Perché scienza è la risposta

January 5th, 2017 by mattia | Filed under riflessioni, w la fisica.

C'è una cosa che non ho ancora sentito citare in questa faccenda delle feic nius. Tutti a parlare di metodi di censura addomesticamento di internet o della stampa, tutti a discutere su quali siano le forme migliori, se un'autorità (bleah) o un filtro tipo antivirus (sì, sì... perché il grullino s'installa l'estensione dis is feic sul programma di navigazione vero?).

Nessuno invece parla della cosa più importante: l'istruzione.

Tante bufale e informazioni false si diffondono semplicemente perché hanno un terreno fertile sul quale crescere: l'ignoranza.

Proprio l'altro giorno un mio compagno d'allenamenti ha pubblicato sul feisbuc la gran panzana del uai-fai "killer silenzioso". Ovviamente è una persona che non ha alcuna formazione per capire che è una sciocchezza.
Uno degli scopi della scuola dovrebbe essere questo: formare le persone affinché siano resistenti alle bufale.

Per farlo sono necessarie due cose: innanzitutto una forte componente di istruzione scientifica. Mi spiace per gli amici delle lingue morte o delle seghe mentali sotto forma di versi, ma molto spesso le bufale sono basate su argomenti tecnici. Per capire che sono bufale serve una formazione scientifica, che oggi è diventata il nuovo saper leggere e scrivere. Una volta il popolo ignorante veniva inculato dai ricchi istruiti perché non sapeva leggere e scrivere. Oggi per difenderti dalle inculate servono competenze scientifiche.

Il secondo strumento è il metodo. Perché ovviamente nessuno potrà mai essere pienamente competente di qualsiasi argomento, però può fare una scrematura delle panzane usando semplici strumenti metodologici.
Sono attendibili i dati che mi presentano? Come sono stati presi? Hanno fatto una raccolta di ciliegie? Hanno senso statistico? Hanno forse scambiato una correlazione per un nesso di causalità?

Spesso basta usare queste basi di buon senso per capire che sei di fronte a una bufala.
Questi strumenti fatti di logica, matematica e statistica, devono essere insegnati a scuola.

Prendete quei politici o quei giornalisti che gridano sguaiati che nella provincia X il tasso di tumori è del 30% superiore alla media per colpa dell'azienda Y. E giù di scandalo.
Un cittadino, uscito dalla scuola anche solo con la maturità in tasca dovrebbe essere in grado di rispondergli: 30% superiore alla media, ok, ma la varianza?
Non ha bisogno di essere un medico per fare una prima scrematura delle sciocchezze che gli propongono da credere.

Lo stesso per stamina. Ve lo siete già scordati? Non serviva essere esperti di staminali per scoprire che non c'erano basi scientifiche. Bastava ascoltare quello che dicevano. O meglio, quello che non dicevano. Non avevano mai rivelato i dettagli del metodo dicendo che avevano paura che se fosse pubblico qualcuno di big pharma l'avrebbe brevettato e tolto dalla circolazione. Quando invece è vero il contrario: se qualcosa è pubblico non può più essere brevettato, per definizione.
Non serviva una laurea in medicina per scoprire che avevano riciclato immagini da un altro articolo. Non serviva essere primari di ospedali per capire che un foglio di dimissioni non è una cartella clinica.
Bastava avere quel minimo di strumenti di base di cui parlavo prima per capire che alla domanda dell'idiota pelato "ma perché non volete ascoltare i genitori?" la risposta doveva solo essere "perché la loro opinione, scientificamente parlando non conta nulla. Mica per altro, ma proprio perché genitori il loro giudizio è influenzato" (ossia vedono miglioramenti nel figlio che vogliono vedere).

Queste basi di logica sono quelle che ci difendono dalle bufale. E a questo deve allenare la scuola.

Mi direte: la fai facile. Magari iniziamo a insegnare queste cose adesso e fra vent'anni vedremo i risultati.
Forse.

Però prendete proprio il caso stamina. Non è certo stato sconfitto dal bollino "bufala" messo dall'autorità statale o dal ministro della verità.  Se la battaglia è stata vinta è perché da una parte c'erano i cialtroni e dall'altra chi ha ripetuto incessantemente le ragioni della scienza e della logica. Senza stancarsi. Le ha ripetute talmente tanto che s'è riusciti a spostare l'opinione pubblica (e della stampa, e della politica) dall'appoggiare stamina a considerarla una bufala.
È stato difficile perché - appunto - la gente non era stata educata come ho spiegato prima. Ma lo si è fatto. Senza nessuna censura, solo dicendo la verità.

Certo, ci sono poi casi di conclamata pericolosità sociale, come per i vaccini. In quel caso, di fronte al pericolo di epidemie perché le mamme non vaccinano i figli non c'è tanto da andare per il sottile, quindi sta bene ricorrere alle misure forti con chi diffonde informazioni pericolose.
Ma negli altri casi in cui non c'è questo pericolo imminente la cosa migliore da fare è puntare sull'istruzione.

Che poi è anche quello che si fa nella scienza.
Non si censura nessuno. Ci sono cretini che se ne escono con panzane idiote. Non li si censura. C'è la revisione tra pari, ok, ma anche quella non è definitiva (di merda ne arriva in abbondanza sulle riviste).
Ci sono persone che pubblicano merda ma poi alla lunga la verità prevale e a quelli non crede più nessuno. Ma non perché viene loro vietato di pubblicare, bensì perché gli argomenti della verità sono più convincenti.

Quando io dico che bisogna portare la scienza in politica intendo anche questa cosa qui. Scienza in politica non significa solo portare nelle istituzioni gente competente e non cazzari complottisti. Scienza in politica è un modo di pensare: significa che quando la politica si pone davanti a un problema e non sa come comportarsi si chiede "come si comporta la scienza in questo caso?" e trova la risposta.

 

12 Responses to “Perché scienza è la risposta”

  1. ava says:

    Andando anche ai semplici fatti di cronaca , e quindi oltre allo scientificamente dimostrabile, all’ utente medio basta fare una ricerca google e controllare quaunti siti riportano la stessa informazione ed in che termini . Controllando un attimo idverse fonti si capisce subito se è una panzana, come ad esempio la bufala delle 500 000 schede già votate per il si al referendum… più che una bufala era una cazzata bella e buona .

    Quanto a Stamina e compagnia, la discriminante è sempre la peer review, e solo questo deve interessare a chi ignora l’ argomento.

  2. shevathas says:

    Con stamina ha funzionato bene la tecnica: “chiedi le prove (scientifiche)”. Mentre ieri l’ignorante era consapevole della sua ignoranza e chiedeva l’istruzione per superarla oggi invece molti, anche a causa dell’effetto dunning kruger, son convinti di essere espertissimi e reagiscono male quando li si mette davanti alle loro manchevolezze. E non c’è ignorante peggiore di chi è convinto di sapere tutto.

  3. Mauro says:

    Fino a che la politica quando parla di soldi per l’istruzione dice “costi” e non “investimenti”, vedo poche speranze.

  4. stephen says:

    e si che i promessi sposi sono il grande classico della letteratura e mi ricordo molto bene il latinorum che serviva a fottere i contadini: è proprio quella la lezione.
    poi ho scoperto che il 70% della mia classe pensava che il ramo di como fosse il ramo di un albero e allora ho capito che non è un problema di scienza/letteratura (perché la scienza ti mette il metodo a nudo, la letteratura te le insegna con metafore), ma qualcosa che boh…ancora non so.

    comunque gran quotone (è quello che spesso ripeto a sorde orecchie in facoltà) e segnalo un errorino: 5 paragrafo casualità al posto di causalità, che poi cambia un sacco :D.

  5. mattia says:

    e si che i promessi sposi sono il grande classico della letteratura e mi ricordo molto bene il latinorum che serviva a fottere i contadini: è proprio quella la lezione.

    lo stesso concetto potevi impararlo da un sindacalista incazzato o da un prete ribelle.
    Anzi, a naso mi sa che questo concetto fu appreso da più gente tramite queste persone che non leggendo i promessi sposi o fontamara.

    poi ho scoperto che il 70% della mia classe pensava che il ramo di como fosse il ramo di un albero

    e quando leggevano che era tutto a seni e a golfi pensavano ci fossero delle tette dentro i maglioni su quell’albero?

    No, vabbe’… qui siamo all’analfabetismo.
    Come sia fatto il Lario e il significato della parola ramo sono cose che dovresti sapere dalla quinta elementare.
    Non so ora (non dirmelo, non voglio piangere) ma ai miei tempi la geografia d’italia si studiava alle elementari.

    Non so a che classe ti riferisci, ma qui siamo proprio alla capraggine assoluta.
    Saper leggere e scrivere per tutto quello che ti serve nella vita quotidiana, per non farti mettere i piedi in testa sono cose che dovresti apprendere entro la terza media. Il resto è fuffa che mi vuoi infilare dentro con queste scuse barbine.*
    Se uno pensa che il ramo del lago di Como è il ramo di un albero non significa che il problema non è “scienza/letteratura”. Significa che c’è un problema scienza e c’è un problema analfabetismo.

    [e con questo consentimi di dubitare su questa storia che è davvero troppo grossa: almeno contestualizza, dacci dei dettagli…]

    comunque gran quotone (è quello che spesso ripeto a sorde orecchie in facoltà) e segnalo un errorino: 5 paragrafo casualità al posto di causalità, che poi cambia un sacco :D.

    refuso corretto, grazie.

    *Piesse: noi siamo portati a sottovalutare le menti dei ragazzi perché distanti da noi anagraficamente.
    Ma io la costituzione la studiai in seconda media per i cazzi miei dopo averne trovata una copia per sbaglio nella libreria di casa.
    A quell’età si è già maturi abbastanza per questo livello di comprensione.

  6. stephen says:

    guarda, sulla veridicità del fatto non credo che io possa dire qualcosa per “dimostrare”, qualsiasi cosa dica.
    posso dirti l’anno, il nome della scuola, il paese, in che “ora” è successo (era l’ora di italiano che la prof dedicava all’ “attualità”, ovvero dibattito), il nome della prof..
    alla fine rimarranno solo mie parole. potrei essermi inventato tutto.

    forse era il 50%, dai mi auto-assegno una fallacia per la gravità del fatto e scendo a meno della metà, ma anche solo UNO studente sarebbe stato grave. (eravamo circa 25 se ricordo bene).

    ad ogni modo.
    sicuro anche l’operaio furbo può insegnarmi la lezione di don abbondio, come tante altre situazioni quotidiane;
    inoltre sono assolutamente d’accordo che ci sia bisogno di insegnare più “metodo” soprattutto al liceo (ok tu ti sei studiato la costituzione alle medie, io ero più campagnolo e cercavo un modo per fare la capanna nel bosco più alta, al liceo è un mezzo-mezzo).
    il mio pensiero costante durante lo studio del latino era, riassunto: “sai cosa mi darebbe una forma mentis logica? studiare la logica…” [e non sta merda di lingua]. quindi sono d’accordissimo che vada insegnata della logica astratta, un modo di ragionare efficace per ogni situazione e anche un po’ di educazione civica.

    quello che volevo dire che alle volte alcuni esempi (inteso come esempio romano), nozioni, concetti, esistono GIA’ nella scuola e spesso li ritroviamo dalle parti di quei boriosi letterati tutto cuore ed emozione; il fatto che manca qualcosa per estrapolarli e portarli nella vita comune: sono lì, perché non hanno effetto?
    il classico collegamento >>> ;
    l’ “essere a compartimenti stagni” per così dire alla brutta.

    potrei farti altri esempi degli orrori se vuoi, in condizioni ben più che buone. giusto per far venire i crampi: gente che studia bioingegneria a milano e si affida all’omeopatia. sì, si fa chimica, sia organica che inorganica.
    e qui la scienza si è studiata…eppure…
    queste persone non fanno il collegamento tra la materia “chimica” e quello che fanno “fuori dall’esame di chimica”.

    questo comportamento a compartimenti stagni, l’ho rivisto su un campione più grande in università: a biomeccanica l’esercitatore ha “osato” spiegare un modello meccanico sia passando dall’automatica, sia utilizzando le serie di taylor, facendo la battuta del “eheh, credevate di esservene sbarazzati”.
    si è levato un coro di “noooo” “che palle” “ancora”. pensavano che taylor fosse “analisi 1” e ciao peppe.

    certo, siamo tanti, circa 200, probabilmente sono i 150 che non finiscono in magistrale ma è l’atteggiamento, non so se mi spiego. e comunque per quanto possano essere futuri laureati col 18 in 5 anni, sono comunque dei ventenni in università.

    non so se riesco ad esprimerlo bene, ma è un fenomeno che si aggiunge alla mancanza di scienza, smorzando anche i risultati di altri insegnamenti.

  7. stephen says:

    ops mi ha cancellato un pezzo tra freccette. l’avrà preso come un pezzo di formattazione. (ecco come si aggiunge il corsivo, non sapevo lo accettasse il box commenti).

    comunque era […il classico collegamento “studio qualcosa a scuola” *freccetta* “lo rivedo nella vita reale sotto altra forma”.]

  8. Faber says:

    Hanno forse scambiato una correlazione per un nesso di casualità?

    casualità è ancora lì.
    Hai un correttore automatico?

  9. mattia says:

    potrei farti altri esempi degli orrori se vuoi, in condizioni ben più che buone. giusto per far venire i crampi: gente che studia bioingegneria a milano e si affida all’omeopatia.

    La mia spiegazione a questo fenomeno è che secondo me molta gente semplicemente “non ci crede”.
    Non crede a quello che studia.
    Lo studia, lo impara, lo memorizza, passa l’esame… ma alla fine è convinta che non sia del tutto “vero”.
    Pensa che sia solo una cosa “da scuola”.

    Quindi quando gli propongono un qualcosa di alternativo che cozza contro quelle nozioni ci credono.

    Il problema, forse, è dovuto al fatto che gli insegnanti sono poco convincenti e che offrono poche verifiche.
    Sull’essere convincenti c’è poco da fare, è una qualità umana. Se sei titubante alla lavagna non convincerai mai nessuno.

    Sulle verifiche invece si può lavorare.
    Esempio banale: tu puoi spiegare cos’è un’impedenza d’ingresso in un amplificatore invertente e come affligge l’uscita.
    Lo studente sbadiglia e se lo dimentica dopo mezz’ora.
    Io lo porto in laboratorio, gli dico di progettarmi un amplificatore con guadagno X poi glielo faccio assemblare e gli mostro che il guadagno è più basso di quello teorico. E poi gli chiedo: allora, chi è che ha ragione? La teoria è sbagliata? Ti ho raccontato cazzate a lezione?
    Lì lo studente va in panico perché non sa più a chi credere. Vede una contraddizione sotto i suoi occhi.
    Poi gli spiego l’effetto dell’impedenza d’ingresso e lì lo studente si scioglie. Aveva paura che tutto quello che aveva imparato fosse una stronzata e invece c’era un motivo…
    Il metodo è quello di mettere lo studente davanti alla contraddizione. Non bisogna mostrarli solo quello che funziona, bisogna farli vedere qualcosa che lo manda in crisi perché si oppone a quello che ha imparato… e poi svelare “il trucco”.
    In questo modo acquisisce fiducia nella materia e nell’insegnante, colui che gli svela il trucco.
    E si spera si tenga lontano dai cialtroni.

    Se tu gli fai vedere solo la teoria in modo lineare, positivo, senza che lo mandi in crisi quella sarà solo una delle tante cose che ascolterà nella sua vita. Non avrà motivo per credere più in quello che in ciò che gli racconta il primo cialtrone su internet.
    Se invece gli proponi la stessa materia mandandolo in crisi e mostrandogli che in realtà quella teoria spiega il mistero allora tenderà a crederci di più.

    Spero.

  10. mattia says:

    Hai un correttore automatico?

    forse non ho premuto apdeit
    Sono cotto… vado a nanna…

  11. stephen says:

    mi piace come ipotesi; non è tanto che non “collegano” quanto studiano ma non credono attendibile quel che studiano e quindi lo lasciano nel cassetto. ok.

    però non vedo rimosso il problema.
    a questo punto puoi insegnare il metodo scientifico il più rigorosamente possibile, la logica di un discorso, le fallacie e compagnia bella ma chi vorrà ritenerlo “da scuola” lo continuerà a ritenere tale, uscirà dalla porta e non controllerà la validità di un discorso e crederà alla magia.

    ok, in un laboratorio di elettronica/segnali è facile fare prima i casi ideali sul foglio poi mettersi lì e costruire un dispositivo reale che si comporta in modo diverso, ma come applichi questo metodo (che da studente ti dico che è spesso apprezzato e funziona) con “insegnare a valutare la validità di un discorso”? vai fuori e ti metti a dibattere col passante? fai “esempi” di ipotesi che si fondavano su, che ne so, la non ripetibilità di un esperimento e che, taaac, si sono rivelate infondate?
    ma ancora, finché sono parole rimane tutto “da scuola”. fai ammalare uno studente e lo curi con strampalate teorie? mmmh.

    ammettendo anche anche si trovi un modo penso che riuscire ad abbattere quel muro di separazione fra scuola e realtà possa far fruttare tanti insegnamenti che già ci sono. sono lì, ma vengono ignorati.

    inoltre, se esiste questo problema di separazione, significa che manca una fondamentale fiducia in chi “dovrebbe sapere” le cose ovvero nella figura dell’insegnante;
    ma la figura dell’insegnante non è solo il prof liceale o universitario, è anche il medico che cerca di spiegarti un sintomo, l’ingegnere che ti spiega come funziona la tav o la piattaforma, il biologo che ti dice quell’altra cosa, sono tutte temporanee figure d’insegnanti.

  12. mattia says:

    inoltre, se esiste questo problema di separazione, significa che manca una fondamentale fiducia in chi “dovrebbe sapere” le cose ovvero nella figura dell’insegnante;

    Infatti il problema principale è quello, la non fiducia nell’insegnante.
    Cosa dovuta sia al metodo sia al carisma. Il metodo può aumentare il carisma, ma se il carisma non c’è è dura.

    Purtroppo tanti insegnanti non sono carismatici e se non sei carismatico difficilmente chi ti ascolta avrà fiducia in te.
    Tolto il discorso del metodo c’è un banale problema di competenza: spesso sentiamo persone titolate che tolte quelle due o tre cose che hanno studiato bene per il resto sono ignoranti come capre.
    Fai una domanda una virgola fuori da quello che voleva dirti e vanno nel panico più totale perché non sanno nulla. Nel caso peggiore si inventano una cazzata sui due piedi per non fare brutta figura. Poi tu vai a vedere, ti accorgi che è una cazzata e ovviamente perdi fiducia in tutto quello che ha detto, anche quello che era vero.