La lettera di Khouma a Repubblica, e i suoi spigoli

Probabilmente avrà molta eco, seguiranno commenti, e commenti sui commenti. Mi riferisco alla lettera di Pap Khouma su Repubblica, intitolata “Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli“. E siccome i commenti seguiranno, ci aggiungo fin da ora il mio.

Una bella lettera, scritta bene; ma con qualche spigolo. Chi vive all’estero ben sa che si deve pagare il dazio per la propria origine. In qualsiasi paese si viva. Khouma direbbe: “ma io sono italiano!”. Certo, ha il passaporto italiano così come lo possiedo io. Dal punto di vista giuridico non c’è differenza tra me e lui. Ma sembra quasi che la cittadinanza abbia valori spirituali, e non sia invece un banale fatto amministrativo, come è.

Uno allora può chiedersi: cosa significa essere italiano? Non lo so, probabilmente perché non lo sono. So però cosa significa non essere ceco. Ho già passato più di quattro anni in Repubblica Ceca; cerco di capire la mentalità di questa gente, mi abituo ai loro comportamenti per me talvolta bizzarri, e mi sforzo di capirne la lingua. Ieri, la dottoressa del Pronto Soccorso mi ha chiesto da quanti anni vivevo a Praga, quando mi ha sentito parlare in ceco (durante tutta l’esperienza al PS ho usato solo una parola inglese). Il mio ego è andato ad auto incensarsi, ma nonostante ciò posso dire che mai riuscirò a dire di sentirmi ceco. Potrò passare la mia intera vita in questo paese, potrò impararne la lingua perfettamente, ma mai mi sentirò ceco. E questo non ha nulla a che vedere con la cittadinanza. Potrei sposare domani una donna ceca, e iniziare le pratiche per ottenere un passaporto ceco (in realtà non basta sposare una cittadina ceca, bisogna sempre fare l’esame di lingua e cultura ceca per diventare cechi; essere sposati con una ceca accorcia solo il tempo minimo di residenza in RC richeisto).
Potrei anche ottenere così cittadinanza ceca, ma non mi sentirei mai ceco.

Una frase mi ha colpito in quella lettera. Khouma riferisce questa frase che gli è stata rivolta: “Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario“. Riporta questa frase come se fosse una frase razzista. Se Khouma vivesse in Repubblica Ceca, si sarebbe dovuto arrendere all’evidenza: cittadinanza e nazionalità sono due cose diverse, anche per la legge.
In RC infatti i cittadini hanno sia cittadinanza che nazionalità. I cechi-cechi, hanno cittadinanza ceca e nazionalità ceca. Mentre i rom hanno cittadinanza ceca e nazionalità rom. Mi spiegavano che se mai un giorno ottenessi cittadinanza ceca, potrei specificare di avere nazionalità lombarda. Ovviamente tutto ciò ha un motivo storico, visto che quando fu creata la Cecoslovacchia c’erano forti minoranze etniche di tedeschi nei sudeti, e di ungheresi nella Slovacchia dell’Est. Più che discriminante forse la nazionalità viene specificata a garanzia dell’identità delle minoranza.
Non so, se proponessero una cosa del genere in italia probabilmente  diluvierebbero le accuse di razzismo. Qua no. Anzi, anche sul libretto universitario ti trovi i due campi da compilare: cittadinanza e nazionalità (cosa che rende la vita difficile agli studenti italiani che vengono in erasmus e che ti stressano l’anima perché non capiscono che differenza ci sia). Ho visto cittadini spagnoli compilare il libretto e scrivere “cittadinanza: spagnola”, “nazionalità: catalana”.
Sembra che specificare la nazionalità, oltre alla cittadinanza, sia un crimine solo in italia (e per Khouma). Fosse emigrato verso gli U. S. of A. gli sarebbe andata anche peggio. Una volta diventato cittadino statunitense, avrebbe potuto sbraitare quanto voleva di essere come tutti gli altri. Non lo sarebbe mai stato, perché il cittadino statunitense per naturalizzazione non è uguale al cittadino statunitense di nascita: il primo infatti non può candidarsi alla carica di Presidente U.S. of A.

Non so se Khouma si senta italiano, oltre che avercelo scritto sulle carte. Questo non lo dice, ed è una mancanza di non poco conto. Personalmente avrei apprezzato di più una persona che pur diventando cittadino italiano, non si dimentica delle proprie radici e che si definisce di cittadinanza italiana e nazionalità senegalese. Sentirei questa definizione più coerente con la propria storia e identità.

Qualcuno potrebbe argomentare che certe differenze tra i cittadini potrebbero dare adito a razzismo. Potrebbero creare classi di cittadini, mentre tutti sono uguali. Non giriamoci attorno, la stupidità delle persone non guarda a queste sottiliezze. La discriminazione del giornalaio te la trovi non solo per il colore della pelle, ma per tante altre cose che appaiono. Se avete meno di trent’anni provate a fare un giro in un supermercato: prima vestito con t-shirt e bermuda (se è estate) e magari con la barba sfatta, e poi  con un completo gessato, la barba fatta e profumati come una 50enne rapace in cerca di ragazzino da svezzare. Nel primo caso ti daranno del tu, nel secondo case del lei. Quello stesso lei di cui Khouma si lamenta perché non gli viene rivolto dalle impiegate del comune, in quanto diversamente pigmentato.
Non è una questione di passaporti, cittadinanze e carte. È maleducazione della gente.
La stessa maleducazione di alcuni agenti delle forze dell’ordine a cui mi rivolsi nel 2006 durante i festeggiamenti per la vittoria dell’italia ai mondiali. Motorini che sfrecciavano carichi di tre ragazzi, tutti senza casco, senza che le forze dell’ordine facessero niente. Anzi, guardavano e ridevano. Alle miei rimostranze (perché se vuoi festeggiare lo puoi fare anche nel rispetto della legge) gli agenti non solo non si sono mossi, ma mi hanno anche chiesto i documenti. “Sig. Butta, senta”. “Dott. Butta, prego”. “No, ma io la chiamo Sig. Butta perché qui mica c’è scritto che è laureato. Lei mi vede che sono in divisa e deve credere che sono un finanziere, ma io mica le devo credere che è laureato”. Già, vestivo una maglietta, dei pantaloni corti e dei sandali, quindi l’agente non era tenuto a pensare che fossi laureato.
Una questione di mera maleducazione. Tutto qui.

Se ci fosse educazione, Khouma si potrebbe permettere di sentirsi cittadino italiano di nazionalità senegalese senza dover pestare i piedi come un bambino, pretendendo l’evidenza che non c’è.

Io capisco Khouma, perché sono un immigrato, e so cosa significa avere a che fare con poliziotti imbecilli. L’avevo raccontato proprio su queste pagine: quando un poliziotto ti guarda il passaporto e sghignazza commentando la tua cittadinanza, non è bello (anche perché non gli puoi rifilare un cazzotto). Il discorso “ma anche una volta noi eravamo emigranti”, come me non attacca, lo dico subito. Io SONO emigrato. E di emigrati ne conosco tanti, gente che ha lavorato e studiato in tutti i paesi del mondo. Gente che te lo conferma: quando sei italiano devi lavorare il doppio per convincere le persone di quello che vali. Gli stranieri partono col pregiudizio verso gli italiani, ovunque.

La riflessione che però si deve fare in questi casi è: perché? Eppure, non abbiamo la faccia nera… Cari miei, se la gente si fida poco degli italiani, è semplicemente perché ci sono stati – e ci sono – degli italiani che si comportano male quando vanno all’estero. Qualche tempo fa leggevo delle proteste verso alcuni negozianti del centro di Praga che non lasciavano entrare più di tre italiani alla volta nei negozi. Razzismo! No, semplicemente erano stanchi di vedere scolaresche di diciottenni italiani che rubano i souvenir e scappano. Onestamente non riesco a dar loro torto. Non mi arrabbio contro di loro perché sono razzisti, ma verso gli italiani che si comportano male e sputtanano anche gli onesti. E lo stesso vale per quelli che vengono a fare gli affaristi speculando in ogni dove, o a quelli che si mettono in malattia per tre mesi anche se sono sani come pesci. Come fa un datore di lavoro a fidarsi poi di un italiano se ha dipendenti del genere?

Nella lettera di Khouma manca l’autocritica. Io, quando uno studente mi chiede di fare la tesi, mi fido anche se ha la stessa nazionalità degli scansafatiche che mi sono ritrovato. Non lo giudico a priori in base alla sua nazionalità. Ma tu devi riconoscere che avrei motivo di dubitare; è un atteggiamento umano, perché non mi invento niente: il tutto deriva dall’effettivo attaggiamento di alcuni studenti.
Quello che Khouma non ha capito è che la discriminazione non si combatte mai su un binario unico, ma sempre su un doppio binario. Tu puoi criticare il tizio che ti considera un ladro di macchine perché sei diversamente pigmentato, ma devi anche criticare i diversamente pigmentati che rubano le macchine, perché non è che uno se lo sogna di notte che un diversamente pigmentato ruba le macchine.
Il doppio binario ti consente di far un passo verso una direzione e un passo verso l’altra, capendo le ragioni e le paure di ognuno. Serve per calmare gli animi e smorzare i toni, facendo anche un po’ di autocritica e capendo che talvolta le paure non sono infondate. Serve per trovarsi a metà strada. Usare il binario unico della critica e della lamentela invece non serve a niente. La critica senza autocritica, suscita orgoglio nel criticato che a sua volta troverà una qualsivoglia ragione per criticarti. È l’istinto della difesa, belli.

Un paio di anni fa ero all’aeroporto di Bristol, di ritorno dal Galles. Per passare l’attesa, comprai un libro in un negozio dell’area partenze. La cassiera sbagliò a contare il resto, dandomi una banconota da cinque sterline in più del dovuto. Ho impiegato un minuto buono per farle capire che quelli erano soldi suoi. Quando finalmente ha capito i conti (dura la matematica, eh!) mi ha guardata sbigottita “But… you are honest!”. “Sure – le ho risposto – I am Lombard”.

Anche questo, oltre che le lettere su Repubblica, serve.