2013
  5. mattia said:

    Quello per fortuna no perché la propaganda politica o commerciale è vietata a prescindere all’università.

    15 Giugno 2013
  6. mattia said:

    Qualcosa del genere?

    Interessante, non sapevo dell’esistenza di quel tipo di riviste.
    È che cercavo qualcosa in italiano per non dover tradurre tutto.

    17 Giugno 2013
  7. Turz said:

    Da non addetto ai lavori due commenti posso farli anch’io:

    Se poi i risultati possono variare a seconda del forno devi anche dirmi se serve un forno ventilato, tradizionale, microonde, a gas…

    Posso confermare che il tipo di forno, e anche le sue dimensioni, cambiano i risultati di molto.

    Se non sei sicuro esiste uno strumento di alta tecnologia che ti può aiutare in questi casi: il dizionario.

    Persino i traduttori professionisti usano molto il dizionario, perché anche se uno sa una lingua molto bene può sfuggirgli qualche sfumatura di significato. Chi scrive in una lingua che non è la sua, poi, il dizionario dovrebbe consultarlo quasi a ogni parola.
    A proposito: una cosa molto utile quando si scrive in una lingua straniera è far rileggere il documento da un’altra persona, possibilmente madrelingua o almeno con ottime conoscenze della lingua. Quattro occhi sono meglio di due.

    17 Giugno 2013
  8. Paolo(広島) said:

    È che cercavo qualcosa in italiano per non dover tradurre tutto.
    No, mi spiace ma in italiano non saprei che cosa consigliarti

    17 Giugno 2013
  9. Betta said:

    Cito:
    “Se non dici qual è il problema il lettore si sentirà disorientato e magari si chiederà “perché ‘sto tizio à fatto tutto questo? a che serve?“.”
    Commento: grazie per l’articolo, che userò con i miei studenti.
    Appunto: Ma quel “à fatto tutto questo” contiene di proposito uno svarione da Scuola Elementare?? Spero sia sarcastico….
    Grazie e buon lavoro!
    Betta

    10 Maggio 2019

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