Secondo me il giapponese si può dividere in due categorie: le cose facili e quelle difficili.
Che detto così uno dice “ovvio”.
Forse allora è meglio classificarle come “cose molto facili e cose molto difficili”.
Tra le cose molto difficili ci sono ad esempio i contatori. Per dire “3 magliette” non ti basta sapere come si dice “3″ e “magliette”; in giapponese dici qualcosa tipo “tre cosi di maglietta”: il “coso” è il contatore che cambia per ogni tipo di articolo. C’è quello per i libri, quello per le bottiglie, quello per le cose piatte quello per gli strumenti…
Ed è un casino.
Poi ci sono le cose molto facili, come i nomi dei mesi. Non è che devi studiarti dodici mesi con nomi improbabili.
In giapponese i mesi sono facilissimi: si chiamano “mese 1″, “mese 2″, “mese 3″…
Un’altra cosa semplice sono i nomi degli abitati di un paese.
Se ci pensate in italiano (ma anche altre lingue) è un bordello.
Ci sono una miriadi di desinenze:
-ese (ungherese)
-ano (americano)
-olo (spagnolo)
-e (lettone)
-o (ceco, russo)
-ino (marocchino, algerino)
…
E se le confondi è un casino. Ad esempio, se invece di dire turco usi la desinenza -ese diventa turchese, che non è l’abitante di un paese azzurro.
In giapponese è facilissimo, si dice [nome del paese]+jin.
Per cui americano si dice amerikajin, ceco si dice chekojin, cinese si dice chugokujin. Tutti finiscono in jin, che vuole dire “persona”. Quindi amerikajin è “persona di amerika”.
E se vi dico “gaikokujin”, che significa? Abitante di gaikoku… ma cos’è il gaikoku?
Gaikoku significa generalmente “paese straniero”. Quindi il gaikokujin è uno straniero. Una delle prime parole che si imparano in giapponese. Perché te lo senti dire spesso.
L’altro giorno ero nello spogliatoio del dojo e mentre mi cambiavo entra un bambino, mi guarda ed esclama “gaikokujin!”.
Non passano più di tre minuti, entro nel dojo, mi vede un altro bambino che mi dice “gaikokujin san!”.
La cosa mi ha fatto un po’ ridere. “San” dopo il nome è un po’ come dire “Signor/Signora”. Quindi mi suonava come “Signor Straniero!”. Poi mi hanno spiegato che il san si usa non solo coi nomi propri, ma anche con le categorie che identificano persone. Però quel “Signor straniero!” mi ha divertito.
Mi ha fatto sorridere, non mi ha offeso.
Perché poi vedo questi qua che si fanno le magliette con su scritto “straniero a chi?” e davvero non capisco. Straniero non è un insulto.
In effetti in giapponese c’è un altro modo per dire straniero: gaijin, che è la forma breve di gaikokujin.
Alcuni sostengono che non stia bene dirlo, altri invece ritengono sia passabile.
Chiedendo un po’ in giro ho sentito dire che è una questione generazionale: se gaijin lo dice un vecchio suona come insulto, se lo dice un giovane puoi supporre che non sia inteso negativamente, perché nel tempo ha perso la connotazione negativa.
Ed è un fenomeno linguistico curioso. Di solito bisogna trovare di continuo parole nuove perché quelle vecchie diventano progressivamente offensive (l’handicappato che diventa portatore di handicap, poi disabile e poi diversamente abile e poi…). Qui invece andiamo alla rovescia, una parola che prima era offensiva non lo è più.
E alla fine ti accorgi che il problema non è la parola in sé ma il significato che vi mette chi la pronuncia. O quello che vuol capire quello che ascolta.
Quando mi dicono “gaikokujin-san” non mi offendo (se me lo dice un bimbo sorrido anche).
Oh bella, e perché dovrei offendermi? Mi hanno detto che sono straniero, mica che puzzo di cacca.
Allora magari sarebbe bello smetterla di fossilizzarsi sulle etichette, fatte di nomi o di passaporti. Perché poi quando la tua battaglia si riduce a far passare il messaggio che “non si dice straniero, sta male! si dice diversamente cittadino” ti dimentichi che la parte importante della vicenda non è la parola in sé ma il significato che le dai quando la usi.
Piesse: questo post l’avevo preparato una decina di giorni fa. Questa mattina incrocio un tizio per strada che mi guarda incuriosito. Nonostante fossi imbacuccato per un improvviso vento si vedevano i miei lineamenti caucasici e gli occhi chiari. Mi ferma e mi domanda なんじんですか, “Nan jin desu ka?” che cittadino sei?.
Fossi stato uno di quegli storditi della cittadinanza avrei scritto una lettera al sindaco di Fukuoka lamentando il razzismo dilagante nella capitale del Kyushu. E magari il quotidiano L’impero ci avrebbe fatto anche un’inchiesta.
Io gli ho risposto, ho sorriso e ho proseguito il mio cammino.