Una in più

Stamane mi sono ricordato di un episodio della mia infanzia. Avevo non più di otto anni, e la maestra ci diede tante divisioni da fare come punizione. Non è che la punizione era personale, era una punizione collettiva alla classe (non mi ricordo nemmeno per cosa).
Onestamente non so dire quante divisioni fossero, ma vi assicuro che erano veramente tante, da passare tutto il fine settimana sul quaderno di matematica.

Di fronte alle mie proteste da bambino che si ribellava contro la punizione, mi papà mi disse: tu falle tutte le divisioni, e poi fanne una in più.

Per dimostrare di essere superiore, per buttare il quadreno sulla cattedra con orgoglio e avere il diritto di aprire la bocca e dire quello che volevo alla maestra, senza che ella potesse rimproverarmi niente. Una in più.
Inconsciamente questa cosa mi è rimasta dentro.

Forse è per quello che quando vedo i ricercatori che fanno il blocco della didattica non riesco ad essere in accordo con il loro metodo di protesta. Il Ministero ti rende la vita precaria? Ok, sono dalla tua parte (almeno, per quanto riguarda i ricercatori seri). Ma che senso ha bloccare l’insegnamento?
Fa’ le tue lezioni, ma non solo: fanne una in più.
Perché così avrai sempre il diritto di poter aprire la bocca davanti al Rettore o davanti a Ministro.

Certo, col blocco della didattica la tua lotta è più efficace, riesci a farti sentire. Ma cosa ne penseranno gli studenti? Io, studente, sono solidale con i ricercatori quando questi fanno una lezione in più, quando li trovo a mia disposizione per un ricevimento, quando mi scrivono una risposta a un dubbio via email, quando hanno la pazienza di rispiegarti una cosa senza mandarti al diavolo.
In italia ci sono un milione e ottocento mila studenti universitari (suppergiù), e praticamente tutti passano per insegnamenti tenuti da ricercatori. Alcuni concordano con il blocco della didattica, ma credo che sono pochi. La maggioranza di loro ti mandano al diavolo perché per colpa della tua protesta slittano le lezioni, che poi si accavallano ad altri corsi e si incasina tutto.
Sbagliano? Dovrebbero capire i nobili intenti della tua protesta? Sono solo egoisti che pensano al loro tornaconto e non all’interesse delle università nel loro complesso. Può darsi.
Però sono tanti. Sono una grossa fetta dell’elettorato italiano: sta a te decidere come influenzare le loro opinioni.

Una protesta come questa ti darà visibilità nell’imemdiato, ma non fa altro che aumentare il divario tra il mondo accademico e l’opinione pubblica. Non stupitevi poi se la gente non si ribella contro i tagli all’università: vi difenderanno a spada tratta solo quando voi avrete dimostrato di essere sempre a disposizione tutte le volte che lo studente ha bisogno, e anche una in più.

3 Comments

  1. Lorenzo said:

    Fare una lezione in più non è mai servito purtroppo. Se fai il tuo dovere fino in fondo, e anzi fai qualcosa di più, l’unico risultato che ottieni è di essere ignorato. Brutto da vedere e da sentire, ma è così. Da sempre, creare disservizi è l’unico modo attraverso cui una categoria sociale può tentare di bloccare iniziative a suo danno. Creare confusione e farsi sentire (a volte) serve, lavorare come al solito e protestare con educazione no. Non ha mai funzionato.
    Purtroppo qualcuno ci va di mezzo: è la logica dello sciopero. Si spera soltanto che i piccoli sacrifici imposti agli altri (e a se stessi) servano a dare un beneficio alla società nel suo complesso.
    Senza contare che i ricercatori già adesso fanno una lezione in più. Come facevi notare qualche post fa, sul contratto da ricercatore non compare, in Italia, l’obbligo alla docenza. Sono d’accordo con te che dovrebbe esserci ma, fino a quando non verrà inserito, si tratta appunto di un qualcosa che esula dai compiti per i quali i ricercatori vengono pagati. E quando uno non viene pagato, non lavora ^_^

    21 Novembre 2010
  2. mattia said:

    Il concetto dello sciopero sta nell’astenersi dal lavoro per un termine di tempo limitato.
    Fai una giornata di sciopero per chiedere di essere ascoltato.
    Ne fai un’alta se non accettano le tue richieste.
    Ne aggiungi una ancora se la protesta si prolunga.

    Ma smettere completamente di insegnare non è uno scipero, è qualcos’altro.

    22 Novembre 2010
  3. Dispenser said:

    E’ un bell’articolo e sono pienamente d’accordo. E’ la differenza tra dimostrare professionalità e l’ingiustizia di un tale provvedimento e rendere palese che, forse, tanto ingiusto non è… bello, davvero.

    23 Novembre 2010

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