Archive for the ‘usa’ Category

Una città non necessaria

October 31st, 2011 by mattia | 7 Comments | Filed in riflessioni, usa

Alla fine ci siamo arrivati, al gran chenion. Giusto per il tramonto. Nel mezzo qualche centinaio di km di deserto.
Già, perché per andare da Los Angeles al gran chenion bisogna passare dal deserto.
Mica per modo di dire, è proprio un deserto vero.
L’ho scoperto a colazione quando ho visto un collega presentarsi con valigia, cappellino, e tanica di 10 litri di acqua: sai, in caso di necessità.

Così mi è capitato di guidare per km e km (anzi, miglia e miglia) su un’autostrada circondata dal niente. Ma proprio niente: ovunque ti giravi trovavi vedevi solo un’estesa distesa di terra arida con cespugli qui e là, e colline sullo sfondo.
Ogni tanto le colline si avvicinavano, ci passavi sopra o in mezzo. Erano le tipiche colline rossastre che ti facevano sembrare in un film western.
Talmente affascinante quanto pauroso: e se ti si ferma la macchina lì? Non a caso ho visto almeno una decina di macchine in panne che venivano trainate.
Non che sia una strada dove non passa nessuno. No, no, passa molta gente. Ma trovi una forma di civilizzazione ogni 70 km. Nel mezzo il nulla.
Neanche un benzinaio o un autogrill.

A mezzodì siamo arrivati a una città dove abbiamo fatto rifornimento e pranzato. Needles, si chiamava il borgo.
E allora ho iniziato a pensare a che vita potesse fare una persona che vive Needless.
Voglio dire, vivi in un paesello che dista decine di km da ogni altra forma di urbanizzazione. Cosa fai quando vuoi andare a teatro? Deve per forza farlo qualcuno del paese. Che gente conosci? Sempre le solite quattro facce.
Con chi ti metti a limonare? Hai a disposizione una scelta molto ristretta.
Che poi è anche la stessa vita di chi sta su un’isola. Però almeno su un’isola hai il mare, le spiagge… è un bel posto. Lì invece sei nel deserto, non c’è niente di bello. E allora mi sono chiesto perché uno decide di vivere a Needles. Magari la gente è intelligente e anche se sono le quattro facce si trovano bene tra loro.
O magari la gente impazzisce. Vai in giro per le strade e vedi la gente che urla, si strappa i capelli, fa la ruota sul marciapiede.
La maestra, poi, mi sono chiesto chi fosse la maestra. Chi è che viene mandato qua a fare scuola, e tutti i risvolti psicologici. Tipo se è una che poi sclera, o se usano Needles come punizione per i maestri.
La scuola guida poi: ci sarà una scuola guida a Needles? E se non c’è che fa la gente?

No, ecco, pensavo a tutte le implicazioni dovute al fatto di vivere in un paesello nel deserto.
Secondo me è roba da passarci un lungo periodo a studiare i comportamenti sociali.

Disastri informatici

January 28th, 2010 by mattia | Comments Off | Filed in chicche, disastri informatici, new york, usa

Vedi cosa succede ad usare quel software lì?

Nuova Yorka, Time Square, pannello pubblicitario di una marca di giocattoli.

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L’ortodossia di Obama

January 28th, 2010 by mattia | Comments Off | Filed in new york, obama, pubblicità, usa

Noi ci lamentiamo tanto dei nostri governant, e facciamo bene (visti i loro atteggiamenti non molto ortodossi).

Però poi vedi che anche i governanti degli altri assumono atteggiamenti ben poco ortodossi.  Certo, dipende dal paese, ché da alcuni parti certe cose sono normali e da altre parti no.

Però a me non sembra molto ortodosso che a Time Square una marca di cappotti esponga una pubblicità enorme usando il capo del governo come testimonial. Mi spiego, che l’azienda lo faccia lo capisc, ma che Obama lo consenta (perché suppongo serva il suo permesso per far ciò) mi sembra poco ortodosso.

Anche perché non c’è mica scritta la frase “I compensi di questa pubblicità sono devoluti all’associazione per la lotta all’alluce valgo”.

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La caccia al wifi

January 26th, 2010 by mattia | 6 Comments | Filed in america, bufale, gratuito, libero, usa, wifi

Ci sono alcuni che parlano, e a volte sbraitano, di wifi libero e gratuito.
Come si fa negli U.S. of A., dove tu puoi stare seduto in un parco e navigare con tuo netbook, e pubblicare su FB le foto delle 19enni in short attillati che giocano a fresbee.

E allora uno si immagina che negli U.S. of A se vai in un parco li trovi tutti seduti sull’erbettina a navigare. Ma sarà poi vero?

Mi è venuto in mente di fare una verifica pratica. Perché tutti dicono che negli U.S. of A. c’è il wifi libero e gratuito ovunque, e parlano male dell’italia dove siamo all’anteguerra, però ho come la sensazione che sia una cosa che ripetono tutti, perché l’hanno sentita dire.

Lo scorso anno a San Francisco non trovai un rete pubblica che fosse una. Quest’anno, sulla cosa Ovest provo a ripetere l’esperimento con metodicità.

1 – New York, Albergo.
Chiedo alla Reception se l’albergo fornisce wifi. Il pacioso addetto dice di no, mi devo arrangiare con qualche rete non protetta. Così mi trovo a sostenere il netbook con una mano per tenerlo dove prende, e a digitare con l’altra mano.
Incominciamo bene.

2 – Starbucks
Mi sveglio il sabato mattina e vado a fare colazione da Starbucks sulla 5a Avenue. Prendo il mio cappuccino e accendo il netbook. Una wifi libera! Wow!
Ah no, aspetta, è quella di AT&T in collaborazione con Starbucks, e per accedere a internet bisogna sborsare dei dollaroni sonanti.
Rinuncio.

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3 – Time square
A mezzogiorno vado a Time square, per incontrare un amico new yorkese. Ovviamente arrivo mezz’ora in anticipo, così mi siedo ai graziosi tavolini che hanno messo negli angoli pedonali.
Trovo una rete chiamata “Time square”. Perfetto, almeno qui c’è un wifi pubblico fornito magari dal comune. Mi connetto, accetto le condizioni di utilizzo e mi si apre la home page di yahoo, che collabora al progetto.
Meraviglioso, funziona: posso leggere l’email, aprire repubblica.it… ma è LENTO come la fame. Talmente lento che è inutilizzabile e irritante.
Disastro.

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4 – Planetario
Il pomeriggio vado al Planetario. Cribbio, al planetario avranno un wifi libero per gli utenti, è un posto di cultura!
Esco dal planetario dopo la visita, mi siedo sulle panchine davanti all’ingresso e… tutte le reti del planetario sono protette.
Riesco a connettermi e a pubblicare un articolo sul mio blog, ma lo faccio aggrappato a una connessione sprotetta chiamata “barbara”.
Grazie Barbara, chiunque tu sia!

5 – Metropolitan Opera
Serata all’opera (Turandot, per la cronaca). Nella pausa tra il primo e secondo atto, mi siedo sui divani della lobby ed estraggo il mio notebook. Pensate abbia trovato una rete wifi “libera e gratuita”? Niente, neanche qua.

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6 – Treno per Washington
Su impulso del mio collega mi sposto verso Washington in treno (io avrei anche preso il bus che costava un terzo, ma vabbe’). Se il servizio è lo stesso (portarmi da NYC a DC), ma il prezzo è il triplo mi aspetto un extra. Per esempio una comoda rete wifi.
E invece niente wifi sul treno, e nemmeno alle stazioni dove ci siamo fermati.

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7 – Hotel a Washington
Dopo una lunga camminata sotto la pioggia arriviamo all’Hotel, dove finalmente ci forniscono wifi. Oh! (tra l’altro la password era 1234567890, si vede che hanno a cuore la sicurezza).

8 – Museo dell’aviazione e dello spazio
Un museo bellissimo, che vale davvero la pena di vedere. Ma senza wifi, né nel museo, né nell’annesso McDonalds.

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9 – Il Campidoglio
Non quello in Roma, ma quello a Washington. Sede del Parlamento, adesso che il Presidente è Obama sarà pieno di wifi tutt’attorno gli edifici governativi.
Immaginate? Niente.

10 - La sera sono in giro verso le 18.20 e devo tirare le 19.30. Allora mi rifugio da Starbucks a Chinatown, dove il wifi è ovviamente a pagamento. Come al solito mi appoggio a una rete aperta per navigare.

11 – McDonald
Il giorno successivo, prima di andare alla sessione di apertuta della conferenza il mio collega mi trascina a mangiare da McDonald vicino a Chinatown. E qui il wifi funziona, senza problemi.

12 – Filadelfia, Museo della scienza
E dove se non al museo della scienza dovrei trovare il wifi libero e gratuito? E infatti non c’è.

13 – Caffetteria ING
Questo posto è curioso: una caffetteria dove puoi prendere un cappuccino mentre ti propongono fondi di investimento. Bevi, naviga e investi, questo il motto del locale. Io mi fermo ai primi due. Il codice per accedere mi è stato fornito dal barista, così quelli sul marciapiede non posso scroccare la connessione. Curiosamente però hanno messo filtri alla navigazione, perciò siti come questo o questo non riesco ad aprirli. Clap, clap.

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14 – Brooklyn Tabernacle
Tornato a New York sono andato al Brooklyn Tabernacle (di cui ho già parlato). Siccome sugli schermi nella chiesa passavano i messagi che dicevano di diventare loro fan su Facebook e ti twittarli, ho preso il netbook e niente, non riesco a connettermi. Dannazione, non posso followarli.

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15 – CBS
E per finire, prima di ripartire per Praga provo a connettermi sulla 42esima, vicino alla fermata del metro. Perché c’è scritto che la CBS dà la connessione wifi gratis proprio lì. E ovviamente non funziona.

Conclusione

Quindi punti di interesse comune. L’unico in cui ho avuto accesso pubblico wifi a internet è stato a Time Square, ma era talmente lento che era inutilizzabile. Per il resto il wifi l’ho avuto solo quando ero in un locale e pagavo (quindi era parte del servizio acquistato). Ma solo in alcuni locali. In molti altri, come da starbucks, dovevo pagare se volevo una connessione a internet, anche se ero un cliente pagante.

Quindi, quando sentirete qualche bigolo sbraitare questa storia che dobbiamo fare come in America che ovunque hanno il wifi gratuito, fatemi una cortesia: chiedetegli quante volte ci è andato in America e quante volte ha aperto un computer (o il blackberry) per accedere a una rete wifi.

La domanda basta.

A Nuova Yorka e dintorni

January 26th, 2010 by mattia | Comments Off | Filed in new york, riflessioni, usa, viaggi

IMG_2439Quando uno torna dalle vacanze, di solito gli chiedono come è andata. Che normalmente è una domanda stupida, perché sai già che ti risponderanno “Bene!”, anche quando è andata male; questo perché se spendi i soldi per viaggiare hai vergogna a dire che non è piaciuto il viaggio.
Io però non è che ho viaggiato per piacere, e nemmeno me lo sono pagato io il viaggio. E poi non posso neanche dire cose banali come “Oh, ma a Nuova Yorka ci sono dei palazzi… alti così!”, perché Nuova Yorka l’avevo già vista, e anche Washington.
Allora il mio racconto di viaggio negli U.S. of A (che poi era un viaggio di lavoro, quindi non è che sono nemmeno tenuto a raccontare le cose come quando torni dalle vacanze) lo faccio con le cose particolari che ho notato o capito (o pensato di aver capito).

Ad esempio ho notato che a Nuova Yorka i marciapiedi fumano. Tu cammini per le strade e vedi il fumo che sale dai tombini. Delle volte ci mettono attorno dei cilindri di plastica arancione, forse per farli notare di più. Un amico che vive a Nuova Yorka mi ha spiegato che sono perdite nelle conduttore del riscaldamento a distanza (che sembra sia molto usato a Manhattan).

A Nuova Yorka non puoi bere una birra se hai meno di 21 anni: la cosa deve essere seria perché sentono l’esigenza di tappezzare la città con manifesti per ricordartelo.

Negli U.S. of A. i prezzi te li dicono sempre senza le tasse. Così non capisci mai quanto spendereai alla cassa. E poi ci rimani male perché prepari i soldi giusti al centesimo (per facilitare la cassiera) e poi ti dicono un altro prezzo.
Però almeno ti rendi conto di quanti fottuti soldi si prende il governo con l’IVA.

In quei posti lì (negli U.S. of A. volevo dire) c’è in giro tanta gente strana. Come quelli che parlano da soli; è vero ci sono ovunque, ma qui sono tanti. Ci sono quelli che non sanno parlare al telefono, come il tizio davanti a ma in caffetteria, che ha fatto una chiamata di 26 minuti portando il cellulare davanti alla bocca quando doveva parlare, mentre lo spostava all’orecchio quando sentiva. Non capiva che poteva tenerlo sempre all’orecchio, anche quando parlava. Oppure il tizio caucasico che ho incontrato sul bus cinese, che parlava mandarino e attaccava bottone con tutti quelli che avevano gli occhi a mandorla.

E poi in America ci sono tanti Ebrei, ma proprio tanti. Nel senso che li vedi andare in giro con la kippa nella vita di tutti i giorni. Non che mi diano fastidio, per carità, però mi chiedo come fanno a portarla sempre. Delle volte hanno i capelli corti e devono mettere le mollette per non farla cadere… ma non è una tortura? Capirei metterla al sabato quando vai in sinagoga, ma tutti i giorni io non ce la farei. E poi, la tengono su anche in casa (tipo che la tolgono quando vanno a dormire e la mettono sul comodino)?

Ho notato anche che spesso, in questi dieci giorni, ero l’unico caucasico nei luoghi dove mi trovavo. E spesso ero quello che parlava inglese meglio. E allora mi viene da pensare che forse frequesto posti e faccio cose che in questo paese si addicono alle persone di strato sociale più basso. Vivessi qui il mio stile di vita sarebbe quello di uno straccione.

Rispetto a due anni fa ho notato che si parla molto più spagnolo. Anche nel 2008 sentivo tanto spagnolo, ma questa volta di più. O è aumentata l’immigrazione sudamericana, o forse lo spagnolo è meno tabù.

Negli U.S. of A. se gli comandi un espresso, ti chiedono quanti shot vuoi. Perché è concentrato e si comanda nella quantità precisa che si vuole. Però se gli chiedi quanti ml è uno shot non te lo sanno dire.

A Nuova Yorka ci sono i palazzoni (che li guardi e cerchii di immaginare che tipo di lavoro fa la gente che entra). Però ci sono delle zone coi palazzi piccoli; senza andare ad Harlem, basta stare nella parte sud orientale di Manhattan. Sembra che il territorio non sia adatto per costruire i palazzoni, ed il risultato è una zona decisamente godevole.

Di solito mi dicono che i cechi sono antipatici e poco accoglienti. Be’ gli americani delle volte sono simpatici come il buco del culo. Come quella signora della compagnia di autobus economici che ho usato per andare da Washington a Philadelphia, che gridava ai clienti (noi) come una SS tedesca. O come la signora al controllo sicurezza al JFK: le ho detto “buon giorno” anziché “buon pomeriggio” (erano poi le due, e in RC si dice buongiorno fino alle dieci di sera) ed ella si è risentita (“ma come fa a dire queste cose”, e scrollava la testa… roba da staccargliela con una mazza chiodata, la testa).

Poi ho capito che neanche a New York la gente capisce l’opera: sono andato a sentire la Turandot al MET e la gente ha applaudito in due dei punti peggiori. E ho anche capito che gli “standing ticket” sono una cosa da non comprare, specialmente quando hai un piede distorto da poco e il fuso orario di Praga ancora addosso.

A Filadelfia ho visitato il centro della costituzione, dove essa viene esaltata fino allo spasimo. E allora credi che la costituzione degli U.S. of A. sia proprio una costituzione di quelle belle. Allora me la sono letta, e ci ho trovato solo un mucchio di regole su come funziona lo stato (tipo, le funzione del Presidente, quelle del parlamento… cose così). Non c’è nemmeno un accenno a cose come ideali, principi; che poi lo sappiamo che vengono disattesi, però è bello averli lì.
E poi nel preambolo dicono che loro, la gente degli U. S. of A., vogliono fare una “più perfetta” unione.
Magari l’inglese funziona in modo diverso, ma ai miei tempi ciò valeva la matita blu.

Ah, ho capito anche che ci sono città non adatte alla pioggia, e che Nuova Yorka è una di quelle.

Piesse: alla mia collezione di quarti ho aggiunto Indiana, South Caroliana, Tennessee e Wyoming
Mi mancano ancora Alabama, Alaska, Arkansas, California, Idaho, Illinois, Montana, Pennsylvania, Rhode Island, Wisconsin.

Un grande spettacolo

January 25th, 2010 by mattia | Comments Off | Filed in brooklyn tabernale choir, gospel, musica, religione, riflessioni, usa

IMG_1875Oggi sono andato alla messa del Brooklyn Tabernacle. Che poi non è neanche una messa in senso stretto, visto che sono protestanti; lo chiamano piuttosto “service”, ossia funzione.

In realtà ci sono andato perché volevo sentire il Brooklyn Tabernacle Choir, uno dei più famosi cori del mondo. E visto che alla messa non si pagava il biglietto sono andato ad ascoltarli durante la messa.

Io non so come un non cattolico vede un cattolico, ma io posso dire questi sono tutti partiti per la tangente. La non-messa si svolge in una non-chiesa: quando arrivo all’indirizzo di questa via malafamata di Brooklyn mi trovo davanti a qualcosa che sembra un teatro. E infatti è un teatro, che hanno comprato una decina di anni fa; l’hanno ripitturato, gli hanno messo una croce, e hanno trasformato il palco in altare.

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Quando entro la funzione è già cominciata; il coro sta cantando e la sala è piena di fedeli che – quando gli partono i cinque minuti – si alzano, chiudono gli occhi e alzano le mani accarezzando l’aria. Più che gente in preghiera mi sembrano invasati che vedono la Madonna.

In mezzo alla sala un posto di comando regia che mi fa esclamare (mentalmente): sti gran cazzi! Non gli mancano i soldi.

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Dopo un quarto d’ora di canzoni sale sul palco un tizio che assomiglia a Paul McCartney con 15 kg in meno. Scopro poi che si tratta di Jim Cymbala, il pastore di quella chiesa, nonché marito di Carol Cymbala, direttrice del coro, una donna che sale sul palco vestita con un tale gusto (cito solo due stivaloli di pelle nera …).

La messa prosegue per due ora con il coro che canta intervallato dagli interventi di questo sosia di Paul McCartney. La prima ora la passa sostanzialmente a fare pubblicità, tipo che è uscito il nuovo CD, che Martedì non c’è l’incontro dei vecchi, che il pomeriggio c’è il concerto per Haiti. Riesce addirittura a parlare dei cazzi suoi raccontando che sua figlia ha finalmente adottato un bambino di sei mesi in Nigeria. E dopo un’ora di avvisi inizio a chiedermi se prima o poi conterà su qualcosa di concreto.

Finalmente si mette a commentare un passo di una lettera di Pietro. Ora, tralasciamo pure le ingenuità teologiche che ha sparato, e tralasciamo anche una predica così la scrivevo anche io, e con buona probabilità anche molto meglio.
Quello che mi ha sconvolto è che per tre volte si è rivolto al pubblico e ha gridato qualcosa come “Allora, non vi sento! Dove siete! Fate casino!“. Mi spiego, questo non è che predicava, questo cercava il consenso, era come un politico a un comizio. E la gente (i fulminati di prima che accerezzavano l’aria) ogni tre per due gli gridava qualcosa come “Sì!”, “È vero” per confermare quello che diceva, conditi con una marea di “alleluja” e di “amen” (che qui si pronuncia eimen), che poi li usano con gli stessi significati.

Quindi mi sono trovato un tizio su un palco che dice cose banalissime, ma con un’intonazione di voce da venditore di piazza e almeno duemila persone che si esaltavano. Quindi il pastore dice cose come “Se semini poco mieterai poco. Per mietere tanto devi seminare tanto” (sconvolgente, non l’avrei mai detto!) e tra il pubblico gli invasati che gli gridano “Yeah!”, “Amen!”, “Alleluja”, e giù che scrosciano applausi. Come se fossimo a un concerto, o a teatro. E in effetti siamo in un teatro, e non a caso mi è venuto spontaneo usare la parola palco anziché altare. Alla fine ti rendi conto che è tutto un grande spettacolo.

Non sono riuscito a capire  se tutta quella gente facesse sul serio o fingesse. Quando entri tutti ti sorridono, anche se sei in ritardo, tutti ti salutano, durante la cerimonia ti dicono di abbracciarti coi tuoi vicini, e questi – completamente sconosciuti – ti abbracciano. Come se fosse un mondo zuccherato dove si vogliono tutti bene. Poi magari capita che dietro le quinte girino il coltelli.
Non ho capito, in definitiva, se lo spettacolo fosse solo sopra il palco o anche sotto il palco.

Piesse: siccome sono andato per sentire il coro, posso confermare che sono davvero molto bravi, merito anche di strutture non comuni per una chiesa (trovamene te una con lo spazio orchestra dotato di paratie per batteria) e una buona ascustica difficilemente ottenibile in una chiesa (e infatti questo era un teatro). Davvero bravi sia i cantanti che i musicisti; una solista molto giovane da pelle d’oca.
Quindi dal punto di vista musicale, fenomenale!

Doggie style

January 24th, 2010 by mattia | 1 Comment | Filed in doggie style, insegne, negozi, pecorina, usa

Negozio di articoli per cani a Filadelfia.

Per chi non parla inglese (o lo parla in contesti diversi) è come se un negozio di formaggi ovini si chiamasse “La pecorina”.

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Verso gli U.S. of A.

January 14th, 2010 by mattia | 4 Comments | Filed in usa, viaggi

In partenza. Domani mattina vado a New York. Non perché debba andare effettivamente a New York. Devo andare a Washington, per una conferenza. Però l’aereo parte da Praga e arriva a New York, non a Washington. Così starò un paio di giorni a Nuova York, poi vado in treno a Washington DC, e poi al ritorno faccio una scappata a Philadelphia.
Ecco, escludendo Philadelphia, le altre città le ho già viste. Quindi, chiedo dei consigli su cose da vedere, che non siano la Statua della Libertà.
Qualche idea?

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