Appassionare

August 5th, 2017 by mattia | Filed under w la fisica.

E poi le formule son da imparare a memoria, come le declinazioni di latino e greco, cazzo vuoi appassionare.

Succede sempre.

Ogni volta che parlo dell'insegnamento della scienza e spiego che se può spiegata bene può appassionare arriva qualche insegnante frustrato a dire che sono un illuso. Ché agli studenti interessa solo la droga, la figa e il calcio.

Allora vi racconto un po' di cose. Anche personali, ma non solo.
[Nota: sarò decisamente vago per non consentire l'identificazione delle persone.]

Una volta mi accorsi che una relazione consegnatami da uno studente non era farina del suo sacco, ma era stata copiata. Due domande mirate, quello prima nega ma poi crolla e ammette.
Allora faccio quello che il codice etico della facoltà m'impone di fare: scrivo una relazione di quanto accaduto e la mando alla commissione disciplinare per gli opportuni provvedimenti. Era la prima volta che accadeva a questo studente, si scusò davanti alla commissione, e quindi ricevette solo un avviso orale. Ma capì la lezione.
Mi scrisse una email in cui si scusava e mi diceva che la cosa a cui più teneva a quel punto era di non rovinare il rapporto con me, visto che ero uno dei pochi che "ci teneva", per cui l'insegnamento non era solo una delle tante incombenze da sbrigare. Sentiva di avermi deluso ed era mortificato.
Voi direte, sì sì... credici...
Non è che ci credo. È che poche settimane dopo, quando ormai aveva già fallito l'esame (tra l'altro), venne nel mio ufficio a chiedermi un aiuto per dei problemi personali che nulla avevano a che fare con la scuola. Problemi anche abbastanza grossi, tra l'altro. Da straniero non aveva qui nessuno e non sapeva a chi rivolgersi: scelse me.
Così come poi scelse me come relatore interno per il suo progetto finale che ha fatto in una università straniera nel suo periodo all'estero.
Guardatela così: io l'ho deferito alla commissione disciplinare e lui mi sceglie come supervisore. O è mentalmente disturbato oppure ha capito che l'ho mandato alla disciplinare non perché sono stronzo, ma perché era la cosa giusta da fare. Pur essendo "severo" ho guadagnato la sua stima.

Altro studente, altro disastro. Questo non aveva copiato, ma non riusciva a passare l'esame. Aveva dei grossi buchi nella preparazione, ed era ormai il suo penultimo esame. Alla fine riuscì a strappare un "18", però gli dissi che così non andava. Con quelle lacune non avrebbe passato l'esame di laurea.
Siamo stati lì a parlare una buona mezz'ora, in cui ho cercato di capire qual era la situazione.
Alla fine gli proposi questa soluzione: io le do il 18 ma lei fra sei mesi viene qua e mi dimostra di avere recuperato tutte queste lacune.
Non sono un ingenuo, quindi mi aspettavo una risposta più falsa di un porno in cui una porno attrice che ha visto mille uccelli fa finta di essere una verginella. Una risposta del tipo... sì sì, sicuro! e poi una volta preso il 18... via alla velocità della luce.
La sua reazione mi sorprese: gli si aprì un sorriso e mi risposte "magari".
Era rimasto sorpreso della mia disponibilità a occuparsi di lui anche dopo l'esame, quando ormai non era più mio studente e me sarei potuto fregare. Diceva che era in imbarazzo a sfruttare del mio tempo prezioso.
Sì, gli dissi, ho mille cose da fare, ma il tempo per questo lo trovo. Egli mi rispose - commosso - che era la prima volta che in facoltà qualcuno si prendeva cura di lui in modo così personale.

Questi sono solo due casi in cui sono riuscito a tirare fuori qualcosa di buono da due studenti semi-disperati.
Vuol dire che ci si riesce sempre? No, ovviamente. Potrei raccontarne tanti altri in cui non c'è stato niente da fare, però ciò non significa che bisogna rassegnarsi. Non puoi passare la tua carriera da insegnante a dire "tanto non gliene frega un cazzo, faccio il minimo sindacale e si fottano". Perché se ce ne sono cento irrecuperabili possono essercene anche quindici che con un po' d'impegno da parte dell'insegnante possono tirare fuori qualcosa di buono. Se tu parti rassegnato hai perso anche quei quindici.

Questo non significa che non ci siano momenti di scoramento, figuratevi. Potrei raccontarvene mille. Ma durano lo spazio di un giorno, poi si ricomincia credendoci. Se non avete questa predisposizione mentale fate altro nella vita, non gli insegnanti.

So già cosa starete pensando: ma tu insegni all'università, è diverso!

Be', innanzitutto tenete presente che mi capitano palate di studenti erasmus che ti arrivano a lezione con i sintomi della sbronza - perché gli unici scopi per cui sono venuti a Praga solo l'alcool e la figa, non studiare - e che considerano loro diritto divino passare l'esame solo perché sono erasmus (illusi). Livello di maturità anche inferiore ai vostri sedicenni.

Dopodiché, non dimenticatevi da dove vengo. Io ho fatto l'IPSIA, scuola dove ti capita anche che ti entri la polizia in classe a portare via un tuo compagno per spaccio di droga. Eppure anche lì il concetto vale alla stessa maniera.
Vi faccio un esempio: in terza superiore avevo un'insegnante di matematica pessima. Insegnava così male che mi fece odiare la matematica. In quarta e in quinta ci capitò un'insegnante così brava che cambiò tutto. Mi fece piacere la matematica, tanto che i miei voti salirono vertiginosamente. Ma questo non funzionò solo con me, ci furono tanti altri studenti che migliorarono tantissimo con questa insegnante.
Certo, c'erano sempre quelli che "non ci arrivavano" e non ci sarebbero mai arrivati, è inutile fingere l'opposto. Eppure era stata capace di tirare fuori qualcosa di buono dalla classe, là dove l'altra insegnante aveva miseramente fallito. Anche all'IPSIA.

Se voi insegnanti non siete capaci di tirare fuori dalla classe quello che si può tirare fuori (tanto o poco che sia) allora la colpa è vostra. Non si tratta di tramutare tutti in Faraday, ci mancherebbe, ma ognuno ha un potenziale. Se partite dicendo "tanto non gliene fotte un cazzo" non lo tirerete mai fuori, garantito.
Ma il fallimento è vostro.

Per avere successo è sicuramente fondamentale il fattore umano, ma una parte fondamentale sta pure nella competenza e nel metodo.
Nella competenza perché gli studenti capiscono quando sai di cosa parli, quando sei un esperto: lo percepiscono e fanno di te una persona autorevole davanti ai loro occhi. Se invece hai lacune enormi nella tua preparazione risulterai un minchione e non ti crederanno.
Nel metodo perché il modo in cui si insegna è fondamentale. Giusto per fare un esempio banale: cercate le lezioni di Walter Lewin su youtube e confrontatele con le soporifere lezioni del Consorzio Nettuno. Le prime appassionano, le seconde sono solo utili come alternativa al Lexotan.

Sì, si può appassionare gli studenti alla scienza, basta usare il metodo giusto. E non è poi così difficile, quello che fa Walter Lewin lo possono fare tutti (o quasi), si tratta di avere la voglia di mettersi lì e imparare come s'insegna.

La frase con cui ho aperto il post mi è stata scritta da uno che si dichiara un insegnante. Spero che non insegni niente di scientifico, altrimenti sarebbe l'esempio perfetto di come non si deve insegnare.

No, le formule non si devono imparare a memoria. Se una formula supera i quattro simboli io non me la ricordo a memoria: me la ricavo perché so cosa significa.
Un esempio banale: io la formula della trasformata di Fourier discreta col cazzo che me la ricordo a memoria. Però so scrivertela perché so cosa c'è dietro.
Se lo fai con qualcosa di matematico figurati con qualcosa di fisico dove c'è proprio un "concetto pratico" dietro la formula.
Quando uno studente s'impappina e non ricorda una formula e cerca di ricordarsela io gli dico sempre di fottersene, di non cercare di ricordarla, gli chiedo di ricavarla. Se cambi questo parametro il risultato aumenta o diminuisce? E come aumenta?
Quando sbaglia la formula gli dico... ok, ma se fosse così succederebbe questo. Succede? No. Succede un'altra cosa...

Se tu gli dici "impara la formula a memoria" non sei un insegnante. Perché a quel punto anche mio zio potrebbe salire in cattedra e dire "imparate la formula a memoria". E grazie al cazzo, sono capaci tutti.
Dietro quella formula c'è un significato, e il tuo compito è far interiorizzare il significato di quella formula. Altrimenti la fisica è soltanto un algoritmo in cui prendi dei numeri li metti in una formula e calcoli il risultato.
Se insegni la fisica così (come tanti in effetti fanno) allora hai sbagliato tutto.
Poi è scontato che non cavi niente dai tuoi studenti, ma la colpa è tua.

6 Responses to “Appassionare”

  1. Raoul Codazzi says:

    A proposito di “salire in cattedra”… ricordo una lezione di fisica I al Poli. Un giorno mancava il docente (mediocre, nemmeno mi ricordo come si chiamasse, faceva il suo compitino senza passione e poi a casa) ed era venuto un sostituto. Tipo giovane, sui trent’anni, capelli ricci un po’ lunghi, maglione, stile trasandato. Nelle prime file c’era uno studente che ha fatto una domanda sul prodotto vettoriale e sulla regola della mano destra che proprio non riusciva a capire. Quelli intorno a lui, ma sopratutto quelli in fondo, hanno cominciato a prenderlo in giro, lo studente, dicendo che quelle cose lì te le insegnano alle superiori e quando arrivi all’università le devi già sapere. Invece il sostituto ha zittito tutti, è salito in pedi sulla cattedra e ha spiegato la regola della mano destra usando le braccia al posto delle dita. Alla fine c’è stato persino un applauso. Ha creato un “gancio” visivo. E a quello studente è servito, e secondo me anche ad altri.

    Nei primi due anni di liceo non amavo la matematica, ma sopratutto odiavo la fisica. Al terzo anno invece è cambiato tutto. Ci siamo ritrovati un’insegnate friulana, molto severa ma anche molto capace (sono passati trent’anni ma il nome eccome se me lo ricordo, che poi magari lei è anche già trapassata). E il rapporto tra classe e matematica/fisica è cambiato drasticamente in meglio. La cosa che si collega al tuo post è che – dichiaratamente – non ci insegnava quasi nessuna formula a memoria, se non quelle davvero di base da cui potevi ricavare tutto il resto. E ti assicuro che questa cosa ha fatto la differenza. Sicuramente ha fatto la differenza in trigonometria.

  2. shevathas says:

    Beh te ne dico una: nonostante abbia studi matematici a livello universitario abbastanza avanzati, Analisi Superiore per intenderci, io ancora non riesco a ricordare le formule di prostaferesi. So a cosa servono ma se le devo usare devo andare a recuperare il formulario così come le formule legate alle varie distribuzioni di probabilità.
    E’ riduttivo pensare alla matematica come solo ad una sequenza di formule da mandare a memoria.
    E il docente peggiore che invece ho incontrato all’università era convinto che ci si fosse iscritti solo per il piacere di calcolare a mano determinanti di ordine tre e quattro.

    PS

    è capitato anche a me alle superiori: in prima. seconda, quarta e quinta insegnanti severi ma capaci. In terza una incapace di insegnare adorata solo perché il voto minimo era sei. Mi son trascinato difficoltà nella geometria analitica e i logaritmi fino all’università.

  3. stephen says:

    condito col classico “cazzo vuoi” da italiota medio; io ce l’ho a morte con insegnanti del genere: ho avuto un’insegnante di matematica e fisica gli ultimi 2 anni di liceo che non solo era “cazzo vuoi appassionare”, ma veniva per fare salottino ed era pure incapace.
    inoltre capitai in classe un giorno che avevo fatto le ore piccolissime e ho appoggiato la testa sul banco, lei stava eseguendo un problema alla lavagna, si incastra e mi chiama giusto per fare la figura di merda perché stavo mezzo in piedi (non dormivo ovviamente); glielo risolvo e da li odio per tutti e due gli anni.(non era difficile ma quella particolare classe era leccaculo e cercava di seguire il metodo della prof per non contrariarla).

    tra la sua incapacità e i motivi personali smisi di studiare matematica (passai alla maturità col minimo); scelta stupidissima, ma si deve capire che si ha a che fare con adolescenti… la conseguenza diretta che la prima scelta di università fu un disastro perché eliminai categorigamente cose come ingegneria perché ovviamente dopo 2 anni ero anche convinto di odiare matematica e manco essere capace.

    fortunatamente qualcuno mi fece rinsavire, cambiai, entrai al poli e analisi non andò neanche male, anzi. e ora sono qui a finirmela e passare ad elettronica.

    non hanno idea dei danni che possono fare.

  4. Lorenzo says:

    Io ho sperimentato l’effetto contrario.

    Da “giovane” avevo la passione per l’elettronica.
    Passavo le giornate con transistor, LED, amplificatori, alimentatori … i vari NE555 CD4xxx …e persino un SN76477.

    Così decido di frequentare l’istituto tecnico con indirizzo ELETTRONICA.

    Fino al terzo anno, dove si studiava ‘solo’ elettrotecnica, tutto andava abbastanza bene.
    La possibilità, con le Leggi di Kirchhoff i Teoremi di Thévenin e Norton di saper calcolare correnti e tensioni in qualsiasi punto di circuiti elettrici era fantastica… non vedevo l’ora di riuscire a fare lo stesso con i circuiti elettronici.

    Il dramma arriva al quarto anno quando, il “professore” mi ha fatto completamente allontanare da tutto questo.

    Ha passato i primi mesi a parlare di giunzioni PN, drogaggi, elettroni: ok conoscere la teoria, ma in una scuola tecnica, non è necessario tutto questo dettaglio.
    Poi è passato a una marea di teoremi….studio di funzioni ecc ecc SOLO TEORIA!!

    In conclusione..mi sono diplomato per miracolo..e solo ora dopo più di vent’anni sto riprendendo il vecchio hobby … anche grazie alle nuove board..

  5. Ale says:

    Il carisma si può imparare? Tutti dicono che è una dote innata, affine a quella della recitazione e della capacità di comunicare; che si ha o non si ha.
    Ma io mi chiedo: motivare gli altri e imparare a infondere passione per qualcosa, non è un arte che si può imparare, se si è sorretti da una forte motivazione? Non è una capacità che si affina con l’esperienza?

  6. mattia says:

    Il carisma si può imparare? Tutti dicono che è una dote innata, affine a quella della recitazione e della capacità di comunicare; che si ha o non si ha.

    Ma proprio la recitazione e la capacità di comunicare sono cose che si studiano!
    Ci sono scuole apposta dove la gente impara a recitare.
    Sicuramente c’è chi è più portato e chi meno, ma sono cose che si possono imparare.

    Esempio banale. Lo scorso anno un mio tesista doveva preparare la presentazione della tesi per la commissione.
    Abbiamo fatto due sessioni pomeridiane in cui gli ho corretto gli errori, non solo nelle diapositive, ma anche nel modo in cui parlava.
    Gli ho fatto cambiare l’impostazione della voce, l’enfasi sulle parole, la gesticolazione…
    Da una presentazione inizialmente scialba e soporifera ne è uscita un’ottima presentazione, coinvolgente.
    Si può fare, si può imparare.

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