Una volta stavo spiegando delle cose in laboratorio a due studenti. A un certo punto chiedo loro: “oh, sapete cos’è un corpo nero, vero?“. Silenzio. “Forza, cos’è un corpo nero?”, incalzo.
Uno studente statunitenste diversamente pigmentato si batte le mani sul petto ed escalama “questo è un corpo nero!“. Ci siamo fatti una risata e abbiamo proseguito.
Domanda: quella battuta era razzista?
Uno dice no perché l’à detta un diversamente pigmentato su sé stesso. Ma se la stessa battuta l’avesse detta il suo compagno caucasico seduto alla sua destra? L’avrei considerata una battuta razzista? Probabilmente.
Ma anche no, perché sapevo che quello studente caucasico seduto alla sua destra era un suo amico statunitense, col quale condivideva persino la stanza allo studentato e con il quale usciva regolarmente a bere. Erano amici, quindi è normale fare battute scherzose tra amici. Non avrei visto nulla di razzista, perché conoscendo la loro amicizia do per scontato che si vogliono bene, e quindi dietro la battuta non c’è alcuna cattiveria.
Riflettendoci bene uno si rende conto che quando decidiamo se una frase è o non è razzista gran parte della valutazione la facciamo sulla persona che à pronunciato quella frase. Più che la frase e il suo significato cerchiamo di capire se è stata detta con cattiveria o come innocente battuta. A seconda del contesto e della persona siamo capaci di dire che la stessa frase è razzista o no.
In altre parole facciamo una valutazione sulla persona e decidiamo se quella persona, e di conseguenza quello che à detto, è razzista o no.
Ma questo metodo è difficile da applicare quando la decisione su cosa è razzista o meno diventa parte di leggi e regolamenti.
Un regolamento deve prevedere la stessa punizione per la medesima azione. Se è vietato dire una cosa è vietato per tutti, se non è vietato non lo è per nessuno. Non puoi dare patenti per far battute ad alcuni e bollare a priori come razzisti altri.
Questo mi fa pensare al caso dell’alteta greca che doveva partecipare alle olimpiadi ma è stata lasciata a casa a causa di un tuit razzista. Nei resoconti giornalistici si vocifera di una sua vicinanza ad Alba Dorata. E quindi?
Se invece avesse avuto un’amica del cuore africana il suo tuit non era più razzista?
A me fanno già paura le leggi che impongono cosa bisogna non pensare o non dire. Capisco che delle volte c’è l’esigenza di evitare propaganda pericolosa, o c’è la necessità di imporre il rispetto. Perciò le tollero anche se mi fanno paura e mi creano disagio.
Però che punizioni (pensanti) vengano rifilate in base al giudizio della persona più che di quello che à detto non mi piace. Neanche un po’.












