Havel l’ho incontrato solo una volta, il 17 Novembre 2009. Si celebrava il ventesimo anniversario della rivoluzione di velluto e lo incrociai nell’atrio della facoltà di filosofia a Praga. Ho cercato di parlargli ma la sua assistente l’ha portato via verso la macchina.
Non è scappato come un divo era solo succube dell’assistente; mentre lo portavano via mi ha guardato e mi ha salutato con un cenno e un sorriso. Un sorriso di quelli strani: vi ho visto la serenità di un uomo che ha passato una vita da perdente, piccolo uomo dalla parte sbagliata, portato in prigione per qualche settimana ogni volta che giravano le scatole alla polizia. Poteva anche lui fare come tutti gli altri, adeguarsi al regime e fare la sua carriera, aspettando che magari qualcun altro facesse la rivoluzione al posto suo. O che semplicemente il comunismo crollasse come è crollato ovunque.
Era il sorriso di un uomo che ha passato una vita con la moglie che aspettava la sua uscita di galera. Ogni volta. Un uomo che poi la rivoluzione l’ha vinta, ma che non l’ha goduta. Poteva ritirarsi e fare il padre nobile della patria, e invece si è messo in ballo e ha fatto la cosa più difficile che esista nella politica, gestire il “dopo” di una rivoluzione.
E’ stato un perdente anche da vincitore, perché in quel paese mica è come in italia dove c’è il dogma dell’infallibilità del presidente della repubblica, che viene dipinto e osannato come un saggio per definizione anche se è un emerito coglione. Lì il presidente della Repubblica lo si contesta eccome. Capitò che Havel fu eletto presidente della Repubblica dal parlamento e prima del suo discorso di insediamento un deputato si alzò in piedi a dire che non lo riteneva presidente per come era avvenuta la votazione*. Non ha avuto mai pace, nemmeno quando la sua parte era diventata quella giusta.
Ma era anche il sorriso di un uomo che era stato vicino alla morte. Il sorriso di un uomo che si è dovuto pure sorbire le critiche quando si risposò con una donna più giovane. Non bastava aver dato la sua vita al paese, non bastavano i periodi in galera e la vita di merda che faceva un dissidente. Non bastava aver guidato un paese alla rivoluzione. Il suo popolo pretendeva da lui anche un altro sacrificio, e sulla sua vita privata.
Quando passi una vita così intensa, turbolenta e tormentata alla fine sorridi. Col sorriso della serenità, il sorriso di chi ne ha passate talmente tante che ora niente più lo scalfisce.
E forse anche un po’ il sorriso della stanchezza.
Mi spiace di non essere a Praga, in questo periodo, così che non posso partecipare ai suoi funerali. A chi mi legge dalla capitale ceca chiedo di portare una candela a nome mio. Se lo merita.
Pokoj s tebou, vole.
*è una storia lunga da spiegare; consiglio di procurarvi il dvd “obcan havel” un film-documentario che fecero qualche anno fa in cui c’è questa scena e molto altro materiale dal “dietro le quinte” di un presidente.
A Praga lo trovate a 100 corone nelle edicole, all’estero mi sa che lo scaricate da internet e morta lì.











