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La storia della diversa maggioranza al Senato che secondo alcuni è colpa della legge elettorale

May 18th, 2013 by mattia | 2 Comments | Filed in bufale, legge elettorale, porcellum

Certo che delle volte è stupefacente vedere come una balla, ripetuta a lungo, riesca a passare per una ovvietà.

Quante volte avete sentito dire che la situazione di instabilità è dovuta alla legge elettorale che determina maggioranze diverse in Camera e Senato?
Quindi bisogna fare una nuova legge elettorale…

Il problema è che nessuna legge (nessuna) garantisce la stessa maggioranza alla Camera al Senato. Nessuna.
Il problema non è la legge elettorale.

Questo per diversi motivi:

1)
per quanto una persono voglia essere coerente con se stessa, riceverà sempre e comunque (almeno) due schede, una per la Camera e una per il Senato, su cui potrà votare in maniera diversa. Niente vieta di votare A alla Camera e B al Senato.
Non si tratta di essere squilibrati, lo si può fare per diversi motivi, ad esempio perché tu saresti un elettore di A e alla Camera i candidati di A ti vanno bene mentre al Senato A candida un pirla e tu non vuoi votarlo.
Ricordate i bei tempi del Mattarellum? Quando l’Ulivo andava dal PPI fino alla desistenza con Rifondazione Comunista. Quindi se tu eri un elettore di Rifondazione e a Roma avevano deciso che nel tuo collegio alla Camera era candidato uno del PPI te lo dovevi votare.
Oppure decidevi di opporti e votavi altro, pur tenendo il tuo voto per rifondazione al Senato.

2)

il corpo elettorale è diverso tra Camera e Senato, dove votano solo i maggiori di 25 anni.
Non è una differenza da poco. Alle ultime elezioni gli elettori della Camera erano 4.279.087 in più di quelli del Senato.
Quattro milioni di elettori in più o in meno possono cambiare radicalmente il risultato di un’elezione.

3)
il Senato deve essere eletto su base regionale. Lo dice la Costituzione (art. 57).
Quindi non puoi fare un premio di maggioranza nazionale per il Senato, altrimenti il voto dei veneti, per esempio, influenzerebbe il risultato dei senatori eletti in Toscana, e ciò non è possibile. I senatori toscani devono essere determinati esclusivamente dai voti dei toscani, e così per tutte le altre regioni.
È pur vero che recentemente alcuni eminenti ubriachi si sono avventurati in supercazzole per contraddire l’interpretazione che è sempre stata data a questa disposizione della Costituzione. Ma lo stesso porcellum all’inizio prevedeva un premio di maggioranza nazionale anche per il Senato, e proprio per questo fu bloccata (informalmente) da Quirinale che fece sapere che non avrebbe firmato una legge che non rispettava l’elezione su base regionale del Senato.

4)
Ma soprattutto non è scritto da nessuna parte che la Camera e il Senato debbano avere la stessa maggioranza.
La Costituzione dice che il Governo deve avere la fiducia delle due Camere ma non che essa debba venire da maggioranze identiche al Senato e alla Camera.
Sempre per gli ubriachi di cui sopra ciò può sembrare paradossale, ma à una sua logica purissima se si risale alle origini della Costituzione.
Basterebbe infatti riflettere sul fatto che originariamente la Costituzione prevedeva che il Senato fosse eletto per 6 anni mentre la Camera per 5. In realtà poi questo non è mai avvenuto, perché sia la Camera che il Senato sono sempre stati sciolti insieme, fino a quando – nel 1963 – la Costituzione fu cambiata in modo che sia la Camera che il Senato rimangano in carica 5 anni.
Di questa asimmetria però rimane traccia nell’art. 88 della Costituzione, che consente al Presidente della Repubblica di sciogliere anche una sola delle due Camere.

(e a questo aggiungiamo che la legge elettorale in realtà sono due leggi, una per il Senato e una per la Camera, visto che l’elezione del Senato e della Camera sono due cose distinte che per puro caso normalmente capitano nello stesso giorno)

Se la Costituzione stessa ti dice che puoi chiamare gli italiani a votare per una sola Camera, come cavolo fai a pretendere che la legge elettorale (o meglio, le leggi elettorali) ti faccia ottenere la maggioranza uguale sia alla Camera che al Senato?
Facciamo un esempio pratico con la situazione attuale: dopo le elezioni di febbraio la maggioranza della Camera va a PD+ SEL mentre il Senato è spaccato. Il Presidente della Repubblica potrebbe sciogliere solo il Senato. La costituzione glielo consente. Ma che significato avrebbe una scelta del genere?
Di certo non puoi dire agli italiani: dovete votare per forza PD+SEL, così la maggioranza è uguale sia al Senato che alla Camera.
Se la Costituzione dà la possibilità di votare anche solo per una Camera e la gente è libera di votare ciò che vuole, significa che la Costituzione prevede come del tutto accettabile uno scenario in cui la maggioranza alla Camera è diversa da quella del Senato.
Così come lo prevedeva con la durata diversa di 6 e 5 anni, quindi con elezioni sfalsate.
Non è che chi à scritto la costituzione si fumava le sigarette farcite. Il senso è del tutto logico considerando che si usciva da una dittatura, per cui si voleva evitare che una parte, vincendo le elezioni, potesse comandare a piacere. Avere la Camera e il Senato eletti in momenti diversi serviva da contrappeso contro il pericolo autoritario. Se un partito voleva fare un colpo di mano doveva vincere alla Camera e poi durare abbastanza a lungo per aspettare le seguenti elezioni del Senato e vincere anche quello.
Fuori di questi casi dovevi sempre fare alleanze con altri partiti, e questo era visto non come una bestemmia, ma come un modo per evitare che una parte sola potesse comandare a piacimento senza freni.

Ok, il paese è cambiato (oddio…), sono io il primo contro il bicameralismo perfetto.
Però la Costituzione questa rimane, e questa va rispettata.
Fin quando consentirà lo scioglimento di una sola Camera e i cittadini saranno liberi di votare ciò che vogliono (e non gli stessi partiti che già comandano l’altra Camera) non à alcun senso parlare di una legge elettorale che spinga per maggioranze omogenee.
Al contrario, i cittadini ànno diritto a votare per una Camera affinché abbia una maggioranza diversa dall’altra.

5)
Basterebbe guardarsi indietro per accorgersi che anche col Mattarellum è capitato che non ci fosse la maggioranza stabile da una parte o dall’altra.

1994: alla Camera il centro destra prede un’ampia maggioranza di 366 seggi, ma al Senato prende solo 155 seggi, meno dei 158 che segnano la metà dei 315 senatori (ben 31 senatori andarono al Patto per l’Italia).

1996: al Senato l’Ulivo raggiunge 157 seggi da solo e ricorre ai 10 senatori di Rifondazione per raggiungere una più stabile maggioranza. Peggio alla Camera, dover per l’Ulivo deve di necessità farsi aiutare dai 35 deputati di Rifondazione per raggiungere la maggioranza (che sarà di 322 deputati per il primo governo Prodi).

2001: ampia maggioranza del Centro-destra sia alla Camera che al Senato

Sicuramente le situazioni del 1994 e del 1996 erano ben diverse da quella di oggi. Ma per capirci, che non ci fosse una ben definita maggioranza in entrambe le camere era già capitato anche col mattarellum, senza che nessuno si strappasse istericamente i peli pubici gridando all’anticostituzionalità.

 

Conclusione
La diversa maggioranza tra Camera e Senato non è colpa della legge elettorale come continuano a belare in molti.
Non esiste nessuna legge che garantisca una stessa maggioranza sia alla Camera e al Senato, per tutti i punti elencati prima.
Ma soprattutto non è nemmeno previsto che debba esserci una uguale maggioranza alla Camera e al Senato.

Se si vuole superare questo “problema” senza dover di necessità ricorrere alle larghe intese in caso di maggioranze diverse l’unica cosa che si può fare è cambiare la Costituzione. Perché è da lì che sgorga questa impostazione istituzionale.
Ad esempio si può abolire il Senato. Via, puff, scomparso (e mica convertito in altri pastrocchi tipo il senato delle regioni, abolito del tutto).
Una sola Camera che fa le leggi. Punto.
Solo così puoi essere sicuro che la maggioranza sarà sempre coerente con se stessa.

 

Scommessa vinta

May 15th, 2013 by mattia | 5 Comments | Filed in bufale, politica

Puntualmente.
I grillini sono andati sulla rééééééte a rivendicare l’emendamento per destinare i soldi dei partiti a un fondo per le piccole imprese.
Su Youtube ànno infatti pubblicato un video in cui Carla Ruocco dice:

I partiti sono tutti schierati contro di noi.
Hanno votato in maniera compatta contro alcuni nostri emendamenti.
Per esempio quello che prevedeva di destinare i soldi dei partiti alle piccole e medie imprese attraverso un fondo rotativo.
Loro accappando scuse le più impensate hanno alla fine respinto la possibilità appunto di investire questi soldi diversamente se non nei partiti.

Ovviamente non è vero niente.
Quell’emendamento (il 9. 01) non è stato votato come dice Ruocco. È stato RITIRATO dal MoVimento Cinque Stelle.
Qui il resoconto stenografico:

Passiamo all’articolo aggiuntivo Sorial 9.01.

  LAURA CASTELLI. Chiedo di parlare.

  PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

  LAURA CASTELLI. Ritiriamo l’articolo aggiuntivo e presenteremo un ordine del giorno.

  PRESIDENTE. L’ordine del giorno dovrebbe essere pronto in questo momento. Rischia di essere tardivo. Bene, prendo atto che l’articolo aggiuntivo Sorial 9.01 è stato ritirato.

Per i malfidenti qui c’è il filmato:

Quindi non è vero che ànno votato in maniera compatta contro quell’emendamento, semplicemente perché quell’emendamento … non è stato votato! E non è stato votato perché l’ànno ritirato i grillini stessi.

Ah, comunque le “scuse più impensate” sono… il regolamento (questo sconosciuto).
Per chi se lo fosse perso lo spiegone è qui.

Piesse: scommessa vinta, i peli scrotali sono salvi.

 

Facepalm 5 Stelle

May 14th, 2013 by mattia | 7 Comments | Filed in bufale, ignoranza, politica

Si può fare un’antibufala preventiva?
Forse sono un po’ troppo malfidente, ma mi gioco una manciata di peli scrotali che domani i grillini andranno in giro a dire che avevano proposto un emendamento alla Camera per consentire di restituire i rimborsi elettorali e crearne un fondo di finanziamento alle imprese in difficoltà e che tutti si sono opposti.
Condire opportunamente con “ladri! abbassso la ka$ta!!!11!!!” e condividere viralmente sui social cosi.

In realtà le cose sono andate molto diversamente. Anche se non dovessero cercare di vendere questa vicenda in quel modo strumentale penso serva analizzare cosa è successo.
Perché questo è un fulgido esempio di come stanno lavorando i pentastellati in Parlamento.

Partiamo dall’inizio.
La presidente Boldrini arriva all’esame dell’emendamento in questione, il 9.01.

Interviene il deputato pentastellato Cariello che dice (riassumo): il nostro emendamento è finalizzato a istituire un fondo di finanziamento alle microimprese e piccole imprese che vantino crediti verso la pubblica amministrazione.
All’inizio lo si voleva istituire presso la Cassa depositi e prestiti, poi però su suggerimento di governo, relatori e partiti abbiamo deciso di cambiarlo e fare in modo che questo fondo sia invece finanziato dai rimborsi elettorali e personali dei singoli deputati che decidono di rinunciarvi.

A questo punto interviene Guerra (PD) che non ci capisce più niente: insomma, cosa vogliono votare? L’emendamento originario (quello in cui il fondo è istituito alla CDP) oppure questa nuova versione (in cui il fondo è finanziato dai rimborsi elettorali)? No, perché questa nuova riformulazione dell’emendamento salta fuori dal nulla, non è mai stata ufficializzata.

E qui si apre un polverone sul regolamento.

La deputata pentastellata Castelli interviene per dire che vogliono scrivere questa nuova formulazione assieme a Governo e relatore.

A questo punto prende la parola il relatore Causi (PD) che come Guerra cade dalle nuvole. Dice che questa nuova formulazione doveva essere presentata al Comitato dei Nove (il comitato che si fa carico di preparare gli emendamenti). Quando il comitato si è riunito i grillini si erano limitati ad annunziare questa formulazione ma non l’avevano ufficializzata.
E adesso se ne saltano su in aula con la nuova formulazione?
Dovevano presentarla prima nella sede opportuna (il Comitato dei Nove).
Facendo così è un emendamento fantasma, come si fa a votarlo?

A questo punto si alza il deputato pentastellato Sorial che non capisce dove sta il problema. Se l’emendamento non è stato ufficializzato al Comitato lo legge egli stesso in aula. E così fa: prende e si mette a leggere l’emendamento.

Problema risolto? Sì, forse solo per i grillini.
Il relatore dice che non si fa così, mica si leggono gli emendamenti in aula, vanno presentati nelle sedi opportune.
Il sottosegretario Giorgetti gli fa eco dicendo che non può nemmeno valutare quell’emendamento caduto dal cielo in aula perché il Governo così non può fare i dovuti controlli tecnici.

Qui il video, che consiglio di vedere

 

E qui parte un perculamento storico ai grillini. Prima da parte del presidente di Commissione Boccia – PD (che propone di accantonare l’emendamento e chiede ai grillini di portare il nuovo testo al comitato dei nove), poi da parte di Baldelli – PDL (che chiede ai grillini di decidersi: o fanno votare l’emendamento oppure lo ritirano, perché poi se viene bocciato non possono più presentarlo come ordine del giorno) e ancora con Fedriga – Lega (che fa presente come la riformulazione può essere chiesta dal relatore, non dal presentatore dell’emendamento).

In pratica i grillini sono stati bastonati sulle procedure da ogni parte dell’arco costituzionale.
Secondo voi che ànno fatto? Si sono ritirati con la coda tra le gambe?
Figuratevi, nonostante l’errore ànno continuato a fare quelli convinti d’aver ragione.

Alla fine l’emendamento sarà accantonato e nella pausa riformulato.
Arrivati in aula però i grillini lo ritirano e annunciano che lo proporranno come ordine del giorno. Alla fine ànno capito che comunque glielo bocciavano e così non potevano più proporlo come ordine del giorno. Alla buon’ora.

 

Dicevo, domani facile che la racconteranno in modo diverso, dicendo che loro avevano proposto un emendamento contro i rimborsi pubblici ai partiti e tutti si sono opposti.

La realtà invece è che sono sono dimostrati completamente incapaci di seguire le procedure e presentare gli emendamenti nelle sedi opportune.
In tutto questo il capogruppo totalmente assente, un gruppo lasciato allo sbando che non sapeva cosa fare e come comportarsi.

Colpa dell’inesperienza di un gruppo intero di deputati tutti alla prima legislatura? Un po’ sì e un po’ no (da febbraio a oggi non ànno trovato tre giorni di tempo per chiudersi in una baita e mandare a memoria i regolamenti?)

Quello che rimane è l’immagine di un gruppo di persone arrivate in Parlamento dicendo che lo aprivano come una scatoletta di tonno e poi invece sono andati a schiantarsi sulle procedure, accartocciati come una scatoletta di tonno, questa sì, finita sui binari della ferrovia.
Potrebbero rinominare il gruppo “Facepalm 5 Stelle” e ci starebbe tutto.

 

Piesse: sento che grillo invoca un’affermazione totale dei pentastellati. No, ecco, volete dare in mano le istituzione a questa gente?

Ma esiste davvero un’emergenza femminicidio

May 1st, 2013 by mattia | 25 Comments | Filed in bufale

Ma poi, è vera questa cosa del femminicidio?
Cioè, è sicuramente vero che vengano uccise delle donne, ma è vero che c’è questa emergenza?

Ci stavo pensando ieri, perché mi è venuto il dubbio che fosse una dei tanti fenomeni inesistenti pompati ad arte dalla stampa.
Per dire, sono andato sull’archivio storico del corriere della sera. Nel 2012 la parola femminicidio è stata citata il 53 articoli. Nei primi quattro mesi del 2013 siamo già a 46 (se continuiamo di questo passo si arriverà a 138 articoli che citano il femminicidio entro la fine del 2013).
In compenso però nel 2011 la parola femminicidio è comparsa in un solo articolo sul corriere.
Schematicamente:

2005:   0 articoli
2006:   0 articoli
2007:   0 articoli
2008:   2 articoli
2009:   2 articoli
2010:    0 articoli
2011:    1 articolo
2012:    53 articoli
2013:    138 articoli (proiezione)

A dar retta al corriere sembra che il fenomeno del femminicidio sia esploso nel 2012.
Ma è davvero così?

Sono andato a prendere le statistiche di Eurostat, che ci consentono anche di fare un paragone con gli altri stati europei.
La tabella con i tassi di omicidio, divisi per genere, la si trova qui.
In italia il tasso di donne uccise è 0,4 per 100.000 abitanti. Il numero collima con quanto dichiara l’ISTAT qui (cercare “cause di morte” e poi nella tabella “Mortalità per territorio di residenza” filtrare la “causa iniziale di morte = omicidio, aggressione“).

Ora, è davvero un’emergenza scoppiata nell’ultimo anno, come si dedurrebbe dalle citazioni di stampa?
No.
Basta guardare la serie storica del tasso di omicidi femminili nell’ultimo decennio.
Sostanzialmente è stabile: oscilla tra 0,4 e 0,6 omicidi per 100 mila abitanti. Un’oscillazione che dipende anche dal fatto che stiamo parlando di numeri molto piccoli (e con una sola cifra decimale, quindi potrebbe essere anche tra o,44 e 0,55).

femminicidio ita-ue

Quindi l’emergenza femminicidio non esiste. È solo uno dei tanti fenomeni creati dalla stampa.
La tecnica è efficace: tu crei un nome ad arte (o lo recuperi se caduto in disuso) e lo ripeti di continuo, così sembra che ci sia un fenomeno nuovo. In questo caso si è pescata dal cilindro la nuova parola “femminicidio” e ripetendola un giorno sì e un giorno no sul giornale dài l’idea che ci sia un fenomeno nuovo.
In realtà quel fenomeno esisteva già prima, ma l’avergli dato una parola nuova fa credere che sia nuovo, che sia in espansione, che sia un’emergenza.

Uno può dirmi: ok, il fenomeno già esisteva, ma se per parlare di questo problema devo usare il trucco di inventare una parola nuova per stuzzicare la stampa, vabbe’… io lo uso ugualmente. Altrimenti la stampa non ne parla.

Vero, però siamo sicuri che il problema, per quanto costante nell’ultimo decennio, sia veramente grave?
Non fraintendetemi, anche una sola persona uccisa è qualcosa di orribile. Però guardiamoci attorno: quello 0,4 omicidi femminili per 100 mila abitanti è un numero alto o basso?

Se ci confrontiamo con gli altri paesi europei ci accorgiamo che la nostra situazione non è così male, anzi l’italia è uno dei paesi con il più basso tasso di omicidi femminili. Ci battono, sostanzialmente, solo l’Irlanda e il Regno Unito (dove suppongo gli uomini sono troppo ubriachi per avere la forza di ammazzare una donna).
Ci sono paesi dove il tasso di omicidi femminili è molto maggiore che in italia.

femminicidio tutti paesi

 

Ancora più interessante però è vedere come questi tassi evolvono col tempo: ò provato a comparare italia, Bulgaria, Ungheria e Spagna.
Ebbene, la Spagna e l’italia ànno tassi sostanzialmente stabili attorno a 0,5 per 100 mila abitanti. La Bulgaria e l’Ungheria invece ànno tassi maggiori che però col tempo diminuiscono.
Tutto fa pensare che quello 0,5 per 100 mila abitanti sia un tasso fisiologico. Tra un paio di lustri probabilmente anche Bulgaria e Ungheria arriveranno a quello 0,5 e la diminuzione si arresterà (o meglio, proseguirà mooooolto lentamente).

fimminicidio storico

Paesi come l’italia e la Spagna invece sono già a quel tasso fisiologico di omicidi femminili che è già abbastanza basso tale che può calare solo con molta lentezza.
Lo ripeto affinché sia chiaro: anche un solo omicidio è una cosa brutta, ma se guardi la realtà ti rendi conto che, fuori dal paese dei sogni, ci sarà sempre qualche omicidio. C’è da capire se quel tasso di omicidi è estremamente elevato e per questo facilmente abbassabile, o se invece è un valore fisiologico che ti devi rassegnare a considerare inevitabile.
Ecco, nel caso dell’italia siamo già nel secondo caso. Lavoriamo pure per abbassarlo, per carità, ma non parliamo di emergenza, perché non esiste.

Per farvi capire la portata del fenomeno, stiamo parlando di 126 donne uccise nel 2010, 151 nel 2009. Il tumore al seno, giusto per rimanere alle donne, fa 12 mila vittime all’anno.
Invece di ripetere a pappagallo “femminicidio, femminicidio, femminicidio” lavoriamo sulle cause che determinano davvero tante morti tra le donne, e che – a differenza degli omicidi – sono ad un tasso ancora talmente elevato che si può notevolmente ridurre.
Certo, questo comporta la necessità di investire molti soldi per programmi di prevenzione con mammografie a tappeto (come in alcune regioni in effetti si sta cominciando a fare). Costa tanto, senza dubbio. Ma (quasi) nulla di tutte le cose che funzionano viene via gratis.
Starnazzare “femminicidio, femminicidio” invece non costa nulla.

 

La bufala di Sarah Palin e la Rep. Ceca

April 24th, 2013 by mattia | 4 Comments | Filed in bufale, praga, repubblica ceca

Ieri mi è stato segnalato da più parti questo articolo del Daily Currant in cui si racconta che Sarah Palin avrebbe confuso la Cecenia con la Rep. Ceca e invocato l’invasione della Rep. Ceca come risposta all’attentato della maratona di Boston.

Per chi come me vive in Rep. Ceca è normale vedere di questi strafalcioni. La confusione tra Cecenia e Rep. Ceca è molto comune per gli anglofoni.
Così i miei amici cechi ànno diffuso virlamente questo articolo.

Senza controllare dove era stato pubblicato.

Già, perché quando l’ò letto le dichiarazioni mi sembravano talmente esagerate che faticavo a crederci. Pertanto ò cercato il video della trasmissione della Fox dove Palin avrebbe fatto queste dichiarazioni, e non l’ò trovato.
Né sul sito della fox né su youtube. Strano, perché ormai ogni gaffe di un politico va subito su youtube.

Poi ò guardato nell’intestazione del sito (nella home page non nella pagina dell’articolo!) ed era questa, grassetto mio:

The Daily Currant – The Global Satirical Newspaper of Records

Il Daily Currant si autodefinisce un giornale satirico. Per dire, qui dice che Obama si è dimesso.
L’articolo è dunque una bufala in cui sono caduti in molti.
Non la prima a dire il vero.

Una bufala che attecchisce facilmente perché fa presa su un pregiudizio (americani ignoranti, politici ignoranti…).
Ma come al solito è sempre meglio non fidarsi e controllare le fonti.

Piesse: per adesso sono salvo, fiuuuu

In fila per 3 col resto di 2

April 16th, 2013 by mattia | 10 Comments | Filed in bufale, politica

L’altro giorno mi sono beccato con Picchi su tuitter.
Riportava l’affermazione di Berlusconi al comizio di Bari in cui diceva di essere pronto per le elezioni a giugno. Aggiungendo che loro del #votoestero sono pronti.
Ah, scusate, forse dovevo dirvi che Picchi è un tizio che fa il deputato del PDL eletto in Europa.

picchi 1

Per qualche motivo a me incomprensibile sembra che abbia fretta di votare a giugno.
Perciò gli rispondo ponendo una questione molto pratica: loro saranno anche pronti a votare a giugno perché non devono raccogliere le firme per presentare le liste, chi invece deve raccogliere le firme avrebbe qualche problemino in più a tornare subito alle urne.
I partiti che già hanno rappresentanti il parlamento non devono raccogliere le firme, basta presentare una dichiarazione del segretario che certifica che quella è la lista di quel partito e la si deposita. Nessuna firma da raccogliere e nessuno sbattimento.
Ma se io voglio candidarmi devo raccogliere le firme, e per farlo serve del tempo.
Domando dunque a Picchi se tutta questa fretta è per tenere fuori dalla competizione elettorale le liste non presenti in parlamento.

Egli mi risponde così:

picchi 2

 

Menziona lo sbarramento del 4%. Già, ma lo sbarramento del 4% vale per le liste presentate in italia. La circoscrizione estero è un caso a parte, scollegato da quello che succede in italia.
È una circoscrizione a sé, tanto che in America meridionale, ad esempio, sono stati eletti deputati dei candidati del MAIE e dell’USEI, che in italia manco si presentavano. La cosa ha anche un suo senso, perché la logica della legge che fa eleggere i rappresentanti degli italiani all’estero è quella di consentire la formazioni di gruppi che rappresentano specificatamente gli espatriati.
Lo sbarramento del 4% quindi non c’entra nulla. Primo Fail.

Gli spiego stringatamente il concetto ed aggiungo (per onestà intellettuale) che lo sbarramento effettivo è quello del primo (contando dal basso) resto utile.

E Picchi mi risponde così:

picchi 3

Già, questo è vero. Alle ultime elezioni l’ultima lista che ha riportato eletti è stata il M5S con il 13,27%.
Ma questo è successo – appunto – alle ultime elezioni. Nel 2006 invece l’IDV riuscì a eleggere un deputato (e non fatemi ricordare chi) con il 5,2%. Glielo faccio notare, specificando che i resti sono sempre imprevedibili, e la risposta mi lascia di sasso.

picchi 4

Picchi fa notare che nel 2006 i seggi erano 6 e ora 5 (poi vabbe’, mi chiama anche professore – titolo che non ho – ma tralasciamo, non voglio leggere dietro le righe il motivo per cui mi chiama professore).

Dicevo, la risposta mi lascia di sasso, perché io parlo di resti e questo mi risponde dicendo che c’erano meno posti da assegnare.

Per capire perché questa risposta non ha alcun senso bisogna entrare un po’ nei meccanismi del sistema elettorale.
È un po’ noioso ma ne vale la pena. Seguitemi.

Il meccanismo con cui si nominano gli eletti è regolato dall’art. 15 della legge 27 dicembre 2001, n. 459

 1. Concluse le operazioni di scrutinio, l’ufficio centrale per la circoscrizione Estero per ciascuna delle ripartizioni di cui all’articolo 6:
a) determina la cifra elettorale di ciascuna lista. La cifra elettorale della lista è data dalla somma dei voti di lista validi ottenuti nell’ambito della ripartizione;
b) determina la cifra elettorale individuale di ciascun candidato. La cifra elettorale individuale è data dalla somma dei voti di preferenza riportati dal candidato nella ripartizione;
c) procede all’assegnazione dei seggi tra le liste di cui alla lettera a). A tale fine divide la somma delle cifre elettorali di tutte le liste presentate nella ripartizione per il numero dei seggi da assegnare in tale ambito; nell’effettuare tale divisione, trascura la eventuale parte frazionaria del quoziente. Il risultato costituisce il quoziente elettorale della ripartizione. Divide, quindi, la cifra elettorale di ciascuna lista per tale quoziente. La parte intera del risultato di tale divisione rappresenta il numero di seggi da assegnare a ciascuna lista. I seggi che rimangono eventualmente ancora da attribuire sono assegnati alle liste per le quali le divisioni abbiano dato i maggiori resti e, in caso di parità di resti, alla lista con la più alta cifra elettorale;
d) proclama quindi eletti in corrispondenza dei seggi attribuiti a ciascuna lista, i candidati della lista stessa secondo l’ordine delle rispettive cifre elettorali. A parità di cifra sono proclamati eletti coloro che precedono nell’ordine della lista.

Tradotto in lingua corrente: l’ufficio centrale raccoglie tutti i dati delle varie sezioni scrutinate e li somma lista per lista, calcolando così quanti voti ha ricevuto ogni lista in tutta Europa (parliamo di Europa per semplicità ma lo stesso vale per le altre ripartizioni).
Ad esempio, nelle ultime elezioni in Europa la Lista Monti ha preso 143.418 voti, SEL ha preso 17.434 voti, il PD 155.038 voti e così via.
Poi somma i voti di tutte le liste e calcola il totale dei voti utili. In questo caso 522.678.

A questo punto calcola il quoziente elettorale: lo fa dividendo il totale dei voti validi per il numero di deputati da eleggere.
In questo caso:

quoziente elettorale = voti validi / totale deputati = 522.678 / 5 = 104.535

Che significato ha questo quoziente? Semplice, rappresenta il numero di voti necessari per eleggere un deputato nella circoscrizione Europa.
Si basa sul concetto di proporzionalità: ogni lista riceve deputati in proporzione ai voti presi.

Se il totale dei voti validi è 500.000 e devi eleggere 5 deputati, significa che in proporzione ogni deputato equivale a 100.000 elettori.
Quindi se una lista riceve 100.000 voti elegge un deputato, se riceve 200.000 voti prende due deputati, se riceve 300.000 voti elegge tre deputati e così via.

Chiaro? Bene.
Il problema è che le liste non prendono multipli esatti del quoziente elettorale, allora si usano i resti.

Cosa significa?
Significa che i voti di ogni lista vengono divisi per il quoziente elettorale per vedere “quante volte ci sta dentro” quel 100.000 voti che rappresenta un deputato, e il quoziente intero rappresenta il numero di deputati di eleggere. Poi i voti rimanenti costituiscono il resto.
Quindi se la Lista A riceve 320.000 voti avrà 3 deputati (3 x 100.000) più 20.000 voti di resto.
Se la Lista B riceve 180.000 voti avrà 1 deputato e 80.000 voti di resto.
La Lista C che riceve 65.000 voti avrà 0 deputati e 65.000 voti di resto.

Siccome coi quozienti interi non riesci ad assegnare tutti i deputati da eleggere i deputati rimanenti li dai a chi ha i resti più alti.

Andiamo a vedere i risultati delle ultime elezioni per capire meglio.
Lo facciamo usando direttamente il verbale pubblicato sul sito della Corte d’Appello di Roma con il quale sono stati proclamati eletti ufficialmente i deputati per la circoscrizione estero:

verbale

Come hanno compilato questa tabella?
Innanzitutto hanno guardato quali liste avevano superato il quoziente elettorale di 104.535 voti necessari per eleggere un deputato. Le uniche due liste che superano 104.535 voti sono la Lista Monti e il PD.
La lista Monti ha ricevuto 143.418 voti, quindi ne usa 104.535 per eleggere un deputato e  le avanzano 38.883 voti di resto.
Il PD ha ricevuto 155.038 voti: ne usa 104.535 per eleggere un deputato e gli avanzano 50.503 voti di resto.
Tutti gli altri sono sotto 104.535 quindi coi quozienti interi non eleggono nessun deputato, e hanno solo voti di resto.

Bene, finita qui? No di certo, perché coi quozienti interi sono stati eletti solo 2 deputati, uno del PD e uno della lista Monti.
Ma i deputati da assegnare sono 5, quindi ne dobbiamo assegnare ancora 3 in qualche modo.
Li assegnamo guardando chi ha i resti più alti.

In questo caso i resti più alti sono:
PDL: 95.292 voti di resto
M5S: 69.338 voti di resto
PD: 50.503 voti di resto

Assegnamo un deputato a ciascuna di queste liste e abbiamo finito.
Quindi il PD riceve due deputati (uno con il quoziente intero e uno col resto), la lista Monti elegge un deputato col solo quoziente intero, mentre il PDL e il M5S eleggono ciascuno un deputato con il solo resto.

Ora torniamo alla questione di Picchi.
Dicevo che quando si parla di resti non c’entrano i posti da assegnare e forse ora capite il perché.

Il numero di deputati da eleggere influisce sul quoziente intero: abbiamo visto che se i voti sono 500.000 e devi eleggere 5 deputati devi ottenere 100.000 voti per eleggere un deputato. Tuttavia se i voti sono sempre 500.000 e devi eleggere 10 deputati il numero di voti necessario per eleggere un deputato si abbassa a 50.000. Quindi è vero, più sono i posti disponibili e più è facile raggiungere il quoziente intero.
Ma questo vale – appunto – solo per il quoziente intero.
Per i resti tutto dipende non solo dai voti che prende la tua lista ma anche dai voti che prendono le altre liste.

Vi faccio due simulazioni coi numeri facili  per farvi capire come gli scenari possono essere completamente diversi.

Esempio 1
Totale elettori: 500.000
Deputati da eleggere: 5
Perciò il quoziente elettorale è 100.000 voti

voti quozienti interi resti seggi coi resti
Lista A 203.000 2 3.000 0
Lista B 207.000 2 7.000 0
Lista C 20.000 0 20.000 0
Lista D 14.000 0 14.000 0
Lista E 18.000 0 18.000 0
Lista F 21.000 0 21.000 1
Lista W 17.000 0 17.000 0
Totale 500.000

Due liste si pappano gran parte dei voti prendendo 203 mila e 207 mila voti.
La lista A prende 203.000 voti= 2 deputati e resto di 3.000 voti
La lista B prende 207.000 voti=  2 deputati e resto di 7.000 voti

Coi resti interi abbiamo così assegnato 4 deputati. Ce ne manca uno: lo diamo a chi ha il resto più alto, in questo caso la lista F che ha 21 mila voti.
Quindi la lista F riceve un deputato benché abbia ottenuti solo 21.000 voti, ossia un misero 4,2%.

Esempio 2 
Totale elettori: 500.000
Deputati da eleggere: 5
Perciò il quoziente elettorale è 100.000 voti
… cioè esattamente come prima.
I voti che vanno alle liste però sono diversi

voti quozienti interi resti seggi coi resti
Lista A 165.000 1 65.000 1
Lista B 187.000 1 87.000 1
Lista C 14.000 0 14.000 0
Lista D 78.000 0 78.000 1
Lista E 18.000 0 18.000 0
Lista F 21.000 0 21.000 0
Lista W 17.000 0 17.000 0
Totale 500.000

La lista A e la lista B prendono un deputato ciascuna coi quozienti interi, perciò ne rimangono 3 da assegnare coi resti.
Li assegno, nell’ordine alla Lista B con un resto di 87.000, alla lista D con un resto di 78.000 voti e alla lista A con 65.000 di resto.
La lista F ha ricevuto sempre 21.000 voti come prima ma rimane così ben lontana dall’eleggere un deputato.
Eppure le condizioni sono le stesse: sempre 500.000 voti, sempre 5 deputati da eleggere, ma nell’esempio 1 con 21.000 voti la lista F entrava in Parlamento, nell’esempio 2 invece rimane fuori.
Perché coi resti dipende dai voti che prendono le altre liste.

A questo punto uno potrebbe dirmi: già ma se i deputati sono 6 diventa sempre e comunque più semplice entrare in parlamento.
Col piffero.
Ricordate l’esempio 1?

500.000 voti, 5 deputati da eleggere e la Lista F conseguiva un deputato con soli 21.000 voti.

Adesso facciamo una simulazione con 6 deputati da elegggere:

Esempio 3
Totale elettori: 500.000
Deputati da eleggere: 6
Perciò il quoziente elettorale è 83.333 voti

voti quozienti interi resti seggi coi resti
Lista A 246.000 2 79.334 1
Lista B 147.000 1 63.667 1
Lista C 3.000 0 3.000 0
Lista D 76.000 0 76.000 1
Lista E 5.000 0 5.000 0
Lista F 21.000 0 21.000 0
Lista W 2.000 0 2.000 0
Totale 500.000

Le uniche due liste che superano la soglia di 83.333 voti per ottenere un deputato col quoziente intero sono la Lista A e la Lista B.
La lista A prende due deputati e le rimangono 79.334 voti di resto (246.000 – 2 x 83.333= 79.334).
La lista B prende un deputato e le rimangono 147.000-83.333= 63.667 voti di resto.

Tutte le altre liste non superano gli 83.333 voti quindi rimangono solo col resto.

Quindi diamo, 2 deputati ad A e 1 deputato a B coi quozienti interi. Ne dobbiamo eleggere 6, quindi ne dobbiamo nominare altri 3 coi resti.
In questo caso i resti più alti sono:

Lista A: 79.334
Lista D: 76.000
Lista B: 63.667

Abbiamo assegnato tutti e 6 i deputati (3 coi quozienti interi, 3 coi resti).
La lista F che continua a prendere i suoi dannati 21.000 voti resta fuori.

Capito? Nell’esempio 1 c’erano da eleggere solo 5 deputati e la lista F con 21.000 voti ne acciuffava uno. Nell’esempio 3 abbiamo aumentato i deputati a 6 ma la lista F pur prendendo sempre 21.000 voti resta fuori.

Quindi avviene addirittura l’opposto di quello che si aspetterebbe con il ragionamento suggerito da Picchi.

Questo accade perché i deputati da assegnare sono pochi, solo 5 o 6, quindi il meccanismo dei resti può dare esiti completamente diversi caso per caso. Un resto utile può essere 76.000 voti come anche 21.000 voti. Una differenza enorme.
Se invece di nominassero 40 deputati, il quoziente elettorale sarebbe 500.000/40= 12.500 voti.
Ogni resto è per forza al di sotto di 12.500 voti. Quindi un resto utile può variare di poco, può essere 11 mila voti o 5.000 voti ad esempio.
Insomma, più il quoziente elettorale cresce più diventa piccola la banda dei resti.

Per semplificare: è come se stai digitalizzando i voti ricevuti da ogni lista usando un ADC con un LSB rappresentato dal quoziente elettorale.
Più deputati devi assegnare più l’LSB è piccolo e minore è l’errore di quantizzazione.
Se invece digitalizzi le liste con un LSB enorme l’errore di quantizzazione ti dà una pessima accuratezza della digitalizzazione.

In questa pessima accuratezza della digitalizzazione nascono scenari così contrastanti.

Un esempio di come le cose possono essere bizzarre? Eccolo.

Quando dico a Picchi che nel 2006 l’IDV riesce a eleggere un deputato con il 5,2% dei voti egli mi risponde che all’epoca c’erano 6 deputati.

Nel 2006 i risultati furono questi:

voti quozienti interi resti seggi coi resti
L’UNIONE 277.996 3 14.398 0
FORZA ITALIA 128.756 1 40.890 1
DI PIETRO ITALIA DEI VALORI 27.432 0 27.432 1
UNIONE DI CENTRO 24.236 0 24.236 0
PER ITALIA NEL MONDO 20.271 0 20.271 0
LEGA NORD 12.319 0 12.319 0
P.ITALIANI NEL MONDO 11.250 0 11.250 0
L’ ALTRA SICILIA PER IL SUD 10.867 0 10.867 0
ALTERNATIVA SOCIALE MUSSOLINI 7.030 0 7.030 0
U.D.EUR POPOLARI 3.860 0 3.860 0
AMARE L’ITALIA 3.179 0 3.179 0
TOTALE 527.196
Quoziente elettorale 87.866

527.196 voti diviso 6 deputati fa 87.866 voti di quoziente elettorale.

Diamo 3 deputati a L’Unione coi quozienti interi, 1 deputato a Forza Italia con un quoziente intero e siamo a 4 deputati.
Ci restano 2 deputati da assegnare coi resti.
Uno va a Forza Italia con un resto di 40.890 voti e il secondo va a IDV con un resto di 27.432 voti.

Quindi, L’Unione 3 deputati, Forza Italia 2, IDV 1. Totale 6 deputati.

Ma se i deputati da assegnare fossero stati 5 (come avviene ora)?
L’IDV sarebbe stata fuori come si dedurrebbe usando il ragionamento suggerito da Picchi?

Facciamo i conti:

voti quozienti interi resti seggi coi resti
L’UNIONE 277.996 2 67.118 1
FORZA ITALIA 128.756 1 23.317 0
DI PIETRO ITALIA DEI VALORI 27.432 0 27.432 1
UNIONE DI CENTRO 24.236 0 24.236 0
PER ITALIA NEL MONDO 20.271 0 20.271 0
LEGA NORD 12.319 0 12.319 0
P.ITALIANI NEL MONDO 11.250 0 11.250 0
L’ ALTRA SICILIA PER IL SUD 10.867 0 10.867 0
ALTERNATIVA SOCIALE MUSSOLINI 7.030 0 7.030 0
U.D.EUR POPOLARI 3.860 0 3.860 0
AMARE L’ITALIA 3.179 0 3.179 0
TOTALE 527.196
Quoziente elettorale 105.439  

Il quoziente elettorale sale a 105.439 voti perché si eleggono solo 5 deputati, quindi si calcola 527.196/5

Dopodiché L’Unione prende 2 seggi con i quozienti interi e le rimangono 67.118 voti di resto.
Forza Italia elegge 1 deputato con un quoziente intero e le rimangono 23.317 voti di resto.

Abbiamo eletto fino ad ora 3 deputati: 2 per l’Unione e 1 per Forza Italia. Ne dobbiamo assegnare ancora 2 per arrivare a 5.
Premiamo quindi i due resti maggiori:
1 deputato a L’Unione con un resto di 67.118 voti.
1 deputati a IDV con 27.432 voti.

Quindi l’IDV continua ad eleggere un deputato anche se si sono abbassati i deputati da eleggere da 6 a 5.

Chi ci rimette?
Forza italia, che con 6 deputati riusciva a strappare un quoziente intero e un resto corposo di 40.890.
Con 5 deputati il quoziente intero cresce quindi le erode il resto che cala a 23.317, cadendo sotto il resto dell’IDV che è sempre lo stesso perché non avendo riportato quozienti interi non è affetto dai cambiamenti del quoziente elettorale (5 o 6 deputati per l’IDV non cambia niente, sempre 27.432 voti di resto ha).

Quindi, per quanto possa pensare Picchi, anche con 5 deputati da assegnale l’IDV avrebbe comunque eletto un deputato nel 2006 col 5,2% dei voti.
Il seggio in meno ce lo avrebbe rimesso Forza Italia.
Che da 2 seggi sarebbe passata a un seggio.
Quindi non sarebbe stato eletto il secondo classificato nella lista di Forza Italia.
Provate a immaginare chi è? Ecco.

Piesse: Picchi è un deputato, uno di quelli che sarà chiamato a votare la nuova legge elettorale, se si farà.
Così per promemoria.

L’avvocato scientifico del diavolo

March 19th, 2013 by mattia | 19 Comments | Filed in bufale

Questa vicenda mi ha procurato molta rabbia, il motivo è banale: davanti alle immagini di quei bambini anche io stavo cedendo ed ho immaginato quindi le sensazioni di quanti non hanno le mie conoscenze (mediche) per resistere a quel cedimento.

via medbunker

Il punto scientifico sul caso delle staminali e il metodo del sig. vannoni l’à fatto bene Medbunker. Articolo che consiglio vivamente di leggere, anche per capire di cosa sto per parlare.

Il mio commento è su questa frase che ò citato. Il cedere davanti alle immagini di bambini bisognosi di cure e la cattiveria di giudici e ministri che vietano le cure.

Riporto quella frase perché ò visto anche io i servizi televisivi sulla vicenda e anche io stavo cedendo. I concetti che passano dai servizi sono semplici e fanno presa:

1) i bambini non ànno nulla da perdere, quindi anche se non funziona … pazienza! Provare non nuoce.
2) i bambini sottoposti alle “cure” avevano ricevuto benefici, quindi perché fermare le “cure”?
3) se non si praticano immediatamente le “cure” i bambini moriranno, quindi c’è da fare in fretta.

Messa così la faccenda riesce a convincere facilmente, specialmente condita con immagini strappalacrime e appelli disperati dei genitori.
Vedendoli dunque ci stavo cascando anche io.

In realtà i punti contengono molte fallacie.

Analizziamo i tre punti razionalmente.
Il punto 3, funziona perché è messo dopo il 2. Tu mi dici che c’è da fare in fretta perché il bambino sta morendo, e non posso che darti ragione.
Ma ti do ragione perché prima mi ài fatto intendere che le “cure” funzionano.
Se dicessi “bisogna fare in fretta a somministrare una pozione fatta col corno di unicorno rosa altrimenti il bambino muore” tu mi chiederesti se sono pazzo.
Qui invece il punto sta apparentemente in piedi perché si dà per scontato che le “cure” sono efficaci (punto 2). Già, ma questo non è dimostrato. Quindi il punto 3 crolla.

Veniamo quindi al punto 2. I genitori dicono che dopo le “cure” con staminali vedono dei miglioramenti nei bambini. Quindi passa il messaggio che queste “cure” funzionano.
In realtà è un inganno. Non entriamo nei dettagli del tema (per quello leggete l’articolo di medbunker), restiamo piuttosto al nostro livello di inesperti della materia. Perché non dobbiamo farci ingannare da questo passaggio logico in apparenza ineccepibile?

I genitori dicono che i miglioramenti ci sono!
Ebbene, questo è un tipico tranello in cui si può capitare quando si fa scienza. Di solito passa sotto il nome di artefatto, ossia un fenomeno che sembra reale mentre invece è solo un abbaglio.

Se volete si può riassumere con quella storiella dello scienziato e della rana.
C’è uno scienziato che fa un esperimento scientifico con una rana e annota diligentemente sul suo quaderno i passi dell’esperimento.
- La rana è in ottima forma e saltella vivace;
- Rimuovo una zampa alla rana;
- La rana zoppica ma saltella ancora;
- rimuovo le rimanenti tre zampe;
- La rana diventa pigra e non ne vuole sapere di saltellare;

Ovviamente in questo caso l’artefatto è evidente. Solo uno stupido penserebbe che recidere le zampe a una rana la fa diventare pigra. È evidente che la rana non salta perché non à le zampe per farlo.

Altre volte però l’artefatto ti trae facilmente in inganno.
Mi spiego: tu osservi un fenomeno e trai una deduzione. Tutto fa credere che la causa del fenomeno sia proprio quella, poi però controlli bene e ti accorgi che non era così.

Una volta è capitato pure a me: vedevo un segnale che non doveva esserci e ò ipotizzato quale potesse essere la causa. L’ò anche scritto in un articolo. Poi dopo un paio d’anni ò scoperto che la causa era tutt’altro (e mi andò bene, perché da ciò uscì un brevetto).
Gli artefatti sono molto comuni nella scienza, se ne trovano spesso negli articoli scientifici.
Il più delle volte sono fatti in buona fede, sono degli errori di interpretazione.

Ci sono molti modi per ridurre gli artefatti. Bisogna ripetere più volte l’esperimento e vedere se il fenomeno si ripete. Se non si ripete, ci si ferma. Si può ripetere l’esperimento con diverse condizioni: se pensi che è X a causare Y prova a rimuovere X e se scompare Y allora sei sulla buona strada.
In generale bisogna fare una cosa importante: non fidarsi mai dei propri risultati.
Anzi, devi combattere i tuoi risultati. Devi provare in tutti i modi di avere torto.
Uno dice: ma come? Io voglio provare di aver ragione!
E invece no, perché cercare di dimostrare di aver ragione è la strada più facile per prendere un abbaglio. Devi dimostrare di aver torto!
Prendi i tuoi risultati e cerchi di smontarli. Devi fare l’avvocato del diavolo contro te stesso.
Se non riesci a smontare i tuoi risultati devi arrenderti e ammettere… di aver ragione.

Così facendo ridurrai il rischio di prendere abbagli e pubblicare artefatti. Perché ti fai il debunking da solo.
Ecco, in scienza si fa così.
O meglio, si dovrebbe fare così, perché poi ci sono quelli che fanno l’opposto: si innamorano di un’idea e cercano elementi per sostenerla, non per smontarla. Così facendo non si accorgono di cosa smentisce quell’idea e prima o poi sbattono contro un muro.

Ora, cosa ci ànno proposto in quei servizi a sostegno dell’efficacia delle “cure”?
Purtroppo l’atteggiamento è esattamente l’opposto del procedimento che ò spiegato.
Comprensibilmente, perché il genitore di un bambino malato istintivamente vede dei miglioramenti che gli diano una speranza.
Ma in scienza non si fa così.
Non conosco la materia, ma ragionando scientificamente mi viene istintivo fare l’avvocato scientifico del diavolo (non verso me stesso ma verso gli altri).
Per esempio: i miglioramenti sono veramente correlati alle “cure”? Può darsi che un miglioramento ci sia dopo le “cure” ma magari è solo un caso. Magari ogni tanto ci sono miglioramenti temporanei, e casualmente sono avvenuti dopo le “cure”. Così tu pensi che siano dovuti a quello, ma in realtà sarebbero accadute comunque. Magari un miglioramento temporaneo capita una o due volte nel decorso della malattia, e se ti capita dopo le “cure” è faci intendere che sia dovuto a quelle.
Per capire se c’è correlazione tra miglioramenti e “cure” bisogna avere dati molto più sostanziosi.
Un’altra ipotesi: magari il miglioramento c’è ed è dovuto alla “cura” ma è solo un piccolo “rimbalzo”. La malattia procede comunque.
Lo spiego con un grafico:

cure 1
Dopo le “cure” la tua condizione migliora (la grandezza sull’asse verticale è fittizia, può essere qualsiasi grandezza che indica una condizione del corpo).
Dopo un po’ però la condizione ritorna a peggiorare. Quello che tu presumi è: peggioro perché ò interrotto le cure.
Perciò devo riprendere al più presto per tornare a migliorare.

cure 3

Poi magari scopri che in realtà la condizione continua a peggiora anche continuando le “cure”.

cure 2
Peggiora comunque, le cure ti fanno fare solo dei rimbalzini, ma non ti fanno guarire.
Quello che avevi visto nel grafico precedente era un artefatto. Ti eri illuso che le “cure” potessero metterti sulla via della guarigione, e che averle interrotte era la causa per cui il grafico era tornato a scendere. In realtà il grafico sarebbe sceso comunque.

E così puoi continuare fin che vuoi a cercare nuovi motivi per smontare la tesi.

Ecco, nel servizio televisivo non è stato mostrato nulla di tutto ciò. Al contrario, è stata seguita la via opposta, quella di credere a quello che si spera sia vero. Quella di guardare il primo grafico e gridare al miracolo invece di fermarsi e dire “calmi, vediamo se è davvero così“.

Lo ripeto, quelle che ò descritto sopra sono solo due argomentazioni da avvocato del diavolo che mi sono passate per la mente guardando il servizio da persona non esperta della materia.
Sono supposizioni di eventuali falle che si possono applicare a mille altri casi nelle discipline più diverse.
Chi è esperto dell’argomento può trovarne mille altre di possibili cause di artefatto.

Poi vabbe’, c’è il punto 1 in cui ti dicono: vabbe’, ma il bambino non à nulla da perdere, che male c’è a provare. E lì la fallacia sta tutta nella tesi: come fai a dire che non à nulla da perdere? Prima presentami i rischi dell’intervento. Per bassi che siano ci sono sempre. Poni che il bambino muore durante l’intervento. Tu puoi pensare che la possibilità di guarire vale la pena rischiare di morire subito invece che tirare avanti altri sei mesi ammalato. Altri la pensano diversamente, magari per loro sono più importanti quei sei mesi di vita in più, anche da ammalati. Il “non à nulla da perdere” è una tua ipotesi.

Ma a parte questo, il punto importante (ed il motivo per cui scrivo questo post) è appunto il discorso sull’avvocato del diavolo che menzionavo prima.

Chi à una forma mentale di tipo scientifico va in automatico a fare l’avvocato del diavolo. Perché è abituato a farlo con sé stesso, e quando vede che gli altri non lo fanno (anzi, cercano di sostenere i propri lavori) si insospettisce sempre.
Cercare di smontare un risultato per vedere se sta in piedi è un riflesso automatico, ed è quello che ti garantisce i risultati migliori nella scienza. In questi casi invece ti garantisce una buona dosa di difese naturali contro tesi proposte come verità e che invece sono traballanti.
È una sorta di vaccino antibufala, se volete.

Il motivo per cui ne parlo non è per  dire che sono figo perché ò il vaccino antibula. La ragione per cui ne parlo è perché mi sembra assai preoccupante come invece il paese ne sia sprovvisto.

Davanti a quel servizio la reazione delle masse è stata di “dargli dentro” ai magistrati e al ministero (i cattivi), dando per scontati e ovvi i punti 1, 2 e 3.
Far passare i social cosi su questa vicenda è stato sconfortante. Tutti a seguire l’emotività dei servizi e pochissimi a fare l’avvocato del diavolo scientifico.

Il problema va al di là del caso specifico in sé: è un problema di impostazione generale della gente. La stessa impostazione che fa fare scelte assurde in campo energetico, contro ogni numero e logica, perché basate sull’emotività e non sul ragionamento scientifico.
Io penso che bisogna fare qualcosa per correggere questo problema. Bisogna ripartire dalla scuole.

Bisogna iniziare a insegnare la scienza non solo come insieme di nozioni ma come metodo. Bisogna insegnare ai ragazzi ad applicare il ragionamento scientifico perché così da adulti saranno più robusti.

Io lo proporrei proprio come metodo di test: oltre al classico “risolvi” propongo problemi basati sul “trova cosa non va”.
Oltre all’insegnamento della scienza propongo l’insegnamento della storia della scienza, dove uno può scoprire come sono nate le leggi fisiche che studia, così che capisca l’evoluzione, il ragionamento, il “qualcosa non torna qui, non è che magari…“.

Un cavallina storna in meno e un po’ di scienza insegnata bene di più.

 

In Germania sono avanti

March 6th, 2013 by mattia | 9 Comments | Filed in bufale, perle giornalistiche

Da repubblica.it di oggi, 5 Marzo 2013

L’operazione appare un tantino spregiudicata, ma d’altronde l’evento è mondiale (l’addio del Papa e il Conclave). Ed è forse per questo motivo che gli affari, come spesso accade, coniugano l’onda della cronaca. Insomma: fede e affari. Nasce così in Germania questa birra artigianale dedicata al Papa con tanto di foto di Benedetto XVI sulla confezione. E’ la “Pope Beer” (corbis)

La birra del Papa pubblicata da repubblica.it

La birra del Papa pubblicata da repubblica.it

Questa qui sotto invece è una bottiglia di birra che acquistai di persona a Colonia il 18 agosto 2005.

DSCF0348

 

Si vede che in Germania sono così avanti che nel 2005 iniziarono a commercializzare una birra per l’addio del Papa nel 2013.

Piesse: poi c’è da capire perché la chiamano “Pope Beer”. Cazzo c’entra l’inglese qui?

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