Archive for September, 2010

Fuga di cervelli dai cervelli

September 29th, 2010 by mattia | 1 Comment | Filed in editoriale

Ogni tanto mi capita di leggere questi manifesti dei cervelli in fuga, dove dicono che all’estero funziona tutto bene e in italia no. Nemmeno se il mondo fosse diviso in italia ed estero, e l’estero fosse un’entità a sé, da Camerun alla Nuova Zelanda, tutto uguale.

Certo, in alcuni paesi esteri (non all’estero in generale) alcune cose funzionano meglio. Ma quello che mi dà fastidio è che queste persone rivendichino il diritto di rientrare in italia, magari proprio nella città in cui sono nati, e fare ricerca lì.

Oggi ho ricevuto un’email da un collega di un gruppo di ricerca di Madrid dove sono andato in trasferta qualche volta: avevano messo il mio nome tra i ricercatori in visita, e volevano che controllassi se le informazioni su di me fossero corrette. Facendo scorrere tutti i nomi di quelli che in quel gruppo hanno studiato, ricercato, o che sono passati per un periodo ti rendi conto che il fatto di andare all’estero è una cosa del tutto normale per chi fa ricerca. Anche quelli dell’estero.

È normale solo nella mente malata di quelli che scrivono i manifesti dei cervelli in fuga pensare che una persona faccia bachelor, master, PhD, postDoc, assistent professor, associate professor, full professor tutto allo stesso numero civico.

Ci si laurea di qui, si fa il PhD di lì e il postDoc di là. Ed è normale, all’estero.
Innanzitutto perché per chi fa questo lavoro la flessibilità mentale conta tanto, e spostarsi ogni tanto fa bene. Inoltre quando fai qualcosa di estremamente specialistico di necessità vedrai solo una parte della faccenda: andare in altri gruppi di ricerca ti consente di vedere la faccenda da un altro punto di vista, e questo ti completa.
Ma poi, santo cielo, non facciamo mica i panettieri. Niente contro i panettieri (anche perché sono  figlio di panettiere), ma il panettiere lo puoi fare in qualsiasi paese, Carate Bianza, Mariano Comense, Caronno Pertusella. Dovunque si fa il pane, e il lavoro di prestinaio lo puoi cercare ovunque. Ma se vuoi fare un lavoro altamente speciializzato (in generale, non solo per la ricerca), devi capire che una posizione come la tua è ricercata magari a Milano, a Brasilia e a Boston. E se vuoi fare quel lavoro lì mica puoi pretendere che ti prendano a Caronno Pertusella.

Ovviamente non mica è facile tirare su famiglia e spostarsi da una parte all’altra d’Europa o del mondo, ma questo è il prezzo da pagare se vuoi fare questo lavoro. Non perché l’italia è cattiva, ma perché è ovvio che sia così. Altrimenti fai il panettiere che va bene lo stesso.

Lamentiamoci pure dell’italia e delle cose che non vanno. Lamentiamoci se dobbiamo andare all’estero perché in italia mancano le strutture. Ma non facciamo i martiri dell’espatrio a priori, perché di per sé andare all’estero è normale. Piuttosto chiedamoci quanta gente dall’estero va in italia a fare ricerca.

Vogliamo puntare sui vecchi.

September 29th, 2010 by mattia | 1 Comment | Filed in politica

I vecchi sono il nostro futuro, vogliamo puntare sui vecchi.

Vi sembra normale che un primo ministro vada in parlamento a dire che i vecchi sono il nostro futuro? No, vero?
E allora, di grazia, A CHE CAZZO SERVE DIRE CHE BISOGNA PUNTARE SUI GIOVANI?

Mancava solo che dicesse W la bernarda e poi era la sagra delle ovvietà era completa.

Ci ho l’inkan!

September 29th, 2010 by mattia | 7 Comments | Filed in giappone

Come raccontavo, in giappone si usa apporre il proprio timbro per firmare.
Qualcuno mi raccontava che la tradizione è nata quando la gente era analfabeta e allora era più comodo timbrare che fare la firma.
Però non mi ha convinto molto questa spiegazione, perché al massimo facevano una X come dalle nostre parti, no?

Ad ogni modo, l’inkan è fondamentale, perché senza di esso non puoi aprire  un conto corrente (o forse puoi farlo ma alla posta, e io mica mi faccio il conto correnta alla posta come il più sfigato della compagnia, no?).
Allora sono andato a ordinare il mio inkan, e sorprendentemente me l’hanno fatto in due giorni: dico sorprendentemente perché mi avevano detto che ci voleva una settimana.

Ed eccolo qua sotto il mio inkan: c’è scritto il mio cognome, niente di che. Tra l’altro con un font sfigato, i nomi giapponesi almeno li scrivono con un font grazioso.

Vabbe’, comunque la cosa bella è che il commesso della ferramenta dove l’ho ordinato parlava un ottimo inglese. Tanto che quando sono andato là mi sono messo a biascicare qualcosa in giapponese e lui mi ha risposto in inglese, volevo quasi abbracciarlo.

Poi adesso ci sono tutte le altre cose: col timbro puoi aprire il conto corrente, col conto corrente puoi avere un telefono, con telefono puoi fare l’albero, e con l’albero puoi fare il se-e-me.

Spirito d’osservazione

September 27th, 2010 by mattia | Comments Off | Filed in giappone

La prima volta che sono venuto nel quartiere dove abito mi faceva schifo.
Poi ho scoperto che c’è una scuola elementare, l’ufficio postale, la palestra dove stasera ho visto dei tizi con delle maschere che si davano bastonate addosso…
C’è anche un centro commerciale con lo Starbucks e i giochini dei bambini nella sabbia all’esterno.
Insomma, a guardarlo bene sembra quasi vivibile.
Poi la domenica mattina c’era una squadra di una 50 di cittadini di ogni età che puliva la aiuole, e questo ti fa pensare che almeno c’è un po’ di coivolgimento sociale nel quartiere.

L’altro giorno ho scoperto che c’è anche un McDonald aperto 24 ore su 24, che vabbe’ a me il McDonald non piace, sia chiaro, però quando mi stufo del cibo giapponese che mi rifilano in mensa posso sempre farci una scappata per riempirmi di carne bella grassa.
E la cosa mi ha  confortato: magari non ci andrò mai, però so che è lì.

Oggi ho scoperto che c’è anche una pizzeria. Oh bella, la prima che vedo a Fukuoka ed è nel mio quartiere.
Ma perché queste cose le vedo una un giorno e una un altro?
Mi sa che il mio spirito di osservazione sta scemando.

Piesse: nel centro commerciale di cui sopra il supermercato è open air. Non ci sono i varchi per entrarci, e nemmendo delle guardie che ti guardano male all’ingresso. Niente, tu entri con in varchi talmente enormi che una volta stavo uscendo senza pagare perché non vedevo le casse (che erano al centro).
Un bel fidarsi, questa gente..

To Mac or not to Mac

September 27th, 2010 by mattia | 15 Comments | Filed in Uncategorized

C’è che al lavoro mi devono comprare il computer, e dove lavoro io tutti hanno il Mac.
Però io il Mac non l’ho mai usato, quindi il capo mi ha detto che dipende da me scegliere, e io non so se scegliere un Mac o un PC.

Qualcuno potrebbe darmi dei consigli? Voglio dire, sottointeso che i primi tempi mi dovrò abituare ad un ambiente nuovo, ci sono altri svantaggi ad usare Mac?

Cose giapponesi #2

September 26th, 2010 by mattia | 6 Comments | Filed in cose giapponesi, giappone

Questo pomeriggio ero nel parco di fronte a questo orrendo edificio.
Il parco era pieno di gente vestita con costumi di carnevale, gente che suona (male) la chitarra, e una ragazza che si allenava a fare la giocoliera con una bottiglia e uno shaker (presumoci si alleni nei prati per queste cose così quando cade la bottiglia essa non si rompe).

Siccome ero stanco mi sono sdraiato e appisolato. A un certo punto mi sono accorto che da parte a me si era sdraiato un ragazzo, e il suo socio faceva una foto col cellulare.

Ma dico, mi hanno preso per la tigre bianca delle cornelle che mi fanno le foto?

I baracchini delle fesciate

September 25th, 2010 by mattia | 3 Comments | Filed in giappone

Io sono tra i pochi venuto in Giappone per caso. Non sono uno di quelli cresciuti a manga, karate o sushi. Quindi sono arrivato in Giappone senza aspettarmi niente dei luoghi comuni su questo paese.
Ed è un bene, perché per quel poco che ho visto tanti miti sarebbero da sfatare.
Mi chiedevano oggi se ho un letto normale. Sì, ho un letto normale, scomodo ma normale, non di quelli che dormi per terra. La sedia è normale:magari da qualche parte ci si siederà pure sui cuscini, ma esistono le sedie.
Le porte ci sono, non è che ci sono solo le tende come nella casa di Kiss me Licia.

Però una cosa tipica l’ho vista. Anzi è stata la prima cosa che ho visto, appena uscito dalla stazione di Fukuoka appena arrivato in città: i baracchini per mangiare le fesciate sulla strada.
Questi qui sotto, un bancone di legno, sedie e panche attorno e la gente che si siede per consumare una scodella di zuppa (tirando ssu gli spaghetti con risucchio rumorosissimo) o altri alimenti che emanano odore non invitante (per me, almeno). Prima o poi prometto che mi fermo a mangiare qualcosa.

Cogli l’attimo

September 25th, 2010 by mattia | 3 Comments | Filed in 11 settembre, bufale

Questa foto l’ho scattata questo pomeriggio nel centro di Fukuoka.
Tu cammini per il centro della città e vedi un aereo che vola sulla tua testa a bassa quota.
Penso che le persono che l’11 Settembre 2001 erano a New York gli aerei che si sono schiantati sulle torri gemelle le abbiano visti più o meno così.
Dalla foto sembra molto più lontano di quello che era in realtà, anche perché la foto è fatta senza zoom, e il palazzo che si vede di fronte non era molto alto.

Perché la pubblico? Presto detto: tra i complottisti dell’11 Settembre ci sono quelli che sostengono, come elemento di sospetto sulla veridicità dell’attentato, il fatto che non ci siano immagini del primo schianto.
In realtà c’è, uno solo ma c’è. (mi fanno notare che ce ne sono tre)
L’obiezione però salta fuori anche in altri ambiti del complottismo: spesso si sente ripetere come mai non c’è nemmeno un filmato di ….
Potete metterci l’aereo che si schianta sul Pentagono o che altro.

Ora, ieri pomeriggio ero nel centro di Fukuoka, e ho visto una scena analoga: un aereo che volava a bassa quota sul centro, proprio sopra degli edifici molto alti. Se ci fossero state torri da 400 m le avrebbe centrare senza problemi. Una scena in tutto analoga a quella che hanno visto gli abitanti di New York quella mattina.
Però non sono riuscito a fotografarlo. Perché quando vedi qualcosa che non va il tuo cervello non pensa subito alla catastrofe, ma cerca una spiegazione. Se vedo un aereo che vola a bassa quota sul centro di una città non vado a pensare che si sta schiantando contro un grattacielo e quindi devo filmare il tutto per avere una testimonianza filmata di un evento storico. Piuttosto inizio a dire “ehy, ma qui c’è qualcosa che non va, non dovrebbe volare così basso, ma forse c’è stata un’emergenza e hanno dovuto correggere le rotte e… vabbe’, dai, facciamo una foto“.  E nel frattempo che hai pensato a tutto questo, hai estratto il  telefono/macchina fotografica, l’hai acceso e hai inquadrato l’aereo non c’è più.
E questo vale con tutti gli eventi che si consumano in una manciata di secondi: il tempo di ragionare su quello che sta accadendo e valutare il fatto che sia giustificabile fare una foto ti fa perdere l’evento.
L’ho vissuto ieri sulla mia pelle vedendo l’aereo sorvolare a bassa quota il centro di Fukuoka.
Il tempo che ci ho messo per pensare di tirare fuori il telefono e fotografarlo e lui era già passato.
La foto qui sopra l’ho fatta oggi appostandomi per qualche minuto col telefono pronto in mano.
Quindi è perfettamente ovvio che ci sia solo una testimonianza filmata, non a caso di chi aveva già la telecamera accesa e ha dovuto solo spostare l’obiettivo.
A ciò aggiungiamo che nel 2001 la fotocamera nel telefono non l’aveva nessuno, e anche le fotocamere digitali erano ancora poco diffuse (ricordo che la mia prima barracca da 2 Mpx a carbonella del 2002, e mi sembrava un gioiello).

Sembra ovvio che ci debbano essere filmati amatoriali a iosa solo a posteriori, perché sappiamo che è accaduto un evento, ma la prossima volta che vi capita di vedere un evento improvviso provate da soli a rendervi conto di quanto ci mette il vostro cervello a elaborare quello che vede e a capire che è una cosa degna da essere fotografata. Poi mi fate sapere.

Piesse: gli aerei volano così bassi a Fukuoka perché l’aaeroporto è praticamente in centro.

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