Archive for March, 2012

Kawaiiii reloaded

March 31st, 2012 by mattia | 5 Comments | Filed in giappone

L’altra sera tornavo dall’onsen coi miei genitori; in una stradina vediamo un gatto malconcio e alopecioso che camminava come se fosse ubriaco.
Attorno al gattino si erano radunate delle ragazze che continuavano a ripetere kawaii, kawaii, kawaiiiiiii

Un po’ la cosa mi ha fatto riflettere sul fatto che le ragazze giapponesi hanno una proprietà di linguaggio molto limitata. Sembra che l’unico aggettivo che conoscono sia kawaii. Forza, impegnatevi, ci saranno tanti altri aggettivi tra cui scegliere, smettetela di dire sempre e solo kawaii.

Per prenderle per il culo mi sono messo a dire anch’io kawaiiiiiiiiii come facevano loro.
Si sono messe a ridere.
Io le prendevo per il culo e loro ridevano.

E l’ho fatto più volte, anche a distanza di cento metri, quando ormai il gattino barcollava da solo nella viuzza e sia noi che le ragazze eravamo arrivati sul vialone.
Continuavo a fare kawaiiiiii e loro ridevano alla grande, nemmeno fosse una cosa da ridere. O magari la comicità in Giappone è a un livello tipo che se tu sei uomo e dici queste parole scimmiottando le donne fai molto ridere.

Ma cazzo, come facevano a non accorgersi che le prendevo per il culo?
Non esiste in questo paese il concetto di ti sto prendendo per il culo?

O forse le ragazze giapponesi oltre a possedere una pessima proprietà di linguaggio sono anche un po’ cretine di loro?

Attenti al guinzaglio

March 31st, 2012 by mattia | 1 Comment | Filed in giappone

Mi chiedo: quanti sono gli storditi che entrano in ascensore col guinzaglio e lasciano fuori il cane?
No, perché se mettono l’avviso in cui spiegano di non farlo significa che non sono in due a farlo.

Gaikokujin san!

March 31st, 2012 by mattia | 13 Comments | Filed in andrea sarubbi, ignoranza, ius soli, l'italia sono anch'io, politica, straniero a chi

Secondo me il giapponese si può dividere in due categorie: le cose facili e quelle difficili.
Che detto così uno dice “ovvio”.
Forse allora è meglio classificarle come “cose molto facili e cose molto difficili”.
Tra le cose molto difficili ci sono ad esempio i contatori. Per dire “3 magliette” non ti basta sapere come si dice “3″ e “magliette”; in giapponese dici qualcosa tipo “tre cosi di maglietta”: il “coso” è il contatore che cambia per ogni tipo di articolo. C’è quello per i libri, quello per le bottiglie, quello per le cose piatte quello per gli strumenti…
Ed è un casino.

Poi ci sono le cose molto facili, come i nomi dei mesi. Non è che devi studiarti dodici mesi con nomi improbabili.
In giapponese i mesi sono facilissimi: si chiamano “mese 1″, “mese 2″, “mese 3″…

Un’altra cosa semplice sono i nomi degli abitati di un paese.
Se ci pensate in italiano (ma anche altre lingue) è un bordello.
Ci sono una miriadi di desinenze:
-ese (ungherese)
-ano (americano)
-olo (spagnolo)
-e (lettone)
-o (ceco, russo)
-ino (marocchino, algerino)

E se le confondi è un casino. Ad esempio, se invece di dire turco usi la desinenza -ese diventa turchese, che non è l’abitante di un paese azzurro.

In giapponese è facilissimo, si dice [nome del paese]+jin.
Per cui americano si dice amerikajin, ceco si dice chekojin, cinese si dice chugokujin. Tutti finiscono in jin, che vuole dire “persona”. Quindi amerikajin è “persona di amerika”.
E se vi dico “gaikokujin”, che significa? Abitante di gaikoku… ma cos’è il gaikoku?
Gaikoku significa generalmente “paese straniero”. Quindi il gaikokujin è uno straniero. Una delle prime parole che si imparano in giapponese. Perché te lo senti dire spesso.

L’altro giorno ero nello spogliatoio del dojo e mentre mi cambiavo entra un bambino, mi guarda ed esclama “gaikokujin!”.
Non passano più di tre minuti, entro nel dojo, mi vede un altro bambino che mi dice “gaikokujin san!”.
La cosa mi ha fatto un po’ ridere. “San” dopo il nome è un po’ come dire “Signor/Signora”. Quindi mi suonava come “Signor Straniero!”. Poi mi hanno spiegato che il san si usa non solo coi nomi propri, ma anche con le categorie che identificano persone. Però quel “Signor straniero!” mi ha divertito.

Mi ha fatto sorridere, non mi ha offeso.
Perché poi vedo questi qua che si fanno le magliette con su scritto “straniero a chi?” e davvero non capisco. Straniero non è un insulto.

In effetti in giapponese c’è un altro modo per dire straniero: gaijin, che è la forma breve di gaikokujin.
Alcuni sostengono che non stia bene dirlo, altri invece ritengono sia passabile.
Chiedendo un po’ in giro ho sentito dire che è una questione generazionale: se gaijin lo dice un vecchio suona come insulto, se lo dice un giovane puoi supporre che non sia inteso negativamente, perché nel tempo ha perso la connotazione negativa.
Ed è un fenomeno linguistico curioso. Di solito bisogna trovare di continuo parole nuove perché quelle vecchie diventano progressivamente offensive (l’handicappato che diventa portatore di handicap, poi disabile e poi diversamente abile e poi…). Qui invece andiamo alla rovescia, una parola che prima era offensiva non lo è più.

E alla fine ti accorgi che il problema non è la parola in sé ma il significato che vi mette chi la pronuncia. O quello che vuol capire quello che ascolta.
Quando mi dicono “gaikokujin-san” non mi offendo (se me lo dice un bimbo sorrido anche).
Oh bella, e perché dovrei offendermi? Mi hanno detto che sono straniero, mica che puzzo di cacca.
Allora magari sarebbe bello smetterla di fossilizzarsi sulle etichette, fatte di nomi o di passaporti. Perché poi quando la tua battaglia si riduce a far passare il messaggio che “non si dice straniero, sta male! si dice diversamente cittadino” ti dimentichi che la parte importante della vicenda non è la parola in sé ma il significato che le dai quando la usi.

Piesse: questo post l’avevo preparato una decina di giorni fa. Questa mattina incrocio un tizio per strada che mi guarda incuriosito. Nonostante fossi imbacuccato per un improvviso vento si vedevano i miei lineamenti caucasici e gli occhi chiari. Mi ferma e mi domanda なんじんですか, “Nan jin desu ka?” che cittadino sei?.
Fossi stato uno di quegli storditi della cittadinanza avrei scritto una lettera al sindaco di Fukuoka lamentando il razzismo dilagante nella capitale del Kyushu. E magari il quotidiano L’impero ci avrebbe fatto anche un’inchiesta.
Io gli ho risposto, ho sorriso e ho proseguito il mio cammino.

Fare il turista in Giappone

March 30th, 2012 by mattia | 6 Comments | Filed in giappone, riflessioni

Questa settimana di vacanza mi ha insegnato qualcosa su come fare il turista in Giappone. Perché uno può anche viverci in un paese, ma fare turismo è una cosa diversa.

Innanzitutto, non è difficile spostarsi, anche se lo fai da solo e coi mezzi pubblici. Ho preso i mezzi di trasporto più diversi, cambiando anche programma in corsa, e tutto ha funzionato senza particolari problemi.
Con due condizioni: la prima è poter parlare due parole di giapponese per chiedere un informazione al volo al capostazione e sapere se quel treno va davvero a Setaka per salirci al volo.
La seconda è avere in tasca uno smartfon connesso a internet e calcolare sul momento gli spostamenti coi mezzi pubblici usando hyperdia.com.
Altrimenti devi programmarti il viaggio e cercare di non sgarrare.
Anche a Kyoto non ho avuto particolari problemi di spostamento. Mi sono programmato tutti gli spostamenti con questo sito e ho anche fatto una ricerca al volo mentre ero a spasso per trovare un pullmann.

Le entrate nelle attrazioni turistiche non sono particolarmente care. Ci sono posti in cui paghi (l’equivalente di) 5 euro, al massimo 6 euro ma anche attrazioni in cui paghi 3 euro.
Paghi di più per cose molto particolari. A Kyoto ho visto il volantino di “Fai la gheiscia per un giorno” in cui ti truccano e vestono come una gheiscia e ti portano in giro a fare le foto: 60 euro. Oppure gli spettacoli stessi delle gheisce, che sono molto cari.
Andare in un onsen costa poco ovunque: anche a quello di Kurama (che sembra essere famoso) ho speso poi 10 euro per l’ingresso. Un po’ più del solito ma niente di costosissimo.
La cosa che ho pagato di più è stata la gita in barca a Yanagawa: 70 minuti a 15 euro.

Per l’alloggio dipende molto da quello che uno cerca, va da sé.
Su Koyasan ho già parlato. Per il resto ho prenotato tramite internet alloggi in alberghi sempre molto centrali: a Kyoto ero a Gion, a Osaka ho alloggiato a 400 m dal castello, a Hiroscima l’albergo era a 5 minuti a piedi dalla stazione.
In tre abbiamo speso sulle 100 euro a testa circa e gli alberghi erano tutti molto puliti e con un buon servizio (sembra in Giappone anche in un posto modesto ci tengano molto al servizio, dandoti tutto, rasoio e vestaglia inclusi).
A Hiroscima mentre ero nella lobbi a scrivere delle cose mi si è avvicinato il tipo dell’albergo: “Butta-sama!” mi dice “qui c’è un regalo per te“. E mi porge una busta con una paletta per il riso e delle cartoline del duomo della bomba atomica.
Quindi niente paura a prenotare in posti economici che mica vi trovare i bedbags nel letto come negli U.S. of A.

Il trasporto è costoso, e questo lo sappiamo già. Ma funziona bene. Io non ho potuto fare il rail pass ma i miei genitori sì, e hanno risparmiato un casino.
Dopo un po’ ci avevano preso gusto: io dovevo comprare il biglietto, e loro con il pass passano dentro in allegria.

[Piccola nota, per coloro che si domandano come funziona il JR pass. Lo compri all'estero, però non ti danno il JR Pass. Ti danno un buono, che tu quando arrivi in Giappone presenti alla stazione e in cambio ti danno il JR pass vero e proprio. E' un cartoncino piegato in due con su le tue generalità e un timbrone con la data di scadenza. Siccome nelle stazioni giapponesi ci sono i tornelli per entrare uno si domanda: come faccio a infilare il pass nel tornello? Facile, non lo devi infilare. Per passare il tornello devi passare lateralmente, dove c'è l'omino della ferrovia, gli mostri il pass e lui ti lascia entrare]

Col JR pass puoi fare tutti i viaggi che vuoi, shinkansen incluso (ad esclusione di quelli con pochissime fermate). Quindi capita che parti da Osaka, ti fermi a Himeji a vedere il castello, poi predi uno shinkansen e in 20 minuti sei a Okayama, visiti i giardini, riprendi lo shinkansen e in altri 40 minuti sei a Hiroshima. Siccome poi gli shinkansen oltre a essere veloci sono numerosi i tempi morti sono limitati e diventa facile visitare in una stessa giornata luoghi distanti anche 150 o 200 km, saltando su e giù dallo shinkansen. Come se fosse una metropolitana e il Giappone una città.

Dopodiché un’osservazione empirica e non so quanto statisticamente valida: di turisti stranieri ne ho visti pochi. Ma davvero pochi. Sarà che la gente arriva più tardi, ma di facce caucasiche in giro non ce n’erano molte, nemmeno nei luoghi più smaccatamente turistici. I turisti erano prettamente giapponesi (oltre a osservarli allungavo l’orecchio per carpire la lingua). Perché non c’erano stranieri? Evitano tutti di venire in Giappone per via di Fukushima?
Se così fosse sarebbe molto grave (perché se uno non va a Kyoto per paura di Fukushima è un bigolo. E la disinformazione dei media ha fatto il suo dovere).
Spero davvero non sia così e sia stato solo un caso.

 

 

Da ogni picsel

March 30th, 2012 by mattia | 2 Comments | Filed in chicche, politica, riflessioni

Oh, sono loro i guru della comunicazione due punto zero. Quelli di youdem li avranno assunti apposta perché se ne intendono.
Quindi cosa volete che dica.

Però quanto mi mandano una email del genere magari due appunti mi permetto di farli.
Il primo riguarda all’oggetto: “Il PD sta con i lavoratori“. Che sembra dire, oh…cosa avete capito, mica è vero che il PD si sta sputtanando con l’articolo diciotto, è così… il PD sta dalla parte dei lavoratori, anche se nessuno ci crede è così, fidati.

Ma soprattutto la foto di Bersani. Io odio le foto dei politici messi in posa (specialmente quelli che mettono il pugno al mento). Le odio sinceramente.
Ma nemmeno puoi mettere la foto del segretario di partito che sembra si stia mettendo a piangere.
E’ una foto che trasmette tristezza e sconsolazione da ogni picsel.

Dormire a Koyasan

March 30th, 2012 by mattia | Comments Off | Filed in giappone

Nel mio viaggio per il Giappone ho dormito anche una notte a Koyasan. Visto che mi è stato chiesto com’è questa esperienza racconto qui qualche dettaglio.
Innanzitutto, cos’è Koyasan? Come dice la parola stessa è una montagna (oddio, montagna, saranno poi 900 metri). Si trova vicino a Osaka e si raggiunge comodamente con treno e funicolare.
Cosa c’è di particolare?
Koyasan è un centro molto importante per il buddismo scingon, e come tale è meta di pellegrinaggio. Tipo la lurd dei giapponesi.
Sopra a questa montagna c’è uan cittadella circondata dai boschi, piena di monasteri e con un cimitero enorme sotto alberi altissimi davvero molto affascinante.
Ad essere onesti non ci sono solo monaci e monasteri. Ci sono anche edifici civili, qualche cafetteria e negozi di suvenir.
Ma è molto bella e affascinanze comunque (anche se quando ci siamo stati noi c’era un freddo cane).

Tra le varie cose che si possono fare a Koyasan c’è l’alloggio in un monastero. Tante di queste strutture infatti ospitano pellegrini (e non, come noi).
E’ un po’ caro, e per questo molti si domandano se ne vale la pena.
In breve, per quella che è stata la mia esperienza la risposta è sì.

Innanzitutto, è vero che è caro, ma fino a un certo punto. I prezzi partono da 110 euro circa a testa, e per gente come me abituata a viaggiare con poco sono un po’ tantini.
Anche comparati coi prezzi del Giappone: le altre notti le ho passate in alberghetti a Osaka, Kyoto e Hiroshima spendendo 35 euro a cranio.
Quindi 110 sembra tanto… però.
Il prezzo comprende la cena e la colazione.

Appunto, come si mangia a Koyasan? Mangi in refettorio insieme ai monaci con quello che ti ripete “ricordati che devi morire“?
No, mangi in camera tua.
Le camere sono stanze in stile giapponese, in cui si dorme con il futon per terra. Lì ti portano la cena e la colazione.
La cena è molto abbondante, e strettamente vegana. Vegano giapponese. Se uno è un patito di queste cose giapponesi fa festa grande. Per capirci, ci hanno portato tre vassoi a testa, con tantissime portate diverse una dall’altra e decorate in maniera impeccabile. Una cena da gurmè, che andare a mangiarla in un ristorante tiravi fuori 50 o 60 euro.
E lo stesso per la colazione.

Poi vabbe’, lascia perdere che ci hanno portato la colazione alle 7 e alle 7.05 c’erano tre loschi figuri che gibilavano in su e in giù per il monastero cercando disperatamente una tazza di caffè. Se uno ama la cucina giapponese i soldi dell’alloggio già li ripaga con cena e colazione.

E uno mi dirà: bravo, vai al monastero buddista e quella è la penitenza che fai? Ti dovevano mettere a pane e acqua (anzi, riso e acqua)! Tra l’altro è pure quaresima…
Può venire il dubbio che quindi sia poco più che un ryokan invece che un monastero.
Invece no, è veramente un monastero, e lo si sente.
Quando arrivi c’è un monaco che prima di portari alla tua stanza ti guida per il monastero mostrandoti tutta la struttura. Poi certamente sono discreti, penso che debbano comunque tenere un distacco, ma sono molto cortesi e mi sa che se vuoi parlare con loro te la contano anche su.
Ma soprattutto puoi partecipare alle preghiere della mattina insieme a loro. Alle 6.00 si va in una specie di santa santorum del convento, tipo la cappella. Un ambiente bellissimo e pieno di fascino (purtroppo non si poteva fotografare). I monaci sono dentro una specie di altare e per mezz’ora dicono le lodi mattutine fatte di preghiere cantilenanti e sbongggg su campane a padella.
E non è fiction, non lo fanno per far spettacolo e far contenti i turisti. Sono davvero i loro riti. Saremo stati lì in quaranta,tra ospiti stranieri (pochi, sette o otto) e ospiti giapponesi. Noi stavamo lì a guardare i monaci che pregavano, mentre gli ospiti giapponesi pregavano anche loro, facevano delle cose con l’incenso davanti all’altare… Alla fine hanno detto una sorta di padre nostro buddista, e gli ospiti giapponesi lo dicevano a memoria insieme ai monaci. Perciò erano veramente lì a pregare, non erano turisti bensì pellegrini.

Dopodiché il monastero in cui sono stato aveva anche l’onsen (sempre disponibile, 24 ore al giorno). Un onsen piccolo, ma con un’acqua molto forte (ormai sono diventato esperto nel giudicare la qualità dell’acqua dalla reazione sui muscoli delle gambe).
Quindi dopo una giornata passata a visitare la cittadella monastica la sera puoi rilassarti facendo l’onsen esterno, guardando il cielo scuro e le stelle. Meraviglioso.
E dopo esserti rilassato all’onsen puoi passare qualche momento prima di andare a dormire nella sala davanti al giardino zen, rilassando la mente e magari leggendo o scrivendo qualcosa.

Oh sì, ne vale la pena.

sori, der uos a problem

March 30th, 2012 by mattia | 9 Comments | Filed in ignoranza

Vedete la schermata qui sotto?
Oggi pomeriggio l’avrò vista cinquanta volte.
La mia gita per il Giappone insieme ai genitori è infatti giunta al termine e così questo pomeriggio li ho messi sullo scincansen per Osaka, sperando che non si perdano e riescano a raggiungere l’aeroporto del Kansai.
Prima di metterli sul treno però ho cercato di fare il web check-in per il loro volo alitalia.
L’avevo fatto anche all’andata, e a maggior ragione lo voglio fare al ritorno: i miei anziani genitori infatti non parlano giapponese né inglese e già me li vedo al banco alitalia mentre cercano di parlare a gesti.
Col web check-in arrivano in aeroporto con la carta d’imbarco pronta e devono depositare solo i bagagli, limitando al minimo la necessità di parlare con della gente.

Bene, provo a fare il web check-in: errore. Riprovo: errore. Riprovo: errore.
Metto il numero di prenotazione, nome e cognome, mi salta fuori la schermata coi dati corretti, ma quando provo a procedere con l’assegnazione del posto… mi dà errore.

Allora provo a chiamare Alitalia. Vado sul sito: la voce “Contatti e assistenza” è nascosta in fondo alla pagina. Iniziamo bene…
Scelgo customer center e mi si apre una pagina con diverse opzioni: se chiami dall’italia devi fare l’892010 e pagare 12 centesimi di euro alla risposta e 30 centesimi di euro per ogni minuto di conversazione.
Ma io non sono in italia, sono in Giappone (anche volendo mi sa che un 892 non lo posso nemmeno chiamare dal Giappone).
Ma l’Alitalia pensa anche a noi! Se chiami dall’estero ti dicono di fare il numero +39 06 65649 e specificano: Attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per modificare la tua prenotazione o richiedere assistenza.

Bene, devo fare una chiamata a Roma, e come faccio sempre in questi casi uso Skype.
Mi risponde una voce registrata che riporto testualmente

Alitalia, buongiorno.
Servizio assistenza e informazioni.
Alitalia informa che per chiamate dall’italia il numero del customer center è l’892010.
Grazie.

E dopo 11 secondi la chiamata si interrompe.
Non ti dicono nemmeno quelle cose tipo: “per cambiare una prenotazione, premi 5; per cambiare il tuo pasto sul volo da carnivoro a vegano, premi 6; per ordinare un servizio pompino dall’ostess premi 7; per mandarci a quel paese, premi 8“.

Non puoi fare niente, fanno tutto loro. Parte il disco, ti dice che se chiami dall’italia devi chiamare l’892 e mettono giù.

Ma io chiamo dal Giappone! Per chiamare il castamer senter dell’alitalia (compagnia a cui ho versato dei biglietti da cento per il volo) devo pagarmi una telefonata intercontinentale da Fukuoka a Roma.
Eh?

Il tutto perché bloccano skype. Bravi, clap clap. Oh, come siete furbi! Così gli italiani non possono più baipassare il numero a pagamento chiamando con skype e facendo finta di essere all’estero.
Ecco, e per fermare questi obbligate me a fare una chiamata Fukuoka-Roma con un telefono normale (una cosa da anni novanta).
Io me li sento, questi di Alitalia che rispondono piccati: già, se gli italiani non facessero i furbi usando skype per far finta di stare all’estero non lo bloccheremmo… colpa degli italiani che non sono onesti, così poi ci vanno di mezzo tutti.

Così, giusto per sbaglio, non è che invece vi viene in mente che se la gente baipassa l’892 usando skype è perché pagare per chiedere informazioni a un’azienda che non sa far funzionare il proprio sistema internet è demenziale?
Voi sbagliate, mettete su un sito che continua a dirmi “sori, der uos a problem” e poi devo anche pagare per sapere qual è il problem per cui siete sori?

Piesse: alla fine sono riuscito a fare il check-in, al trentesimo tentativo. Ma le carte d’imbarco mica sono riuscito a stamparle: ogni volta che ci provavo mi saltava fuori ancora questa schermata.
I genitori li ho messi sullo scincansen senza carte d’imbarco, sperando che domani a Osaka vada tutti bene.

 

Aggiornamento

March 26th, 2012 by mattia | 2 Comments | Filed in giappone

Questo è il tempio buddista dove dormirò stanotte.

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