Archive for the ‘giappone’ Category

Delle volte l’inkan torna utile

May 24th, 2013 by mattia | 1 Comment | Filed in giappone

Poi sì, quando uso l’inkan per firmare i libretti è solo per far scena. Ché in Rep. Ceca mica à valore legale l’inkan.

Però c’è sempre un buon motivo per conservare l’inkan nel cassetto. Ad esempio perché può capitare di dover firmare le carte per la domanda di un brevetto giapponese.
È capitato oggi.

Piesse: Yuppi.

 

Gli agenti a Milano

May 21st, 2013 by mattia | 4 Comments | Filed in giappone, politica

Poi boh, io leggo ‘ste notizie e mi domando se fanno finta o ci credono davvero.

Un pazzo va in giro a prendere la gente a picconate ammazzandone tre e il Ministero dell’Interno manda 140 agenti di polizia in più a Milano.

Strette di mano, dichiarazioni entusiaste degli amministratori, litania di “vedete, stiamo lavorando per la sicurezza…“.

No, seriamente, credete che quei 140 agenti servano a qualcosa?

Stiamo parlando di Milano, una città di 182 km^2; ò provato a cercare quanto sono lunghe in totale le vie di Milano ma non ò trovato il dato. La risposta penso sia: “tanto”.
Metti pure 140 agenti a pattugliare le strade tutto il giorno (un pazzo che va in giro a prendere la gente a picconate può capitare ad ogni ora). Sono 168 ore settimanali da gestire con 140 agenti a 40 ore settimanali l’uno, ossia con 140*40= 5.600 ore*uomo. Ossia significa avere 33 agenti 24 ore su 24, 7 giorni alla settimana, sulle strade di Milano (controllate i calcoli, per cortesia).

Consideriamo la frequenza statistica con cui avviene un fatto di sangue sulle strade del Comune di Milano (bassa) e 33 uomini (pochi) in più sulle strade  (lunghissime) a fare pattugliamento: che fortuna sfacciata devono avere per incontrare durante il pattugliamento un fatto di sangue?
Ne faccio proprio una questione di numeri. Se vuoi che il pattugliamento sia efficace devi militarizzare le strade, altrimenti è solo questione di facciata. Statisticamente stai buttando un sassolino nel lago sperando che si alzi il pelo dell’acqua.

Uno potrebbe dire: ok, però magari pattugliano le zone a rischio. Ma anche no, perché un pazzo che prende la gente a picconate lo può fare anche in centro. Vallo a sapere dove colpirà.
Oppure può dire: essendo già per strada quando li chiami arrivano più velocemente. Però il problema col picconatore era che nessuno nemmeno l’aveva chiamata la polizia, non che è arrivata tardi perché partiva da un commissariato lontano dal luogo del delitto.
A quel punto rimane solo la possibilità che capitasse lì per caso durante un pattugliamento di rutin.
Ma lo abbiamo visto prima: con che probabilità poteva avvenire?

Lo dico anche sulla scorta dell’esperienza che ò avuto quando vivevo in Giappone: nel secondo anno abitavo vicino a un koban (lo sgabbiotto del poliziotto di quartiere). Ok, qualche volta mi è capitato di incontrare la macchina della polizia in pattugliamento di notte quando tornavo dal lavoro. Ma per quanto si potessero dare da fare il quartiere rimaneva sempre un O grande della macchina e dello spazio che potevano controllare.
Sicuramente mi restano impressi nella memoria i casi in cui ò incontrato la macchina della polizia, ma se calcolo quante volte ò incontrato la macchina della polizia mentre tornavo a casa e quante volte no, be… non c’è paragone. Se avessi voluto compiere un reato era molto più probabile non essere beccato dalla polizia con un pattugliamento casuale che sì.

Alla fine mi viene il sospetto che lo sappiano anche loro che è una cosa totalmente inutile. Però consente ai politici di fare le loro belle dichiarazioni a favore della sicurezza e far finta di avere il pugno di ferro.
Ma agli effetti pratici?

アシニ ネッラ レダジョネ デル コッリエレ

May 17th, 2013 by mattia | 14 Comments | Filed in giappone, ignoranza, perle giornalistiche

katakana cinese

 

Per il corriere un’etichetta con cinque caratteri su sei in katakana è cinese.
Ce la mettono tutta per sbagliare. Si impegnano.

Firmando il libretto

May 9th, 2013 by mattia | 2 Comments | Filed in giappone, praga, repubblica ceca

Arriva maggio e gli esami si avvicinano.
Ma prima degli esami c’è lo zapocet, ossia la valutazione che si dà agli studenti per verificare che ànno soddisfatto i criteri minimi per essere ammessi all’esame (a seconda del corso possono essere la presenza ai laboratori, la realizzazione di un elaborato, le relazioni di laboratorio, le prove durante il percorso…).
Una volta ottenuto lo zapocet gli studenti posso accedere all’esame finale.

Ovviamente anche lo zapocet finisce sul libretto, ché delle volte chi fa l’esame finale è un’altra persona rispetto a chi fa le esercitazioni, quindi mica lo sa se quel tizio à fatto tutto quello che doveva fare o no.
Poi nel mio caso invece la persona è la stessa, ché me la canto e me la suono da solo, ma lo zapocet sul libretto (che in ceco si dice index) lo devo mettere comunque.
Così sono tornato a firmare i libretti dopo tanto tempo.

E per la prima volta ò firmato un libretto usando l’inkan.
Oh yes.

Post vecchi, Lorenzin e paipan

April 28th, 2013 by mattia | 2 Comments | Filed in giappone, politica, riflessioni

Tu scrivi un post in cui citi di sfuggita, e tra n altre persone, Beatrice Lorenzin specificando che non è laureata (mica perché te ne frega qualcosa ma perché Berlusconi andava in giro a dire che le sue deputate erano tutte laureate).
Poi passano degli anni e d’un colpo trovi migliaia di persone che te lo leggono in un colpo solo, quel post di anni fa.

Tutti che arrivano qua cercando:

beatrice lorenzin laureata
beatrice lorenzin laurea
beatrice lorenzin è laureata
lorenzin beatrice è laureata
laurea di beatrice lorenzin

e così via.

Ah, oggi uno è arrivato su questo sito cercando “paipan significato” ma penso che quella sia tutta un’altra storia.

Battesimi, nomi, santi ed esagerata autostima

April 1st, 2013 by mattia | 1 Comment | Filed in giappone, praga, repubblica ceca

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Io dico, la messa della veglia pasquale è già lunga, è proprio il caso di metterci dentro anche i battesimi?
Sì, lo so che è il momento più corretto, à tutto un suo senso… però sabato siamo arrivati a 2 ore e 55 minuti di gran varietà religioso. Roba che stavo crollando sulla vecchia davanti a me.

Poi, fossero uno o due bambini. No, quattordici erano. Li ò contati, 14 adulti che ànno ricevuto il battesimo, tra cui anche un tizio che sembrava Augusto Daolio (tra l’altro, fino a 3 minuti fa ero convinto che Daolio si scrivesse staccato) con un padrino anch’egli fotocopia di Augusto Daolio.

Così come in Giappone anche qui in Rep. Ceca sono molto numerosi i battesimi di adulti, che in italia non avvengono perché invece vengono (venivano) battezzati tutti da bambini. Forse più che i battesimi di adulti in italia sono diffusi gli sbattesimi.

E così come in Giappone anche in Rep. Ceca c’è l’usanza di aggiungersi al proprio nome un nome di un santo durante il battesimo. In Giappone, c’è da dire, à un suo senso: i nomi giapponesi sono praticamente tutti nomi pagani, perciò quando battezzi un bambino gli dài anche un nome cristiano.
Ma i nomi cechi sono già di loro nomi cristiani, perché aggiungere un altro nome?
Tipo, se uno si chiama Václav (Venceslao) che necessità à di aggiungere un “Pietro” o “Paolo” al battesimo? C’è già San Venceslao.

La cosa che però mi à più stupito è che spesso non aggiungevano i nomi dei santi, ma proprio tutta la denominazione.
Ad esempio, se uno voleva aggiungere il nome di San Giovanni Bosco non è che si limitava ad aggiungere “Jan” (Giovanni), ma aggiungeva anche “Bosko”.
Poniamo, un tizio che si chiama Pavel veniva chiamato dal prete “Pavel, Jan Bosko”.
Di Jan Bosko  ne ò sentiti almeno tre (era una chiesa di salesiani). Poi ò sentito un paio di Teresine di Lisieux, una Caterina di Siena (Sienska, in ceco), un’Agnese ceca  e qualche altro santo.
Una tizia ingorda à aggiunto ben tre Terese al proprio nome: Teresa di  Lisieux, Teresa d’Avila e santa Teresa Benedetta.
Ma quella che mi à mandato in crisi linguistico religiosa è stata la tizia che si è aggiunta al proprio nome quello di San Francesco d’Assisi, declinato al femminile. Si è fatta chiamare “Francesca d’Assisi“. Lo dico con tutto il tatto possibile: che stronzata è?
Fatti chiamare Francesca se ci tieni, ma non “Francesca d’Assisi”, ché mica è mai esistita una “Francesca d’Assisi”.

Comunque al termine della cerimonia (per quanto abbiano allungato la messa i battesimi degli adulti mi piacciono sempre molto) mi sono ricordato di quando ò fatto da padrino al piccolo Pavel, che fu battezzato “Pavel Matej” in mio onore (Matej è il corrispettivo ceco di Mattia). Per un buon quarto d’ora mi sono chiesto perché – a questo punto – non l’avessero chiamato “Pavel Matej Butta”.
Poi mi sono ricordato che era stato battezzato in una chiesa protestante, e i protestanti non ànno i santi.

Un interessante falso amico giappo-ceco

April 1st, 2013 by mattia | Comments Off | Filed in chicche, giappone, praga, repubblica ceca

Che poi uno dice: a quanti mai capiterà di interagire mischiando ceco e giapponese?
E invece capita.
Ad esempio in aziende di proprietà giapponese in Rep. Ceca, dove i dirigenti sono giapponesi e i lavoratori cechi.
Aziende manifatturiere, dove giocoforza uno dei verbi più usati è “assemblare, mettere assieme, unire“, in giapponese くみます (kumimasu).

Se quindi il dirigente vuole sapere se qualcosa è stato assemblato userà la forma た ossia くんだ, che si legge kunda.
Se parlate ceco già sapere perché l’operaio ceco si metterà a ridere.
In caso contrario cercate su google “kunda site:.cz” [vietato ai minori].

Ripensando al consolato cinese

March 25th, 2013 by mattia | 1 Comment | Filed in giappone

Ci stavo pensando l’altro giorno.
Stavo pensando a quando andai al consolato cinese di Fukuoka per fare il visto (in modo da poter visitare Pechino di sfuggita).

All’ingresso del consolato fui controllato dai poliziotti giapponesi. Passaporto, carta del gaijin e poliziotto che annota tutto.
Mi chiedevo il motivo per cui lo facessero.

Fosse stato un poliziotto cinese ok. Una volta anche all’ambasciata italiana a Praga c’erano all’ingresso i carabinieri che ti perquisivano se volevi entrare al consolato. Era per sicurezza, ché mica fanno entrare la gente in ambasciata senza controllare se è armata, ad esempio.
Poi ànno spostato l’ingresso, ànno fatto un percorso che ti fa andare dalla porta direttamente al consolato ed è sparita la guardia di carabinieri.

Però era una cosa che avveniva dentro all’ambasciata, per tutelare l’ambasciata. Così come la stessa cosa mi accadde quando andai all’ambasciata statunitense: anche lì c’erano dei militari statunitensi che ti perquisivano all’ingresso.

A Fukuoka invece c’erano i poliziotti giapponesi (e non cinesi) che controllavano fuori (e non dentro) il consolato cinese chi ci entrava.

Che interesse potevano avere?

L’altro giorno, dicevo, forse ò capito perché. Magari – sottolineo magari – lo fanno per beccare i cinesi irregolari che stanno in Giappone senza il permesso di soggiorno.
Prima o poi servirà loro andare al consolato cinese, no? Ecco, i poliziotti giapponesi stanno lì sulla porta e se i cinesi clandestini provano a entrare li fermano fintanto che sono ancora fuori dall’area extraterritoriale, li beccano come clandestini e fanno bingo.
In generale poi, qualsiasi straniero che volesse rifugiarsi in ambasciata per sfuggire alle grinfie della giustizia giapponese (alla Assange, per capirci) di fatto non potrebbe mai intrufolarsi all’interno perché verrebbe fermato prima d’entrare (a meno che non lo facciano entrare portandolo con l’auto diplomatica).
Se fosse così sarebbe un metodo efficace per depotenziare il valore di extraterritorialità delle ambasciate.
(a parte che svegli come sono i poliziotti giapponesi, puoi sempre fregarli portandoti una scala e scavalcando la recinzione dell’ambasciata, senza passare dalla porta)

Però è solo una mia supposizione. Cioè, mi è venuta in mente così, pensandoci. Mica lo so se è davvero così.
Qualcuno ne sa qualcosa in più?

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