Di bavagli e precisazioni

Poi uno rischia di diventare antipatico, ma quando leggi certi articoli e difficile tenere le mani in tasca (vanno subito sulla tastiera, che pensavate?).

Gilioli non si rende conto di quanto sia pericoloso lanciare certi strali, da suo blog che è tra i più visitati d’italia. Domani migliaia di persone ripeteranno a pappagallo che il governo vuole mettere il bavaglio alla rete. E questo per il suo articolo che necessita di precisazioni grosse come macigni.

Parliamo di ISP…
ISP sta per Internet Service Provider, ossia fornitore di servizi internet. In teoria chiunque ti fornisca un servizio su internet, anche dello spazio su cui pubblicare le tue pagine web, è un ISP. Di fatto però ISP viene sempre inteso come fornitore d’accesso internet.
Di solito un ISP, inteso come colui che ti offre un collegamento a internet, è distinto da chi ti offre lo spazio per pubblicare i tuoi contenuti.
I primi sono le grandi compagnie telefoniche (telecom, tiscali, fastweb) gli altri sono aziende, spesso non italiane, che offrono hosting e non accesso internet (o lo offrono, ma come servizio marginale).
Quando allora Gilioli scrive questa frase:

Non so se è chiaro: un bel giorno un signore che lavora a Vodafone o a Tiscali, a Telecom o a Fastweb, può decidere che il vostro post su Balotelli o su Berlusconi, su D’Alema o sul ristorante cinese sotto casa vostra, è “illecito” e quindi cancellarlo.

non si capisce se non capisce questa differenza o fa finta.
Se io ho un blog su blogger o wordpress, come fa tecnicamente Telecom o Fastweb a cancellare il mio post?
[potrebbe impedirne l’accesso, ma varrebbe solo per i suoi clienti; e comunque si sorpassa con un proxy qualsiasi].

La confusione tra ISP e fornitori di hosting continua anche qui:

Già: l’idea che un occhiuto manager di Telecom o Tiscali controlli i miei contenuti, si sostituisca a un magistrato e infine decida che ho scritto qualcosa di illecito, con rispetto parlando, a me pare piuttosto barbarica.

Ora, è vero che la bozza preparata dal governo viene proposta a sia ad ISP che a fornitori di hosting, ma questa confusione è fuorviante.
Perché messa così sembra che al governo basti convincere quelle quattro o cinque aziende che in italia si spartiscono il mercato degli accessi ad internet per poter controllare  tutti i contenuti pubblicati. E siccome a Telecom o Fastweb non conviene fare la guerra al governo ubbidiscono.
In realtà per cancellare del contenuti si dovrebbero convincere centinaia di aziende sparse su tutto il mondo che forniscono hosting. Che già diventa ridicolo di suo.
Basterebbe leggere la bozza
Basta dare una lettura alla bozza di questo regolamento per capire che certe preoccupazioni sono pompate ad arte.
Innanzitutto è un testo scritto coi piedi, che non impone niente a nessuno. In pratica il governo propone, ma le aziende sono autorizzate a fare una pernacchia e a tirare dritto per la propria strada.

Ma anche per chi aderisce al codice già il governo mette le mani avanti e scrive:

I soggetti aderenti si impegnano a promuovere l’effettiva attuazione delle disposizioni del presente Codice e a collaborare tra di loro per individuare e implementare le migliori modalità applicative dello stesso

Che tradotto significa oh, belli, lo so che queste paginette non hanno alcun valore legale, però non è che fate finta di firmarle e poi andate avanti come prima.
Cioè, già lo sa il governo che non può obbligare le aziende a fare gli sceriffi del web, e tenta alla disperata di prenderli sull’onore.

Basterebbe leggere la bozza per leggere anche che non è tutto fascismo quel che è nero. Il regolamento prevede anche misure a tutela dell’utente, qualora venisse censurato. Cose che oggi spesso non accade in alcuni servizi (e penso ai video su YouTube che ti segano al volo se qualche pirla fa una segnalazione  asserendo che violi un copyright). Almeno adesso le aziende sono obbligate ad essere trasparenti sulla censura:

b. fornire agli utenti tutte le informazioni utili per poter avanzare eventuali reclami ed esercitare i propri diritti in merito all’applicazione del codice;
c. mettere a disposizione dei destinatari dei propri servizi, in modo continuativo e chiaramente visibile ed accessibile, un apposito link a modelli di segnalazione e di  reclamo di cui alla lettera b.
d. garantire la possibilità di verifica di ogni attività di rimozione dei contenuti, anche al fine di tutelare chi si vedesse indebitamente censurato a seguito di segnalazioni non corrette;
e. assicurare trasparenza e pubblicità alle segnalazioni e reclami, nonché all’attività di rimozione e di eventuale ripristino dei contenuti;

Ma riflettiamo: perché aderire?
Cerchiamo allora di capire perché un’azienda dovrebbe decidere  volontariamente di censurare i contenuti dei suoi utenti. Ricordo che non parliamo di Telecom (che di sicuro non si mette contro il governo) ma di aziende com Google, che possiede blogger, che hanno proprietà all’estero oppure di aziende che forniscono servizi di web hosting in italia, come Aruba.

Ora, censurare i miei utenti è come darsi una mazzata sui piedi. Appena si diffonde la voce diventi l’azienda-male e la gente ti fa la guerra. Significa perdere una botta di utenti. Gli unici che potrebbero accettare di agire in modo così inpopolare sarebbero quelle aziende che ti forniscono servizi gratuiti di web hosting. Perso a Google e al suo blogger che ti può dire: guarda, io ti faccio fare il tuo blog gratuitamente, quindi non puoi pretendere niente, ubbidisci e prendi lo spazio così com’è che ti viene via gratis. Di contro non si inimicherebbe il governo che non lo disturba sulle altre attività sulle quali l’azienda fa i soldi.

Dubito però fortemente che un’azienda di webhosting che basa la sua fonte di reddito su utenti paganti per il proprio spazio internet accetti così alla leggera di censurare i suoi utenti. Perché quando paghi per avere un tuo sito, non accetti di essere censurato alla carlona. Appena ci provano sposti il tuo sito da un’altra parte e così perdono un cliente pagante. E quando l’azienda perde i clienti paganti non può andare dal governo a chiedere il rimborso.
In questo caso sul piatto della bilancia peserà di più l’importanza dell’utente in quanto fonte vitale per il core business dell’azienda, piuttosto che l’amicizia col governo.

E alla fine ritorniamo sempre lì: se vuoi un servizio gratuito ne paghi anche le conseguenze. I diritti si invocano solo quando si hanno dei doveri, tipo pagare qualcosa per avere dell’hosting.
Ché le persone che proclamano solo diritti mi stanno antipatici.

One Comment

  1. simudurdu said:

    grazie, le tue precisazioni mi sono state utili a capire delle cose

    21 Maggio 2010

Comments are closed.