Archive for the ‘editoriale’ Category

Dare via la pisella

September 8th, 2010 by mattia | 4 Comments | Filed in editoriale, politica, riflessioni

Bufera. Vergogna! Si deve scusare!

Mezzo parlamento, presidente della Camera incluso,  che si scopre punto dalla tarantola perché una deputata ha detto che alcune colleghe magari l’hanno data via per arrivare in parlamento (in realtà ha detto prostituirsi, forse le verginelle si inalberano per quello. Se avesse detto che “l’hanno data via” magari la dichiarazione passava sotto banco)

Come se il fatto di darla via non sia un modo molto usato per far carriera, in generale (nelle aziende, per esempio). Nessuna segretaria che la dà al capo, nooooo. Le donne non la fanno queste cose.

Ripenso a quando, qualche mese fa uscì il caso del senatore Di Girolamo, quello che si è dovuto dimettere dal senato, per andare qualche ora dopo in carcere. Ricordate? Quello che secondo l’inchiesta si era falsificato la residenza all’estero, che aveva gli amichetti criminali che andavano casa per casa a comprare i plichi elettorali per votarli scrivendo il suo nome nello spazio della preferenza. Quello che veniva chiamato “schiavo” da suoi amichetti, e oggi si viene a sapere che veniva pure picchiato da essi.

No, ditemi, dove erano tutte queste verginelle all’epoca? Possibile che se una deputata dice che alcune colleghe l’hanno data via allora le saltano addosso dicendo che infanga il sacro onore del parlamento, ma del fatto che un parlamentare fosse stato eletto comprando i plichi a domicilio e risultasse burattino di criminali non avessero niente da dire? Non infangava egli il sacro onore del parlamento ogni volta che si sedeva e votava a palazzo Madama?

Alla fine l’italia è questa. Puoi fare tutti i peccati che vuoi, che non gliene fotte niente a nessuno. Ma guai a parlare di sesso! Uuuuuhhhh.

Scatole cinesi

September 2nd, 2010 by mattia | 6 Comments | Filed in editoriale

Io il concetto di primarie non l’ho capito: che senso ha far votare la gente su chi la gente deve votare?
La gente ha già l’opportunità di esprimersi, ci sono le elezioni apposta. Perché far votare due volte?
Mi sembrano tanto delle scatole cinesi. A questo punto propongo di fare delle primarie per decidere i componenti della commissione che stabilisce le regole delle primarie per nominare i candidati.

Il discorso della scelta dei candidati è tutta una bega interna di un partito di cui la società dovrebbe fottersene liberamente. Un partito presenta candidati buoni: la gente lo vota. Un partito candida impresentabili: la gente lo snobba. Cosa c’è di così difficile in questo concetto?
L’errore di fondo nel concetto di primarie è che si dice: se decidono i segretari di partito i candidati saranno i soliti noti, mentre se si fanno le primarie gli outsider hanno più probabilità di vincere. Poi però quando fai le primarie salta fuori che c’è il candidato bersaniano che prendo il 60%, i postdemocristiano che prende il 30% e il fighettinofintoneopoliticantequantosobbelloio mariniano che prende il 10%. E probabilmente facendo la conta delle tessere si arriverebbe allo stesso risultato.
Le primarie avrebbero un senso in una società come quella statunitense dove c’è del dibattito serio attorno alla scelta dei candidati, la gente partecipa, ascolta, cambia opinione e sceglie. In italia finisce che la gente che vota alle primarie vota senza aver ascoltato una singola parola dei candidati, scegliendo solo in base alla propria impostazione: postcomunista/cattolico/fighetto. Con questa gente le primarie sono assolutamente inutili.

Adesso dicono che vogliono fare le primarie per la scelta dei candidati delle liste bloccate senza preferenza.
Facciamo un esempio: nella circoscrizione Lombardia II della Camera ci sono 42 candidati. Poniamo che la gente che vuole candidarsi per un posto di deputato in questa circoscrizione sia doppia rispetto ai posti disponibili (plausibile, vero?). Avremmo un’ottantina di candidati per un posto di candidato alla Camera (che al mercato mio padre comprò!).
Come pensate che avverrà la campagna elettorale per le primarie? Credete che la gente avrà modo di essere raggiunta da ottanta candidati? Alla fine finisce sempre che la gente vota o qualcuno di conosciuto (magari perché già consigliere comunale/assessore e finisce sui giornali) con buona pace di chi crede che le primarie servano a far emergere gli outsider, oppure vota chi gli dicono di votare, e si riduce tutto al concetto di “avere un gruppo d’appoggio/lobby di potere/pacchetto di sostenitori”.

Però fa molto “contro-il-sistema-della-casta-del-potere-dei-partiti” dire che vuoi le primarie.

Ah, un’altra cosa. Si dice che chi viene scelto con le primarie ha più probabilità di vincere.
Ma anche no. Perché alle primarie votano i sostenitori del partito, mentre alle elezioni vere votano tutti, e siccome i due elettorali non coincidono, l’assunzione è errata. È molto meglio che il candidato lo scelga uno solo, se questo è uno stratega capace di capire come carpire il voto della popolazione.

Visto che siamo in tema di elezioni, aggiungo un paio di cose sul sistema elettorale, visto che si parla anche di quello. Come ho già detto sono favorevole a questa legge elettorale; molte delle cose che sento dire in giro sono spesso stupidaggini.

1) Dicono che senza preferenza non puoi scegliere il candidato. Già, perché con il mattarellum? Avevi un solo nome per una coalizione. Avevi forse la possibilità di scegliere? Uninominale=un nome!
E ma potevo scegliere tra tizio e caio. Sì, ma caio era dell’altra coalizione, bestia. Qui si parla di preferenza… all’interno della stessa lista!

2) Col mattarellum il 25% dei deputati era scelto col proporzionale  bloccato senza preferenza. Come mai nessuno allora se ne lamentava?

3) Dicono che adesso i deputati sono cooptati e diventano yes-men nelle mani del segretario del partito, e se non si comportano bene non li ricandidano. Già, perché prima invece?
Avete mai visto un deputato che diceva al suo segretario guarda che nel mio collegio io vengo comunque eletto quindi faccio quello che voglio io?
O meglio, avete mai visto un deputato che ha avuto scazzi e mazzi col suo partito e si è presentato da solo  nel collegio perché coll’uninominale c’è al centro la persona e non il partito? No, al massimo cambiavano partito, ma non si presentavano mai da soli. Perché tu puoi anche avere il tuo pacchetto di voi, ma è un qualcosa “in più” che aggiungi all’elettorato consueto di un partito per vincere. Col tuo pacchetto di voti da solo non vai da nessuna parte.
Ah, un’altra cosa che pochi sanno: col mattarellum ogni candidato all’uninominale doveva essere collegato a una lista del proporzionale. Quindi l’outsider contro i partiti non poteva candidarsi da solo nel collegio se non trovava l’appoggio di una lista di partito presente al proporzionale.

4) Ok, facciamo la preferenza. Così poi finisce che si parla di persone e non di programmi.
Mi ricordo negli anni ’80 quando c’erano le scritte sui muri con scritto nome e numero di chi votare. Mi sembra che davanti alla piscina del bione ci fosse una scritta a caratteri cubitali “Vota Fumagalli- n.25 DC”.
Il merito di questa legge elettorale è che sono scomparsi dai muri le facce dei candidati sorridenti o finto inttroganti con la mano che tiene il mento. Che cazzo me ne frega di quanto sei bello?
Tanto di meglio se c’è stata questa ripulita dai personalismi da diva dei candidati.
Tanto non stai eleggenndo un sindaco, ma un deputato.

5) Con le preferenze finisce che solo quelli che possono spendere una barca di soldi in pubblicità vengono eletti. Il giovine senza una base (tipo qualche migliaio di pecoroni ciellini) non verrà mai eletto se non ha chi gli finanzia la campagna elettorale.
E domandiamoci anche chi può essere interessato a finanziare la campagna elettorale di un candidato e con quali interessi.
Con le liste bloccate, dai l’opportunità anche a gente senza soldi/non famose/non populiste ma intelligenti di andare in parlamento.

6) Senza preferenze non puoi fare voto di scambio.

7) Ben sapete che ho poca ammirazione per la democrazia. Non ho assulutamente fiducia nella gente e su come sceglie chi votare. Quando si parla di preferenze, va ricordato che si dà il potere di scegliere i deputati anche ai milioni di decerebrati che guardano Maria de Filippi.
Se proprio il diritto di voto vuoi darlo a tutti ok, fa’ scegliere loro il partito. Ma almeno la scelta delle persone che devono sedere in parlamento lasciala fare a qualcuno di più assennato.

L’inutilità della wifi comunale

August 27th, 2010 by mattia | 7 Comments | Filed in editoriale, ignoranza, politica, riflessioni

L’ultima volta che sono stato sul suolo natio (lo scorso mese) ho messo la mia vecchia scheda TIM nel cellulare, come faccio sempre.
Adesso sono abituato a usare internet sul cellulare (in Rep. Ceca pago 180 corone – circa 7 euro – al mese, con 500 MB di traffico, ma lontanamente sfiorati), perciò ho cercato qualche offerta per farlo anche con la TIM.
Ho trovato una tariffa che mi consentiva di navigare a 2 euri la settimana, disabilitabile e abilitabile quando volevo.

Ottimo.  Il prezzo è come in Rep. Ceca e posso navigare in internet con cellulare anche quando vado a trovare i vecchi per qualche giorno.

E voi direte, che cazzo ce ne frega? Aspetta.

Oggi vedevo questi dati, da cui emerge che l’italia detiene il primato di penetrazione nel mercato degli smartphone. Un botto di più di paesi come gli U.S. of A., per intenderci. E la cosa non mi stupisci, l’italia è sempre stata il paese dei tamarri che si comprano l’ultimo modello di cellulare.

Però la notizia fa riflettere. Perché se così tanta gente ha uno smartphone, e le compagnie telefoniche offrono connettività a internet per telefonini a basso costo, allora tutte quelle iniziative tipo la wi-fi comunale vanno a farsi benedire.
Voglio dire, perché un comune dovrebbe spendere tanti mila euri per offrire internet nei parchi, nelle piazze, sul lungolago etc. (metteteci voi tutti gli altri luoghi che fanno tanto cool) se lo stesso servizio uno lo può ottenere a dei prezzi competitivi da delle aziende che fanno quello di mestiere?
Il discorso poteva valere quando gli smartphone erano oggetti super costosi, e le tariffe per navigare su internet col cellulare erano dei furti. Ma ora che gli smartphone sono così diffusi e navighi a due euro la settimana, chissenefrega del wifi al parco.
Senza contare che la connessione wifi mobile è un servizio zoppo: con internet sullo smartphone puoi navigare mentre sei sul tram o passeggi, senza problemi di ricezione, mentre con la wifi devi stare  dove il segnale prende. Che due palle.

Un’amministrazione comunale che spende dei soldi pubblici per offrire un servizio così scadente quando l’alternativa commerciale ha costi accessibili ed offre un servizio migliore, si copre di ridicolo (ah, no scusate, la wifi free fa tanto fighetto di sinistra-grillino-moderno-blablabla).

No, poi mi dicono che i 500 MB mensili  li finisco subito se guardo i filmati su youtube.
Ah, ecco, non avevo capito che la wifi libera-blablabla-tutticonnessivivalarete-blablabla serviva per guardare youtube. Ora tutto è chiaro. Il comune spende i soldi per far guardare youtube alla gente. Fico.

Piesse: io con il mio nokia 6210 navigator (uno scassone, mai più nokia in vita mia) ho anche bloggato con wordpress. Lo dico perché magari viene qualcuno a dirmi che usufruire di internet col cellulare è difficile.

Pipiesse: lo so, ora inizia il fuoco di fila.

C’è qualche problema al db. Embè?

August 25th, 2010 by mattia | No Comments | Filed in editoriale, politica, riflessioni

Ogni tanto ci sono quelli che si sentono blogger fighi che fanno il post in cui analizzano i siti internet dei politici. Il concetto è sempre quello: di qui i bravi che stanno dietro al loro sito, che comunicano coi cittadini sulla rete, e di là i cattivi, i retrogradi, i dinosauri della politica, che non sfruttano internet, che non hanno un sito o se ce l’hanno lo aggiornano ogni morte di Papa (a proposito, a quando la prossima? dai…).

Poi c’è il filone di quelli che dicono che i politici sono tutti uguali, non sanno usare la rete, che fanno il sito solo per le elezioni, e poi passata la domenica elettorale lasciano andare in vacca il sito e non lo aggiornano più.
Lo ammetto, è capitato anche a me di dire queste cose (di striscio, in un articolo).

E in effetti è vero, quando apri un sito e vedi “grazie a tutti gli elettori per avermi votato” e le elezioni erano anni prima, fa un po’ ridicolo. Poi però mi sono chiesto se è davvero così necessario per un politico investire tempo per tenere il sito aggiornato, con frequenza da blogger.

Me lo sono chiesto l’altro giorno quando visitavo il sito di Antonio Rusconi, un senatore di Valmadreda. Uno di quei siti aggiornati ogni morte di Papa (olè). Quando ho provato ad aprire il blog ho trovato il mitico messaggio di WP che ti dice che non funiona la connessione al db. E niente, pensavo fosse una cosa temporanea. Poi mi sono acccorto che è permanente. È semplicemente un blog abbandonato (dalla cache di google si nota che faceva un post all’anno!). Altrimenti se ne sarebbero accorti del pasticcio e avrebbero chiamato un tecnico a 200 euro all’ora per sistemarlo. Per i non addetti ai lavori quella schermata, visibile per giorni e mesi, equivale nella blogosfera a una figura di merda di quelle potenti, tipo che chiedi a una signora per quando è atteso il dolce evento e lei ti risponde che non è gravida.

Figura di merda a parte, ho pensato: che gli frega al Senatore Rusconi di Valmadrera di aggiornare il blog? In una realtà provinciale come la sua internet non serve a una mazza quando si tratta di prendere i voti. Serve che hai il tuo pacchetto di voti, conta che vai in chiesa (e che  la gente lo sappia), conta che vai a tutte le fottute inaugurazioni e conferenze per farti vedere.
Avere un sito internet ben fatto ti sposta dieci o venti voti, essere connesso alla polisportiva, all’oratorio etc. te ne porta centinaia. E allora fanno bene a dire chissenefrega internet.

Poi sì, ci sono i politici che hanno grossa popolarità grazie alla rete. Però di tutti i lettori del loro blog, quanti sono nel loro collegio elettorale? Tipo, prendi Civati, blogger seguitissimo: quanti sono i suoi lettori che alle ultime elezioni erano nel collegio di MB per votarrlo? A occhio e croce, pochi per cento.

E allora smettiamola, per cortesia, di stressare sti politici con la storia che devono usare internet per parlare con gli elettori altrimenti sono vecchi. Ognuno parla come vuole con gli elettori.

Piesse: grillini e simila astenersi dai commenti.

La puzza dei byte

August 19th, 2010 by mattia | 3 Comments | Filed in editoriale, riflessioni

Se siete tra quelli che, come me, passano il tempo in attesa del tram a leggere le notizie col cellulare, vi sarete accorti che sia corriere.it che repubblica.it sono diventati a pagamento per la versione mobile.

Quindi se cerchi di leggere degli articoli su questi due siti usando il cellulare ti esce un bel messaggio che ti invita a sottoscrivere un abbonamento. Non per tutti gli articoli, s’intende: repubblica ha iniziato con gli editoriali, poi ha esteso la restrizione agli altri articoli ed ora sembra sia diventata più blanda. Il corriere sembra invece un po’ più rigido: tolti i primi due articoli principali, il resto è visibile solo agli abbonati.

Ora, premesso che l’editore di un giornale può fare quello che vuole col suo prodotto, anche venderlo a mille fantastilioni al pezzo senza che io possa avere diritto a dire che non è giusto, lasciatemi dire che almeno il diritto di non essere preso per il culo ce l’ho.

Oggi, mentre tornavo dalla lezione di giapponese, ho provato ad accedere a questo articolo col cellulare, e repubblica.it mobile mi ha detto che non potevo accedere perché non ero abbonato. Allora sono passato alla versione classica di repubblica.it (il link è in fondo alla pagina della versione mobile) e ho potuto leggere l’articolo senza problemi.
Oh, certo,  ho dovuto sprecare un duemegabyte dei cinquecento mensili a disposizione, al posto delle poche decine di chilobyte che avrei usato con la versione mobile. Senza peraltro che ciò porti alcun beneficio all’editore di Repubblica beninteso. Solo svantaggio, per entrambi.
Allora ti chiedi se a Repubblica fanno più schifo i byte che dispensa verso un cellulare se sono in modalità mobile rispetto ai byte che mi passa se sono in modalità classica. Magari i byte della versione mobile puzzano, vallo a sapere.

Ci deve essere una ragione, altrimenti mi stanno seriamente prendendo per il culo.

Piesse: aggiungo una cosa; questo blocco mi ha fatto seriamente riflettere su quanto siano inutili spesso gli articolo. Esempio: cade elicottero in mare al largo delle Eolie, morti i quattro viaggiatori. Per leggere l’articolo abbonati. Onestamente, cosa c’è d’altro da sapere? Di che colore era l’elicottero? I dettagli fondamentali della notizia stanno tutti nel titolo e nell’ochiello, il resto è solo esercizio retorico per riempire i moduli.

Da che parte sta il problema

July 28th, 2010 by mattia | 7 Comments | Filed in editoriale

Ieri sentivo qualcuno ad un qualche TG che diceva, in buona sostanza, che una qualche istituzione avrebbe dovuto puntare i piedi per vietare alla Fiat di andare in Serbia.

E sulla base di cosa? Cioè, se io voglio investire nel paese G anziché nel paese H, con che strumenti mi puoi vietare di farlo?

È come imporre alla casalinga che va al supermercato di comprare in prodotto K anziché il prodotto S. Cioè, puoi farlo, va lì agli scaffali e appena la casalinga prende una confezione di S tu le tiri una randellata sui denti e la obblighi a prendere K.

Perché noi vogliamo la libertà di comprare i prodotti che vogliamo, però non lasciamo alle aziende la libertà di produrli dove vogliono. Vogliamo che costino poco, ma poi non vogliamo che le aziende si trasferiscano dove costa poco produrli.

Non nascondiamoci dietro a un dito: se conviene di più produrre una cosa in un luogo G rispetto al luogo H, prima o poi si sposta, non c’è santo che tenga. Sperare che resti per carità si patria è come sperare che la massaia compri il prodotto K al posto del prodotto S anche se costa il doppio. Nei processi economici, come nella fisica, non puoi mica aspeettarti che il sistema vada nel senso opposto al punto di minima energia.

Poi dicono che la Fiat ha ricevuto valanghe di soldi dal governo italiano e quindi deve rimanere. Giusto, ma allora non ti devi incazzare con la Fiat. Incazzati piuttosto con i governi l’hanno coperta di denaro senza prevedere gli strumenti giuridici per obbligarla a restituire una contropartita in termini di occupazione. Ma se sei così scemo da dare i soldi e poi dire fa’ quel cazzo che ti pare, mi sembra che il problema sia tuo, non di chi riceve i soldi.

Sheldon Cooper for Premier!

July 15th, 2010 by mattia | 7 Comments | Filed in editoriale, ignoranza, riflessioni

C’è in giro un imbecille. O forse anche di più, vallo a sapere.
Comunque, questo imbecille dice che l’assessore alla cultura della Provincia di Milano è inadatto al ruolo perché è un ingegnere elettronico.
Ora, io questo Umberto Maerna non so nemmeno che faccia abbia.
Che abbia censurato “Orgia” di Pasolini, me ne frega anche poco. Di Pasolini ho visto solo Salò e se qualcuno considera quel film arte probabilmente ha gli stessi problemi mentali di Pasolini.

Ma fuori dal caso in sé, resta un imbecille secondo cui uno non può fare l’assessore alla cultura in quanto ingegnere elettronico.

Perché ovvio, uno non può avere la sensibilità per la cultura in quanto ingegnere. Deve per forza avere una laurea in lettere o filosofia. Poi mi spiegate voi che cosa rende una persona con tal requisito più esperta di un ingegnere in ambiti come il jazz o la scultura contemporanea.
Già, perché la cultura comprende tante cose, e pensare uno che possa essere qualificato al ruolo di assessore alla cultura per un percorso di studio o lavorativo è una stupidaggine. Di necessità, qualsiasi sia il tuo ambito, non sarai esperto di tutti gli altri mille ambiti che racchiude la parola cultura (pittura, scultura, achitettura, musica, teatro… e poi se dici musica, sai quanti diversi ambiti hai dall’opera allo ska).

Allora, se uno la sensibilità culturale se la crea come percorso personale, e non per un titolo di studio, resta l’altra ipotesi: questo imbecille pensa che un ingegnere non ci possa arrivare alla cultura proprio per il fatto che è un ingegnere. Poverino l’ingegnere, troppo stupido per capire queste cose.
Come se gli ingegneri passassero le serate a risolvere integrali.

È proprio una sorta di razzismo verso gli ingegneri.
Solo che io ho visto ingegneri che hanno fatto i manager, gli scrittori, gli avvocati, i medici. Non ho mai visto l’opposto. Sarà un caso.

E poi, questa storia di considerare una persona inadatta a una carica politica (l’assessore è una carica politica, non tecnica) in base al suo percorso di studi è la stessa tecnica con cui i partiti che dicevano/dicono di difendere gli operai, in parlamento ci hanno sempre mandato i figli di papà che facevano la Normale. Ché tu operaio no, poverino, non le capisci queste cose, cosa ti salta in mente di fare il deputato. Sta’ buono al tornio, e non allargarti. All’ingegnere dicono di star buono sul regolo calcolatore, ma il concetto è lo stesso.
E io a queste persone spocchiose che credono di essere gli unici depositari della cultura sputerei in faccia. E magari farei conoscere un po’ di persone che manco il diploma hanno ma con molta più cultura di loro.

Ah, dimenticavo. Qui in Repubblica Ceca il nuovo primo ministro è un fisico teorico.
Che a me pensare di avere uno come Sheldon Cooper primo ministro mi gasa assai.
Si vede che qua non c’è alcun problema ad essere un fisico teorico, un esperto di statistica o un ingegnere meccanico: puoi fare anche il primo ministro, altro che l’assessore, pensa un po’.

Piesse: fanculo, italia.

Legge bavaglio

July 7th, 2010 by mattia | 8 Comments | Filed in editoriale, politica

Forse l’ho già detto, non ricordo (il caldo della Turchia ha i suoi effetti).
Ma a me questa cosa di chiamarla legge bavaglio non piace per niente.
Se c’è qualcosa da contestare in quel ddl sono i limiti alle intercettazioni, il fatto, cioè, che l’azione della magistratura sarà azzoppata così che molti reati non potranni essere scoperti e perseguiti.
Tuttavia la si chiama legge bavaglio: si mette così l’accento sull’altro tema del ddl, ossia la pubblicazione delle intercettazioni.

Ci sono quotidiani che fanno la lista degli articoli che non avrebbero potuto pubblicare se fosse già in vigore questa legge.
Embè? A me interessa che le intercettazioni le facciano e scoprano i colpevoli. Che poi se ne parli sui giornali già durante l’inchiesta o si aspetti di andare a processo ai fini pratici (ossia colpire i delinqueti) non cambia niente.
Un processo dovrebbe funzionare e condannare chi c’è da condannare che lo sappia la gente o che non lo sappia nessuno.
Che si bavaglino pure i giornali, basta che i delinquenti vadano in galera.

Alcuni dicono che la gente deve sapere degli scandali, affinché l’opinione pubblica sia di supporto ai magistrati e le inchieste non vengano insabbiate.
Purtroppo funziona così. Purtroppo, dico.
Perché la magistratura dovrebbe agire indipendentemente dagli umori del popolino. Che la magistratura si faccia portavoce degli umori giustizialisti del popolo non va mica bene, ché si va a finire con la caccia agli untori.

Non so perché mettano tutti l’accento sui limiti alla pubblicazione: forse perché pubblicare i dettagli spinosi delle vicende fa vendere le copie. Se così fosse, potrei provare solo una gran compassione per quelle persone che mandano la foto col post-it anti bavaglio: pensando di fare i paladini della propria libertà di sapere (o meglio, di farsi i cazzi degli altri), non fanno altro che supportare gli interessi economici di chi ci campa, sputtanando la gente.

senza aspettare la legge bavaglio

July 5th, 2010 by mattia | No Comments | Filed in editoriale, riflessioni

Oggi mi raccontavano che qui in Turchia non si può parlare male di un tizio che è considerato il padre della patria. E se ti sentono parlare di questo tizio in una lingua straniera ti arrestano, perché nel dubbio suppongono tu ne stia parlando male.

A me è sembrata un po’ un’esagerazione. Però poi ho pensato che in italia la situazione non è molto diversa. L’art. 278 del codice penale ad esempio ti vieta di offendere “l’onore e il prestigio” del presidente della Repubblica. Anche se questi fa delle emerite stronzate, a richiesta, come  nominare ministri del nulla per salvarli dai processi (salvo poi fare il bacchettone e dirgli che deve andare a processo: ma se l’hai nominato TU ministro qualche giorno prima!). Ecco, uno così non si può dire che fa cazzate.

E poi l’art. 290 del codice penale ti vieta di vilipendere il governo, il parlamento, e le forze armate.
Quindi non puoi dire che il parlamento è una ricca collezione di teste di cazzo che mangiano alle nostre spalle, che i militari sono solo dei burattini che agiscono a comando perché una mente per pensare non ce l’hanno, e se ce l’hanno non la usano (che bella quell’intervista ascoltata qualche giorno fa: inviato chiede al militare italiani di guardia di fronte al consolato iraniano a Milano “Ma lei cosa de pensa di….”, militare “Io non penso”, sto ridendo ancora adesso).
Eh no! Le forze armate non si vilipendo, anche se non pensano.

E poi ce ne sono tanti altri. Tipo, non puoi mica parlare male del Papa, dei preti, o dei cristiani, perché va contro gli art. 402, 403 e 404 del codice penale.

Allora ti viene da pensare che tutta questa libertà non c’è mica in italia. E se ti serve una motivazione per spostare i tuoi server all’estero non devi mica aspettare il divieto di pubblicare le intercettazioni: ti basta guardare al codice penale che già è in vigore.

Poi ho chiesto come funzionava in Rep. Ceca, se è vietato dire che il Presidente della Repubblica è un cretino. Mi hanno risposto “Vietato? E perché? C’è democrazia”.

Non tutta la rettifica vien per nuocere

June 19th, 2010 by mattia | 20 Comments | Filed in bufale, editoriale, riflessioni

Nel ddl 1611 appena approvato dal Senato (la legge bavaglio) è stata introdotta una norma che obbliga la rettifica anche per i siti internet entro 48 ore. Altrimenti è prevista una pena fino a 12 500 euro.

Il Pd ha lanciato la campagna Nessuno tocchi i blog. Dicono infatti che questa norma serve ad ammazzare i blog, unica fonte di informazione libera che ci è rimasta.

In realtà non è proprio così. Anche a me quella norma non piace moltissimo, ma ci sono alcune considerazioni da fare.

1) Dicono che un blog non è un giornale.

Dicono che scrivere una cosa su un blog ha lo stesso valore delle chiacchere che si fanno al bar, e che quindi non puoi paragonarlo a un mezzo di diffusione come la stampa.
Questo non è vero: giovedì scorso il mio blog ha fatto più di 11 mila accessi; è la diffusione di un giornale di provincia come il Giornale di Lecco, per esempio. Se io scrivo un’informazione sbagliata su un blog o su un giornale il rischio di diffonderla tra un numero consistente di persone è lo stesso.

E non puoi fare alcuno distinzione tra blog piccoli (diciamo, personali) e blog grandi (tipo beppe grillo). Perché non hai alcun criterio per farlo: che fai, metti un contatore delle visite (collegato a un database certificato presso il Viminale) che dopo un certo numero di visite ti dà il bollino di blog “grosso” comparandoti alla stampa?

Un giornale non può moltiplicare di 100 volte la diffusione da un giorno all’altro, perché la tiratura è quella. Un blog sì. Se anche hai un blog di provincia con cento accessi al giorno, se scrivi una boiata che fa presa e tutti ti linka (magari facendo girare i link su FB viralmente) in un giorno ti trovi una valanga di accessi. E il tuo blog non è più una chiacchera al bar.

2) Dicono che i blog sono gli unici spazi di informazione libera.

Ne siete sicuri?
Gran parte dei blogger si limita a fare il copia/incolla di cose che trova in giro per la rete. Fare informazione è una cosa diversa. Per fare informazione bisogna indagare, studiare le fonti, verificare i fatti e scrivere dei contenuti originali basandosi su quello che si è scoperto.
Esempio: io vedo l’appello della Gabanelli sul ddl 1611 e i publicisti. Allora vado sul sito del senato, scarico il testo del ddl approvato, scopro che non è così, mi cerco i verbali della commissione dove si è discusso il problema e ricostruisco la vicenda con l’evoluzione della legge scoprendo che proprio come risposta a quell’appello la legge è stata cambiata, quindi non ha senso far girare l’appello.
Questo, se vogliamo, è un modo in cui chiunque, con un blog può fare dell’informazione, usando gli strumenti di internet.

Per molti blogger invece fare informazione libera significa scrivere qualsiasi cosa sia contro il loro nemico. Il concetto di informazione libera non è posso pubblicare cose vere e documentate (benché scomode) ma pubblicare qualsiasi cosa “contro” . Poi fa niente se la notizia contro è una bufala. L’importante è che sia contro. Perché se tu pubblichi una notiza contro il potente diventi automaticamente quello figo contro il sistema.

Quando ho visto un ennesimo contatto far girare il video della Gabanelli l’ho avvistato che l’appello era scaduto. Mi sono sentito dire che palle che sei, io lo uso come pretesto per parlare male di Berlusconi. Siamo a posto.

In questo caso la libertà che si dà ai blog non è libertà di combattere il sistema, ma solo un megafono alle chiacchere – appunto – da bar.  Quelle chiacchere fatte dalle persone che abboccano a qualsiasi panzana e la ripetono il giorno il giorno dopo al bar perché così si sentono importanti (sapere delle verità nascoste ti fa sentire quello che ne sa, è la chiave di programmy come Voyager che si inventano fantomatiche verità nascosta per soddisfare questa voglia della gente).

3) Nei blog c’è anche questo.

Quando si parla di blog non bisogna dimenticarsi che si sta parlano di un mondo che contiene anche della feccia come i blog sulle scie chimiche, sul signoraggio, 9/11  e altre cagate simili.
Non dimenticatevi l’effetto disastroso che questi blog possono avere su un quindicenne che non ha ancora sviluppato il senso critico per capire che quelle sono tutte puttanate. Oddio, spesso anche su gente laureata.

4) Obbligo di rettifica, perché no?

Conosco dei blogger di cui al punto 3) che passano la giornata a diffamare la gente su internet, oltre a scrivere puttanate senza senso.
In questi casi, che ben venga l’obbligo di rettifica.
Perché una denuncia per diffamazione sappiamo tutti che è una strada lunga, mentre la richiesta di rettifica è efficace. Quando rischia 12 euro di multa, vedi che gli passa la voglia al cretino del terrazzino di scrivere puttanate.

In generale, questa storia della bufala sull’emendamento 1.707 mi ha insegnato molto.

Centinaia di blog l’hanno ripresa e amplificata. La sua diffusione ha toccato così tante persone che ha superato di gran lunga la tiratura di molti giornali.
Solo pochissimi blog hanno fatto marcia indietro e pubblicato una rettifica.
Molti altri hanno lasciato la bufala infamante in bella vista senza scriverci sopra un “Update: scusate, questa cosa sotto è una stronza. Mi scuso per averla pubblicata”, nonostante gli sia stato fatto notare che era una bufala.

Considerate il blog di Andrea Formenti. Ha pubblicato l’appello bufala sul 1.707 il 9 Giugno col titolo “Chiamale se vuoi: carogne”, qualcuno gli ha fatto notare che era una bufala nei commenti, e lui risponde serafico

Se si tratta di una bufala non posso che esserne contento!“.

Così, senza nessuna scusa, senza nessun messaggio di rettifica nell’articolo, senza scrivere un post in cui dice “scusate, ho preso un abbaglio”. No, lui pubblica la notizia, poi se è una bufala tanto di meglio. Non c’è neanche la percezione della scorrettezza fatta.
Per lui è normale pubblicare una notizia infamante, e poi se non è vera… eh vabbe’, sospiro di sollievo.
Sì, però nel frattempo hai infamato delle persone. Renditene conto.

Come questo esempio potrei farne tanti altri. Gente che sul proprio blog copia tutte le più grandi bufale che girano su internet senza prendesi la briga di rettificarle neanche quando gli si fa notare lo sbaglio.
Fanno la loro cagatina su internet, e poi chissenefrega, che il mio è solo un blog.
Già, però somma la cagatina del tuo blog a migliaia di cagatine di altri piccoli blog e ne esce una montagna di merda.
Se la montagna di merda consiste nell’accusare della gente di aiutare chi commette violenza sessuale sui minori, distruggi la reputazione di una persona.

Visti questi casi non posso che pensare: ben venga l’obbligo di rettifica.

5) Già, ma 48 ore… e se sono in vacanza?

Dicono che se uno è in vacanza e non controlla la posta per due giorni si rischia una mega multa. E uno non è obbligato a controllare la posta tutti i giorni come se avesse una redazione.
A parte che non mi è chiaro se le 48 partono dalla notifica, intesa inviata con che mezzo (raccomandata A/R?, sarebbe un po’ diversa la faccenda). E dubito che basti una banale email.

Dopodiché, avete presente come funziona internet? Conoscete la velocità con cui si diffondono certe notizie. Impressionante, fidatevi.
Basta che guardiate come si diffondono viralmente alcuni contenuti su FB. Lo pubblica uno e poi via dietro tutti. In poche ore.

48 ore sono un’enormità, su internet.

In 48 ore una bufala si diffonde a macchia d’olio. Tenetelo presente.

6) Lezione di responsabilità

Se da un lato la gente grida alla censura e al sistema che cerca di tappare la bocca ai piccoli blogger, io rispondo che la gente dovrebbe anche imparare a responsabilizzarsi. Se hai un blog te ne prendi cura, anche controllando la posta tutti i giorni (non sono rimasto senza internet per più di 48 ore dal 1999).
Ma soprattutto cerchi di non dare occasioni alla gente per chiedere delle rettifiche, ad esempio evitando di scrivere puttanate.

Baby sitter di stato

June 9th, 2010 by mattia | 10 Comments | Filed in editoriale, gelmini, ignoranza, politica, riflessioni

Quando facevo le elementari io, a scuola ci andavo solo la mattina, per quattro ore. Sei giorni la settimana.
Se non ricordo male.
Avevo una maestra sola che mi insegnava tutto, dall’italiano alla matematica, dalla religione alla ginnastica.
E non era nemmeno una gran maestra, per dire.

Poi mi sono disinteressato alle vicende delle elementari, perché io le avevo finite, e ancora non avevo figli da mandarci. E a un certo punto mi sono accorto che i bambini di adesso hanno una spataffiata di maestre, tutte super specializzate, e vanno a scuola anche il pomeriggio. Cioè, fanno una marea di ore più di quelle che facevo io.

Adesso sono lì che si lamentano dei tagli alla scuola, dicono che vogliono affossare la scuola, renderla di serie B, cose così.
Ecco, se io confronto la mia scuola elementare con quella del giorno d’oggi devo così tagliarne di ore e di cose per colmare la differenza.
E allora mi chiedo davvero se la scuola elementare che ho fatto io faceva davvero così schifo.

Sì, la maestra non era delle migliori, però io non sono venuto mica fuori ignorante. Forse perché ricevevo altri stimoli fuori dalla scuola. Se quel giorno di terza elementare uscii con la famosa frase della penicillina* è perché a casa leggevo gli inserti conoscere insieme del il giornalino. E guardavo la tv dei ragazzi che all’epoca era davvero la Tv dei ragazzi, dove c’era uno sforzo autorale per produrre delle trasmissioni vere con dei contenuti per i bambini, dove ti insegnavano cose semplici, come dov’è il Giappone.
I compiti me li faceva vedere mia mamma (ancora mi ricordo una domenica pomeriggio terribile in cui mi obbligava a imparare le tabelline – che continuo a ritenere un abominio della scuola italiana, btw).
Quando si andava in ferie, magari non si andava a Londra ma al mare Abruzzo, però mi portavano a fare la gita di  alla casa natale del poeta o alla cittadina d’arte.

I bambini del giorno d’oggi che stimoli hanno? I prodotti editoriali scadono sempre di più, la tv propone solo collage di cartoni, e la tv dei ragazzi ormai è fatta di quelle trasmissioni dove ci sono degli sgallinati che muovono il culo a tempo di musica, o cantano come muezzin avendo come unico fine la celebrità. Nessuno ti dice più in tv dov’è il Giappone.
Le madri arrivano invece che far vedere i compiti ai figli, sono prese anche loro a guardare gli sgallettati che ballano biotti in tv. Perché tanto i compiti glieli fanno fare al tempo pieno.

Quindi alla fine è quello il punto. I genitori con una scuola che fornisce tutte queste ore possono sentirsi sollevati dalla responsabilità di fare alcunché. Consegnano il figlio a scuola la mattina e se lo riprendono alla sera già bell’e pronto, c’è solo da lavarlo e nutrirlo.
Per l’amor del cielo, so bene che il tempo pieno è comodo a molte madri che lavorano; so bene che se ci fossero solo quelle quattro orette mattutine gran parte delle famiglie senza nonni sarebbe col culo per terra.
Ma questo non vuol dire che se i bambini vengono su ignoranti come capre la colpa è solo della scuola e dei tagli.
Perché il processo di formazione di un bambino non può essere solo relegato alla baby sitter di stato.

Ecco, magari sarebbe bello se ognuno si prendesse le sue responsabilità e ritornasse a vent’anni fa, quando nonostante una scuola di quattro ore al giorno e una maestra mediocre,  i risultati erano decisamente migliori.

L’utilità delle cose tecnologiche

June 1st, 2010 by mattia | 1 Comment | Filed in editoriale, riflessioni

Mi facevano notare che è passato giusto un anno da quando google ha lanciato la google wave, quella cosa che nessuno capiva a che serviva ma per cui tutti cercavano gli inviti.

Ora, dire che google wave è morta magari non si può dire. Il mondo della tecnologia si sviluppa in modi diversi: ci sono invenzioni che fanno il boom subito e altre che ci mettono anni a maturare, ma poi si diffondono tantissimo. Pensate al bluetooth, mi ricordo di quando si litigava per le frequenze, di quando si pensava che non avrebbe mai fatto un passo concreto, eppure adesso ce lo troviamo ovunque.

Però questa cosa di google wave suggerisce una cosa: spesso la chiave per fare successo nel campo tecnologico è l’utilità, non necessariamente quella vera, ma quella percepita.
Magari google wave serviva davvero a qualcosa ma la gente non l’ha capito, e quindi è andato in vacca.

L’utilità è la molla che ti spinge a usare qualcosa. Pensate ai vecchi: l’unico modo in cui un vecchio impara a usare il computer è quando scopre che ci può fare qualcosa utile, a lui. Che può essere controllare l’estratto conto del bancoposta senza dover andare alle poste mettendo a repentaglio le gambe anchilosate, o leggere le notizie senza fare il morto di fame sbirciando all’edicola che espone le prime pagine.
Non quello che sembrerebbe utile a noi, ma a lui.

Allora provo a pensare a cosa può essere utile l’iPad. Non starò qui a fare l’elenco di tutti i difetti dell’iPad, ché ne trovate a iosa su internet. Tutto questo fermento per iPad è dato da un saggio marketing della Apple, che sarebbe capace di spacciarti anche mia nonna  come la rivoluzione del futuro, se confezionata a dovere. Ma poi, marketing o non marketing, tutto cade sul discorso utilità: può essere bello e luccicante, ma se non ti è utile, fa la fine di google wave.

E sull’utilità dell’iPad ancora nessuno mi ha convinto. L’unica cosa per cui sono convinto che l’iPad possa servire è per gli utenti passivi, quelli che con un aggeggio tecnologico in mano non producono niente (documenti, immagini, contenuti…) ma si limitano ad usufruire di quello che producono gli altri.  Lo so, sono tanti, forse troppi. E l’iPad può solo contribuire ad aumentarli. Bleah.

i miei 2 cent sulla legge anti-omofobia

May 31st, 2010 by mattia | 3 Comments | Filed in editoriale, politica, riflessioni

Ogni volta che prendono a botte un frocio se ne escono con questa storia della legge sull’omofobia.
E questa volta è anche peggio, perché l’appello viene da quello che è stato preso a botte.

Perché, direte voi, dico che è peggio?
Perché spinge chi governa a dare una risposta che si basa sulle emozioni (come fai a dire di no a uno che ha preso una masnata di botte?), e non una risposta razionale basata su ragionamenti a mente fredda.
Bisogna stare molto attenti alle leggi fatte sull’onda emotiva, perché di solito sono tra i più grossi errori dei governanti. Il governante non deve lasciarsi prendere dalle emozioni, ma ragionare.

Ora, ragioniamo: serve davvero una legge sull’omofobia?
Iniziamo a capire cosa s’intende per legge sull’omofobia. Di solito si intende un’aggravante per alcuni reati quando sono commessi avente per motivazione l’odio contro gli omosessuali.
E già qui inizi a capire che l’applicazione di questa legge sarebbe quantomeno difficoltosa. Iniziamo a dire che le norme giuridiche sono “esteriori”: ossia viene condannato l’atto (che è esteriore) e non i sentimenti (come invece fa la norma religiosa). Quindi già siamo sul confine della definizione della norma giuridica. Ed infatti il problema che segue è chiaro: come fare a distinguere se l’aggressione è avvenuta perché l’aggredito è gay, o perché è tifoso della Roma?
Fatemi capire, la discriminante per determinare se l’aggressione è omofoba si limita al fatto che uno gli grida “frocio di merda” mentre lo prende a mazzate?
Be’, lo bastoneranno stanno zitti. Ah, no, ma allora l’aggredito andrà dal giudice a dire “no, mi hanno aggredito perché sono gay, vede, avevo anche la magliettina rosa attillata, i brillantini sulle labbra e uscivo da un locale di froci”. E voi pensate che un giudice applichi l’aggravante dell’omofobia perché l’aggredito aveva la maglietta rosa attillata e cantava le canzoni di Raffaella Carrà? Suvvia, cerchiamo di essere seri: è semplicemente inapplicabile una legge del genere, perché l’unico modo per verificare se la causa dell’aggressione è l’omofobia consiterebbe nel leggere nel cervello di chi ha aggredito (a meno che non sia così scemo di ammettere di avere aggredito per omofobia, tirandosi il rastrello sui piedi). E la lettura del cervello, oltre ad essere giuridicamente senza fondamento, non è attuabile.

Allora vediamo cosa proponeva il disegno di legge della Concia sull’omofobia. Il ddl propone tante cose, come il divieto per le assicurazioni sanitarie o per le agenzie di lavoro di informarsi sulle tendenze sessuali. Propone l’istituzione di una Autorità preposta al controllo e regolamenta ricorsi. Il ddl stabilisce anche che a scuola non si possano fare nemmeno delle battute sugli orientamenti sessuali, ché se all’insegnante scappa una battuta sui gay arriva il multone (e già qui, uno dice… chi è che non ha mai fatto una battuta…).
Ma il succo del ddl sta nell’art. 1, là dove modifica la legge 654/75 sull’eliminazione delle forme di discriminazione razziale, ampliando la casistica anche ai casi di discriminazione per gli omosessuali. Per cui l’art. 3 della legge 654/75 diventa (in grassetto le modifiche

SALVO CHE IL FATTO COSTITUISCA PIÙ GRAVE REATO,AI FINI DELL’ATTUAZIONE DELLA DISPOSIZIONE DELL’ARTICOLO 4 DELLA CONVENZIONE È PUNITO CON LA RECLUSIONE DA UNO A QUATTRO ANNI:

a)  CHI DIFFONDE IN QUALSIASI MODO IDEE FONDATE SULLA SUPERIORITÀ O SULL’ODIO RAZZIALE, religiosi o fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere;

b)  CHI INCITA IN QUALSIASI MODO ALLA DISCRIMINAZIONE,O INCITA A COMMETTERE O COMMETTE ATTI DI VIOLENZA O DI PROVOCAZIONE ALLA VIOLENZA,NEI CONFRONTI DI PERSONE PERCHÉ APPARTENENTI AD UN GRUPPO NAZIONALE,ETNICO, RAZZIALE, religiosi o fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere

È VIETATA OGNI ORGANIZZAZIONE O ASSOCIAZIONE AVENTE TRA I SUOI SCOPI DI INCITARE ALL’ODIO O ALLA DISCRIMINAZIONE RAZZIALE, religiosi o fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere.

[...]

Quindi non è che si un’aggravante per un reato che già esiste. Semplicemente si vieta di incitare alla violenza verso gli omosessuali e di creare organizzazioni con questo scopo. Perché queste sì sarebbero manifestazioni esteriori, e quindi definibili da una norma giuridica.

Non cambierebbe nulla per gli aggressori dei gay, che continuerebbero ad essere puniti per lesioni personali. Si punirebbero quelli che incitano pubblicamente alla caccia al frocio, ma agli atti pratici per l’aggressione non cambia nulla.

Allora capisci che questa storia della legge sull’omofobia è tutta una fiction. È un modo per fare contenti i gay e dire loro: toh, vi abbiamo fatto anche una legge tutta per voi, cosa volete di più?

Ma poi non cambierebbe nulla, perché non avrebbe – come abbiamo visto – alcuna efficacia. Ma anche qualora si punisse l’aggressione del gay con l’aggravante dell’omofobia, credete che questi reati diminuirebbero?
Basta guardare la storia per capire che la legge non ferma i reati di violenza con la punizione. Inasprendo le pene tu fermi i reati che si eseguono a mente fredda. Se, ad esempio, metti una super multa sull’evasione fiscale, l’evasore fa due conti della serva e vede che statisticamente il rischio è troppo alto e fa un gioco a pedere, quindi evita di evadere. Ma coi reati di violenza, le punizioni non frenano un bel niente, basti guardare come la pena di morte non ha alcuna efficacia nella diminuzione degli omicidi.

In questi casi la punizione si deve basare su un principio di giustizia (ossia deve essere una pena “giusta” per il reato commesso) e non uno strumento per educare le masse, perché è nella realtà dei fatti che non si possano educare. Il fascistello di turno con la bottiglia in mano non si fermerà a mezz’aria pensando “ehi, no, aspetta, ora c’è la legge sull’omofobia e rischio il 30% di pena in più, meglio non spaccargli la bottiglia in testa”. Ve lo immaginate?

E allora, spiegatemi, se la pena deve basarsi su giustizia e non per combattere un fenomeno sociale, perché la pena dovrebbe essere più grave per chi picchia i gay? Mi sta bene per i bambini o le donne perché sono più deboli, ma perché per i gay? Che tirino fuori la borsetta di hello kitty e prendano a borsettate gli aggressori.
Già me li vedo: una volta approvata una legge sull’omofobia, poi capita che aggrediscono un tifoso della Roma, e allora si invoca una legge contro la tifosofobia. Poi aggrediscono un ciclista, e voci si leveranno contro la ciclofobia. E non appena hai accontentato i ciclisti, salta fuori che aggrediscono uno con la maglietta di degli africa unite, allora fai la legge contro l’africaunitefobia.
E dopo un po’ ti trovi a mettere dentro qualsiasi categoria, col rischio che le persone che non sono né gay, né tifosi, né ciclisti, né ascoltatori di raggae rimangono gli sfigati che puoi picchiare senza rischiare più di tanto.

Ora, pensiamoci bene, non sarebbe più semplice avere una legge secondo la quale è sbagliato picchiare qualcuno, e basta?

Quelli che rompono i marony sulla privasi di feisbuc

May 27th, 2010 by mattia | 3 Comments | Filed in editoriale, privacy, riflessioni

Onestamente, quelli che continuano a blaterare di privacy e facebook stanno iniziando a scartavetrare i maroni.

Ne ho piene le balle di sentire gente che si rivolta contro Zuckerberg. Il problema sta a monte di facebook e consiste in quello che fate.

Se tu hai la morosa in italia e appena vai in discoteca a Praga inizi a limonare e a toccare le tette con la prima che incontri, non è che puoi venire a dirmi di non mettere la foto su facebook. Ok, io non la metto e non la taggo,  perché non sono uno stronzo. Ma il problema viene prima: perché toccavi le tette a quella se hai la morosa in italia?

Il problema non è la privacy, ma il fatto che della gente fa cose che non vorrebbe che gli altri vengano a sapere. Sgombro il campo subito (visto l’esempio di prima): non è moralismo il mio ma coerenza. Se tu decidi di limonare con della gente anche se hai la morosa, sei libero di farlo (io non sono d’accordo, ma è solo la mia opione). Però sii almeno coerente, e accetta che i tuoi comportamenti siano pubblici se li fai in pubblico.
Perché non puoi rompere le balle al mondo intero obbligandoli a reggerti il gioco. No, il mondo intorno a te ha meglio da fare che complicarsi la vita per fare un piacere a te. Se vuoi che la cosa non si venga a sapere non ti limoni la prima che passa in un luogo pubblico, te la porti a casa e ci fai tutto i piciu paciu che vuoi senza dover mettere sul groppone degli altri la competenza di matenere la tua privacy.

Oltre alla coerenza c’è un problema di maturità. Le persone che che dicono “oddio, e se la mamma vede quella foto in cui sono sbronzo?” tradiscono un forte senso di immaturità. Ricordano quegli adolescenti che  hanno paura di essere accettati dal gruppo. Sei ubriaco, ok, e allora? Non è un comportamento socialmente accettato? E chi se ne frega.  Cerchiamo di educare il mondo a farsi i cazzi suoi.

A me fondamentalmente non me ne potrebbe fregare di meno  se la mia amica pubblica su facebook le foto di quando sono andato al suo compleanno organizzato in un locale di froci. Anche se ho il mio parroco qui di Praga su FB.  E non ho nessun problema ad andarci con un crocefisso al collo (così come loro non mi hanno guardato male perché c’era un cristiano in un locale di froci). Perché alla fine è quello il punto, essere capaci di essere sé stessi con chiunque si parla e dovunque ci si trova.
Più che un problema di privacy è un problema di ipocrisia.

Piuttosto, non mi piace che pubblichino le foto in cui si vede il dente che mi manca, perché fa davvero schifo. Ma fra poco metto l’impianto e risolvo il problema.

Piesse:  oggi ho scoperto che se metti una zolletta di zucchero nel caffè l’aria che c’è tra un granello e l’altro si libera generando delle bollicine.

Di bavagli e precisazioni

May 16th, 2010 by mattia | 1 Comment | Filed in editoriale, internet

Poi uno rischia di diventare antipatico, ma quando leggi certi articoli e difficile tenere le mani in tasca (vanno subito sulla tastiera, che pensavate?).

Gilioli non si rende conto di quanto sia pericoloso lanciare certi strali, da suo blog che è tra i più visitati d’italia. Domani migliaia di persone ripeteranno a pappagallo che il governo vuole mettere il bavaglio alla rete. E questo per il suo articolo che necessita di precisazioni grosse come macigni.

Parliamo di ISP…
ISP sta per Internet Service Provider, ossia fornitore di servizi internet. In teoria chiunque ti fornisca un servizio su internet, anche dello spazio su cui pubblicare le tue pagine web, è un ISP. Di fatto però ISP viene sempre inteso come fornitore d’accesso internet.
Di solito un ISP, inteso come colui che ti offre un collegamento a internet, è distinto da chi ti offre lo spazio per pubblicare i tuoi contenuti.
I primi sono le grandi compagnie telefoniche (telecom, tiscali, fastweb) gli altri sono aziende, spesso non italiane, che offrono hosting e non accesso internet (o lo offrono, ma come servizio marginale).
Quando allora Gilioli scrive questa frase:

Non so se è chiaro: un bel giorno un signore che lavora a Vodafone o a Tiscali, a Telecom o a Fastweb, può decidere che il vostro post su Balotelli o su Berlusconi, su D’Alema o sul ristorante cinese sotto casa vostra, è “illecito” e quindi cancellarlo.

non si capisce se non capisce questa differenza o fa finta.
Se io ho un blog su blogger o wordpress, come fa tecnicamente Telecom o Fastweb a cancellare il mio post?
[potrebbe impedirne l'accesso, ma varrebbe solo per i suoi clienti; e comunque si sorpassa con un proxy qualsiasi].

La confusione tra ISP e fornitori di hosting continua anche qui:

Già: l’idea che un occhiuto manager di Telecom o Tiscali controlli i miei contenuti, si sostituisca a un magistrato e infine decida che ho scritto qualcosa di illecito, con rispetto parlando, a me pare piuttosto barbarica.

Ora, è vero che la bozza preparata dal governo viene proposta a sia ad ISP che a fornitori di hosting, ma questa confusione è fuorviante.
Perché messa così sembra che al governo basti convincere quelle quattro o cinque aziende che in italia si spartiscono il mercato degli accessi ad internet per poter controllare  tutti i contenuti pubblicati. E siccome a Telecom o Fastweb non conviene fare la guerra al governo ubbidiscono.
In realtà per cancellare del contenuti si dovrebbero convincere centinaia di aziende sparse su tutto il mondo che forniscono hosting. Che già diventa ridicolo di suo.
Basterebbe leggere la bozza
Basta dare una lettura alla bozza di questo regolamento per capire che certe preoccupazioni sono pompate ad arte.
Innanzitutto è un testo scritto coi piedi, che non impone niente a nessuno. In pratica il governo propone, ma le aziende sono autorizzate a fare una pernacchia e a tirare dritto per la propria strada.

Ma anche per chi aderisce al codice già il governo mette le mani avanti e scrive:

I soggetti aderenti si impegnano a promuovere l’effettiva attuazione delle disposizioni del presente Codice e a collaborare tra di loro per individuare e implementare le migliori modalità applicative dello stesso

Che tradotto significa oh, belli, lo so che queste paginette non hanno alcun valore legale, però non è che fate finta di firmarle e poi andate avanti come prima.
Cioè, già lo sa il governo che non può obbligare le aziende a fare gli sceriffi del web, e tenta alla disperata di prenderli sull’onore.

Basterebbe leggere la bozza per leggere anche che non è tutto fascismo quel che è nero. Il regolamento prevede anche misure a tutela dell’utente, qualora venisse censurato. Cose che oggi spesso non accade in alcuni servizi (e penso ai video su YouTube che ti segano al volo se qualche pirla fa una segnalazione  asserendo che violi un copyright). Almeno adesso le aziende sono obbligate ad essere trasparenti sulla censura:

b. fornire agli utenti tutte le informazioni utili per poter avanzare eventuali reclami ed esercitare i propri diritti in merito all’applicazione del codice;
c. mettere a disposizione dei destinatari dei propri servizi, in modo continuativo e chiaramente visibile ed accessibile, un apposito link a modelli di segnalazione e di  reclamo di cui alla lettera b.
d. garantire la possibilità di verifica di ogni attività di rimozione dei contenuti, anche al fine di tutelare chi si vedesse indebitamente censurato a seguito di segnalazioni non corrette;
e. assicurare trasparenza e pubblicità alle segnalazioni e reclami, nonché all’attività di rimozione e di eventuale ripristino dei contenuti;

Ma riflettiamo: perché aderire?
Cerchiamo allora di capire perché un’azienda dovrebbe decidere  volontariamente di censurare i contenuti dei suoi utenti. Ricordo che non parliamo di Telecom (che di sicuro non si mette contro il governo) ma di aziende com Google, che possiede blogger, che hanno proprietà all’estero oppure di aziende che forniscono servizi di web hosting in italia, come Aruba.

Ora, censurare i miei utenti è come darsi una mazzata sui piedi. Appena si diffonde la voce diventi l’azienda-male e la gente ti fa la guerra. Significa perdere una botta di utenti. Gli unici che potrebbero accettare di agire in modo così inpopolare sarebbero quelle aziende che ti forniscono servizi gratuiti di web hosting. Perso a Google e al suo blogger che ti può dire: guarda, io ti faccio fare il tuo blog gratuitamente, quindi non puoi pretendere niente, ubbidisci e prendi lo spazio così com’è che ti viene via gratis. Di contro non si inimicherebbe il governo che non lo disturba sulle altre attività sulle quali l’azienda fa i soldi.

Dubito però fortemente che un’azienda di webhosting che basa la sua fonte di reddito su utenti paganti per il proprio spazio internet accetti così alla leggera di censurare i suoi utenti. Perché quando paghi per avere un tuo sito, non accetti di essere censurato alla carlona. Appena ci provano sposti il tuo sito da un’altra parte e così perdono un cliente pagante. E quando l’azienda perde i clienti paganti non può andare dal governo a chiedere il rimborso.
In questo caso sul piatto della bilancia peserà di più l’importanza dell’utente in quanto fonte vitale per il core business dell’azienda, piuttosto che l’amicizia col governo.

E alla fine ritorniamo sempre lì: se vuoi un servizio gratuito ne paghi anche le conseguenze. I diritti si invocano solo quando si hanno dei doveri, tipo pagare qualcosa per avere dell’hosting.
Ché le persone che proclamano solo diritti mi stanno antipatici.