Archive for the ‘riflessioni’ Category

Giocare a calcetto alle conferenze

April 25th, 2017 by mattia | 5 Comments | Filed in riflessioni
Oggi al termine della conferenza c'era un ricevimento per i giovani professionisti e io mi ci sono imbucato anche se di giovane ormai ho poco (sul professionista non so).
In realtà mi ci sono imbucato per due ragioni: la prima è che promettevano cibo e beveraggio gratuito (poi in realtà c'era solo il secondo ma va bene ugualmente, due o tre birre da scroccare non si rifiutano mai). La seconda è che ho incontrato un'amica che conobbi a Madrid così tanto tempo fa che non mi riconosceva più. Del tipo che a un certo punto mi fa: ma tu non avevi i capelli lunghi una volta? Eh, sì, ma li ho tagliati sette anni fa. Questo per dire da quanto non ci incontravamo. E quando non ti incontri da tanto tempo hai tante cose da raccontarti.
Così siamo andati insieme al ricevimento. Chiacchierando senza sosta (anche perché forse lei corrisponde perfettamente alla definizione di donna che non smette mai di parlare).

Il ricevimento, dicevo. Birra e chiacchiere ma anche il discorso di un professore su come avviare la propria carriera nel mondo scientifico. Penso di non fare nulla di male a dire che il professore in questione era David Jiles. Durante il discorso ha parlato anche dell'importanza delle conferenze: per le presentazioni, le pubblicazioni e tutto il resto ok, ma soprattutto per una cosa, socializzare. Perché quando poi inizi la tua carriera e devi trovare dei fondi i contatti ti servono.

Lo diceva chiaramente: ha conosciuto persone estremamente brillanti, molto intelligenti, ma che avevano problemi a socializzare e questo li ha bloccati enormemente nel fare carriera.
Può non piacere ma è così, nel mondo scientifico - così come in quasi tutti i settori - per ottenere risultati non puoi startene da solo in un cantuccio, devi crearti una rete di contatti. Le conferenze sono il posto migliore per crearsi nuovi contatti e rinverdire relazioni già instaurate. Perché c'è sempre una bierstube dove prendere una birra e discutere rilassati di nuove idee e nuovi progetti.

Mentre Jiles raccontava del suo quadernetto dove annota tutti i suoi contatti che si crea alle conferenze e raccontava di gente in gamba che fallisce perché non si era creata i contatti mi è venuto in mente il povero Poletti che quando diceva le stesse cose è stato messo in croce. Ok, sta bene, Poletti ha la capacità straordinaria di prendere un concetto di buon senso e di raccontarlo talmente male da tirarsi tutti contro. Eppure ha detto esattamente le stesse cose che ha detto Jiles questa sera.

Ecco, a me sarebbe piaciuto prendere tutti quelli si sono stracciati le vesti per le dichiarazioni di Poletti e metterli lì ad ascoltare le realtà. Senza un Poletti da usare come sacco da bocs.

Una forma di maschicidio

April 22nd, 2017 by mattia | 10 Comments | Filed in riflessioni
Sicché, questo tizio è stato messo in galera con una condanna per aver molestato i figli.
Poi è saltato fuori che non era vero, hanno fatto la revisione del processo (e ringrazi il cielo che è riuscito a ottenerla) ed è stato liberato. Però intanto si è fatto  4 anni di galera per una cosa che non aveva fatto.

Come sono arrivati a condannarlo? Con le testimonianze dei figli, testimonianze che - hanno poi confessato - erano state indotte dalla madre per inguaiare l'ex marito.

Perché quando un matrimonio finisce male e vuoi vendicarti del marito basta pochissimo: è sufficiente inventarsi che molestava i figli e stai sicura che l'hai rovinato per sempre.
Sì, perché mica servono le prove. Mica condannano solo quando c'è l'evidenza della colpevolezza ogni oltre ragionevole dubbio. Basta dire che uno è un pedofilo e automaticamente quello è un pedofilo, in questo caso le prove non servono. Ai bambini puoi far dire quello che vuoi, tanto tutti sono convinti che i bambini non mentono (è una balla, i bambini mentono eccome, ed è facilissimo indurli a dire quello che vuoi, puoi anche facilmente creare falsi ricordi volendo) e condannano senza alcuna evidenza.

A questo punto servirebbero tre cose.

La prima è che gli psicologi e i giudici che hanno fatto finire quest'uomo in galera cambino lavoro. Perché se un ingegnere sbaglia i conti e viene giù un palazzo non lavora più. Non vedo perché delle persone così palesemente incompetenti possano continuare a far danni.

La seconda è che quell'oltre ogni ragionevole dubbio venga applicato per davvero. Se non ci sono le prove non si manda in galera una persona. Punto.
Se tu ti svegli dopo tre anni a dire che hai subito una violenza sessuale e non c'è alcuna prova che non il tuo racconto non si condanna nessuno. Altrimenti finisce come in questi casi in cui basta inventarsi una balla per rovinare la vita di una persona.

La terza è che si inizi a riconoscere il maschicidio, per dirla alla boldrinova. Perché quest'uomo ne è uscito (oddio, si è pur sempre fatto il 40% della pena...), ma altri no. Altri la pena la fanno tutta e rimangono per tutta la vita con questo marchio d'infamia. Quanti uomini sono stati rovinati dall'ex-moglie che per vendicarsi si è inventata che l'ex-marito molestava i figli?

Siamo tutti contro la violenza fisica, vero? Ora, volete dirmi che distruggere la vita di un uomo con un atto così crudele come l'accusa inventata di aver molestato i figli sia meno grave di dare due schiaffoni?
No, vero?
Ecco, allora se da una parte lottiamo contro quegli uomini infami che picchiano le mogli, allora dobbiamo anche lottare contro quelle donne che si inventano accuse di maltrattamento dei figli contro i mariti come strumento di vendetta in un divorzio.

Come fare? Ad esempio, una volta che l'accusa - come in questo caso - è caduta, la signora in questione viene presa, messa in galera e la sua pena dura il triplo di quella che ha scontato l'ex-marito.
E ringraziate il cielo che siamo in uno Stato di diritto, quindi punizioni come "calci nel culo a ripetizione sulla pubblica piazza" non si possono adottare.

Sarebbe poi bello se tutte quelle personalità che belano in continuazione di femminicidio e di violenza sulle donne una volta tanto dicessero due parole anche contro questa violenza - mostruosa - contro gli uomini.
Giusto per essere un filino obiettivi.o

 

Matematica per tutti

April 5th, 2017 by mattia | 7 Comments | Filed in praga, repubblica ceca, riflessioni, w la fisica
L'altro ieri in metropolitana ho visto a poca distanza due manifesti. Il primo era di un negozio di abbigliamento che  reclamizzava un completo elegante per uomo a 3.499 corone: avete paura della maturità? indossate questo vestito e metà della maturità ce l'avete già in tasca.
Mi domando se davvero gli studenti cechi vanno ancora a fare la maturità in giacca e cravatta (agli esami universitari fino a qualche anno fa sì, ora non più).

Il secondo manifesto è questo:



Maturità? Per l'ultima volta senza matematica.

L'URL porta a una scuola alberghiera che probabilmente così pubblicizza l'opportunità di fare la maturità da loro da privatisti. E invoglia con questo manifesto a non perdere l'occasione di fare la maturità adesso perché poi dall'anno prossimo sarà più difficile.

Il punto è proprio quello: dall'anno prossimo matematica per tutti alla maturità (dovrebbero essere escluse le scuole ginnasiali che inizieranno dal 2021 - ma perdonateli, hanno bisogno di qualche anno per imparare a fare le addizioni). Gli studenti dovranno quindi affrontare la triade: ceco, lingua straniera e matematica.

Dopodiché il sogno diventerà realtà: per avere la maturità tutti dovranno avere una base decente di matematica. Io avrei detto anche fisica, ma è meglio di niente.
Ché saper leggere e scrivere è importante, ma anche saper far di conto non è da meno. Altrimenti poi finisci per fare il ministro dell'istruzione e non sai calcolare le percentuali, per dirne una.

Appena ho tempo cercherò di studiare come hanno fatto a raggiungere questo traguardo, perché se ci pensate è una cosa enorme. Riuscire a imporre nel dibattito pubblico la questione della matematica come fondamento di istruzione a tal punto da renderla obbligatoria alla maturità non è mica facile. Eppure ce l'hanno fatta.
Diversi contesti, diverse società, certo, ma ce l'hanno fatta. Lo fanno loro possiamo farlo anche noi. Forse avremmo bisogno di tirare fuori le palle. Sì, perché se - giustamente - alcuni professori universitari fanno notare che gli studenti arrivano all'università incapaci di esprimersi in un italiano corretto dovremmo anche noi fare lo stesso per il lato matematico e scientifico. Perché essere "analfabeti matematici o scientifici" non è certo meno grave o trascurabile.
Eppure sembra una cosa nemmeno nominabile mettere una prova di matematica obbligatoria per tutti alla maturità come la prova di lingua italiana. Sembrerebbe una cosa impossibile. Eppure, l'hanno fatto loro...

 

Dagli al claud

March 30th, 2017 by mattia | 35 Comments | Filed in riflessioni
L'altro giorno mi sono comprato un piccolo servizio di server sul claud di un'azienda che fornisce servizi internet. La cosa mi ha gasato molto perché sono in pieno possesso del server: ci ho installato una distribuzione di CentOS e ora ci faccio quel cazzo che voglio. Posso cambiare tutte le configurazioni che voglio, non devo sottostare a scelte e impostazioni dell'azienda che mi vende il servizio, non devo andare in ginocchio dal sysadmin a chiedere se mi apre una porta o cambia il numero di email massime che posso mandare all'ora.

Il sysadmin sono io e il server lo gestisco io.

In pratica è come se avessi la macchina fisicamente vicino a me, ciò che pago è la comodità di non dovermi occupare della ferraglia, della continuità dell'alimentazione e della connessione. Al costo di circa un euro al mese per 1 GB di RAM e 20 GB di disco fisso e un indirizzo IP pubblico. Non male.
Diciamo che con una spesa limitata ho un servizio elementare nelle prestazioni sì, ma flessibilissimo che mi consente di fare tante cose sfiziose.

Parlano di queste cose davanti a una birra mi è venuto da riflettere sul termine claud; già perché sono rimasto un po' stupito dal fatto che lo chiamassero claud. Per come ne sentivo parlare io per claud si intendevano servizi per salvataggio di dati in un server in modo da averli accessibili, ad esempio, da più dispositivi ovunque si trovino. Tradotto: uno spazio dove salvare le foto con le tette al vento che poi qualcuno ti entra dentro e te le ruba mostrandole al mondo.

Messa così hanno anche un senso coloro che scheccano incontrollati ogni volta che sentono parlare di claud. Davvero ti è necessario salvare dati sensibili in un computer di altri solo per averli sempre a disposizione? Non sai dov'è fisicamente il centro dati, non sai com'è gestito, non sai che sicurezze ha... e tu gli metti su i tuoi dati?

La demonizzazione del claud però non può e non deve essere totale. Perché io sento gente che appena sente la parola claud inizia a urlare computer di altri! computer di altri! computer di altri! Donald Trump (no, scusate, Trump non c'entra niente, ma oggigiorno quando qualcuno schecca di solito tira dentro sempre anche lui).

Sì, il mio serverino è sul computer di altri. Quindi? Cosa dovrei fare? Qual è l'alternativa? Sì, potrei mettermi un RaspberryPi in casa e con 50 euro avrei le stesse prestazioni potendo controllare tutto e così via. Però poi dovrei metterci un UPS. Dovrei verificare l'affidabilità della mia connessione casalinga...
Troppe menate: pago un euro al mese per il servizio e non mi devo preoccupare più di niente. Potrei farlo sul computer mio anziché sul computer di altri? Sì, certo, ma è scomodo.

E allora usiamo pure il computer di altri senza troppe paranoie.

Se il carcere serve a qualcosa

March 28th, 2017 by mattia | 19 Comments | Filed in riflessioni, w la fisica
Innanzitutto vi chiedo scusa se in questo post sarò volutamente avaro di dettagli. La ragione la capirete a breve: si tratta di fatti molto delicati e ovviamente non posso permettermi di rendere riconoscibili le persone.
E poi lo scopo del post è fare una riflessione generale sul tema.

Ieri è morta una parente di una persona a me cara. Sapevo che era ammalata, ma solo poco tempo fa mi è stata raccontata tutta la storia: ha rifiutato ogni cura che - forse - avrebbe potuto salvarle la vita in quanto era stata plagiata da una guru che le diceva che non c'era alcuna malattia. Questa persona era dunque convinta di non essere ammalata, persino nei suoi ultimi giorni di vita.
A nulla sono valsi i tentativi dei parenti di convincerla a curarsi, era incapace di ammettere la realtà da tanto era convinta della bontà di quello che diceva questa guru.

Una storia come tante che sicuramente avrete già sentito, non aggiungo niente di nuovo se non che essendo capitata a qualcuno che conoscevo mi fa riflettere un po' di più. E proprio settimana scorsa, parlando con questa sua parente che mi raccontava la sua storia cercavo di riflettere su cosa si potesse fare. E la conclusione, amara, a cui si è arrivati è stata niente. Non ci puoi fare niente. Se sono così plagiati non c'è nulla che puoi fare per convincerli a curarsi. Non c'è un ragionamento razionale che puoi portare, poiché negano la realtà. Ma non c'è neanche da portare discorsi sull'istruzione che rende meno vulnerabili a questi plagi, ché questa persona era pure istruita eppure c'è cascata ugualmente.

E allora cosa fai? L'unica soluzione è rinchiudere questa guru in galera per il resto dei suoi giorni. Affinché almeno non provochi ulteriori danni plagiando altre persone.

Mi avrete sentito dire fino alla noia che io sono contro le censure, che se qualcuno dice una panzana io non sono per chiudergli la bocca ma per smontare quello che dice. Mi avrete sentito dire fino allo sfinimento che io sono per potenziare l'istruzione scientifica affinché la gente non cada nelle mani di certa gente, affinché abbia strumenti scientifici per non essere vulnerabile.
E sono tutte cose giuste, per carità. Ma non bastano. Perché qualcuno che rimane plagiato esiste sempre e il dovere della società è di tutelarlo.

L'unica strada è quella di rimuovere dalla società questi soggetti pericolosi che plagiano le persone e le inducono a non curarsi? Bene, facciamolo.
Sono andato a controllare qual è la pena per l'esercizio abusivo della professione medica in italia: reclusione fino a 6 mesi o multa da 103 euro a 516 euro. Ora vogliono alzare questa pena a 2 anni di reclusione (per la multa propongono da 10 mila a 50 mila euro). La proposta di legge è già stata approvata da senato e ora riposa alla camera.

A me sembra ancora poco. Con una condanna a 2 anni una persona che fa questi danni in galera non ci va, rimane libera di continuare a fare danni.
Lo sappiamo tutti che il carcere ha funzione rieducativa, ok. Ma ha anche lo scopo di evitare che pericolosi criminali facciano danni nella società. In questo caso non serve una pena più alta perché sia educativa, serve una pena che faccia finire questa gente in galera in modo da evitare che sia libera di plagiare altre persone.

La mia proposta: se lo fai la prima volta sono cinque anni di carcere (che ti fai sul serio), se quando esci lo rifai diventano dieci e se una persona muore perché non si è curata in quanto tu l'hai plagiata ti fai l'ergastolo.
Non sei mesi (che poi nemmeno ti fai).
L'ergastolo, in modo che tu non possa più andare in giro a fare danni.

A chi - prevedibilmente - mi accuserà di essere eccessivo rispondo subito che negli ultimi anni ci stanno facendo una testa così con reati come l'omicidio stradale o addirittura l'omicidio d'identità (dove non si uccide niente, è solo un modo fantasioso per definire delle lesioni gravi).
Qui c'è un omicidio, un omicidio vero: volete non punirlo come tale?

Il nuovo vigneto, il grande freddo e un po’ di statistica

March 27th, 2017 by mattia | 9 Comments | Filed in cantina, riflessioni


Ricordate il grande freddo dello scorso anno? Sì, quello che mi ha distrutto tutto. La produzione del vecchio vigneto, dove le gemme si stavano già aprendo e sono rimaste necrotizzate dal gelo, il raccolto di albicocche e pure quello delle noci.
Ma soprattutto ha ammazzato le piantine del vigneto nuovo che avevo piantato. Una fitta al petto dal dolore.

Quest'anno - testa dura quale sono - ho ripiantato tutto. Anzi, invece di 120 barbatelle ne ho piantate 128 (erano 130 ma 2 le ho regalate a un vicino che me le ha chieste). Moscato moravo, la mia qualità preferita.

L'esperienza dello scorso anno però è stata utile. Quest'anno ho reperito questo foratore per terreno:



Manuale, non motorizzato, ma ugualmente utile. In pochi secondi fai un foro preciso e profondo che ti consente di installare la barbatella al punto giusto. Farlo con la vanga come ho fatto lo scorso anno è stato qualcosa di devastante, con questo attrezzo ci ho messo la metà del tempo e molta meno fatica. Pirla io a non averlo usato pure lo scorso anno. È talmente bello fare i fori con questo attrezzo che mi metterei a forare ovunque solo per il piacere di usarlo.

Mentre sono lì che lavoro come al solito arrivano quelli che ti dicono cosa devi fare e come devi farlo. E tu che fai? mica puoi mandarli a cagare. Cioè, delle volte sì, lo faccio (poi imparano la lezione e tengono il naso fuori dalla mia terra), altre volte invece faccio il bravo.
Nel tempo però ho imparato diverse tecniche per fermarli: la prima la uso quando iniziano a pontificare sulla qualità del terreno basandosi su... su... boh, sul niente. Forse su convinzioni personali dettate da chissà cosa. Be', io inizio a dire loro che ho fatto fare le analisi chimiche del terreno, mi invento magari che manca un po' di potassio e quelli si ammutoliscono. Poi non ricordo nemmeno se era il potassio a mancare, non importa; le analisi era tutto sommato equilibrate, ma se gli dici così non fa effetto. Devi nominare qualche elemento chimico: la gente si spaventa perché non sa cosa dire.

La seconda tecnica la uso quando mi dicono "hai fatto un errore": la risposta che uso è che "tutti facciamo errori, alcuni ad esempio s'impicciano dei fatti degli altri". (Che poi, mi mettessi io a spiegare gli errori di potatura che vedo sarebbe un bagno di sangue, invece io mi faccio i cazzi miei se non interpellato).

Ieri però c'è stato un momento in cui sono rimasto spiazzato. Il vicino menzionava il grande freddo dello scorso anno. Un freddo che i vecchi del paese non si ricordavano d'aver mai visto.
La deduzione del vicino? "Se ha fatto così freddo lo scorso anno almeno per cinque anni non farà una gelata".
Ovviamente è - statisticamente parlando - una scemenza.

Se un evento accade raramente non significa che non può accadere due anni di seguito. Significa che se prendi numeri enormi (facciamo qualche millennio) e conti il numero di gelate in media ce n'è una ogni 50 anni. Non che accade ogni 50 anni. Ripassino qui.
Per capirci, può anche darsi che capitino due gelate di fila e poi per 98 anni niente.

Ecco, io ero lì sulla terra con davanti sto tizio e avrei voluto spiegargli questo concetto semplice... eppure non ce l'ho fatta. Mi mancava la frase ad effetto, e la spiegazione completa era troppo difficile (difficile da dire per me in ceco e probabilmente per lui da capire).
Mi sono arreso e gli ho risposto "eh già".

Qualcuno mi suggerisce un modo semplice per spiegare questo concetto?

 

Piesse: per le prossime due settimane il meteo è ok. Per le successive chissà. Pensavo di coprire le piantine con tessuto non tessuto per proteggerle dalla gelata: qualcuno ha esperienza in merito?

L’importanza della lingua

March 22nd, 2017 by mattia | 14 Comments | Filed in repubblica ceca, riflessioni
L'altro giorno leggevo questa notizia secondo cui in Grecia diversi genitori lasciano i figli durante la settimana (o per periodi più lunghi) in case-famiglia perché non possono prendersi cura di loro. Almeno lì gli danno qualcosa da mangiare. Gli effetti della crisi che non se ne vanno, dicono.

L'articolo era sul gran visir delle cazzate (repubblica), quindi può anche darsi che sia una puttanata, o che sia mostruosamente ingigantita. Però che un problema di occupazione ci sia in Grecia è innegabile.

Nel contempo in Rep. Ceca ci sono problemi a trovare mano d'opera. La disoccupazione è al 5%, e in città come Praga è al minimo storico (3,6%).

Una decina di giorni fa la polizia ha fatto una retata per bloccare un giro di lavoratori clandestini che ha coinvolto un noto supermercato on-line che fa consegne a domicilio accusato di impiegare extracomunitari senza permesso di lavoro. Questi si sono difesi dicendo che avevano un permesso di lavorare in Polonia e secondo le regole della U.E. possono lavorare fino a 90 giorni in un altro paese U.E. Quindi si sono ridotti ad affittare lavoratori ucraini per tre mesi dalla Polonia.

Sul loro blog hanno risposto alle tipiche domande che i clienti indignati ponevano loro. Alla domanda "perché allora non assumete cechi?" hanno risposto che la disoccupazione è troppo bassa in Rep. Ceca e a Praga è ancora peggio (dal punto di vista del datore di lavoro che cerca dipendenti). Quindi non si trova chi impiegare e devono ricorrere agli ucraini in prestito dalla Polonia.
Ah, specificano che la paga che danno è pari alla paga media di un insegnante. Quindi non è nemmeno un problema di soli, è un problema che non si trova chi impiegare.

Voi osservate questa realtà e vi chiedete: ok, ma allora perché non assumono un po' di greci? Se da una parte dell'U.E. c'è una disoccupazione da fare schifo e da un'altra parte c'è carenza di lavoratori dovrebbe funzionare come i vasi comunicanti. Un po' di disoccupati greci si trasferiscono a Praga e si livella.
Poi magari fra 15 anni la disoccupazione sarà alta a Praga e bassa in Danimarca e i cechi andranno a lavorare lì.

Perché questo meccanismo invece nell'U.E. è bloccato?
Resistenze culturali? Gente nata e cresciuta in un paese che non si vuole muovere dal suo quartiere? Forse, però qui stiamo parlando di gente che deve lasciare il figlio a una casa famiglia perché non può mantenerlo. Una cosa del genere la fai quando sei disperato. E se sei disperato al punto di lasciar via il figlio allora puoi anche lasciare il tuo paese greco, prendere un aereo e venire a Praga a imbustare zucchine e surgelati per le consegne a domicilio, così da mandare un po' di soldi a casa.
Il clima farà pure cagare, sarai lontano dalla tua famiglia... ma sul serio, se sei disperato lo fai.

Come mai allora non avviene?
Secondo me il problema fondamentale è la lingua. Non che sia impossibile emigrare senza sapere le lingue: ci sono stati milioni di italiani che sono andati con al valigia di cartone per tutto il mondo spinti dalla povertà, e mica parlavano tedesco tutti gli italiani che sono andati a lavorare in Germania.
Però è un problema, non nascondiamoci dietro un dito. Abbiamo un mercato comune di lavoratori che teoricamente potrebbero lavorare in tutta Europa ma che rimangono bloccati al loro paese perché non saprebbero lavorare negli altri paesi. E questo per via della lingua. Negli Stati Uniti questo non accade: parlano tutti (o quasi) inglese quindi possono trasferirsi da una parte all'altra del paese per lavorare. Noi no.

Per rendere effettiva questa unione europea non servono minchiate istituzionali, l'urgenza è un'altra: le lingue. Un greco di 40 anni dovrebbe già parlare fluentemente inglese, un greco di 30 anni l'inglese più un'altra lingua, un greco di 50 anni dovrebbe almeno sapere l'inglese a livello base per capire le istruzioni del suo capo che gli spiega un lavoro semplice come imbustare il cibo per le consegne a domicilio.
Lo stesso vale per tutti i paesi europei, dove le lingue dovrebbero essere la priorità dell'Europa.

Non è così, e questo è un problema. Se nei prossimi decenni non si riuscirà a rendere la stragrande maggioranza dei cittadini europei poliglotti, così da renderli in grado di lavorare in tutta l'Europa, allora sarà il fallimento del mercato unico europeo. Non per Brexit, non per Le Pen ma per le lingue.

Tema: descrivi il tuo pollaio

March 19th, 2017 by mattia | 12 Comments | Filed in riflessioni
Non ricordo: forse era il 1987 o il 1988. Fatto sta che in una di quelle due estati la mia famiglia non fece le vacanze al mare come nostro consueto. La ragione era che mia sorella o era nata pochi mesi prima o sarebbe nata dopo qualche mese (di qui l'incertezza sull'anno).

Quell'anno ci limitammo a passare qualche settimana a casa dalla nonna in campagna. A me piaceva molto, ricordo ancora come mi divertivo a rotolare giù dalle collinette (sporcandomi da fare schifo). Mi piaceva proprio la dimensione della natura, la conoscenza delle varie piante, le passeggiate. Ricordo ancora di quella volta che mi trovai a cagare in un campo di mais e poi mi pulii il culo con una foglia dello stesso. Cosa grattava! Oppure di quella volta che un mezzo pedofilo provò ad approcciare noi bambini e io lo presi a frustate con un ramo di salice che avevo per caso in mano (quanto mi affascinava la flessibilità del salice).
Poi vabbe', mio papà andò a misurargli il fulcino sotto il mento e da quel giorno se ne stette alla larga.
E poi il sole che tramontava sui laghi di Annone e Pusiano. Che belle estati.

Arrivato a scuola a settembre la maestra ci assegnò il compito "la mappa delle vacanze". Chi era andato al mare, chi in montagna... e io dissi che ero andato in campagna dalla nonna.
Non so per quale motivo ma la maestra non lo accettava. "O mare o montagna, non esiste la campagna". E io non capivo: sì che ci sono stato in vacanza, come fai a dire che non esiste?
C'è da dire che la maestra era una zitella che non vedeva un cazzo da chissà quanto, e la mancanza di manico si faceva sentire sul suo umore rendendola acida come il vomito, quel vomito che ti raspa via tutta la gola, avete presente?

"Ascolti, questa estate non siamo potuti andare via per causa di mia sorella e siamo andati  casa della nonna..."

"Allora scrivi che non hai fattole vacanze! Non ti inventi che sei andato in campagna."

Io avevo 7 o 8 anni eppure già mi rendevo conto di quanto fosse assurdo quel comportamento. Da una parte perché io le vacanze le avevo fatte e mi ero divertito un mondo, dall'altra perché non capivo questo accanimento.

Passa qualche anno. Ultima settimana di quarta ginnasio: il cagacazzo di lettere (un vuncione da far schifo, aveva i colletti delle camicie lordi da fare schifo) chiede a tutti gli studenti dove sarebbero andati in vacanza. E vabbe', c'è la figlia dell'avvocato che va a Londra (quando ancora ti svenavi per un biglietto aereo), la figlia dell'imprenditore che va nel Sud-Est asiatico e poi arriva a me: eh, io non vado da nessuna parte.

- Perché?

- Perché c'è mio padre che ha appena avuto un tumore e un infarto. Sta più di là che di qua, secondo lei la preoccupazione della mia famiglia è dove andare a fare le ferie?

- Ah.

Secondo i criteri moderni in entrambi i casi non mi avrebbero dovuto chiedere niente. Sì, voglio dire, in un modo o nell'altro hanno creato delle situazioni di potenziale imbarazzo. Per il Mattia delle elementari che mentre tutti erano andati al mare o ai monti si era limitato ad andare in campagna, o per il Mattia adolescente che si è trovato a giustificare il fatto di non andare in vacanza con un padre malato.
Oppure poteva esserci un compagno di classe che non andava in vacanza semplicemente perché la sua famiglia non aveva soldi.

Una volta un mio compagno di classe si mise a piangere quando l'insegnante gli chiese se suo padre era rimasto soddisfatto del buon voto che aveva ricevuto nella verifica. Suo padre era morto.

Ripensavo a questi episodi, e a mille altri, nel leggere di tutte queste polemiche sulla festa del papà cancellata. Perché - scrivevano sul giornale - si dovevano rispettare due bambini che frequentavano quella scuola e che avevano due mamme (cosa tra l'altro inventata perché nessuno al mondo ha due mamme, ma sorvoliamo).

Se ci pensate i motivi per cui un bambino ci potrebbe rimanere male sono tanti, tantissimi. Anche solo chiedere dove andrà in vacanza può sortire questo effetto. Così come il tema "descrivi la tua bicicletta" se il bambino viene da una famiglia che non può permettersi di comprare una bicicletta al figlio.
E fidatevi, ci sono decisamente più bambini di famiglie in ristrettezze economiche che non figli di due finte mamme.

Allora che facciamo? Se cancelliamo la festa del papà dobbiamo cancellare tutto. Ma proprio tutto, perché ogni attività, ogni domanda, ogni mezza frase potrebbe far rimanere male qualche scolaro.
Non so, devi abolire il corso di pittura perché c'è la famiglia che non può permettersi di comprare la mantellina per non sporcarsi al figlio oppure perché c'è uno scolaro che è daltonico. Devi abolire le attività sportive perché lo zio di uno studente è morto di crepacuore al termine di una maratona.
Oppure...

È forse questa la strada giusta? Io penso di no.
Non cambi la realtà facendo finta che non esista. Quei bambini oggi non faranno la festa del papà perché il loro chissà dov'è, ma un giorno scopriranno che esistono i papà, scopriranno che tutti ne hanno uno (o l'hanno avuto). E si domanderanno dov'è il loro.
A quel punto non potrai più risolvere il problema cancellando la festa del papà: la domanda sarà lì e dovrai dare una risposta.

La scuola ha lo scopo di far crescere i bambini e accompagnarli verso la vita; non deve tenerli dentro un mondo finto creato su misura, un mondo diverso dal mondo reale. Lo so bene che molta gente pretende che la realtà non esista, si inventa un mondo alternativo nella propria testa e poi obbliga la gente a dire che la realtà è quella che hanno loro nel cervello. Ma non è così.
Tutti i bambini crescendo dovranno affrontare la realtà: ci saranno quelli che si domanderanno perché sono stati comprati al supermercato dei bambini, quelli che dovranno fare i conti con un genitore morto quando erano ancora piccoli, quelli che invece si troveranno davanti a ristrettezze economiche perché sono nati in una famiglia povera, quelli che avranno un papà in galera, quelli che avranno una malattia...

Possiamo proteggere i bambini dalla verità facendo finta che tutto ciò non esista oppure possiamo accompagnarli alla verità pian piano, seguendo la strada giusta per loro.
Secondo me la seconda opzione è la migliore. Non c'è bisogno di far finta che i papà non esistano abolendone la festa, perché quei bambini prima o poi si accorgeranno che esistono i papà. Molto meglio spiegare loro perché il loro papà non c'è. Certo, questo è più difficile, ma l'alternativa qual è? Fare finta che i papà non esistano?

A proposito di temi, a mia mamma in seconda elementare proposero il tema "il mio pollaio" (ai tempi era così). Nel tema scrisse di quando vedeva il gallo saltare in groppa alla gallina aggredendola. Lei andava là a spostarlo ma veniva bloccata dalla madre e non capiva perché doveva consentire al gallo di aggredire la gallina. Né la madre né la maestra le spiegarono che in realtà il gallo la gallina se la stava ciulando, eppure ella dice che avrebbe preferito di gran lunga che le spiegassero (con parole adatte ai bambini, del tipo "è così che nascono i pulcini") cosa stava succedendo, perché a lei sembrava illogico che si consentisse di fare del male alla gallina.

Non nascondiamo la verità ai bambini, non ce n'è bisogno.
Perché i bambini le domande se le fanno ugualmente e nascondere la verità a loro in realtà è solo un modo comodo per nasconderla a noi stessi.

Piesse: e auguri a tutti i papà.