Perché amo vivere in Rep. Ceca: due motivi

September 15th, 2017 by mattia | Filed under praga, repubblica ceca.

Vi faccio un esempio. L'altro giorno il tizio che stava alla cassa di un negozio mi ha chiesto "come state?". L'avevo notato che era un po' (tanto) più espansivo della media dei cechi, ma quel giorno mi ha spiazzato. Ho boffonchiato bene ma sono rimasto sconvolto: ero a disagio, in Rep. Ceca nessuno sconosciuto ti chiede come stai (sono cazzi tuoi) quindi non sapevo nemmeno che cosa dire.
A me piace come fanno tutti gli altri cechi: si fanno amabilmente i cazzi loro. A qualche italiano che vive qua (anche da anni e anni) sembra triste, io invece amo questo atteggiamento. Tanto più la gente sta sulle sue e non mi rivolge la parola, quanto più io godo. Ieri sull'aereo da Madrid a Praga c'era una comitiva di spagnoli che parlava, parlava, parlava... era un trauma per me.

Oppure, prendete questo caso. Ben Shapiro (non proprio un tizio incendiario, eh) va a parlare all'università (?!?) di Berkely, e l'università cosa fa? Ti scrive sul proprio sito cose di questo tipo:
Support and counseling services for students, staff and faculty

We are deeply concerned about the impact some speakers may have on individuals’ sense of safety and belonging. No one should be made to feel threatened or harassed simply because of who they are or for what they believe. For that reason, the following support services are being offered and encouraged:

Student support services
Employee (faculty and staff) support services

Tradotto: siccome nell'università ci sono delle povere stelline che si mettono a frignare se sentono qualcuno dire cose tipo... la verità (quando la verità si scontra con le loro ideologiche masturbazioni mentali) allora l'università ti offre un servizio di assistenza con uno psicologo che ti aiuta a superare il trauma.

Sì, perché sentire qualcuno che esprime un'opinione diversa dalla tua è un trauma, un'esperienza che non nessuno dovrebbe sperimentare.
Persone così dovrebbero essere prese e buttate fuori a calci nel culo da una qualsiasi università. E i dirigenti  che decidono queste politiche dovrebbero essere messi a gestire il personale che fa le pulizie nell'ateneo.
Perché un'università è il posto per eccellenza dove si impara a ragionare e ad argomentare le proprie idee. Se qualcuno esprime un'opinione diversa dalla tua non è che ti metti a frignare tappandoti le orecchie e chiedendo aiuto allo psicologo del campus. Ti alzi in piedi, e contesti - con delle argomentazioni logiche! - perché pensi l'opposto. Altro che seif-speis. Seif-speis un cazzo.
Se uno studente universitario non sa difendere con la ragione una sua idea allora non è degno di ricevere una laurea. Calci nel culo e via, lascia il posto a gente più degna di te.

Ecco, in Rep. Ceca una cosa del genere non esisterebbe. Vero è che da noi le università si usano per studiare e non per fare politica (che cosa bizzarra) ma nessuno si sognerebbe mai di dare un servizio di psicologo perché alcuni studenti sono rimasti traumatizzati dal discorso che un tizio ha fatto all'università.
Davanti a una richiesta del genere ti guarderebbero in faccia stralunati chiedendoti se sei normale.

Abbiamo ancora la misura delle cose qui, siamo ancora normali.
Speriamo che duri.

6 Responses to “Perché amo vivere in Rep. Ceca: due motivi”

  1. shevathas says:

    Il prossimo passo sarà il deferire alla corte dell’Aja chiunque sostenga che “babbo natale non esiste”.

  2. Martyn says:

    Qui in Spagna, anche io rimanevo spiazzato quando mi chiedevano “come stai?”. Una volta, nell’ascensore del condominio sono stato pure rimproverato velatamente da un vecchio che vedevo per la seconda volta perché non l’ho salutato.

    Mi sembra una interazione inutile quella di salutare e chiedere come si sta a persone che non conosci. In alcuni casi permette però di conoscere gente interessata a mantenere una relazione di amicizia o che per lo meno che sia d’aiuto in determinate situazioni. Tenendo in considerazione il fatto che non sono nato qui, non faccio un lavoro con moltissime interazioni sociali e fondamentalmente sono straniero, comporta che non veda nulla di male in questi comportamenti.

    In conclusione, un saluto non costa nulla e fondamentalmente non dovrebbe urtare la sensibilità di nessuno a rigor di logica.

  3. Anonimo says:

    Shevathas non so se lo sai ma quel giorno è più vicino di quanto pensi

    http://roma.repubblica.it/cronaca/2016/12/30/news/frozen_babbo_natale_non_esiste_roma-155119755/

    Giacomo Loprieno, il direttore d’orchestra dell’Auditorium Parco della Musica di Roma per Disney in concert: Frozen, si è trovato licenziato in tronco per aver osato affermare che Babbo Natale non esista realmente.

  4. mattia says:

    In conclusione, un saluto non costa nulla e fondamentalmente non dovrebbe urtare la sensibilità di nessuno a rigor di logica.

    Ma per carità, io il buon giorno lo do a tutti. Anzi, diciamo che qui il “dobry den” scatta anche più facilmente. Per dire, in facoltà se guardi una persona per più di 1,5 secondi ti saluta (piccola nota, sembra quasi che questo fenomeno aumenti tanto più invecchio/mi vesto bene: sembra che soprattutto gli studenti si sentano in dovere di salutarmi quando percepiscono – erroneamente – che sono un tizio importante).
    Così come con chiunque, alla cassa del supermercato per tornare all’esempio del post, ti dici un “dobry den” di orinanza. Ma poi finisce lì.
    Ti auguri il buongiorno (anche alle 8 di sera) ma niente di più. Non è che mi chiedono come sto.
    Che poi lo capisco, è una sorta di codice di condotta sociale. In posti come la California dove ti chiedono “come stai?” non è che te lo chiedono perché sono veramente interessati.
    Una volta in una cafetteria californiana al “hi, how are you?” ho risposo “di merda, c’ho il jet leg, un mal di testa della madonna e ho bisogno di un caffè per ripigliarmi”. E la barista mica ha seguito il discorso. Ha continuato a sorridere chiedendo l’ordinazione.
    Ti chiedono “how are you” ma anche se rispondi la verità se ne fottono. Come se non dicessi nulla.
    Quindi per loro un “come stai” è come un “buon giorno”, non vuole dire niente. Lo sai e lo consideri come tale.
    Qui invece siccome non lo dicono mai, quella volta che ti chiedono “come stai?” sembra che lo dicano sul serio e tu non capisci perché s’interessano a come stai.

  5. Peto says:

    @Anonimo
    Finché si tratta di bambini, ci può anche stare.

    Topic: fa cascare le braccia che un’Università dica “Ok, abbiamo invitato un relatore che potrebbe urtare il tuo cuoricino tenerino, eccoti l’area nanna”, ma ancor peggio è stato quando l’hanno fatto per l’elezione di Trump! È peggio per due motivi: 1) non è qualcosa che è accaduto all’Università, se uno ha problemi personali, peggio per lui; 2) è un atto politico, stai ammettendo che il risultato della Consultazione democratica possa esser letto come un evento sconvolgente.

  6. Anonimo says:

    “Ok, abbiamo invitato un relatore che potrebbe urtare il tuo cuoricino tenerino, eccoti l’area nanna”

    Che poi in teoria chiunque potrebbe offendere chi la pensa diversamente con le sue idee quindi in un università (e più in generale nella vita) non si dovrebbe poter parlare di nulla