Archive for the ‘riflessioni’ Category

Quando il molestato è un uomo

October 18th, 2017 by mattia | 3 Comments | Filed in ignoranza, perle giornalistiche, riflessioni
Prendete questo articolo de Il Giorno.

Racconta di un ragazzo di Monza di 27 anni che ha subito una violenza sessuale.
L'articolo però aggiunge:
La realtà dei fatti per fortuna è meno grave di quanto sembri.

Un signore l'ha infatti palpeggiato nelle parti intime in stazione. Le autorità indagano avendo come ipotesi di reato la violenza sessuale, ovviamente perché per la legge quella è. Una stimolazione dele zone erogene è una violenza sessuale per la legge italiana.

Ma insomma, gli ha solo spalpignato un po' il cazzo, che sarà mai... Violenza sessuale, addirittura!!!111!!!
Per Il Giorno uno che ti palpa i genitali non è mica così grave come può sembrare quando usi le parole violenza sessuale.

Ora, provate a prendere questo articolo e metterlo al femminile. Immaginate che una donna denunci un uomo per violenza sessuale in quanto è stata palpeggiata nelle parti intime. E immaginate che un giornale scriva che la realtà è meno grave di quanto sembri.
Ora immaginate le reazioni scandalizzate. Come si permette di sminuire una violenza del genere? E via con le orde di femministe che devastano la redazione. Via coi provvedimenti disciplinare e l'espulsione del giornalista dall'ordine.

Se invece la violenza è su di un uomo, niente.

Fin quando non risolviamo questa ipocrisia tutte le belle parole e le belle campagne contro la violenza sessuale non valgono nulla.

#quellavoltache mostrai belle foto del Lario

October 16th, 2017 by mattia | 31 Comments | Filed in ignoranza, riflessioni
Forse ha un po’ esagerato portandomi a casa quando io non stavo nemmeno flirtando, ma eravamo giovani.

Leggete questo racconto. Vi prego, leggetelo prima di continuare.
Fatto?

Ecco, adesso vi racconto questa storia.
Era il 2005, festa Erasmus al mio dormitorio. Tra i tanti c'era anche una tipa finlandese biondissima. Spoiler: non abbiamo scopato. Anni dopo andò a fare la guerra in Afghanistan con l'esercito finlandese. Non le ho mai chiesto se ha mai ammazzato qualcuno, però insomma... mi è venuta un po' di paura: una così durante una fellatio capita anche che te lo sgagni via.

Ad ogni modo, con un astuto stratagemma riesco a portarla in camera mia, 103b. Mi vergogno quasi di raccontare lo stratagemma da quanto mi suona stupido ora: le dissi che volevo mostrarle foto del mio paese natio, Lecco. Le montagne, il lago... dio mio, quasi peggio della collezione di farfalle. Ma al tempo la scusa reggeva: eravamo giovani, con poche esperienze all'estero; avevamo viaggiato poco, tanto che l'Erasmus in Europa centrale era per molti la scusa di prendere un treno o un autobus e farsi un fine settimana a Berlino, Budapest, Vienna... Perché ci eravamo aperti al mondo da poco ed eravamo curiosi di conoscerlo. Così quando ti trovi tutto d'un tratto circondato da stranieri sei curioso, vuoi scoprire tutto del paese da dove vengono. Ogni giorno conoscevi qualche nuova persona che veniva da un bizzarro paese straniero: ne imparavi la geografia, qualche parola caratteristica della lingua locale (sì, so le parolacce e anche la macchina del capo in finlandese), scoprivi una nuova meta per il prossimo viaggio.
Vedete, messa così ora suona meno patetica come scusa: vieni, ti faccio vedere le foto del più bel lago del mondo...

A un certo punto ci troviamo seduti sul mio letto mentre le mostro un'edizione speciale del Conde Nast Traveller sul lago di Como, le Grigne, il Resegone...
All'improvviso si gira, mi guarda in faccia e mi dice: oh, io mica sono venuta qua a fare quelle cose lì, eh?

Onestamente: non ricordo nemmeno cosa risposi. Boffonchiai qualcosa, probabilmente. Ma insomma... l'uccello rimase nelle mutande quella sera e ritornammo alla festa.
E vabbe', sulle intenzioni erotomane di un arrapato studente di ingegneria ci era arrivata un po' tardi, ma alla fine ci era arrivata.

Ora, prendete quel racconto che vi ho detto di leggere prima: qual è la differenza?
Ho qualcosa forse da rimproverarmi per averci provato con quella finlandese? È un problema mio se quella ha capito solo quarto piatto che era polenta?

Certo, l'autrice si para il culo dicendo che non era una molestia. E grazie al cazzo.
Ma allora perché racconti di uno che, banalmente, ci ha provato?
Di racconti del genere potreste essere protagonisti anche voi, ognuno di voi (ché non ci credo neanche un po' che uno di voi non hai mai portato a casa una donna con uno stratagemma del genere). Vi piacerebbe essere tirati in ballo in questo dibattito con frasi del tipo:
Ma che ne sai, tu, di come ci si sente quando non hai via d’uscita, e devi calcolare quale sarà la strategia meno dannosa per uscirne?

Non la chiama molestia, ma insomma... lui ha esagerato portandola a casa quando non stava flirtando.
L'ha portata in una situazione in cui non aveva via d'uscita.

Che significa: ragazzi, o una ti salta addosso allupata oppure voi dimenticatevi di portare a casa una ragazza con una scusa, più o meno banale.
Perché poi queste vanno sull'internet a dire che hai esagerato visto che non stava flirtando. Deve proprio tirarti fuori l'uccello al ristorante per avere l'autorizzazione a dirle ehy, andiamo da me a finire la serata con un buon moscato?

Quel racconto non dovrebbe nemmeno esistere: è il racconto di come milioni di uomini ci provano ogni giorno con altrettante donne. Alcune di queste magari sono poco sveglie e non capiscono che se un uomo ti invita a casa sua non è per dire la compieta e quando se ne accorgono dicono ah, ma io mica sono qui per scopare, eh e se ne vanno.
Non c'è nemmeno alcun motivo per raccontare questi episodi pubblicamente in un dibattito che ha a che fare con le molestie, queste sì, vere.

Il problema è che così si sposta sempre più l'asticella. Racconti come quello fanno passare l'idea che ci sia qualcosa di riprovevole anche solo a portare una donna in casa con una scusa alla collezione di farfalle.
Di questo passo arriveremo a una società in cui per non essere oggetto di un racconto su internet nel dibattito sulla violenza sessuale sei obbligato a dire una donna:

- è stata una bella serata, vero?
- sì, hai scelto davvero un bel ristorante...
- anche il vino non era male...
- già... non bevevo un barricato così da secoli
- senti, visto che è ancora presto, perché non vieni da me a concludere la serata con un amplesso sessuale che prevede la penetrazione del mio pene nella tua vagina e all'occorrenza anche nella tua cavità orale? Se lo gradisci posso anche praticare una stimolazione clitoridea con la mia lingua.
- acconsento con piacere.
- ho il tuo assenso legale?
- sì, sì...
- bene, allora firma questa dichiarazione in cui affermi che non ti ho portata a casa con uno stratagemma ma dichiarando preventivamente che il mio scopo era avere un coito con te.

Perché di questo passo arriveremo a questa situazione, eh.
E per carità, per me va anche bene. Basta che poi non mi dite che non siamo romantici, che non abbiamo la capacità di sorprendere, che non sappiamo comportarci, che dobbiamo conquistare.
Decidetevi.

 

 

Giacomo giacomo

October 13th, 2017 by mattia | 9 Comments | Filed in riflessioni


Ora sappiamo anche l'ora, 13.45.
La data già la sapevamo, otto novembre.

A quell'ora salirò in cattedra nell'aula 209 e darò la presentazione più difficile della mia vita (fino a questo punto), la lezione per diventare professore associato.

Mercoledì scorso sono andato a sentire quella di un collega: ebbene, mi sono cagato sotto.
Niente di speciale, anzi. Nessuno ha rotto i coglioni più del necessario, hanno fatto domande solo nel merito della lezione e nessuno ha fatto le pulci al suo CV, non hanno polemizzato sulla sua persona. E in alcuni settori (pubblicazioni, citazioni...) lo doppio in scioltezza.
Non c'è motivo razionale per aver paura. Però... però io mi sto cagando addosso ugualmente.
L'aula in sé m'inquietava, il pensarmi al suo posto mi faceva venire la tremarella.

Non è normale. Sono abituato a parlare in pubblico. Quando faccio una presentazione a una conferenza non ho alcun problema, non sono nemmeno un filo nervoso.
Ho fatto lezioni anche in ceco e non è stato facile: dopo un'ora e mezza di lezione frontale in ceco davanti a una classe di 60 persone al 95% madrelingua (o sorellalingua, gli slovacchi) ero stremato. Ma non avevo paura.
Ho la stretta allo stomaco appena ci penso.

L'ultima volta che mi è successo è stato nel 2003, quando dovevo discutere la tesi per la laurea di primo livello.
Poi già alla specialistica più niente.

Non so perché mi sta venendo questo nervoso. Forse è che sento l'importanza del ruolo.
L'italia è quel paese bizzarro per cui essere professore universitario è considerata una cosa di cui vergognarsi. C'è il "professorone" sinonimo di intrallazzatore, o di borioso. C'è l'idea del professore universitario chiuso nella torre d'avorio che non sa niente della vita fuori dall'università. Ma c'è anche il fatto per cui quando t'imbarchi in una discussione sulle reti sociali prima o poi se insegni in una università verrai insultato per questo motivo. Quando avranno finito gli argomenti ti diranno di "scendere dalla cattedra", oppure "per fortuna che vieni qua tu a insegnarlo a noi ignoranti", di smetterla di fare il professore... Anche se tu non hai nemmeno minimamente tirato in ballo il lavoro che fai: se il tuo interlocutore sa che insegni all'università prima o poi ti romperà il cazzo per quello.

Per le persone normali invece l'essere professore universitario è una cosa importante e prestigiosa.

La prima volta che qualcuno mi chiamò ingegnere mi fece senso: mi sembrava una cosa strana, inadeguata a me. Come un vestito che non ti appartiene e che ti fanno vestire a forza. Mi metteva a disagio. All'epoca pensai che questa reazione era dovuta al fatto che in casa mia nessuno era mai stato laureato, quindi non avevo mai sentito associare il nostro cognome a un titolo accademico.
Forse vale la stessa cosa adesso: mi sono abituato al dottor Butta, ma al professor Butta no. Figa, mi fa strano anche a scriverlo.
Forse è questa sensazione che mi provoca la stretta allo stomaco, chissà.

Cosa potete fare voi per aiutarmi? Niente, ovvio.
Se però siete per sbaglio a Praga potete venire a vedere la lezione: avere delle facce amiche tra il pubblico mi aiuterà tantissimo a rilassarmi.

 

 

 

Questo prodotto funziona col culo

October 12th, 2017 by mattia | 4 Comments | Filed in riflessioni
Da tre mesi ho intrapreso un percorso di allenamento per rimettermi in forma (dall'infortunio dello scorso dicembre sono rimasto bloccato fino all'estate).

Il programma funziona, ma ho perso solo 7 kg in tre mesi. Sulla bilancia. Addosso sento di aver perso più ciccia. Come mai? Perché nel frattempo ho aumentato la massa muscolare con appositi esercizi.
La massa del mio corpo quindi non dice molto, dovrei conoscere la massa grassa, non la massa totale.

Così ho deciso di comprare una bilancia che misura anche la massa grassa (leggo in giro che non sarebbero molto precise perché le misure delle bioimpedenze da cui si deriva la massa grassa si dovrebbero fare con il soggetto sdraiato, non in piedi... ma amen).

Compro la Beurer BF700 e scopro una cosa spiacevole. No, non che sono un lardoso... quello lo sapevo già.
Scopro che per far apparire il numeri della percentuale di massa grassa, di acqua e di ossa bisogna configurarla con il telefono via bluetooth.
Solo che il mio HTC non ne vuole sapere di connettersi alla bilancia. Solo alcuni modelli di telefono infatti riescono a connettersi.
Così posso vedere solo la massa. Salgo sulla bilancia e mi mostra solo quel numero, come se fosse una bilancia classica. E grazie al cazzo, cosa l'ho comprata a fare allora?
Se voglio vedere la percentuale di grasso devo per forza configurarla con un telefono. Altrimenti nisba.

Il problema è stato risolto con un altro telefono, ma io mi sono chiesto cosa c'era nel cervello di chi ha progettato questa bilancia.
Ok, la bilancia puoi collegarla al telefono per memorizzare i dati. Puoi gestire più persone con la stessa bilancia. Ottimo.
Ma perché cazzo non la impostano come predefinita per mostrare tutte le misure e non solo la massa? La consideri una misura "libera" non associata ad alcun utente, non la memorizzi in alcun telefono... la mostri solo sul display e dopo 20 secondi scompare. Se mostra la massa può mostrare anche le altre misure.
Perché devi associare un profilo alla bilancia per poter vedere la percentuale di grasso?

È un'impostazione stupida: non ha un motivo logico e rende il tuo prodotto meno accessibile. Perché devi mettere in conto che qualcuno ha un telefono non compatibile quindi rischia di non potere usare la bilancia. E magari s'incazza con te perché gli hai promesso una bella bilancia con tante funzioni interessanti e se non ha un telefono compatibile si trova una cosa modernissima che però gli dà la stessa informazione che gli dava la bilancia della zia, la massa.

Davvero, non riesco a trovare una motivazione logica.
E sì, è assolutamente vero che sulla confezione scrivono "per sfruttare tutte le funzioni serve collegarla a un telefono intelligente dotato di Bluetooth". Legalmente stanno dalla parte della ragione.
Ma questo non rende la loro scelta più sensata: se scrivi sulla confezione "questo prodotto funziona col culo" magari hai anche ragione da vendere a respingere le lamentele ma mettere sul mercato un prodotto che funziona col culo continua a non essere saggio.

 

#paritàdisalari!!!11!!!

October 12th, 2017 by mattia | 46 Comments | Filed in riflessioni
Probabilmente avete sentito la notizia: le giocatrici della nazionale di calcio norvegese ora riceveranno la stessa paga dei colleghi della squadra maschile. A ruota è partito l'AEIOUipsilon delle femministe al grido di #paritàdisalari!!!11!!!

Allora, iniziamo a dire che il tema è già idiota di per sé: un qualsiasi calciatore probabilmente pagherebbe per giocare in nazionale. Quasi sicuramente lo farebbe gratis.
Inoltre, non stai parlando della cassiera del supermercato a cui aggiungi 50 euro in più di stipendio. Quindi, chissenefrega.

Ma la fallacia logica c'è ugualmente (come in ogni idea che esce dalla testa tarata delle femministe), quindi vale la pena analizzarla.

Partiamo da un concetto semplice: il calcio è uno spettacolo.
Quando lo pratichi tu al campetto è un'attività fisica, un gioco, un divertimento. Ma quando è sport agonistico si tratta di uno spettacolo. E lo spettacolo segue regole molto precise: più fai spettatori e più guadagni.
I calciatori non sono più ricchi dei cestisti perché il calcio ha un valore intrinseco maggiore della pallacanestro, ma - banalmente - perché quando gioca la nazionale di calcio fa 15 milioni di spettatori e quando gioca la nazionale di pallacanestro no.
Perché la gente compra le magliette, i profumi, gli accessori marchiati Cristiano Ronaldo e non di un cestista.

Nessuno si lamenta di questo fatto, è come gira il mondo. Non puoi dire alla gente cosa deve ammirare. Se alla gente piace di più il calcio i soldi vanno lì.
Lamentarsi perché un calciatore guadagna N volte più di giocatore di pallacanestro è come lamentarsi perché Vasco Rossi guadagna più di un soprano per quanto il secondo sappia cantare. Mica puoi obbligare la gente per legge ad andare a teatro invece che ascoltare dei rigurgiti vocali.

E su questo siamo tutti d'accordo, spero.
Ora, lo stesso principio si applica non solo tra sport diversi ma anche tra lo stesso sport ma maschile e femminile. Di fatto il calcio femminile e il calcio maschile sono due sport diversi.
Se trasmetti in TV la partita della nazionale femminile di calcio non fai 15 milioni di spettatori. Ne fai forse meno della partita di cricket. Quindi puoi considerarla come un altro sport.
Se accetti che un giocatore della nazionale di cricket guadagni meno di uno della nazionale di calcio allora devi accettare una paga minore anche per una giocatrice di calcio.

Mi direte: ma è sempre calcio! È lo stesso sport!
No, non è lo stesso sport. Ricordate, a questi livelli è spettacolo. I soldi derivano dal fatto che è uno spettacolo che incassa soldini solo se piace alla gente.
E il calcio femminile è un altro tipo di spettacolo. La gente in uno sport cerca due cose: tecnica e potenza. La tecnica da sola non è sufficiente. Sport altamente tecnici ma dove non appare la potenza fisica non attirano nessuno. Avete mai visto folle osannare campioni di tiro con l'arco? No, perché capita anche che siano quarantenni con la panza. Saranno anche precisissimi nel loro gesto atletico, ma non c'è potenza fisica, quindi non attirano ammiratori. Uno nello sport vuole vedere il sudore, la bestia, lo sforza sovraumano...
Una maratona invece è uno sport in cui la precisione è - quasi - inesistente ma sei una bestia se riesci a fare 42,195 km in poco più di due ore. Quindi magari non diventi ricchissimo, ma nomi come Gelindo Bordin od Orlando Pizzolato sono entrati nella leggenda.
Il calcio è uno di quegli sport in cui tecnica e potenza si uniscono entrambe ad alto livello. Quando Del Piero tirava una palla nell'angolino della porta la gente andava in visibilio perché da una parte aveva la tecnica che gli consentiva di fare tiri ad effetto con una precisione enorme ma dall'altra perché aveva sotto dei quadricipiti femorali della Madonna.

Una donna non tirerà mai un tiro come Del Piero, la palla non avrà mai quella potenza. Guardare una partita di calcio femminile fa pena. Perché anche se sono brave nella tecnica non hanno mai quella potenza che invece hanno gli uomini.
E non potrà mai averla perché il corpo di una donna è diverso dal corpo di un uomo. Potete negarlo quanto volete, potete raccontarvi la favoletta che uno decide il proprio genere a seconda di come si sveglia la mattina. Ma poi c'è la realtà che bussa alla porta: la donna è fisicamente inferiore all'uomo.
Non deve stupire dunque se la gente preferisce guardare la versione maschile di uno sport: se cerca la potenza fisica la trova dagli uomini, non tra le donne.

Non vi piace questa realtà dei fatti? Amen. Ma rimane una realtà anche se a voi non piace.
A questo punto o decidi di abolire il concetto di spettacolo e obblighi la gente a guardare sia la partita di calcio maschile che quella femminile, oppure se accetti che la gente guardi ciò che preferisce devi pure accettare che un giocatore di calcio guadagni più di una giocatrice.
Il resto sono masturbazioni mentali senza alcuna logica.

Volendo contare i morti

October 10th, 2017 by mattia | 5 Comments | Filed in riflessioni
Ogni anno sento ricordare il disastro del Vajont nel suo anniversario. Il problema è che non sento mai fare le uniche riflessioni che sarebbero utili su questo disastro. Mai.

Ad esempio che quei 1.917 causati dalla frana del monte Toc nel bacino artificiale sono morti da attribuire alle energie rinnovabili, all'idroelettrico.
Usando gli stessi stratagemmi comunicativi di certi ambientalari dovremmo dire che l'idroelettrico in italia ha fatto 1.917 morti in più dell'incidente di Fukushima. Ma nessuno va in giro a dire che "l'idroelettrico uccide".

Il disastro del Vajont ci ricorda due cose. La prima è che le rinnovabili non sono quelle cosine magiche che vediamo nei disegnini dei libri di scuola o dei volantini di grinpiis. Sono strutture fisiche con dei limiti. Per l'idroelettrico ad esempio il limite è che non puoi costruire dighe ovunque. Ci sono dei posti dove puoi creare bacini artificiali e altri posti dove non puoi (come si è visto). Quando parli di queste tecnologie quindi non è che puoi dire facciamo più idroelettrico! se poi sono finiti i posti dove puoi farlo senza che una montagna ti frani nel bacino d'acqua.

La seconda è che l'impatto di una tecnologia va valutato nel suo complesso. Con quella diga (e le altre collegate) si sarebbe potuta alimentare, indirettamente, l'auto elettrica del vostro vicino di casa che va in giro a dire di essere figo perché lui non inquina. A che prezzo?

Chi si ferma al tubo di scappamento della propria auto e dice che è ecologico  fa un errore madornale. Ma lo fa anche chi dice che non inquina coi suoi pannelli fotovoltaici o con le pale eoliche.
Perché così come non ti fermi al tubo di scappamento dell'auto non puoi fermarti nemmeno al pannello fotovoltaico quando lo compri dal tuo installatore di fiducia. C'è questo articolo che spiega bene le varie fonti di inquinamento nella produzione dei pannelli fotovoltaici. Però ehi, questo inquinamento sta in Cina dove producono i pannelli, che me ne frega ammè. A me interessa che non ci sia il tubo di scappamento del SUV che spara veleni ad altezza carrozzina quando porto in giro mio figlio (cit.)
Chi se ne fotte dell'inquinamento in Cina.

Il problema, come ho detto più volte, è che è mostruosamente difficile misurare l'impatto ambientale come se fosse una variabile unica, con un'unità di misura. Ci sono mille forme d'inquinamento: come le pesi? Conta di più una tonnellata di CO2 immessa nell'atmosfera o un ettolitro di liquido inquinante sversato in un fiume?

Non ho una risposta: è un problema mostruosamente complesso che prima o poi però dovremo affrontare per fare delle scelte.
Quello che preme far capire è che non è un problema affrontabile con un tuitt da 140 caratteri, e che chiunque vi dice che lui è ecologico perché ha l'auto elettrica come minimo sta semplificando oltre misura.
Il disastro del Vajont è lì a ricordarcelo.

 

 

I paranoici dell’algoritmo

October 9th, 2017 by mattia | 30 Comments | Filed in riflessioni
La storia l'avrete sentita tutti ormai. Io l'ho letta così tante volte che ormai non so più nemmeno se è vera o una leggenda metropolitana.
Siamo negli Stati Uniti Americani e un padre va a protestare al supermercato perché ha mandato dei buoni sconto alla figlia adolescente per l'acquisto di biberon, carrozzine e articoli per l'infanzia. È forse un modo per indurre una ragazza a una gravidanza precoce? A una ragazza così giovane! contesta.
Arrivato a casa parla con la figlia e scopre che in realtà è incinta: il supermercato l'aveva scoperto prima di lui grazie a sofisticati algoritmi che hanno dedotto la gravidanza della figlia dagli acquisti che faceva usando la carta fedeltà del negozio.

Questa storiella è spesso utilizzata per metterci in guardia dai pericoli derivanti dalla cessione di dati personali sugli acquisti, per raccontare quanto potenti questi algoritmi possano essere se riescono a sapere così tanto di noi.

L'altro giorno ho letto un'altra storiella che è indicativa di quanto sono potenti questi algoritmi. Al noto fumettista don Alemanno è stata bloccata sul feisbuc la vendita di un albo a fumetti intitolato "pillole di Jenus". Sapete perché? Perché l'algoritmo l'ha scambiato per... delle pillole, quelle mediche, che ovviamente non possono essere vendute su internet.

Pensate a quanto è potente l'algoritmo, confonde un libro per dei medicinali solo perché il titolo contiene la parola "pillole". Manco l'NSA è così precisa. Inquietante!

Oh, stiamo parlando di feisbuc, una delle strutture più potenti del mondo di internet. Lo stesso sito che - insieme a tanti altri - mi sta bombardando da settimane di pubblicità elettorale ceca. Gli algoritmi sono così potenti che nemmeno capiscono che non sono ceco e che il 20-21 ottobre non andrò a votare per il parlamento ceco. Mica è così difficile da intuire: non scrivo quasi mai in ceco sulle reti sociali, uso i programmi e le applicazioni il lingue diverse dal ceco... è così difficile intuire che anche vivendo in Rep. Ceca non sono ceco?
Fosse solo per questo: sul feisbuc scrivo tonnellate di cose da cui si può dedurre che non sono ceco con un'ottima precisione.

Ah, i potentissimi algoritmi di feisbuc. Vedono l'IP ceco e per loro sei catalogato come un potenziale elettore ceco. Figa, che algoritmi precisi. Paura!

La storiellina della ragazza americana incinta è interessante e tutto quanto, ma è un caso. Per un caso in cui l'algoritmo ci prende in modo così preciso ce ne è un altro in cui l'algoritmo fa acqua da tutte le parti come questi che ho descritto qui sopra.
Prima di fare i paranoici dell'algoritmo e descrivere la società del futuro in cui gli algoritmi prenderanno il sopravvento e decideranno tutto al posto nostro iniziate a verificare quanto funzionano veramente adesso questi algoritmi. Con studi seri, non con l'aneddotica.

Car* tutt*

October 7th, 2017 by mattia | 10 Comments | Filed in riflessioni
L'altro giorno ho ricevuto un messaggio posta elettronica di lavoro, in italiani, che iniziava con

Car* tutt*,


Siccome chiedeva di scrivere una presentazione del mio gruppo di lavoro gli ho risposto così:
Gentil* colleg*,
sol* un* domand*: l* presentazion* dobbiam* scriverl* i* italian* oppur* mettend* asterisch* a casacci* ne* test*?


Matti* Butt*

Non mi ha risposto.
Non so se si è offeso o se ha capito di aver fatto una vaccata. Se stai leggendo questo post te lo dico in modo semplice: hai fatto una vaccata.

Per tutti gli altri il messaggio è questo: quando scrivete cose tipo Car* tutt* voi pensate di essere dei fighi moderni, anti sessisti, anti omofobici, contro il gener gap e persino degli eroi che salvano il mondo dal femminicidio.
Ebbene, siete solo dei coglioni.