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Per rispetto della legge (col pisello al vento)

May 14th, 2012 by mattia | 5 Comments | Filed in editoriale, religione, riflessioni, sikh, turbante
Sabato mattina. Mi preparo per andare in aeroporto. Davanti alla valigia mi fermo un attimo e penso: che biancheria uso?
Non prendetemi per matto, era una domanda con un suo senso.

Rifletto: meglio non mettere il fundoshi oggi. Se in aeroporto mi selezionano per il controllo extra va a finire che sentono il fundoshi, si insospettiscono e me lo fanno togliere.
Nella parte che lo regge in vita infatti la stoffa è arrotolata e crea un piccolo spessore. Un controllore lo sentirebbe  sotto i vestiti e come minimo lo scambierebbe per una cintola dentro cui ho nascosto un'arma. Mi porterebbe in una stanza e mi farebbe spogliare per dimostrare che è solo un fundoshi e non ho armi addosso.

Non che mi avrebbe creato un trauma spogliarmi e stare lì col pisello al vento di fronte al personale della polizia canadese. Per quanto mi riguarda è come se fossero medici: non mi vergogno a spogliarmi davanti a dottori (di ogni genere) non vedo perché dovrei aver problemi con chi per lavoro deve fare ispezioni.
E non avrei nemmeno perso l'aereo perché ero arrivato con il mio solito anticipo mostruoso.
Ma per evitare complicazioni inutili ho scelto una mutanda occidentale per quel giorno.

Arrivo in aeroporto e immaginate cosa? Controllo extra!
Tra l'altro mi hanno pure passato la pezza per rilevare gli esplosivi alla cintola che io mi domandavo: a cosa serve? uno gli esplosivi li maneggia con le mani. Ma magari pensavano avessi una cintura esplosiva attorno alla vita.

Ad ogni modo, passo il controllo senza problemi e vado all'imbarco. Ho fatto la scelta giusta con le mutande quella mattina.
Ma anche se il controllore avesse scambiato il fundoshi per qualcosa d'altro e mi avesse chiesto di toglierlo non avrei avuto problemi. Se le regole per garantire la sicurezza sono quelle ti adatti. Ecco, magari fammelo togliere in una stanza riservata. Ché stare col pisello al vento davanti alla polizia non mi fa problema, davanti a tutta la gente che passa magari un po' sì. Dopodiché non vedo di cosa avrei potuto lamentarmi.

E voi direte (suppongo): ovvio.
Mica tanto. Perché ci sono persone che vanno in giro con turbanti o veli e quando all'aeroporto gli chiedono di rimuoverli per un'ispezione vanno su tutte le furie e creano casi diplomatici internazionali.
Ora, vuoi andare in giro col turbante perché sei sikh? Libero di farlo. Però se vai all'aeroporto e ti chiedono di toglierlo, te lo togli. Punto. In una stanza riservata, ma te lo togli.
Con molta diplomazia e delicatezza: me ne fotte una beneamata mazza se la tua religione dice che devi tenerti il turbante in testa anche quando fai la doccia e se lo togli più di dieci secondo fai peccato mortale e vai all'inferno. Se vuoi viaggiare in aereo ci sono delle regole di sicurezza da rispettare. O le rispetti oppure stai a casa a guardarti i capezzoli allo specchio.
E no, non è una questione di rispetto delle religioni. La religione mica è un jolly che ti giochi come carta magica per fare tutto quel cazzo che vuoi. Non è che basta dire eh, ma la mia religione dice che... per scavallare tutte le regole.
Altrimenti va a finire che uno si inventa una religione per cui può essere perquisito solo dalle persone che hanno esattamente 329.293 capelli, un occhio azzurro e uno verde e per rispetto alla sua religione se lo vuoi perquisire ti tocca cercare un poliziotto che ha 329.293 capelli, un occhio azzurro e uno verde.

No, perché la costituzione all'art. 8 dice
Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.

e mi sa che la parte evidenziata in rosso qualcuno se la dimentica troppo spesso.
Se la religione e la legge fanno a botte, è la legge che vince mica la religione.

Invece siamo arrivati a un punto in cui ci si sta rincretinendo sul concetto di dover rispettare tutte le religioni a tutti i costi. Si continua a ripetere per rispetto di quella religione.
Quando invece dovrebbe essere l'opposto: sono coloro di quella religione che dovrebbero adattarsi per rispetto della legge.

Bisogna puntare sulla ricerca

April 20th, 2012 by mattia | 3 Comments | Filed in editoriale, riflessioni
Non c'è volta che, ascoltando un dibattito televisivo, non senta qualche politico dire che per uscire dalla crisi bisogna puntare sulla ricerca.
Poi nessuno dice cosa vuol dire puntare sulla ricerca ma intanto buttano lì quella frase. Una frase contro cui non puoi dire niente: ti mette automaticamente dalla parte del giusto, mica che uno può dirti che no, non bisogna puntare sulla ricerca.
Un po' come quelli che dicono bisogna puntare sui giovani; mica puoi rispondere loro che bisogna puntare sui vecchi.

Sia chiaro, non sarò certo io a parlare male della ricerca. Più soldi vanno alla ricerca e meglio è.
Quello che però non mi torna è il "per uscire dalla crisi".

La ricerca è importantissima, ma non ti fa uscire dalla crisi. Mette le fondamenta per il futuro, che è un'altra cosa.

Ci sono due aspetti che mi sembra i politici si dimentichino quando parlano di ricerca.

Il primo è che le ricadute benefiche di una scoperta si ottengono dopo anni o lustri da quando la scoperta viene fatta. E questo anche per le tecnologie più spinte dove vengono investite valanghe di quattrini. Pensate alla GMR: fu scoperta alla fine degli anni '80, ma ci volle un decennio affinché vennero prodotti i primi dischi fissi con GMR.
E' normale, perché quando fai ricerca lavori su qualcosa che ancora non si conosce. Tu puoi fare anche una scoperta, ma quando si tratta di trarne un'applicazione pratica ti trovi a che fare con qualcosa di completamente nuovo. Prima che la nuova tecnologia sia digerita a tal punto da consentire una produzione di massa di tempo ne passa.
Guardiamo al grafene: è stato inventato nel 2004, ora si sta lavorando a transistor estremamente veloci basati sul grafene, ma siamo ancora agli inizi. Chissà quanto tempo passerà fino al giorno in cui potrò andare da Alza e comprare dell'elettronica di consumo con dentro quei transistor.
E questi sono solo due esempi di due tecnologie che hanno avuto un boom e tantissime persone che ci lavorano sopra fin subito dopo la loro scoperta. Per altri risultati della ricerca il tempo per arrivare all'applicazione pratica scorre molto più lentamente.

La ricerca ha sicuramente degli effetti importantissimi sul sistema economico, perché è meglio produrre tecnologia che magliette a basso costo.
Però se investi oggi nella ricerca i risultati li vedrai tra anni, tra tanti anni. Bisogna investire in ricerca oggi per consentire alla prossima generazione di vivere in un paese che produce tecnologia e non magliette a basso costo. Ma questa è pianificazione del paese tra vent'anni.
La crisi c'è adesso. I disoccupati ci sono adesso. Le persone che si suicidano o che fanno la fila alla mensa della caritas ci sono adesso.
E investire nella ricerca non serve assolutamente a niente per risolvere questi problemi (a meno che uno di quelli in fila alla mensa dei poveri non sia un ricercatore a cui dai un grant).
Investiamo pure nella ricerca, e investiamo anche tanto. Ma non illudiamoci che questo serva ad uscire dalla crisi.

Secondo punto spesso dimenticato dai politici.
La ricerca è un investimento sui grandi numeri. Se finanzi mille progetti magari solo tre produrranno risultati di quelli che spaccano.
Il più delle volte produrranno risultati magari anche utili ma marginali. Delle volte i risultati saranno anche deludenti. Funziona così quando lavori su qualcosa che non si conosce ancora (non a caso è ricerca). Serve anche quello, perché uno cerca di fare cose ancora non fatte e se ha già visto che la strada percorsa da un altro non porta da nessuna parte allora prova a indirizzarsi altrove, e magari trova la strada giusta.
Si deve essere in tanti, ognuno prova una strada, e sui tanti ci sarà qualcuno che imbrocca quella giusta.
Dicevano, finanzi 1000 progetti e le scoperte che spaccano vengono solo da 3. Ma se finanzi 100 progetti? Può darsi che ti va di culo e i 3 progetti destinati ad aver successo sono tutti inclusi in quei 100, così come può andarti male e nessuno porta a risultati importanti.
Con numeri così piccoli per avere la sicurezza di avere risultati importanti devi investire tanto, in modo che prima o poi qualche progetto vincente lo becchi.
Ciò significa che se investi il 5% in più in ricerca non puoi aspettarti un 5% in più di risultati. Magari avrai un 5% in più di ricercatori che lavora, un 5% di laboratori che fanno esperimenti, un 5% in più di pubblicazioni su giornali scientifici. Ma non necessariamente un 5% in più di risultati con effetti pratici sull'economia e sulla vita di tutti noi.
Per quello devi investire tanto. Un po' come se fosse un gradino altro 20 cm: per salirci sopra il piede si deve sollevare di almeno 20 cm, se lo sollevi di 5 cm non è che ti diventa più facile salirci sopra. O lo alzi di 20 cm o nisba.

Poi c'è una cosa importate da considerare: è vero che la ricerca ha effetti economici importanti per chi la produce. Dalle scoperte nascono i brevetti e quindi la possibilità di fare economia. Ma dei benefici ne godiamo tutti. Un esempio facile: se uno scopre un farmaco per curare una brutta malattia lo brevetta, lo produce, ne vende un botto, l'azienda fiorisce e si fa la villa in Sardegna.
Però il farmaco è a beneficio di tutti. Lo pago, vero, ma intanto ce l'ho e posso usarlo per guarire, prima non c'era e mi attaccavo al tram.
E lo stesso per ogni tecnologia. C'è chi la inventa, la produce e ci guadagna e poi c'è il mondo intero che ne trae benefici perché la vita si semplifica.
E allora io penso che i fondi per la ricerca debbano sempre più essere gestiti a livello internazionale: gente di tutto il mondo trarrà beneficio dai risultati, perciò è ragionaevole che tutto il mondo unisca le forze e condivida i vantaggi della ricerca.
Non si può farlo sul mondo intero? Ok, facciamolo almeno per l'Europa.
Già ora i programmi quadro dell'Unione Europea finanziano tantissimi progetti di ricerca: per quanto mi riguarda bisogna andare sempre più in quella direzione. La ricerca non deve più essere un problema locale, ma globale.
Secondo me puntare sulla ricerca significa premere sull'U.E. affinché la ricerca diventi sempre più affare europeo e non di cortile.

Anni fa conobbi un ricercatore di un istituto di ricerca italiano, e discutendo con lui scoprii che in quell'istituto non consentono di partecipare ai call dei programmi quadro dell'U.E.
Strano, gli dissi, so bene che la probabilità di vedere il proprio progetto accettato è bassa, e spesso spendi una marea di tempo per scrivere il progetto che poi ti viene respinto. Però è un'ottima opportunità per raggranellare dei fondi. Se ti finanziano un progetto sei a cavallo per qualche anno.
Ed egli mi rispose che mica era quello il problema. Non volevano fare richiesta per i programmi quadro dell'U.E. perché poi la burocrazia da gestire è tanta e le segretarie non volevano farsene carico.
E' vero, la burocrazia da gestire per un progetto finanziato dall'U.E è micidiale. Però puoi sempre assumere una segretaria a mezza giornata che ti gestisce la burocrazia: lo puoi fare coi soldi del progetto, puoi preventivare un costo anche per quello, mica è vietato.
No, no, non si può fare, perché così, perché cosà...
Ecco, magari puntare sulla ricerca significa anche ridurre queste pastoie burocratiche di cui è piena l'italia. Se un ricercatore vuole proporre un progetto finanziato dall'U.E. gli si dice bravo, non lo si blocca perché per assumere una segretaria a mezza giornata si deve fare un concorso pubblico con bando pubblicato in gazzetta ufficiale, raccomandate, prove di selezione e così via.
Perché che la ricerca venga bloccata da queste cose è demenziale.

Uno strano silenzio

November 30th, 2010 by mattia | 20 Comments | Filed in editoriale, ignoranza, riflessioni
Ieri sera ho fatto passare tutti i blog che guardo di solito. E per essere completo anche qualcuno di quelli che leggo ogni tanto.
Sono blog che il Lunedì mattina fanno i diavoli a quattro per le dichiarazioni domenicali del Papa. Avete presente? Quando dice che l'omosessualità è moralmente inaccettabile. Quando dice che non bisogna usare il goldone, o che l'eutanasia è peccato...

Ti dicono che il Papa deve stare zitto, che lo stato è laico, che i cattolici non possono imporre la loro morale agli altri che la pensano diversamente. Ti dicono che c'è la laicità dello stato...
Ieri nessuno di questi blog parlava del suicidio del prete di Caravaggio. Nessuno.
Tutto sommato è andata anche bene. Mi aspettavo che qualcuno scrivesse un gli sta bene. Molti l'avranno anche pensato, ma non hanno avuto le palle per scriverlo.

Eppure la questione è la stessa. Perché, lo chiarisco ancora una volta (anche nei commenti qui si vede che non è chiaro), l'età del consenso per compiere atti sessuali in italia è 14 anni. Quando l'attore delle Iene si presenta al prete dicendo di avere 17 anni il prete aveva tutto il diritto legale di provarci, così come ognuno di noi ci provarci con una persona che ha più di 14 anni.
Sembra che nemmeno quelli delle Iene l'abbiano capito (vedi messaggio sotto, dove continuano a ricalcare questa storia del minorenne).
Se invece di essere stato un prete fosse stata una donna a provarci con il diciassettenne nessuno si sarebbe scandalizzato (onestamente, vedi una ragazza che spalpigna un diciassettenne e cosa fai? le dici che deve farsi curare? oppure dai il cinque alto al ragazzo dicendogli "evvai che finalmente puci il biscotto" ?).

Ci sono delle leggi in uno stato: ognuno è tenuto a rispettare solo quelle. Tutto il resto - la buona educazione, il politicamente corretto, il fair play, la morale - non sei obbligato a rispettarlo. E così come non vuoi che il Papa ti dia lezioni sull'aborto, non devi neanche tollerare che un programma televisivo giudichi le scelte sessuali di una persona. Perché quando Viviani dice al prete testuale "penso che indurre un ragazzino ad avere la prima esperienza omosessuale con un prete come lei non sia la cosa giusta" non fa altro che applicare la sua morale al comportamento degli altri (la stessa frase non l'avrebbe detta se al posto del prete ci fosse stata una MILF o una ventenne). Né più né meno di quello che fa il Papa quando fa le sue dichiarazioni contro gli omosessuali.

Solo che se il Papa dice che gli omosessuali si devono far curare si trova i sit-in di protesta in piazza San Pietro e mezza blogosfera in rivolta. Le Iene fanno praticamente la stessa cosa applicando la loro morale agli altri e non succede niente.

Oh, magari è sfuggita la notizia. In effetti suicidarsi lo stesso giorno in cui escono le dichiarazioni di wikileaks non è una mossa mediaticamente intelligente. E ovviamente non è che uno è obbligato a parlare degli argomenti che dico io, ci mancherebbe. Però è un silenzio che pesa. Sono due pesi e due misure nel valutare i fatti di cronaca che non posso dimenticare. No, lo dico così, perché per quanto mi riguarda ogni volta che adesso leggerò su questi blog la classica invettiva con il Papa cattivo che impone la sua morale agli altri, la credibilità degli autori che ieri sono stati zitti sarà meno di zero.

Una in più

November 21st, 2010 by mattia | 3 Comments | Filed in editoriale
Stamane mi sono ricordato di un episodio della mia infanzia. Avevo non più di otto anni, e la maestra ci diede tante divisioni da fare come punizione. Non è che la punizione era personale, era una punizione collettiva alla classe (non mi ricordo nemmeno per cosa).
Onestamente non so dire quante divisioni fossero, ma vi assicuro che erano veramente tante, da passare tutto il fine settimana sul quaderno di matematica.

Di fronte alle mie proteste da bambino che si ribellava contro la punizione, mi papà mi disse: tu falle tutte le divisioni, e poi fanne una in più.

Per dimostrare di essere superiore, per buttare il quadreno sulla cattedra con orgoglio e avere il diritto di aprire la bocca e dire quello che volevo alla maestra, senza che ella potesse rimproverarmi niente. Una in più.
Inconsciamente questa cosa mi è rimasta dentro.

Forse è per quello che quando vedo i ricercatori che fanno il blocco della didattica non riesco ad essere in accordo con il loro metodo di protesta. Il Ministero ti rende la vita precaria? Ok, sono dalla tua parte (almeno, per quanto riguarda i ricercatori seri). Ma che senso ha bloccare l'insegnamento?
Fa' le tue lezioni, ma non solo: fanne una in più.
Perché così avrai sempre il diritto di poter aprire la bocca davanti al Rettore o davanti a Ministro.

Certo, col blocco della didattica la tua lotta è più efficace, riesci a farti sentire. Ma cosa ne penseranno gli studenti? Io, studente, sono solidale con i ricercatori quando questi fanno una lezione in più, quando li trovo a mia disposizione per un ricevimento, quando mi scrivono una risposta a un dubbio via email, quando hanno la pazienza di rispiegarti una cosa senza mandarti al diavolo.
In italia ci sono un milione e ottocento mila studenti universitari (suppergiù), e praticamente tutti passano per insegnamenti tenuti da ricercatori. Alcuni concordano con il blocco della didattica, ma credo che sono pochi. La maggioranza di loro ti mandano al diavolo perché per colpa della tua protesta slittano le lezioni, che poi si accavallano ad altri corsi e si incasina tutto.
Sbagliano? Dovrebbero capire i nobili intenti della tua protesta? Sono solo egoisti che pensano al loro tornaconto e non all'interesse delle università nel loro complesso. Può darsi.
Però sono tanti. Sono una grossa fetta dell'elettorato italiano: sta a te decidere come influenzare le loro opinioni.

Una protesta come questa ti darà visibilità nell'imemdiato, ma non fa altro che aumentare il divario tra il mondo accademico e l'opinione pubblica. Non stupitevi poi se la gente non si ribella contro i tagli all'università: vi difenderanno a spada tratta solo quando voi avrete dimostrato di essere sempre a disposizione tutte le volte che lo studente ha bisogno, e anche una in più.

Risposta aperta a Giulio Ballio

November 16th, 2010 by mattia | 8 Comments | Filed in editoriale, ignoranza, riflessioni
Qualche giorno fa ho ricevuto a casa (non qui in Giappone ma dove vivevo da studente) una lettera di Giulio Ballio, il tizio che ha messo il suo autografo sulla mia laurea.
Il testo della lettera è qui sotto, segue la mia risposta.
Gentile Ing. Mattia Butta,
sono stato incoraggiato a scriverle dall'esempio di un nostro laureato che ha deciso di destinare un'importante somma per borse di studio per i nostri studenti, spinto dalla gratitudine verso il Politecnico per la formazione ricevuta e per il contributo che essa ha dato alla sua carriera professionale. Sono sicuro che molti altri laureati condividono la preoccupazione di questo nostro collega perché i migliori alunni possano aver accesso ai più alti livelli della formazione tecnico-scientifica.

Quest'attenzione dei nostri laureati verso le necessità degli studenti, è la ragione per cui il Politecnico ha avviato, dal 2010, la campagna permanente di raccolta fondi a favore della Scuola di Dottorato del Politecnico di Milano.

Il Politecnico, ad oggi, non è purtroppo in grado di assicurare una borsa di studio a tutti i candidati meritevoli. Nel 2009, solo il 50% dei giovani idonei a frequentare la Scuola di Dottorato ha avuto accesso a una borsa di studio: dei 186 candidati a cui non è stato possibile finanziare il progetto di ricerca, 115 non hanno potuto iscriversi per mancanza di mezzi. Molti di essi hanno dovuto cercare un dottorato finanziato all'estero.

Un giovane senza un finanziamento è infatti costretto ad abbandonare la ricerca per potersi mantenere autonomamente: la sua unica alternativa è continuare la propria formazione all'estero, portando via con sé quel talento e quelle capacità di cui potrebbe, un domani, beneficiare la nostra società. Per un intero anno di ricerca è necessaria una borsa di 20.000 euro, per offrire un'esperienza di formazione all'estero a un nostro giovane ricercatore servono 3000 euro.

Le chiedo di unirsi a noi facendo una donazione di almeno 100 euro a sostegno dei giovani ricercatori del Poli. Troverà in allegato le diverse modalità per donare.
Con questo impegno Lei può consentire consentire ai nostri giovani ricercatori di impegnarsi a tempo pieno alla ricerca e continuare a contribuire con la loro opera alla crescita dell'intero paese. Grazie al Suo personale contributo, la nostra Università potrà continuare, come da tradizione, a esser prima nella formazione, prima nella ricerca, prima nell'innovazione.

Professor Giulio Ballio
Rettore Politecnico di Milano
RS. Le ricordo che le donazioni alle università sono fiscalinente deducibili senza alcun limite d'ìmporto. Grazie!

Caro Prof. Ballio,

è sera qua in Giappone, e non ho molto tempo per scrivere una lettera bella come la sua, quindi mi perdonerà se lo stile non sarà elegante e raffinato.

Per sua sfortuna le è capitato di mandare questa lettera alla persona sbagliata. Già, perché io un dottorato di ricerca all'estero (in Rep. Ceca) l'ho fatto veramente. Che senso ha chiedere proprio a me del denaro per finanziare una borsa di dottorato al PoliMi?

Per non far scappare altre persone come sono scappato io? No, caro Ballio, perché io me ne sono andato per scelta. Non l'ho nemmeno chiesta lo borsa di dottorato al Poli, non mi è stata rifiutata: la mia è stata una scelta consapevole, non un ripiego. Io non sono stato quello che se ne è andato piangendo perché costretto a emigrare. Me ne sono andato sereno e convinto della mia scelta. Andarsene è una cosa che consiglio a tutti, altro che dare dei soldi per restare.

Dalla sua lettera, caro Ballio, traspare molto provincialismo, e una sommaria ignoranza di cosa gira attorno a un dottorato di ricerca. Parla di ventimila euro annui per una borsa di dottorato: sa a quanto ammonta una borsa di dottorato in Rep. Ceca? Sono 5.500 corone al mese. All'incirca 220 Euro mensili.
Eppure durante i miei quattro anni di PhD mi sono mantenuto senza dover dar via il culo, anzi ho pure messo via qualcosa. E sa perché? Perché oltre a quei 220 Euro c'era tutto il resto. C'erano i progetti di ricerca per i quali ero assunto, c'erano i soldi per le pubblicazioni, per le citazioni... Sì, ad ogni articolo pubblicato ricevevo dei soldi. Ogni volta che qualcuno citava un mio articolo nelle referenze mi beccavo altri soldi.
E le dirò di più: in Rep. Ceca vige un sistema "a punti": articoli, citazioni, brevetti, prototipi etc danno dei punti. E sulla base di questi punti il governo dà i soldi agli atenei, gli atenei alle facoltà e le facoltà alle persone. Il tutti parametrato sui punti, ossia su quanto lavori.
I 220 euro erano solo la base, perché poi il resto dipendeva da me.

Quello che non mi piace nel suo atteggiamento è il concetto di garantito. Lei vuole garantire una borsa di studio piena a un dottorando, a prescindere da quello che fa, da quante pubblicazioni produce etc.
Lo sa Ballio da dove veniva parte del mio stipendio? Da un progetto finanziato da un'agenzia (GACR) che finanziava i progetti di ricerca. Tu hai un'idea, stili un progetto, e loro se lo ritengono meritorio lo finanziano. Per l'idea che stava alla base della mia tesi di dottorato hanno finanziato tre milioni di corone (120 mila euro). Non male per il progetto di un PhD, vero?
Con quei soldi ci compravamo il materiali, i computer, i software, le mie trasferte di lavoro, e ci stava dentro anche un po' di stipendio per me e per quelli che con me lavoravano.
Ma non era una cosa arrivata per diritto, era un finanziamento su un progetto. I soldi, cioè, li danno alle idee che ritengono meritorie, non a pioggia un po' a ciascuno.
Sarà poco garantista e molto competitivo ma io preferisco questo sistema.

Quello che poi mi irrita è il suo provincialismo. Quando scrive "Molti di essi hanno dovuto cercare un dottorato finanziato all'estero" e "la nostra Università potrà continuare, come da tradizione, a esser prima nella formazione, prima nella ricerca, prima nell'innovazione" non può non pensare che il lettore vi veda della spocchia da italiano che pensa che l'italia è paese migliore al mondo. Molti hanno fatto il PhD all'estero, e allora? Che c'è di male? Il PhD vale qualcosa solo se fatto il italia, e magari al Polimi (la prima nella formazione bla bla bla).
Guardi Ballio che fare il PhD all'estero è cosa buona e giusta. Fa bene alla mente spostarsi in un'altro paese anziché arrocarsi alle gambe della scrivania sotto la quale si è cresciuti.
La scorsa settimana ho conosciuto alcuni miei colleghi che fanno il PostDoc in Giappone, e quasi tutti avevano fatto il PhD all'estero: erano americani, tedeschi, cinesi... Fare il PhD all'estero è - si tenga forte - una cosa normale.
Il fatto che lo consideri un ripiego per mancanza di fondi è sintomo di quanto sia provinciale la mentalità del Poli. Non chiedetemi i soldi per far rimanere gli italiani, bensì per attrarre gli stranieri!

Ma c'è un altro motivo per cui non vi darò nemmeno un centesimo: ho conosciuto alcuni che hanno fatto il dottorato di ricerca al Polimi. Gente che non è stata rifiutata, a cui è stata assegnata la borsa, pensi un po'.
Una volta ho visto un tizio, laureato in ingegneria elettrica, che si bullava parlandi di equazioni di Maxwell, ma poi non sapeva come usare un multimetro. Che è come un geometra che non sa usare un righello, per intenderci. Mi dica Ballio, io dovrei dovrei darei dei soldi per pagare lo stipendi a dei rincoglioniti così?

Tutta l'assurdità della sua lettera sta in quella frase: "Grazie al Suo personale contributo, la nostra Università potrà continuare, come da tradizione, a esser prima nella formazione, prima nella ricerca, prima nell'innovazione".
Ma prima rispetto a chi o a che cosa? Chi le ha detto che siete i primi? In provincia di Milano sì, glielo concedo. Ma poi c'è un mondo intero col quale confrontarsi, e non basta gridare "siamo i primi" per esserlo davvero. E non lo si è per tradizione, non si è primi solo perché si hanno tanti alunni o perché si è in una città importante. Smettetela, per cortesia, di sentirvi un ateneo di eccellenza solo perché siete nella grande Milano. Togliamo il livello PR e andiamo al sodo: il Politecnico di Milano diventerà una Università tra i primi quando smettera di ripeterselo e inizierà a dire: opoffarbacco, non sono mica prima, devo mettermi a lavorare sodo.

Ecco, Ballio, a una istituzione così boriosa i miei soldi proprio non li do. Cambiate mentalità, cambiate gestione, premiate il merito, mandate fuori dalle balle i rincoglioniti che fanno i teorici ma non sanno neanche tenerlo in mano, smettetela di fare i provincialisti e gli italocentrici, e poi, solo dopo, chiedetemi i soldi.

Mattia Butta, PhD

Piesse: agli uomini si scrive "Egr." non "Gentile" (che si usa per le donne).
Ah, già che ci sono, il mio titolo non è "Ing." (titolo che viene dato dall'iscrizione all'albo degli ingegneri) ma "dottore magistrale" in ingegneria (titolo attribuito dalla laurea che mi ha firmato). Non che me ne freghi più di tanto, ma se vuole chiamarmi per titolo almeno usi quello giusto. È una questione di educazione.

Il male peggiore

November 9th, 2010 by mattia | 14 Comments | Filed in bufale, editoriale, politica
Di solito quando faccio notare ai grillini l'inconsistenza del movimento cinque stelle questi mi rispondono "Embè, allora preferisci votare Bersani, Berlusconi ...?".

Loro pensano di avere i candidati migliori solo perché sono i giovani e sanno usare (a spanne) un pc. Poi quando gli spieghi che i candidati del movimento cinque stelle hanno la statura politica di una sardina si aggrappano alla teoria del male minore. Ti dicono che tutto il resto del mondo politico è corrotto/ladro/puttaniere e loro scelgono il movimento cinque stelle come male minore: "almeno loro....".

Invece no, i grillini sono il male peggiore.
La prova è questo ennesimo epic fail di Grillo che fa della demagogia a basso costo con la storia dei limoni di Terzigno. Faccenda già sbufalata in mezza internet, figura di merda a n! per Grillo (che ovviamente non rettifica niente, non ammette di aver preso una cantonata). È una bufala che serve per supportare le proprie ideologie, e quindi fa comodo anche raccontare stupidaggini, e poi chissenefrega se è una bufala, Bertolaso è comunque cattivo.

I grillini sono il male peggiore perché la loro ideologia, il loro programma, le loro proposte sono quasi interamente basate su queste puttanate. In questo caso la faccenda si sbufala in due secondi, in altri casi è più impegnativo spiegare perché il grillismo è basato su panzane. Ma quasi tutto nell'ideologia del grillismo, anche quando parlano di energie rinnovabili, deriva da bufale ripetute a vanvera da gente senza competenze tecniche e ignorante.

E allora una volta che togli tutte queste bufale non rimane niente. Gli altri partiti saranno pieni di ladri, di condannati in Parlamento, di incollati alla cadrega etc. ma tolti questi malandrini rimane un'ideologia. Che puoi condividere o meno, ma rimane un'ideologia. Nel caso dei grillini invece tolte le bufale c'è l'insieme vuoto.
Votare per il movimento cinque stelle è il male maggiore perché invece di votare un idea con del male attorno scegli un partito che ha solo il male come ragione sociale.

Piesse: perdete due minuti a leggere i commenti dei grillini all'articolo linkato sopra. Praticamente sembra di leggere i commenti di uno stuolo di sciacomicari doc. Ecco, io avrei schifo a pensare che il mio voto sia condiviso con gente del genere.

Facciamo la classifica della più figa della classe?

November 9th, 2010 by mattia | 2 Comments | Filed in editoriale


Questa cosa della classifica delle università mi sta stufando. Soprattutto per come viene presa dai giornali, che costruiscono attorno a queste classifiche degli articoli senza senso conditi con frasi di pura demagogia tipo neanche una università italiana, siamo alla catastrofe...

Per puro caso sono uno di coloro a cui è stato chiesto di stilare il questionario che è servito a formare la classifica delTHE (time higher education). Probabilmente ho anche conferrmato qualche clausola confidenziale sulle domande, o forse no, putroppo non ricordo. Per star sicuri non entro nei dettagli del questionario.
Quello che però posso dire è che molto nei risultati dipende da come il personale accademico risponde alle domande, e non è detto che questo sia un indicatore oggettivo della realtà.

Nel mondo le università sono qualche migliaio: avete idea di cosa significa analizzare anche solo un aspetto, facciamo la didattica, di tutte le università del mondo? Quanto costa fare un progetto di ricerca del genere, mandare ricercatori in tutte le università del mondo a valutare le lezioni?
Obiettivamente è molto più semplice fare un questionario da compilare online. Investimento di denaro 1 a mille mila.

Solo che quando leggi i dati devi sapere che non sono una valutazione oggettiva di un esperto esterno, ma riflettono la predisposizione che ha chi compila il questionario.
Ovvio che le università americane spopolano: lì crescono fin da piccoli nell'idea che la tal università è la migliore, fanno il merciandaisin della università, si dicono tra di loro che sono fighissimi, si danno il cinque alto col rettore per dimostrare quanto sono cul, fanno tutte le cerimonie col coso nero e col cappello...
Ovvio che poi quando finiscono a lavorare nell'ambiente accademico hanno una formazione mentale per cui pensano di essere il meglio. In italia invece si cresce con la mentalità che le università italiane siano allo sfascio, perciò non puoi aspettarti grandi risultati dalle risposte dei questionari. Che poi può anche essere vero che una università è figa e l'altra allo sfascio, ma non puoi lasciare all'umore di chi c'è dentro la valutazione.
Molti italiani hanno la brutta predisposizione a pensare alle università estere come se fossero il paradiso. E va bene, spesso sono migliori, ma non sono  il paradiso.
Conoscevo un pirla che sognava il MIT. Non sapeva nulla del MIT, se non che fosse .... IL MIT (da leggere con enfasi, un po' come quando pensi alla figa prima di puciare il biscotto e pensi.... ah - sospiro - la figa).
E sognava di andarci a fare il dottorato di ricerca (sopravalutando le sue scarsissime capacità), pensava di arrivare in un mondo magico. Poi magari si sarebbe stupito quando, passate le pacchiane colonne del cortile centrale si fosse trovato in una struttura coi pavimenti in laminato plastico e le bacheche degli avvisi grondanti vecchiaia.
Oh, capita a tutti di idealizzare, ma quando uno cresce capisce che sì, ci sono le università migliori e quelle peggiori, ma non esiste il paradiso. Ovunque ci sono pro e contro, ed è bene che se ne parli, ma è infantile vedere la tal università come se fosse la mecca.
Visto che però tale atteggiamento è molto diffuso (sia per chi vede la mecca da fuori, sia da chi ci si trova dentro) diventa un non senso affidare a queste persone la valutazione delle università. Specialmente quando ti dicono di citare 5 università che ti vengono in mente: ovvio che citi le più famose, o quelle con cui collabori. Ma che relazione c'è con la valutazione della qualità? A meno che non si consideri la notorietà come paramentro di qualità in sé.

In realtà servirebbe un immenso tim di pedagoghi che si smazzano le università di tutto il mondo per capire dove la qualità dell'insegnamento è migliore. E non è una cosa che si fa una mezza mattina scegliendo due lezioni a caso.

Dopodiché io parlo da persona che lavora per una facoltà scientifica: tutto sommato come viene plasmato un ingegnere a Parigi, a Boston o a Città del Capo cambia poco. La trasformata di Fourier o la sai o non la sai, poche balle. Lo stesso per medicina.

Ma per tutto il resto ditemi, che senso ha paragonare una facoltà di lettere di Milano con una di Brasilia? Una facoltà di legge di roma con una di Londra? Ovvio che non potrai entrare nei dettagli di come vengono formati i laureati. Ti dovrai fermare alla loro soddisfazione (già, paghi 20 mila dollari all'anno, non ammetteresti nemmeno a te stesso che non sei soddisfatto), o al tempo medio per laurearsi. Che vuol dire tutto e niente, visto che in alcuni paesi le università seguono una struttura tipo "promozione" all'anno successivo, tipo superiori, dove è più difficile restare indietro (oppure ci sono paese come la Rep. Ceca dove se vai fuori corso devi pagare un botto di soldi e allora è ovvio che la gente vende l'anima al diavolo per restare in corso).

Il problema, al di là della metodologia della valutazione, è che comparare le università in di tutto il mondo ha poco senso in sé, visto che le strutture, i metodi didattici e tutto quello che gli gira attorno sono completamente diversi da paese a paese.
Qui in Giappone vedo molti studenti di quella che in italia chiameremmo laurea magistrale, i quali lavorano principalmente in laboratorio, come farebbero dei dottorandi di ricerca, piuttosto che seguire i corsi come avviene in italia.
Due metodi completamente diversi: come fai a paragonarli?

Ecco, tutto questa spataffiata  per dire che sì, le Università italiane devono ancora mangiarne di polenta, e sono il primo io a dirlo. Ma non è certo da queste classifiche dallo stile "chi è la più figa della classe" che lo puoi capire.
La cosa tragica è che poi le Università fanno di tutto per entrare in queste classifiche. E dico che è una cosa tragica perché si tratta non di migliorare la didattica o la ricerca, ma di migliorare le proprie pierre.

Su misura

October 28th, 2010 by mattia | 20 Comments | Filed in editoriale

Cerchiamo di capirci: la legge italiana dice che sopra i 14 anni (o 16 in taluni casi) puoi scopare con chi vuoi. Se tu hai 17 anni e vuoi scopare con uno di 75 hai tutto il diritto di farlo.

E siccome è un tuo diritto farlo, nessuno può gridare allo scandalo.
Uno ha il dovere di rispettare la legge, non di comportarsi secondo le regole morali degli altri.

Lo faccio presente, perché dire che il 75enne è bavoso e la 17enne è una troietta non ha nulla di diverso dal dire che essere gay è come non pagare le tasse.

Le verginelle che gridano allo scandalo per l'80enne che si scopa la 20enne pretendono di imporre le proprie regole morali agli altri. Proprio come fanno gli estremisti religiosi.

Scandalo è quando uno non rispetta la legge, non quando viola le regole morali della maggioranza. Oh, signori, la laicità che va tanto di moda è anche questo. È che tu non ti impicci delle faccende degli altri, tanto quanto la Chiesa non si deve impicciare nelle tue.

Non è che quando la Chiesa spara sentenze, sulla base delle sue regole morali, allora si alza la bandiera della laicità, mentre quando le sentenze le spari tu, basandoti sulla tua morale, allora tutte quellle storie del "devi lasciare la gente libera di fare quello che vuole" ce le dimentichiamo all'improvviso.

Signori, abbiamo una legge, e quella va rispettata.
Puoi lottare per cambiarla, ma fintanto che ti consente di fare una cosa, nel momento che la rispetti non hai da render conto a nessuno.

A me sembra che la gente la laicità la modelli attorno alla propria morale. Secondo te non c'è niente di male ad abortire, essere gay, distruggere embrioni ... allora chi dice che fai male a fare queste cose lo guardi come un negatore delle libertà e gli gridi "non impormi la tua morale!".
Se però, sempre per te, è sbagliato che una ventenne si scopi un ottantenne, allora ti senti in diritti di stracciarti le vesti.
In sostanza il fattore discriminante per capire dove si può accusare gli altri e dove non si può, passa attraverso quello che tu giudichi corretto o sbagliato.