Archive for the ‘repubblica’ Category

Lo scappellamento

February 3rd, 2010 by mattia | Comments Off | Filed in perle giornalistiche, repubblica

Boh, ammetto di non saperlo. Forse in italiano, quello giusto, significa esclusivamente togliersi il cappello.

Grazie a Filippo Ceccarelli per i 30 secondi di pura ilarità.

Letto qui:

scappellamento

Sui giornali on line a pagamento

February 2nd, 2010 by mattia | Comments Off | Filed in corriere, editoriale, giornali, internet, quotidiani, repubblica

Qualcuno mi ha detto che disprezzo tutto ciò che è gratis. Non è vero, io disprezzo la pretesa di servizi gratis quando i ragionamenti che ne sono alla base sono irrazionali. Sui giornali on line la penso infatti in modo diverso.

Gli editori dei giornali ci stanno pensando da tempo, anche se nessuno ha il coraggio di partire. Vorrebbero far pagare i quotidiani on line, perché dicono che non possono continuare ad offrirli gratis.

Alcuni si chiedono: perché la gente è disposta a pagare 1,20 Euro per il giornale di carta ma non vuole spendere nemmeno un centesimo per la versione on-line? Sembrerebbe assuro. Invece non lo è, e qui provo a dare alcune motivazioni per cui penso che i giornali on line debbano rimanere gratis:

1) Con 1,20 Euro non pago la carta, ma articoli degni di tal nome. Gli articoli proposti su internet sono – il più delle volte – dei riassuntini striminziti di quello che si trova sulla versione di carta (dove trovo anche commenti e approfondimenti, quasi assenti su internet). Non è solo una questione di supporto, ma anche di contenuti.

2) Quelle poche volte che sono in italia compro in corriere, e noto che la versione on-line pubblica i contenuti cartacei in ritardo di uno o due giorni (per i pezzi di non attualità). Riciclare i pezzi che hai già usato sul cartaceo, costa poco, giusto un copia-incolla con qualche sforbiciata.

3) I giornali on-line pullulano di immondizia quasi come un reality. Colonne pruriginose, foto spiritose…. Non pago per sapere se la divetta del reality ha la ricrescita ascellare.

4) I giornali on-line sono continuano a pubblicare bufale, spacciate per notizie vere (tanto poi quando capita basta un click e nascondi la figura di merda). Io non pago per leggere bufale.

5) Spesso gli articoli pubblicati on-line sono dei banali copia-incolla dei comunicati stampa o dei lanci di agenzia (ho le prove, con articoli su diverse testate che riportano le stesse frasi). Non ti serve allora un giornalista, ma solo una scimmia ammaestrata che sappia premere CTRL+C e CTRL+V. E le scimmie ammaestrate costano notoriamente poco.

6) I giornali ricevono contributi pubblici, ossia soldi che derivano dalle tasse di tutti i contribuenti italiani. Restituire informazione su internet fa parte del gioco. Se vuoi mettere tutto a pagamento, internet incluso, prima di tutto rifiuti i contributi pubblici.

7) Dicono che internet mandi in crisi l’editoria, con questa storia che devono regalare i contenuti on line. Cretinata: internet è uno strumento poderoso per un giornalista che vuole verificare le fonti (ma c’è qualcuno ancora che lo fa?). Grazie a Internet il costo orario del giornalista costa quindi meno. E al popolo di internet (che scrive wikipedia, per esempio) qualcosa va dato in cambio.

8) I giornali pretendono di farsi pagare per le versioni su Internet, però da Internet saccheggiano contenuti (es. i video su Youtube) ripubblicandoli sui loro siti, e mettendoci la loro pubblicità. Alla faccia del diritto d’autore.

9) Prima di pagare esigo che la redazione non contenga nessun apprendista sottopagato e sfruttato. Non si dovrebbe fare mai, ma a maggior ragione se pago vorrei che i soldi finissero al giornalista, non all’editore.

Repubblica e la manina appiccicosa delle patatine

January 11th, 2010 by mattia | Comments Off | Filed in facebook, perle giornalistiche, repubblica

manina_patatine

Repubblica festeggia i 100 mila fans su Facebook.

ROMA – Se fosse una città appena fondata, per numero di abitanti sarebbe già tra i primi cinquanta capoluoghi italiani. Dopo nemmeno tre mesi di vita, avrebbe oggi più o meno le dimensioni di Piacenza o di Udine.

Sti gran cazzi!

La pagina dei sostenitori di Repubblica su Facebook (http://www.facebook.com/Repubblica), aperta alla fine di ottobre, ha raggiunto i centomila iscritti.

Ora, a parte che in questo momento ha 99.135 fan e non 100 mila.

Ma poi, questi umilissimi redattori di Repubblica, perché si vantano di avere 100 mila fan su facebook?

Così, giusto per ricordarci quanti sono i fan di qualche gruppo a caso:

  • E’ inutile che metti la foto figa su facebook se poi sei un cesso!!
    51.566 iscritti
  • AICFDL – Associazione Italiana Contro le Fighe di Legno
    93.982 membri
  • PANTALONI DELLA TUTA
    123.533 fan
  • tirare fuori il cellulare, metterlo via e dire “..no aspetta che ore sono?”
    179.366 fan
  • PER ANDARE A FANCULO VUOI IL TOMTOM … O LA STRADA LA CONOSCI A MEMORIA ?
    191.512 membri
  • Per quelli che rispondono “SI” ma in realtà non hanno capito un “CAZZO”
    238.031 fan
  • il 70% dei problemi si risolve con sticazzi il restante 30% con vaffanculo
    280.716 iscritti
  • QUELLI CHE HANNO IMBRATTATO TUTTA CASA CON LA MANINA DELLE PATATINE
    363.289 fan
  • OH, CACCHIO!!
    368.004 fan
  • Pane e Nutella
    496.368 fan
  • FIERO DI ESSERE COME SONO
    560.783 fan
  • Scoppiare la carta da imballaggio
    651.945 fan
  • Per chi ha sempre desiderato vedere Bip Bip strangolato da Wile Coyote!
    734.262 fan
  • MOLLIAMO TUTTO E ANDIAMO A VIVERE A BORA BORA
    787.377 fan
  • IO ODIO LE ZANZARE
    883.203 fan

Ora, io capisco che davanti all’odio per le zanzare, o al sogno di andare a vivere a Bora Bora ci sia poco da combattere. Capisco anche che scoppiettare la carta da imballaggio abbia più fan di Repubblica, perché non conosco alcun umano a cui non piaccia far fuori tutte le bolle degli imballaggi.

Ma farsi battere 360 mila a 100 mila da gruppo di quelli che smerdavano le antine della mobilia con la mano appiccicosa delle patatine, è davvero troppo.

Repubblica, allega una manina appiccicosa all’inserto del Venerdì e vedrai che farai più fan su Facebook.

P.S. Si noti questo passaggio dell’articolo, che c’era proprio bisogno di scriverlo

I social network sono da qualche anno uno dei nodi privilegiati di aggregazione sulla rete. Partiti come luoghi di ritrovo di gruppi di nicchia, sono ormai fenomeno di massa. Un appuntamento fisso nella giornata di moltissimi utenti di internet, che qui intrecciano relazioni, pubblicano i propri contenuti via computer o cellulare, accrescono le proprie conoscenze.

Fast & Furious

January 8th, 2010 by mattia | 1 Comment | Filed in LORENZA PLEUTERI, perle giornalistiche, repubblica

Guariniello si è messo ad indagare se i treni ad alta velocità sono anche ad alta puntualità. E sembra di no. Ma c’era da aspettarselo, che Guariniello indagasse (che poi mi piacerebbe sapere se dopo tutte queste indagini qualcuno viene condannato).

Quello che però mi ha fatto diventare furioso è questo articolo di Repubblica dove ciò che puoi chiamare Freccia Rossa, o treni ad alta velocità, o treni AV se vuoi fare il figo, vengono ribattezzati treni fast.

Ma i giornalisti sentono l’esigenza di inserire parole inglese alla cazzo negli articoli, tanto quanto i sindaci sentono i bisogno di costruire rotonde alla cazzo sulle strade?

La lettera di Khouma a Repubblica, e i suoi spigoli

December 12th, 2009 by mattia | Comments Off | Filed in editoriale, Pap Khouma, razzismo, repubblica

Probabilmente avrà molta eco, seguiranno commenti, e commenti sui commenti. Mi riferisco alla lettera di Pap Khouma su Repubblica, intitolata “Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli“. E siccome i commenti seguiranno, ci aggiungo fin da ora il mio.

Una bella lettera, scritta bene; ma con qualche spigolo. Chi vive all’estero ben sa che si deve pagare il dazio per la propria origine. In qualsiasi paese si viva. Khouma direbbe: “ma io sono italiano!”. Certo, ha il passaporto italiano così come lo possiedo io. Dal punto di vista giuridico non c’è differenza tra me e lui. Ma sembra quasi che la cittadinanza abbia valori spirituali, e non sia invece un banale fatto amministrativo, come è.

Uno allora può chiedersi: cosa significa essere italiano? Non lo so, probabilmente perché non lo sono. So però cosa significa non essere ceco. Ho già passato più di quattro anni in Repubblica Ceca; cerco di capire la mentalità di questa gente, mi abituo ai loro comportamenti per me talvolta bizzarri, e mi sforzo di capirne la lingua. Ieri, la dottoressa del Pronto Soccorso mi ha chiesto da quanti anni vivevo a Praga, quando mi ha sentito parlare in ceco (durante tutta l’esperienza al PS ho usato solo una parola inglese). Il mio ego è andato ad auto incensarsi, ma nonostante ciò posso dire che mai riuscirò a dire di sentirmi ceco. Potrò passare la mia intera vita in questo paese, potrò impararne la lingua perfettamente, ma mai mi sentirò ceco. E questo non ha nulla a che vedere con la cittadinanza. Potrei sposare domani una donna ceca, e iniziare le pratiche per ottenere un passaporto ceco (in realtà non basta sposare una cittadina ceca, bisogna sempre fare l’esame di lingua e cultura ceca per diventare cechi; essere sposati con una ceca accorcia solo il tempo minimo di residenza in RC richeisto).
Potrei anche ottenere così cittadinanza ceca, ma non mi sentirei mai ceco.

Una frase mi ha colpito in quella lettera. Khouma riferisce questa frase che gli è stata rivolta: “Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario“. Riporta questa frase come se fosse una frase razzista. Se Khouma vivesse in Repubblica Ceca, si sarebbe dovuto arrendere all’evidenza: cittadinanza e nazionalità sono due cose diverse, anche per la legge.
In RC infatti i cittadini hanno sia cittadinanza che nazionalità. I cechi-cechi, hanno cittadinanza ceca e nazionalità ceca. Mentre i rom hanno cittadinanza ceca e nazionalità rom. Mi spiegavano che se mai un giorno ottenessi cittadinanza ceca, potrei specificare di avere nazionalità lombarda. Ovviamente tutto ciò ha un motivo storico, visto che quando fu creata la Cecoslovacchia c’erano forti minoranze etniche di tedeschi nei sudeti, e di ungheresi nella Slovacchia dell’Est. Più che discriminante forse la nazionalità viene specificata a garanzia dell’identità delle minoranza.
Non so, se proponessero una cosa del genere in italia probabilmente  diluvierebbero le accuse di razzismo. Qua no. Anzi, anche sul libretto universitario ti trovi i due campi da compilare: cittadinanza e nazionalità (cosa che rende la vita difficile agli studenti italiani che vengono in erasmus e che ti stressano l’anima perché non capiscono che differenza ci sia). Ho visto cittadini spagnoli compilare il libretto e scrivere “cittadinanza: spagnola”, “nazionalità: catalana”.
Sembra che specificare la nazionalità, oltre alla cittadinanza, sia un crimine solo in italia (e per Khouma). Fosse emigrato verso gli U. S. of A. gli sarebbe andata anche peggio. Una volta diventato cittadino statunitense, avrebbe potuto sbraitare quanto voleva di essere come tutti gli altri. Non lo sarebbe mai stato, perché il cittadino statunitense per naturalizzazione non è uguale al cittadino statunitense di nascita: il primo infatti non può candidarsi alla carica di Presidente U.S. of A.

Non so se Khouma si senta italiano, oltre che avercelo scritto sulle carte. Questo non lo dice, ed è una mancanza di non poco conto. Personalmente avrei apprezzato di più una persona che pur diventando cittadino italiano, non si dimentica delle proprie radici e che si definisce di cittadinanza italiana e nazionalità senegalese. Sentirei questa definizione più coerente con la propria storia e identità.

Qualcuno potrebbe argomentare che certe differenze tra i cittadini potrebbero dare adito a razzismo. Potrebbero creare classi di cittadini, mentre tutti sono uguali. Non giriamoci attorno, la stupidità delle persone non guarda a queste sottiliezze. La discriminazione del giornalaio te la trovi non solo per il colore della pelle, ma per tante altre cose che appaiono. Se avete meno di trent’anni provate a fare un giro in un supermercato: prima vestito con t-shirt e bermuda (se è estate) e magari con la barba sfatta, e poi  con un completo gessato, la barba fatta e profumati come una 50enne rapace in cerca di ragazzino da svezzare. Nel primo caso ti daranno del tu, nel secondo case del lei. Quello stesso lei di cui Khouma si lamenta perché non gli viene rivolto dalle impiegate del comune, in quanto diversamente pigmentato.
Non è una questione di passaporti, cittadinanze e carte. È maleducazione della gente.
La stessa maleducazione di alcuni agenti delle forze dell’ordine a cui mi rivolsi nel 2006 durante i festeggiamenti per la vittoria dell’italia ai mondiali. Motorini che sfrecciavano carichi di tre ragazzi, tutti senza casco, senza che le forze dell’ordine facessero niente. Anzi, guardavano e ridevano. Alle miei rimostranze (perché se vuoi festeggiare lo puoi fare anche nel rispetto della legge) gli agenti non solo non si sono mossi, ma mi hanno anche chiesto i documenti. “Sig. Butta, senta”. “Dott. Butta, prego”. “No, ma io la chiamo Sig. Butta perché qui mica c’è scritto che è laureato. Lei mi vede che sono in divisa e deve credere che sono un finanziere, ma io mica le devo credere che è laureato”. Già, vestivo una maglietta, dei pantaloni corti e dei sandali, quindi l’agente non era tenuto a pensare che fossi laureato.
Una questione di mera maleducazione. Tutto qui.

Se ci fosse educazione, Khouma si potrebbe permettere di sentirsi cittadino italiano di nazionalità senegalese senza dover pestare i piedi come un bambino, pretendendo l’evidenza che non c’è.

Io capisco Khouma, perché sono un immigrato, e so cosa significa avere a che fare con poliziotti imbecilli. L’avevo raccontato proprio su queste pagine: quando un poliziotto ti guarda il passaporto e sghignazza commentando la tua cittadinanza, non è bello (anche perché non gli puoi rifilare un cazzotto). Il discorso “ma anche una volta noi eravamo emigranti”, come me non attacca, lo dico subito. Io SONO emigrato. E di emigrati ne conosco tanti, gente che ha lavorato e studiato in tutti i paesi del mondo. Gente che te lo conferma: quando sei italiano devi lavorare il doppio per convincere le persone di quello che vali. Gli stranieri partono col pregiudizio verso gli italiani, ovunque.

La riflessione che però si deve fare in questi casi è: perché? Eppure, non abbiamo la faccia nera… Cari miei, se la gente si fida poco degli italiani, è semplicemente perché ci sono stati – e ci sono – degli italiani che si comportano male quando vanno all’estero. Qualche tempo fa leggevo delle proteste verso alcuni negozianti del centro di Praga che non lasciavano entrare più di tre italiani alla volta nei negozi. Razzismo! No, semplicemente erano stanchi di vedere scolaresche di diciottenni italiani che rubano i souvenir e scappano. Onestamente non riesco a dar loro torto. Non mi arrabbio contro di loro perché sono razzisti, ma verso gli italiani che si comportano male e sputtanano anche gli onesti. E lo stesso vale per quelli che vengono a fare gli affaristi speculando in ogni dove, o a quelli che si mettono in malattia per tre mesi anche se sono sani come pesci. Come fa un datore di lavoro a fidarsi poi di un italiano se ha dipendenti del genere?

Nella lettera di Khouma manca l’autocritica. Io, quando uno studente mi chiede di fare la tesi, mi fido anche se ha la stessa nazionalità degli scansafatiche che mi sono ritrovato. Non lo giudico a priori in base alla sua nazionalità. Ma tu devi riconoscere che avrei motivo di dubitare; è un atteggiamento umano, perché non mi invento niente: il tutto deriva dall’effettivo attaggiamento di alcuni studenti.
Quello che Khouma non ha capito è che la discriminazione non si combatte mai su un binario unico, ma sempre su un doppio binario. Tu puoi criticare il tizio che ti considera un ladro di macchine perché sei diversamente pigmentato, ma devi anche criticare i diversamente pigmentati che rubano le macchine, perché non è che uno se lo sogna di notte che un diversamente pigmentato ruba le macchine.
Il doppio binario ti consente di far un passo verso una direzione e un passo verso l’altra, capendo le ragioni e le paure di ognuno. Serve per calmare gli animi e smorzare i toni, facendo anche un po’ di autocritica e capendo che talvolta le paure non sono infondate. Serve per trovarsi a metà strada. Usare il binario unico della critica e della lamentela invece non serve a niente. La critica senza autocritica, suscita orgoglio nel criticato che a sua volta troverà una qualsivoglia ragione per criticarti. È l’istinto della difesa, belli.

Un paio di anni fa ero all’aeroporto di Bristol, di ritorno dal Galles. Per passare l’attesa, comprai un libro in un negozio dell’area partenze. La cassiera sbagliò a contare il resto, dandomi una banconota da cinque sterline in più del dovuto. Ho impiegato un minuto buono per farle capire che quelli erano soldi suoi. Quando finalmente ha capito i conti (dura la matematica, eh!) mi ha guardata sbigottita “But… you are honest!”. “Sure – le ho risposto – I am Lombard”.

Anche questo, oltre che le lettere su Repubblica, serve.

Col beneficio del dubbio

November 29th, 2009 by mattia | 4 Comments | Filed in energia, perle giornalistiche, repubblica, rubbia, watt

rubbia

Questa è grossa. Talmente grossa che la pubblico col beneficio del dubbio. Spero cioè che sia stata la giornalista, Elena Dusi, ad aver riportato male le parole. È vero, sono virgolettate, quindi ci si aspetterebbe che siano le parole autentiche che ha pronunciato l’intervistato. Ma conoscendo le brutte abitudini dei giornalisti italiani, non escludo che la frase sia stata riportata in modo allegro.

Quello che rimane è che Rubbia ha dichiarato a Repubblica (evidenziazione mia):

Sì, ma non dimentichiamo che quella tecnologia, sviluppata quando ero alla guida dell’Enea, a Priolo sarà in grado di produrre 4 megawatt di energia, mentre la Spagna ha già in via di realizzazione impianti per 14mila megawatt…

Energia? ENERGIA? megawatt di ENERGIA???????

Prima che arrivi qualche simpaticone a dirmi non fare il precisino, vale la pena far notare che questo ORRORE detto (si presume… e continuo a sperare che non sia vero) da un fisico, nasconde un grosso nodo sulla divulgazione dei dati sulle energie alternative.
Parlano tutti di potenze installate. Certo, installi impianti con una potenza da 14 GW, ma poi dimmi… quanta energia produci? Dare un’indicazione della potenza installata senza citare l’energia prodotta è ingannevole e fuorviante.  E ovviamente la popolazione, grazie alla già citata ignoranza scientifica, si beve questi dati senza capire di essere presi in giro. Evviva.

Stupito dallo stupore

November 15th, 2009 by mattia | Comments Off | Filed in perle giornalistiche, repubblica

Già, come se non ci fossero migliaia di smanettoni che passano le serate sui PIC sapendo fare altrettanto.
Quando la gente si stupisce per niente.

orologio_led

Esibizionismo

October 15th, 2009 by mattia | 2 Comments | Filed in berlusconi, esibizionismo, foto, repubblica, rosy bindy

C’è questa mania di Repubblica di fare le gallerie fotografiche dei lettori. Esempio: Berlusconi dà del farabutto a qualcuno, e scatta “siamo tutti farabutti”, con i lettori che mandano le proprie foto con scritto “sono anch’io un farabutto”.

Idem quando lo stesso chiama qualcuno coglione, oppure quando offende Rosy Bindi.

E ogni volta una sbadilata di foto di lettori, tutti coglioni o tutti Rosy Bindi.

La prima volta poteva andare, ma ormai siamo arrivati al ridicolo. Non se ne può più!

1) delle volte vengono pubblicate foto oscene

2) In realtà la gente manda la foto anche se non gli frega niente di Rosy Bindi. Il loro scopo è solo vedere la propria sul sito di Repubblica. Perciò non si sprecano a fare una foto originale con un cartello di protesta, riciclano direttamente le foto delle vacanze.

E ne approfittano per esempio, per vantarsi sul giornale di essere stati ai caraibi o a Londra.
repubblica

Ma onestamente, a me che cazzo me ne frega che sei stata a Londra?

Oppure ci sono quelli che mandano la foto quella bella, e non si sprecano neanche a scriverci sopra “Berlusconi cattivo”, col paint.

repubblica2

E poi ci sono quelle che ti fanno pensare che tutte le colpe Mr. B non le abbia…

repubblica3

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