Il pedone e lo straniero

E così siamo arrivati al dunque. Lunedì scorso (quello della settimana precedente) è entrata in vigore la nuova legge sugli immigrati in Giappone.
Ne avevo parlato a lungo su queste pagine, a partire dallo scorso autunno quando iniziò la campagna informativa.
Siamo partiti con gli avvisi diffusi in parrocchia al termine della Messa, sono stati affissi manifesti nei luoghi di ritrovo di stranieri, ne à parlato la frii press per stranieri…
Ci dicevano di controllare che il nostro indirizzo registrato all’anagrafe fosse quello giusto, quello dove abitiamo davvero, perché a Maggio ci sarebbe arrivata una raccomandata.

E infatti a inizio Maggio ò ricevuto la raccomandata dal mio Comune di residenza. C’era un modulo in cui venivano riportati tutti i miei dati in loro possesso: se era tutto giusto non dovevo fare niente, se c’era qualche errore dovevo contattarli per modificare i dati sbagliati in modo che i loro database fosse allineato con la realtà, e non ci fossero problemi nella migrazione al nuovo sistema previsto dalla nuova legge. Tutto scritto sia in giapponese che in inglese.

Nel frattempo le ONG per stranieri ànno addirittura organizzato seminari appositi per istruire gli immigrati sulla nuova legge.
Insomma, non potevi non venire a sapere di questo cambiamento se non rimanendo rinchiuso in casa tutti i giorni).

Ciò nonostante molte delle raccomandate mandate dai Comuni agli stranieri sono tornate indietro, in alcuni comuni con percentuali fino al 29%. Questo significa che molti stranieri in Giappone non sono correttamente registrati all’anagrafe. Per quelli ànno lasciato il Giappone e non si sono cancellati dall’anagrafe pazienza. Per quelli che invece sono ancora in Giappone e non ànno comunicato il cambio di residenza adesso sono cazzi amari.
Sì perché se non corrono in Comune a registrarsi correttamente rischiano di non vedere la propria posizione allineata col nuovo sistema, ricevere una multa fino a 200 mila yen (2 mila euro) e ricevere un calcio in culo che li spedisce fuori dal Giappone quanto la polizia li controlla.

Cattiveria contro gli stranieri? No, è solo il rispetto delle regole.
Vivere in un paese straniero significa anche prendersi carico delle incombenze che ti vengono chieste in quanto straniero; tra queste quella di comunicare prontamente al proprio Comune il cambio di residenza. È un tuo dovere: se non lo fai poi ne paghi le conseguenze.
In molti c’è questa visione distorta per cui lo straniero à sempre comunque ragione nei confronti dello Stato, un po’ come il pedone dei confronti dell’automobile. Invece no, lo straniero (così come il pedone) à i suoi doveri, e se non li rispetta è in colpa.

Ho cambiato n volte la residenza in Giappone, sono sempre andato all’anagrafe e mi sono registrato correttamente. Così a Maggio ò ricevuto la raccomandata con i miei dati precisi e ora posso ottenere la nuova carta di residenza al posto dell’ARC (alien registration card). Mi ferma la polizia e sono a posto: ò fatto il mio dovere e non mi possono contestare nulla.
Se mi succede qualcosa io posso protestare a voce alta, perché io per primo ò fatto quello che la legge mi chiedeva di fare: se lo Stato mi fa qualche sgarro io posso contestargli che ora è il suo turno nell’adempiere ai suoi doveri.

Ma se io non rispetto le regole per primo poi perdo il diritto di parlare.

Questo è il modo in cui si comporta quando si è stranieri.

Racconto queste cose perché qualche mese fa ò fatto una lunga discussione su internet con una ragazza straniera in italia. Si lamentava perché non poteva avere la cittadinanza italiana nonostante fosse in italia da 13 anni. E come è possibile? gli chiedo io, bastano 10 anni di residenza!

Facile – mi spiega. I primi anni viveva in italia ma non era andata in Comune a registrarsi perché così risultava, dal punto di vista amministrativo, residente al suo paese e di conseguenza riceveva la borsa di studio come fuori sede. Se si fosse registrata all’anagrafe come residente avrebbe preso la borsa di studio come “in sede”, borsa di studio molto più magra. Quindi à fatto la furbata per prendere più soldi.
Poi, anni più tardi scopre che non può prendere la cittadinanza perché la sua residenza è partita più tardi e gli anni che à passato in italia da studentessa universitaria non valgono.

La cosa assurda è che si lamenta. Fossi nella sua situazione mi vergognerei di aver fatto la furbata per prendere la borsa di studio più grassa, a scapito di altri studenti che invece ànno rispettato le regole e l’ànno presa più magra o non l’ànno presa del tutto. Mi vergognerei perché avrei rubato agli altri studenti.
Cara mia, ài violato le regole, non ài comunicato al tuo comune la residenza come avresti dovuto fare… adesso ne paghi le conseguenze. Non ài rispettato le regole? Perdi il diritto di lamentarti.
E invece no, oltre a lamentarsi perché non le dànno la cittadinanza à persino la faccia tosta di dire che bisogna cambiare la legge sulla cittadinanza perché non si adatta al paese reale. Dove “adattarsi al paese reale” significa “io faccio quello che voglio, non rispetto le regole, non adempio ai miei doveri, e poi alla fine passo comunque alla cassa  a riscuotere il diritto“.

Poi arriva il politicante di turno che le dà anche ragione. Dirle “mi spiace, ma ài violato le regole quindi perdi il diritto di lamentari” suona male. Per questi politicanti lo straniero à ragione, come il pedone, sempre e comunque, anche quando fa le furbate e non adempie ai propri doveri.
E magari presenta proposte di legge per abbassare da 10 a 5 anni il termine di residenza continuativa per ottenere la cittadinanza italiana. Per adattarsi al paese reale, ovviamente.

Adesso sapete cosa vuole dire.

6 Comments

  1. Lorenzo said:

    Qualcosa di simile (anche nelle sanzioni di 2.000 euro) esiste anche in Italia. Solo che verifichiamo solo ogni 10 anni in occasione dei censimenti della popolazione.
    Il problema più grosso però non è rappresentato dagli stranieri veri e propri, ma dai cittadini comunitari. Purtroppo hanno fatto questa legge demenziale che prevede basti un contratto di lavoro per chiedere la residenza in un qualsiasi comune italiano. Così succede che arriva un tizio dalla Polonia (ad esempio), lavora 3 mesi a Brembate sul Piave e prende la residenza. Torna a casa senza ripassare dagli uffici comunali, ritorna con un altro contratto a Roccacannuccia veneto e prende la residenza anche lì e così via.
    Alla fine ogni 10 anni ci ritroviamo migliaia di persone che figurano in più comuni italiani e rintracciarli diventa un casino assurdo.

    20 Luglio 2012
  2. mattia said:

    Purtroppo hanno fatto questa legge demenziale che prevede basti un contratto di lavoro per chiedere la residenza in un qualsiasi comune italiano.

    No, per ottenere la residenza non occorre nessun contratto di lavoro.
    La residenza in sé infatti non deve nemmeno essere concessa, è solo la presa visione di un dato di fatto.
    Per il codice civile infatti la residenza è il luogo di dimora abituale. Il Comune non deve fare altro che prendere atto di dove vivi abitualmente. Punto.
    Non può chiedersi come ti mantieni, come vivi in quella abitazione, se ài un contratto d’affitto o l’ài occupata abusivamente…
    L’unica cosa che il Comune si deve chiedere è “dove vivi abitualmente?”. Se la risposta è che vivi in quella casa deve registrare la tua residenza in quella casa. Tutto il resto non c’entra niente.
    La resi

    Sì, poi lo so che quando arriva il vigile a fare il controllo si permette di fare domande, tipo con che contratto vivi lì o per che motivi ti sei trasferito lì (è capitato anche a me). Ci sono Comuni che pongono un sacco di limitazioni, che vogliono vedere il contratto d’affitto. Tutto illegittimo.
    Loro devono solo vedere se vivi lì. Possono venire a farti la visita dieci volte, farti la posta, chiederti dove tieni i vestiti o dov’è il tuo letto… ma solo questo, solo le cose atte a verificare il tuo luogo di dimora abituale.
    Se ti chiedo qualcosa che non riguarda ciò tu gli puoi rispondere SUKA e non possono negarti la registrazione anagrafica della residenza.

    20 Luglio 2012
  3. Alberto said:

    Ottimissimo articolo, bravo Mattia, quoto tutto in pieno. Purtroppo gli stranieri in Italia si adeguano ai costumi degli indigeni.

    20 Luglio 2012
  4. Lorenzo said:

    No, per ottenere la residenza non occorre nessun contratto di lavoro

    Se sei italiano.
    Mattia stavo parlando dei cittadini comunitari (quelli che prima di Schengen non potevano passare le frontiere se non con il passaporto).
    Attualmente puoi viaggiare in tutta europa semplicemente con la carta di identità, ma se vai in un altro paese e ti fermi per più di un mese (periodo variabile a seconda della legge locale) che è il tempo massimo accettato di default per la semplice “vacanza” arrivano i poliziotti a chiederti chi sei e cosa vuoi.
    In Italia per richiedere la residenza, essendo cittadino comunitario, è necessario un contratto di lavoro. Ovviamente se non hai nessun parente/amico/conoscente che ti ospita in casa sua oppure una rendita economica di qualche tipo.
    Così funziona per i cittadini comunitari almeno dal 2007. Se non ti piace è un’altra questione.

    Se ti interessa l’argomento:
    http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/testi/07030dl.htm

    Esempio di richiesta:
    http://sportellounico.comune.mantova.it/index.php/residenza-assegnazione-numero-civico/319-richiesta-di-residenza-cittadino-comunitario

    20 Luglio 2012
  5. mattia said:

    ài ragione. sono partito in tromba pensando a un’esperienza personale. pardòn.

    20 Luglio 2012
  6. Lorenzo said:

    Capita 😛

    20 Luglio 2012

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