Eh, signora mia, gli antichi romani facevano i ponti così bene che sono ancora in piedi

March 13th, 2017 by mattia | Filed under bufale, ignoranza.

Leggete questo articolo su La Stampa. È firmato Mario Tozzi, ma spero sia un omonimo del noto primo ricercatore presso il CNR, perché una persona con un minimo di formazione tecnica o scientifica non potrebbe inanellare così tante corbellerie in così poche righe.

Partiamo con la prima. Un classico da mercato di paese mentre sei in fila per il pollo arrosto. Eh, signora mia, una volta i romani facevano i ponti che stavano su millenni ora invece...

Cito
Gli antichi romani costruivano per l’eternità, gli italiani per l’immediato futuro. E spesso neanche per quello.

[...]

Siamo il Paese in cui resistono egregiamente, e sono ancora percorribili, perfino con i camion, ponti fabbricati in pietra duemila anni fa e crollano quelli recenti in cemento armato, anche senza terremoti e frane, dalla Lombardia alla Sicilia, con una regolarità impressionante. Stessa osservazione può essere fatta per le strade (l’Appia Antica ha 2300 anni), per i palazzi e per i monumenti. Se la tecnologia e i materiali sono migliorati decisamente, perché siamo funestati da crolli?

Ottimo esempio di errore logico che passa sotto il nome di survival bias. I romani non costruivano meglio di noi, manco per il cazzo. Se hai questa impressione è perché osservi solo i sopravvissuti, quelle strutture cioè che sono rimaste in piedi nel tempo. Nel frattempo però non vedi tutte le altre strutture che sono crollate perché costruite col culo. Non le vedi semplicemente perché... sono crollate.
La valutazione positiva sulla costruzione dei romani è influenzata dal fatto che vedi solo le poche opere costruite bene (che sono rimaste) mentre non vedi tutte le opere fatte male (perché non ci sono più).
Vuoi fare un confronto alla pari? Prendi tutti i ponti, tutte le strade, tutti i palazzi costruiti dai romani e conta quanti sono ancora in piedi (in condizioni decenti): è una scoreggina di tutto quello che hanno costruito.
Guardare solo ai sopravvissuti e dedurre che una volta costruivano meglio è un errore logico imbarazzante.

Ma andiamo avanti:
Nel 1940 il Tacoma Bridge (stato di Washington in Usa), lungo oltre un chilometro e mezzo, crollò appena sette mesi dopo la sua apertura perché non riuscì a resistere alle sollecitazioni laterali indotte dai «forti» venti (67 km/h) della regione. Sembra incredibile, ma il vento può far crollare un ponte dopo averlo fatto ondeggiare paurosamente come una frusta manovrata da un domatore

Sembra incredibile a te magari. Cosa c'è di strano nel fatto che il vento possa far crollare un ponte?

Lo ammetto, ero anche io convinto che il ponte di Tacoma fosse crollato per una risonanza, poi sono andato a verificare e sembra che sia crollato per un effetto di aeroelasticità per cui la struttura entra in retroazione positiva.
Che sia per un motivo o per l'altro, perché mai dovrebbe sembrare incredibile? Ti sembra così strano che un sistema in retroazione positiva sia instabile? Bene, allora lascia una mela e preparati ad essere stupito quando la vedrai cadere.

Ma fate attenzione a quelle virgolette attorno all'aggettivo forti.
Perché il Ponte di Tacoma è crollato per «forti» venti (67 km/h) , poi Tozzi più in basso aggiunge:
E fa ancora più impressione pensare che proprio qui da noi qualcuno voglia realizzare il ponte a campata unica più lungo del mondo sullo stretto di Messina, utilizzando un acciaio che ancora non esiste, con venti in quota a oltre 100 km/h, nella zona più sismica dell’intero Mediterraneo.

Eh già, perché se il ponte è crollato con un venticello da 67 km/h chissà con venti da 100 km/m!

È imbarazzante da spiegare, ma non funziona così. Il ponte di Tacoma non è crollato perché il vento ha raggiunto i 67 km/h, ma perché era instabile (una caratteristica che è propria del sistema).
Il problema non era il vento ma il ponte.
Tanto che poi è stato ricostruito nel 1950 e alla facciazza di Tozzi è ancora lì da 66 anni, con i venti che soffiano ancora a 67 km/h senza crollare.
Usare una struttura crollata per un errore di progettazione che la rendeva instabile come esempio del fatto che non bisogna costruire ponti dove tirano venti di quella portata è ridicolo.
Tra l'altro è stato un errore fatto in un periodo in cui gli strumenti di calcolo non consentivano le verifiche che invece si possono fare con le capacità di calcolo che abbiamo oggi.
Nel progetto preliminare gli ingegneri ragionano su una durata del manufatto di appena duecento anni, dieci volte meno di quanto poi sono durati (e durano) i ponti dei romani antichi. Forse meglio lasciar perdere.

Lasciamo perdere il survival bias (no, testoro, non "dieci volte meno di quanto poi sono durati (e durano) i ponti dei romani antichi" bensì "dieci volte meno dei ponti dei romani antichi che sono rimasti in piedi").

Il fatto è che oggi costruiamo meglio dei romani. Un bel tocco meglio.

I romani hanno fatto sì strutture che - in alcuni casi - sono ancora in piedi. Ma sono strutture mastodontiche. Guardate i ponti romani; sì, quelli che sono ancora in piedi e bla bla bla. Hanno campate cortissime, tantissimi piloni che sono spessi da fare schifo. Ora noi facciamo ponti con campate così larghe e con così pochi piloni che gli antichi romani di sto cazzo ci fanno una sega.
Sì, anche una volta facevano le cattedrali che stavano (e stanno ancora) in piedi - quando non viene un terremoto che le sbriciola - senza avere il calcestruzzo armato. Ma quanto erano spesse le strutture portanti?

Senza contare che ora facciamo strutture che una volta nemmeno si sognavano. Perché abbiamo materiali migliori, tecniche costruttive migliori ma anche sistemi di calcolo migliori.
Non solo, ma siamo in grado di costruire tutto questo per coprire esigenze mostruosamente superiori a quelle che avevano le società di secoli fa.

Secondo questo sig. Tozzi l'Appia antica dovrebbe essere un esempio della durevolezza delle strutture degli antichi romani. Bravo, ma quanta gente si spostava ai tempi degli antichi romani?
Io questo fine settimana mi sono fatto in 49 ore 2000 km, gran parte dei quali su autostrade sfrecciando a 130 - 150 km/h. E con me tanti altri veicoli di tonnellate che correvano su quelle autostrade.
Oggi ci muoviamo tutti, ci muoviamo in macchina, ci muoviamo in treno, ci muoviamo in aereo. E siamo capaci di costruire autostrade, ferrovie e aeroporti che fanno muovere tutti. Due millenni fa no. Due millenni fa non si muoveva nessuno, tanto meno alle velocità con cui ci muoviamo oggi. Se duemila anni avessero dovuto costruire infrastrutture di queste proporzioni non gli sarebbe bastato schiavizzare tutta la popolazione mondiale per avere mano d'opera sufficiente. Per dirne una.

Che dobbiamo fare? Tornare a fare i ponti di pietra come ai tempi dei romani? Se siete disposti a non muovervi più di casa...

 

Poi vabbe', questo Tozzi ci mette dentro sempre la storia del calcestruzzo fatto con la sabbia di mare e risparmiando sul ferro perché così si mette dalla parte di quello che svela le magagne...
Ma anche questo è un argomento non valido: a lavorare col culo viene giù qualsiasi cosa, fatta con qualsiasi tecnologia. Probabilmente anche ai tempi degli antichi romani qualche ponte è venuto giù perché il capocantiere ha risparmiato sulla pietra, che ne sai.
Se per opporti al calcestruzzo armato trovi qualche caso in cui uno ha lavorato col culo allora preparati perché qualsiasi cosa proponi posso trovarti un caso in cui qualcuno ha lavorato col culo con quella tecnologia creando un disastro.

Io non so che cosa ha questo Tozzi contro il calcestruzzo armato. Forse è uno di questi pseudo ecologisti che si oppone alle opere per partito preso e poi cerca disperatamente una giustificazione a questa sua posizione. Perché non puoi andare in giro a dire "non voglio quella struttura perché non mi garba", non ci fai una gran bella figura. Anche se non c'è devi inventarti qualche motivazione tecnica.
Solo che nel farlo così rischi di prendere cantonate come questa, dove ricorri a errori logici come il survival bias, ti inventi che i romani meglio o li lanci in paragoni che non c'entrano nulla come quello del ponte di Tacoma.

Tozzi, se sei contrario a qualche struttura per i cazzi tuoi dillo. Ma non inventarti motivazioni che non stanno in piedi. Dicci pure che non vuoi quella struttura perché non ti piace e siamo a posto così.
Ci fai una migliore figura, ti assicuro.

26 Responses to “Eh, signora mia, gli antichi romani facevano i ponti così bene che sono ancora in piedi”

  1. shevathas says:

    Mattia, senza offesa, tu sei stato in vigna e sai cosa significa lavorarci. Sai perché hai fatto. Molti ecologisti del menga fan del bio_integrale_noOGM_noBrain son convinti che basti guardare per un’oretta al tramonto la vigna per avere grappoli perfetti, così perfetti che sembrano finti, non si rendono conto del lavoro che ci sta dietro, pensano che il sistema del nonno, l’agricoltura di sussistenza come era la Sardegna del 1800 per intenderci, permetta di produrre più e meglio delle tecniche moderne. E la menano con la decrescita felice e l’agricoltura biodinamica. Per l’ingegneria è lo stesso “un bel tempo antico” idealizzato, quindi senza difetti, contro la realtà che ha luci ed ombre, e loro enfatizzano sopratutto le ombre.

  2. Mauro says:

    E allora gli egizi? Le Piramidi sono ancora in piedi!!!

  3. Marco Veneti says:

    questa volta, secondo me hai torto, è difficile fare un paragone fra le caratteristiche costruttive romane ed attuali anche perchè parlando degli edifici soppravvissuti devi contare anche 1) 2000 anni di guerre continue 2) saccheggi per ricavare materiale 3) logoramento del tempo 4) disastri naturali e incendi 5) secoli di incuria. La finalità dell’edilizia moderna non è durare nel tempo questo per il fatto che un’edificio contemporaneo perde valore nel corso del tempo, e quindi il suo mantenimento sarebbe antieconomico quindi non ha senso usare ad esempio materiali durevoli come pietra e mattoni. quando si costruisce salvo casi rari il profilo temporale di vita dell’edificio è nella maggior parte attono i 50-60 anni, per poi demolire e ricostrire di nuovo. Che poi era una cosa già presente a Roma con i grandi sobborghi popolari, costituite da insulae. é che la percentuale di edifici destinati ad essere demoliti è probabilmente molto piu alta adesso rispetto ad allora. (che poi attualmente i muratori di fatto non sappiano più usare i materiali è un’altro discorso)

  4. mamoru says:

    senza scendere a okinawa, a osaka e dintorni le strutture civili le calcoli per 34 m/s metri al secondo di velocita’ massima coi vari coefficienti a seconda della tipologia…no ecco per dire.

  5. Beppe Grullo says:

    Io non capisco proprio il significato di questo articolo.

    Il cavalcavia sulla statale 36 è crollato perché un camionista ci è passato sopra con un carico che il ponte non poteva reggere. Non si sa bene di chi sia la colpa, ma sicuramente di errore umano si tratta.

    Per il cavalcavia sull’A14, pare che i martinetti fossero ancora in tensione e non avessero ancora raggiunto la quota prefissata, quindi anche qui sembrerebbe una manovra ad minchiam degli operai.

    Se proprio si voleva fare un articolo acchiappa-click basato sul nulla, a questo punto si poteva puntare il dito contro gli operai rumeni che vengono a rubare il lavoro a quelli italiani.

    p.s.: non è un caso di omonimia, è proprio la stessa persona. Fonte:
    http://www.lastampa.it/2017/01/27/cultura/opinioni/secondo-me/la-nostra-incapacit-di-imparare-dalla-storia-della-terra-PiR6yyHJobXG7BLp1ShtFN/pagina.html

  6. mattia says:

    è difficile fare un paragone fra le caratteristiche costruttive romane ed attuali

    Aspetta.
    Quando io dico che oggi costruiamo meglio lo faccio riferendomi a tre fatti:

    1) a parità di strutture oggi costruiamo “con meno”.
    Prendi una città qualsiasi e guarda i ponti come sono costruiti nel tempo: il numero di piloni diminuisce e le campate diventano più larghe.
    Puoi guardare Praga, dal ponte Carlo ai ponti costruiti dopo.
    Lo vedi a Lecco con il ponte A. Visconti contro il ponte Manzoni.
    Una volta dovevi fare strutture mastodontiche, dovevi usare il cannone per bucare la carta velina. Ora hai strutture molto più leggere.
    Costruiamo in modo molto più efficiente.

    2) Ora costruiamo cose che una volta non potevano fare.
    Gli antichi romani non potevano fare i grattacieli (per arrivare ad altezze decenti dovevano avere basi enormi, come nelle piramidi citate sopra), non potevano fare strutture come il Sony Center di Berlino, non potevano fare il Golden Gate bridge.
    Ma non potevano nemmeno fare il tunnel sotto la manica, per dire una cosa che non vedi, che non è spettacolare ma che richiede capacità costruttive non indifferenti.
    Loro non potevano, noi sì.

    3) noi sappiamo costruire tutte queste strutture in quantità enormi rispetto alla popolazione.

    Su questi punti il confronto lo si può fare e non ci piove, siamo molto più bravi a costruire noi.

  7. mattia says:

    Io non capisco proprio il significato di questo articolo.

    Il significato dell’articolo è questo:
    Io sono contro il ponte sullo stretto di Messina quindi cerco di dimostrare ad minchiam che non siamo capaci di costruire mettendo assieme i primi argomenti che mi vengono a portata di mano.
    Poi fa niente se non c’entrano un cazzo.

    Il cavalcavia sulla statale 36 è crollato perché un camionista ci è passato sopra con un carico che il ponte non poteva reggere. Non si sa bene di chi sia la colpa, ma sicuramente di errore umano si tratta.

    Sicché, leggevo che il problema era sì il carico pesante (oltretutto, il problema è che non avendo chiuso il cavalcavia è stato obbligato a passare di lato e non al centro della struttura, cosa che avrebbe evitato la coppia che sembra essere tra la cause del crollo).
    C’è anche da dire però che la struttura sembrava logorata di per sé. Alcuni hanno parlato dell’effetto del sale usato per la neve.

  8. ava says:

    Difficile che , comunque, sia il carico di un camion a far crollare un ponte autostradale, visto che 1) i ponti sono progettati per legge per carichi di convogli militari 2) i ponti sono progettati tutti per lo stesso carico, quindi sarebbero dovuti crollare anche tutti i ponti attraversati prima dallo stesso tir!

    probabilmente il ponte è stato ” lasciato andare” e il camion gli ha dato il colpo di grazia

  9. robinet says:

    non è un caso di omonimia, è proprio lui.
    personaggio imbarazzante, dalle sfuriate vegetariane a quelle contro gli OGM.

  10. mattia says:

    @ava
    Riscrivi l’altro commento senza l’insulto.
    Lo sai che non voglio querele 😉

  11. mattia says:

    dalle sfuriate vegetariane a quelle contro gli OGM

    anche gli OGM?
    Hai qualche link?

  12. ava says:

    Tozzi dovrebbe essere meno drastico.

    Io sono ingegnere civile, ho lavorato su strutture storiche di una certa importanza ( ville palladiane) e ho seguito corsi tenuti da colleghi che na messo mano a Colosseo, Santa Sofia, Pantheon e altre strutture del genere.

    Anzitutto c’è un problema storico , chi cavolino sono “i romani “? CI riferiamo a Roma repubblica, imperiale, tardoantica, o all’ impero romano d’oriente? perchè ogni epoca ed ogni luogo aveva le sue tecniche costruttive. e già qui tozzi parla dimostrando poca precisione .

    La realtà è che i romani sbagliavano anche le grandi opere, come Santa Sofia la cui cupola è crollata molte volte, a causa del problema legato alla sismicità della zona ma soprattutto ad alcuni errori sulla edificazione dei muri portanti ; oppure costruivano certi anfiteatri o insulae che crollarono causando migliaia di morti ( leggere le cronache del’ epoca per dire); ma anche i capolavori romani , quasi tutti , non ci sono arrivati perchè erano parzialmente in legno e il legno se lasciato a sè stesso degrada e ciao .

    La grossa differenza tra le opere ” eterne” e quelle ” normali ” la fa la durabilità; un mucchio di sassi potenzialmente dura quanto il mondo, mentre il cemento armato ha bisogno di più manutenzione , perchè una volta che l’ effetto passivizzante del coprferro viene meno l’ armatura si corrode e poi crolla.

    Ma questo non vuol dire che l’ opera moderna sia peggiore, significa solo che generalmente ha bisogno di manutenzione, come la stragrande maggioranza di tutte le opere di tutti i tempi.

    Su un punto gli antichi ci erano superiori, e questo è innegabile:sulla cura e precisione di posa. Ad esempio , gli antichi intuivano dove fossero i punti dove l’edificio richiedeva più resistenza e, ad esempio, ci mettevano i sassi migliori. Questo perchè le opere antiche crescevano lentamente, c’era tempo di pensarci , e i materiali erano pochi e scarsi.
    Adesso , a meno di prefabbricati, una precisione del genere in cantiere te la sogni.

    Adesso abbiamo mezzi di calcolo e tempi di consegna diversi, è tutto cvambiato, è talmente diverso che solo un sognatore potrebbe pensare il contrario e fare un confronto . Un sognatore convinto forse che si potrebbero fare i viadotti con la pietra.

    E comunque il colosseo era in cemento , e aveva anche delle putrelle in bronzo , era un’ opera modernissima che sarebbe potuta uscire dallo studio di un ingegnere ottocentesco.

    Ecco l’ho riscritto che piace alla Boldrini 😉

  13. mattia says:

    Tozzi dovrebbe essere meno drastico.

    🙂

  14. Claiudio says:

    In alcuni punti, l’articolo di tozzi sembra il tema di uno studente delle superiori.
    Per dirne una, le dighe le fanno tipicamente in cemento, non cemento armato (almeno se il tecnico della Edison non ci aveva raccontato fesserie).

  15. Beppe Grullo says:

    @ava

    Ok, grazie delle spiegazioni e dell’interessante disamina storica.

    In effetti sarebbe meglio leggere sulla stampa le opinioni di un ingegnere civile come te, piuttosto che quelle di un geologo in un campo che non è il suo 😀

  16. Shuren says:

    “i ponti sono progettati per legge per carichi di convogli militari”

    Molto interessante! Non lo sapevo ma, adesso che ci penso, mi sembra una disposizione sensata.

    Poiché mi piace costruirmi (a volte con fatica) il corpus normativo di una determinata materia, ti chiedo se puoi fornirmi qualche riferimento sulla norma. Non perchè non ti credo… è che sono pigro. Quando hai tempo, grazie!

  17. robinet says:

    qui solleva dubbi:

    http://www.estense.com/?p=481372

    in rete comunque si trovano parecchie dichiarazioni/interviste.

  18. ava says:

    Le norme di riferimento sono il dm 14 gennaio 2008, la circolare 2 febbraio 2009 e gli Eurocodici. Ma non sono semplici da leggere!!
    NOn troverai scritto dei convogli militari, ma trovi delle impronte di carico che i bilici normali non hanno ; ai convegni hanno chiarito che i mezzi più pesanti sono i convogli.

    Vorrei inoltre concludere dicendo che noi oggi potremmo realizzare tutto quello che gli antichi realizzarono , punto. Il problema è il costo; quel che una volta era benefico per l’ economia ( il lavoro alle piramidi era una specie di servizio civile dei templi e del regime , quindi niente schiavi ma gente pagata per delle specie di corvees con finalità sociali di tenere occupate delle persone) adesso sarebbe una voragine finanziaria !!

    Quel che non sappiamo , o meglio che conosciamo poco, sono le tecniche di progettazione , rilievo e alcune tecniche pratiche utilizzate all’ epoca, dagli uomini del tempo con i loro mezzi.

    Ci sono varie ipotesi, ad esempio per tracciare la base delle piramidi ho letto che fu allagata l’ area da edificare, questo permise di tracciare un piano perfettamente orizzontale.

    Gli antichi non avevano i numeri arabi e la scienza delle costruzioni, ma probabilmente avevano cognizioni avanzate di statica grafica.

    è inoltre supefacente scoprire negli edifici antichi che costruttori avessero capito molto bene il comportamento strutturale delle loro stesse opere, talvolta meglio di quanto forse si comprendeva qualche decennio fa . Diciamo che l’ esperienza ed il tempo supplivano la mancanza di teoria. Adesso con gli strumenti attuali di calcolo siamo andati avanti anni luce….

  19. mattia says:

    Diciamo che l’ esperienza ed il tempo supplivano la mancanza di teoria.

    Si chiama “prova e riprova, prima o poi l’azzecchi”.
    L’umanità si è evoluta di gran lunga più velocemente quando invece di provare a casaccio sperando di trovare il metodo giusto abbiamo iniziato a progettare – in qualsiasi campo – facendo delle previsioni basate sulle conoscenze scientifiche.
    È una differenza di approccio enorme.

    Tra l’altro, ci sarebbe anche da dire che qualche millennio fa se anche lavoravi a casaccio e ti crollavano 100 punti prima di capire come si costruiva facendo in modo che non cadesse non succedeva niente.
    Non ti arrivava un avviso di garanzia per disastro colposo.
    Essi se lo potevano permettere di “provare” e imparare a furia di tentativi. Noi no.

  20. ava says:

    Leggete cosa scrive il buon frank80 nel mio forum preferito.

    http://www.ingegneri.info/forum/viewtopic.php?f=8&t=83443
    e qui mattia però ti tiro le orecchie
    PS”Tra l’altro, ci sarebbe anche da dire che qualche millennio fa se anche lavoravi a casaccio e ti crollavano 100 punti prima di capire come si costruiva facendo in modo che non cadesse non succedeva niente.
    Non ti arrivava un avviso di garanzia per disastro colposo.
    Essi se lo potevano permettere di “provare” e imparare a furia di tentativi.”

    Assolutamente falso!

    se l’ edificio crollava, erano cazzi per tutti, e non semplici avvisi di garanzia… ma torture medievali o peggio !
    ad esempio Apollodoro, l’ architetto di Traiano, una volta criticò le opere realizzate da Adriano ( alll’ epoca non ancora al vertice) definendole ” zucche”. Adriano, l’ imperatore filosofo, illuminato e filantropo , se la legò al dito e nonappena divenne imperatore lo fece decapitare…. e la storia è piena di architetti ed impresari scannati per i danni causati e ( soprattutto ) le figure dimmerda causate ai politici dell’ epoca !!

    quanto al trial ed error, in genere funzionava così: si realizzava un opera, la volta dopo un pò più grande, la volta dopo un pò più grande, e via così fino a che accadeva un disastro , e quello era il massimo.

    Un ottimo esempio è la dimensione delle cupole degli edifici storici: dai romani fino al rinascimento , la massima dimensione di una cupola rimase sempre quella.

  21. mattia says:

    se l’ edificio crollava, erano cazzi per tutti, e non semplici avvisi di garanzia… ma torture medievali o peggio !

    Io mi riferivo al livello politico. Siccome non esisteva la democrazia, chi comandava non doveva rendere conto di morti/sperperi/fallimenti a nessuno.

  22. ava says:

    E anche questo a mio avviso non è proprio vero… in caso di fallimenti , il responsabile politico ( ad esempio un magistrato) doveva rendere conto al popolo romano ( in epoca repubblicana ,e chi costruiva alla caxxo poi veniva trombato alle elezioni successive , con l’ accusa di aver risparmiato sui lavori ed essere un morto di fame… la peggior accusa per un romano antico ) oppure all’ imperatore.

    L’ imperatore non doveva rendere conto a nessuno, ma un disastro su una infrastruttura implicava una figura dimmerda tale da creare problemi di consenso.

    Nelle monarchie orientali o simili i vari satrapi o equivalenti a cui erano assegnati progetti finiti in un fallimento venivano generalmente scuoiati dal re ; se gli andava bene erano politicamente finiti.

    Questo perchè il danno su un opera era un danno all’ immagine dell’ istituzione e all’ immagine personale del sovrano. Su opere di una certa grandezza questo legame era molto sentito.

    Non so molto sulle grandi opere greche, sinceramente, e nemmeno sulle loro opere fallimentari.

  23. Marco effe says:

    Su radio Deejay una volta al mese sto Tozzi è invitato al programma del trio Medusa, la mattina, e qualche volta mi è capitato di ascoltarlo: praticamente spara a zero su tutto, dall’ogm fino alle scienze chimiche, e profetizza su futuri incantati che a me fa salire sempre il veleno. Sono contento che non sono l’unico a trovarlo un [— censura, eddai!!! —].
    Ps: devo dire che ha una capacità oratoria niente male per cui alle persone che non entrano nel merito di quello che dice può apparire molto convincente, e questo me lo fa andare ancora di più di traverso.

  24. ava says:

    il problema , e lo dico da ingegnere, è che gli imbecilli dei giornalisti chiedono ai geologi di parlare di strutture, tema del quale quest’ultimi non hanno non solo competenza ma della quale ignorano anche la teoria di base. Purtroppo questi figuri per quanttro palanche ed un briciolo di notorietà pontificano laddove dovrebbero solo tacere ( vedi l’ assurda , ignobile polemica sul cordolo sommitale, una vergogna) perchè le sparate di questi personaggi diventano poi le manie dei clienti. Basti vedere quanti somari si costruiscono case in legno con isolamento bio: un numero impressionante di questi edifici ha avuto montagne di problemi, a partire dall’ umidità per finire con la reazione al fuoco ( incendio). Concludo indignandomi perchè gli ordini professionali hanno il dovere di vigilare sui membri in modo da garantire alla società la qualità dei servizi forniti dagli iscritti; ebbene , nè l’ ordine ingegneri nè quello dei geologi hanno aperto bocca per questo evidente sconfinamento di competenze; e non si tratta di protezionismo corporativo, ma la semplice constatazione che parla chi non sa un cappero del tema, come se io domani mi mettessi a consigliare quali antibiotici utilizzare, a scrivere atti di compravendita o peggio.

  25. Mauro says:

    @ava

    Al proposito posso raccontare un’esperienza personale.
    Io sono fisico, specializzato in “fisica delle macchine” (ergo acceleratori, rilevatori e simili), anche se da anni mi sono “venduto” all’industria, nella pianificazione della qualità.
    Bene, qualche anno fa la radio (pubblica) tedesca mi ha chiesto un’intervista sulle emissioni delle auto, tema che un po’ conosco ma di cui non mi sono mai professionalmente occupato.
    Alla radio in questione però bastava che Io fossi fisico e che lavorassi per l’industria automobilistica. Le vere competenze non contavano.
    E questo per quel che riguarda me. In realtà ne ho viste/sentite anche di ben peggio (senza per fortuna esserne stato personalmente coinvolto).