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Il fallimento dei libri di testo elettronici gratis

October 12th, 2014 by mattia | 36 Comments | Filed in ignoranza, politica

Ieri pomeriggio ho ascoltato un po’ della cialtronata a cinque stelle che hanno fatto a Roma mentre facevo le pulizie di casa. A un certo punto è salito sul palco tale Giuseppe Brescia, deputato grillino che parla di scuola e di libri digitali.

Un estratto del suo intervento:

Noi siamo stati in visita qualche giorno fa alla scuola Majorana di brindisi che è una scuola speciale perché è la scuola pilota di un progetto che si chiama “book in progress”.
[…]
Che cosa succede in questa scuola?
Succede che ci sono i docenti che vengono messi in rete, on line e costruiscono il sapere, costruiscono dei libri sulle varie materie che poi possono essere distribuiti, se in formato digitale, gratuitamente alle famiglie.
Voi riuscite a capire quale grado di innovazione, quale grado di beneficio si può trarre da un’azione del genere?

In queste cose i grillini ci sguazzano. Rete, rééééte, mettersi in rete, online, condivisione, gratuito… sono le parole chiave che mandano in solluchero il grillino.
E giù applausi.

Di questo progetto sento parlare da anni. Sono andato a cercare la data precisa in cui è nato il progetto, qui si dice che è nato nel 2009. Ogni volta ne sento parlare con toni enfatici, ma poi alla fine i risultati quali sono stati?

Capiamoci, l’idea in sé non è sbagliata.
Prima di tutto dobbiamo capire se il libro digitale è davvero utile*.

Ma poniamo pure che il libro elettronico sia adatto all’insegnamento.
L’idea di base del progetto è che una volta tolta la carta di mezzo non abbiamo più bisogno di una casa editrice.
Scompare il libro materiale e il libro digitale può essere riprodotto senza limiti praticamente a costo zero.
Da lì a dire “libro elettronico gratuito” è un attimo.
Già, peccato però che il libro deve pur essere scritto da qualcuno.

I promotori di questo progetto dicono non c’è problema, i libri li scrivono gli insegnanti stessi!
E qui casca l’asino.

Come sapete in questo periodo sto scrivendo un libro di testo. Ho iniziato un anno fa, ci lavoro quando posso. Ora sarò più o meno al 75% del lavoro. È la prima volta che scrivo un libro di testo e vi assicuro, è un lavoro mostruoso.
Nemmeno paragonabile a tutto quello che ho scritto in precedenza. Tenete presente poi che è un libro di testo pieno di formule e grafici. Ogni immagine deve essere create da zero, e vi assicuro che ogni immagine porta via un sacco di tempo.
Non so se esistono ancora, ma io mi ricordo i mitici eserciziari della Spiegel di analisi scritti a mano (forse ne ho ancora qualcuno in cantina) per segare via la parte di editing.
Poi c’è la parte “contenuto”: scrivere un libro non è come fare una lezione, deve essere totale, deve essere un riferimento per lo studente, la sua “guida” alla materia.
Scrivendo questo libro ho dovuto scavare talmente a fondo nella materia fino a scoprire che alcuni dettagli non li avevo capiti (pensavo di averli capiti, ma lavorandoci sopra mi sono accorto che non era così). Ho dovuto quindi studiare e approfondire – da questo punto di vista è stata un’esperienza molto utile.
Ma dietro a tutto ciò c’è un lavoro, un lavoro pesante.
Davvero ci sono tutti questi insegnanti delle scuole superiori disponibili a fare questo lavoro gratis?
Io ad esempio no. Sto dedicando così tante energie al libro che sto scrivendo che col piffero che lo offro gratis.

Poi c’è il fattore “capacità”. Anche ad essere disponibili a fare un libro di testo da zero devi esserne capace. Chi insegna sa bene che conoscere un argomento non significa necessariamente essere un buon insegnante. Anzi, spesso ci sono geni di una materia che insegnano malissimo. La stessa cosa per il libri di testo: essere capaci di scrivere un libro di testo è una capacità diversa rispetto a saper insegnare bene o conoscere un argomento.
Ho letto libri di miei insegnanti (buoni insegnanti) che facevano ribrezzo. Uno può essere un buon insegnante ma non essere capace di scrivere un libro.

Davvero riescono a trovare tutti questi insegnanti disposti a scrivere interi libri gratuitamente essendo capaci di farlo?
Facile rispondere “sì, ciao“. Era quello che pensai anni fa.
Ora sono passati 5 anni, e 120 scuole hanno aderito al progetto. Un deputato è andato in visita e certifica dal palco la bontà del progetto. Ci devono essere dei risultati, dunque.
Bene, dove sono questi risultati?

Il sito del progetto è questo.
Clicchiamo su materiali e troviamo le varie materie: fisica, matematica, biologia, chimica…
Iniziamo con la matematica: vengono proposti diversi libri ma tutti incompleti. Ad esempio, per l’algebra dànno il capitolo 1 del primo tomo e il capitolo 5 del secondo tomo per la prima classe. Per la seconda classe invece il capitolo 12 e il capitolo 16.
Ma questa è forse la materia messa meglio. In altri casi pubblicano solo l’indice, come nel caso di filosofuffa, in altri casi c’è una desolante pagina vuota.
Per vedere gli altri capitoli bisogna registrarsi. Evito.

Mi basta vedere quello che c’è. Basta e avanza.

Andiamo per esempio alla pagina di fisica, a cui tutti noi siamo affezionati. Prendiamo questo capitolo su “Calore e temperatura“. Dal punto di vista estetico sembra una ricerchina da ragazzo svogliato di terza media. Neanche quel minimo di ordine e pulizia hanno provato a dargli. A pagina 44, per esempio, c’è una figura con didascalia “Fig. 1″. Figura 1? Ma se prima di essa ci sono state tante altre immagini? (a cui si sono dimenticati di mettere una didascalia).
Un’approssimazione del genere non si accetta nemmeno per una tesina di uno sbarbatello alla triennale. Figuratevi per un libro di testo.
Ma veniamo al contenuto.

Cercate il paragrafo sul mulinello di Joule a pagina 24. Poi leggete questa pagina su uichipidia. Sono identiche.

Oppure andare a pagina 13, dove si parla della dilatazione termica dei binari ferroviari.
Leggete i periodi da:

Il metodo di giunzione delle rotaie più semplice, molto usato in passato

fino a

In seguito si è passati al metodo americano di giuntarli sfalsati.

Poi leggete questo paragrafo da uichipidia. Avete notato la somiglianza?

Oppure andate a pagina 8, dove si parla di zero assoluto.
Leggete da

“zero assoluto”, che è la temperatura più bassa che teoricamente si possa ottenere i

fino a

ma sempre diversa da zero.

Avete un presentimento? Esatto, è pari pari a questa pagina di uichipedia sullo zero assoluto.

Se uno studente si azzarda a portarmi una relazione con dentro paragrafi copiaincollati da uichipedia alla prima volta gli faccio una lavata di capo che metà basta, alla seconda lo porto davanti alla commissione disciplinare della facoltà.
Qui fanno un collage di paragrafi di uichipiedia e te lo spacciano come libro di testo.
Seriamente?

Vero è che uichipedia è rilasciata sotto licenza creative commons che consente di condividere i suoi contenuti, ma una della condizioni della licenza è che si deve citare la fonte.

Probabilmente i tizi di uichipedia non se la prenderanno. Ma se leggiamo altri paragrafi…
Andate a pagina 43 e leggete il paragrafo che inizia con

Il calore e il lavoro non sono proprietà termostatiche ma sono grandezze di scambio

Leggete, leggete e leggete ancora fino a pagina 47.
Per puro caso queste pagine sono praticamente identiche, parola per parola, al testo che trovate sul “Manuale del Termotecnico” di Nicola Rossi, edito da Hoepli. Da pagina 35 (in fondo) a pagina 38, poi l’anteprima di gugol bucs finisce e non ho potuto continuare il controllo.
Ecco, magari ai tizi di uichipidia non fregherà più di molto, ma se lo viene a sapere Hoepli è facile anche che ti fa il Q quadro per una roba del genere.

Vogliamo parlare delle immagini? Le prime quattro vengono indicate come prese da uichipidia.
Le altre? Sono tutte messe senza fonte.
Ad esempio, c’è una figura a pagina 12 di un giunto stradale. Esattamente la stessa immagine riportata sul sito di questa azienda. Di chi è questa immagine? Chi è il proprietario dei diritti? Hanno chiesto il permesso per utilizzarla?

Se voi volete fare un libro di testo vero con una casa editrice e volete metterci un’immagine che non è vostra la casa editrice dovrà contattare il proprietario dei diritti dell’immagine, chiede il permesso di usarla ed eventualmente pagare un compenso.
Tutto questo costa: non solo per il costo da pagare al proprietario dell’immagine, ma anche per il tempo che un impiegato della rivista deve investire per contattare e contrattare con il proprietario dell’immagine. E il tempo costa.
Prendere invece immagini alla viva il Papa da internet non costa niente. Facile fare i libri elettronici gratuiti così. Ma non stai condividendo materiale tuo, bensì materiale di altri.

Non solo, il libro è zeppo di errori.
Le unità di misura sono scritte spesso in modo sbagliato. Ad esempio, non si contano le volte che scrivono Kg o Joule, con la maiuscola (maiuscola quando parli del sig. Joule, minuscola quando parli dell’unità di misura joule).
Lo stesso per pascal e kelvin scritti con la maiuscola a pagina 57. Nella stessa pagina riescono a scrivere °K. Giuro.
Uno può anche tollerare errori del genere in libri di, che ne so… italiano, storia… (no, non si dovrebbero tollerare mai, ma facciamo finta che). In un libro di fisica no però.
Un libro di fisica con le unità di misure sbagliare non è un libro di fisica.
Un insegnante di fisica che scrive unità di misura sbagliate va cacciato a calci nel deretano da ogni scuola del regno. Altro che “condividere il sapere”.

In definitiva, questo non è un libro di testo, non è neanche un libro. Non si classifica nemmeno a livello di ricerchina di uno studente svogliato.
Fare un copia incolla di altre fonti senza citarle e lasciare dentro errori madornali come quelli evidenziati non significa fare un libro.

Questo evidenzia quello che era facile sospettare: chi ha scritto questo capitolo non è in grado di scrivere un libro di testo (o non ne ha avuto voglia).
Chi ha coordinato il progetto non è stato capace di fare lavoro di coordinamento. Perché se io faccio l’editor di un libro scritto da più autori e uno di questi mi manda un capitolo del genere come minimo glielo mando indietro chiedendo se mi sta prendendo in giro, e gli chiedo di buttare tutto e ripartire da capo, ché gli ho chiesto di scrivere un libro non di fare un copiaincolla da altre fonti.
Chi ha fatto l’editor di questo libro ha raccolto qualsiasi cosa gli veniva data senza fare un minimo lavoro di controllo.

Ho poi dato un’occhiata veloce ad altri capitoli di altri libri e la qualità non è molto migliore.
Leggendo questo capitoletto di diritto in due secondi ho visto un mostruoso errore di stampa nello schema a pagina 4 (nemmeno i numeri delle pagine hanno messo), dove nel box verde scrivono norme giuridiche anziché norme religiose (“Le norme religiose sono lo regole che ci dà lo Stato“… forse in Iran).
Possibile che nessuno abbia fatto un controllo?

Oppure questo capitolo di chimica in cui la parte sugli errori di misura può essere presa e riscritta da capo.

Poi ci sarebbe da valutare la qualità didattica dei libri, ma lì diventa tutto molto arbitrario.
Per esempio, prendete questo capitolo del libro di matematica. Per quanto mi riguarda è un’inutile e arzigogolato tentativo di rendere la matematica applicabile alla realtà (il menù del bar) con un esempio idiota che non capiterà mai nella vita.
Come se mancassero esempi veri a cui applicare la matematica.
Ma qui ognuno può dire la sua quindi diventa tutta una faccenda di opinioni.

Chi vuole può dare un’occhiata ai libri delle materie che preferisce e farsi un’idea di cosa hanno prodotto con questo progetto.

In cinque anni sono riusciti a produrre dispensine di pessima qualità che non si avvicinano nemmeno lontanamente al concetto di libro.
Questa sarebbe la rivoluzione didattica? Questa sarebbe l’innovazione? Questa la condivisione del sapere?
Copiaincollare brani da uichipidia? Libri di fisica con le unità di misura scritte sbagliate?
Io non farei mai studiare mio figlio su certe cose.

Guardiamo in faccia la realtà: questo progetto è fallito.
Certo, non possiamo escludere che una persona in grado – veramente – di scrivere libri di testo sia disponibile a regalare il suo duro lavoro agli alunni di tutte le scuole in formato libro elettronico. Ci sono medici che vanno a fare i volontari nei paesi del terzo mondo dedicando il proprio tempo e il proprio lavoro gratuitamente; alla stessa maniera non possiamo escludere che lo stesso faccia una persona che scrive un libro di testo. Ma trovatemeli.

Quanti sono coloro che sanno scrivere un buon testo e sono disponibili a donarlo? Poche, è facile ipotizzare. Non abbastanza da avere un progetto sistematico che ti consente di sostituire i libri di testo veri con libri autoprodotti.
In mancanza di libri veri, di qualità hanno accettato tutto quello che chiunque si è proposto di scrivere con risultato che questi libri non sono nemmeno lontanamente accettabili come libri di testo.

Bello il discorso del condividere il sapere, fare comunità, mettere in comune le conoscenze… Ma se non c’è nessuno disponibile a metterci il materiale il tutto si riduce a una mega masturbazione di gruppo in cui la gente di ripete a vicenda queste storielle sulla condivisione del sapere.
Inizia a trovare gente che ha in mano materiale da condividere e che è disposta a condividerlo, poi parliamo di quanto sia bello farlo.

Un’ultima nota. Il deputato grillino che lodava questa iniziativa ha dato un’occhiata ai libri o si è limitato a bersi le dichiarazioni eufemistiche dei loro promotori?
Tra l’altro dichiara di avere una Laurea specialistica in educazione degli adulti e formazione continua.
Possibile che non si sia reso conto della scarsa qualità di quelle dispensine spacciate per libri di testo?
Oppure basta dire le quattro parole chiave che lo fanno rizzare al grillino (condivisione, rééééte, online, gratis…) e questi non capiscono più niente?

 

*Piesse:Chiunque di noi ha studiato/studia sa bene che una parte fondamentale dello studio consiste nel massacrare il libro con appunti, evidenziazioni, frecce che legano una parte con l’altra…
Ad esempio, io quando anche scarico un articolo scientifico da studiare/revisionare me lo stampo sempre, dallo schermo non riuscirei a studiarlo/valutarlo se non posso metterci sopra la penna (e no, fare le stesse cose in digitale non è la stessa cosa).
Come dico spesso, la tecnologia è spesso utile nell’insegnamento ma delle volte è un pericoloso alibi per l’insegnante che pensa che il problema sia solo la tecnologia, mentre spesso si può insegnare con bassa tecnologia, basta mettersi d’impegno (per esempio, qualche mese fa davanti a studenti che non capivano come funzionava un giroscopio laser ad anello ho preso quattro studenti e li ho messi a ruotare in tondo mentre io in mezzo ruotavo nella stessa direzione o in direzione opposta).

Come i bambini

October 8th, 2014 by mattia | 16 Comments | Filed in ignoranza, politica, riflessioni

Spendo ancora due parole sul diritto d’espressione per essere quel cicinin più chiaro.

Un paese democratico funziona così: chiunque ha la libertà di esprimere liberamente il proprio pensiero, la gente ascolta (?), riflette (??) e poi decide da che parte stare.

Se tu ritieni che una persona dica una stupidaggine non gli tappi la bocca, ma dici perché secondo te è una stupidaggine.
Perché tappare la bocca è il modo con cui si mette freno alle stupidaggini in un regime, mentre il metodo che usa la democrazia è dare libertà a tutti di esprimersi, così che chiunque possa smontare la stupidaggine.

È un sistema perfetto e meraviglioso? No, tutt’altro. È un sistema che richiede fatica, tanta fatica.
Se uno sciroppato dice scemenze sulle scie chimiche, per esempio, il sistema democrazia mi dice: non puoi tappargli la bocca, ma devi spiegare perché quelle sulle scie chimiche sono scemenze.
Purtroppo questo richiede impegno, è la famosa teoria della montagna di m…, per questo delle volte uno pensa anche “come sarebbe bello chiudere loro la bocca così che la smettano di dire scemenze“. Ciò risparmierebbe sicuramente un sacco di fatica a chi deve smontare certe scemenza.
Delle volte scappa pure la voglia, quando vedi che nonostante il tuo impegno per spalare la montagna di m… la gente continua a seguire chi dice scemenze. Ti chiedi: arriverà mai il momento in la gente capirà che sono scemenze? Arriverà il momento in cui finalmente la gente aprirà gli occhi?

Io sono convinto che, come si dice da queste parti, la verità vince. Delle volte ci mette poco, come nel caso stamina. All’inizio erano tutti in prima fila ad osannare la brodaglia spacciata per cura di tutti mail (giornali compresi, poi hanno fatto retromarcia), nel giro di un paio d’anni a furia di spalare la montagna di m… la gente ha capito che era una bufala.
Delle volte ci vuole molto più tempo, tanto che di fronte alla vita di un uomo sembra una battaglia impossibile. Eppure io sono convinto che prima o poi la verità prevale, anche se magari lo vedrà chi verrà dopo di noi.

Ovvio che quando ti trovi in questi casi ti scoraggi, ti viene la voglia di prendere la scorciatoia e tappare la bocca a chi dice scemenze. Ma il sistema democratico dice che non si può fare.
Tappare la bocca è infatti molto efficace sul breve periodo, ma alla lunga perde poiché presta il fianco a pericolosi risvolti: e se poi viene tappata la bocca a chi dice la verità? E se poi la possibilità di tappare la bocca viene usata strumentalmente?
Il sistema democratico è sicuramente meno efficace sull’immediato, tanto che delle volte ti porta a scoraggiarti. Pur tuttavia, alla lunga vince. Lascia dire a chiunque quel che vuole e se c’è una voce che dice la verità questa prima o poi prevale.

Per questo motivo ogni norma o comportamento che proibisce di esprimere un pensiero è sbagliata. Perché significa prendere la comoda scorciatoia del tappare la bocca anziché seguire la lenta e faticosa strada democratica dello spalare la montagna di m…

Delle volte mi chiedono: ma allora tu consentiresti a una persona di esprimere pubblicamente idee razziste?
Certamente!
Oppure mi chiedono se per me dovrebbe essere permesso esprimere idee contro religioni.
E ancora una volta, certamente!

Se uno dice che è giusto discriminare Mattia perché è bianco e con gli occhi azzurri io non gli vieto di esprimere la sua opinione. Gliela lascio dire al mondo intero, poi però gli spiego perché è un pirla. Così come spiegherò a mio figlio che le idee di quel signore secondo cui è lecito discriminare chi è bianco o chi ha i tatuaggi, giusto per dirne un’altra, sono idee cretine.
Non tappo le orecchie a mio figlio per non fargli sapere che ci sono razzisti, ma gli spiego che è il razzismo è una cosa brutta.

L’unico caso per cui è consentito – anzi, è necessario – tappare la bocca è quando ciò che viene detto crea un pericolo. Un pericolo vero, non immaginario né supercazzolaro.

Faccio un esempio: uno tizio va in giro a dire che sta arrivando la fine del mondo e l’unico modo per salvarsi è buttarsi dal ponte della vittoria. Ebbene questo crea un pericolo concreto; per la gente che poi si butta e crepa non puoi più spalare la montagna di m…
Se un pazzo va in giro a dire che non bisogna vaccinarsi perché i vaccini provocano l’autismo egli genera un pericolo concreto nella società perché le persone che non si vaccinano portano un danno enorme alla salute pubblica, alla salute di tutti.
In questi casi tappare la bocca è cosa lecita e sacrosanta.

Deve però essere un pericolo vero, concreto e direttamente connesso all’esposizione del pensiero.
Spesso invece ci si inventa un pericolo immaginario, del tutto ipotetico e con una relazione causa-effetto da supercazzola. Tipo quelli per cui una pubblicità con mezza coscia di troppo è pericolosa perché provoca violenza sessuale. La connessione causa effetto secondo questi ubriachi consisterebbe nel fatto che il manifesto creerebbe un sottobosco culturale in cui la gente coltiva come normale l’idea di praticare violenza sessuale. Tutto questo perché vede una coscia sul manifesto.
Capite cosa intendo dire per pericolo supercazzolaro?
Quel manifesto non crea alcun pericolo. Per affermare che sia pericoloso devi inventarti storie malate frutto di seghe mentali.

Il problema è che in molti casi viene considerato lecito sopprimere la libertà di pensiero proprio sulla base di pericoli inesistenti bastati sul relazioni causa-effetto supercazzolare.
Ad esempio, le squadracce fasciste che l’altro giorno hanno aggredito pacifici manifestanti in tutta italia ritengono che quelle persone non debbano avere il diritto di manifestare contro il matrimonio ghei. Dicono che quando si tratta di odio (odio? eh?) non c’è più diritto di esprimere libertà di espressione.
Una scusa idiota, poiché seguendo quella logica dell’odio puoi vederlo/inventarlo ovunque. Dai tifosi della Juventus che scendono in piazza per festeggiare la vittoria contro la Fiorentina (vuoi che non ci sia “odio”?) ai manifestanti dell’acqua bene comune che “odiano” i gli imprenditori che gestiscono gli acquedotti.
No, per impedire la libera manifestazione del pensiero devi dimostrare che c’è un pericolo.
Una persona che scende in piazza manifestare la sua contrarietà al matrimonio ghei non crea alcun pericolo. Ditemi voi, quale pericolo genera? Nessuno.
L’unico modo per ipotizzare una relazione causa-effetto con un pericolo vero è quello di seguire una contorta supercazzola. Tipo che dichiararsi contro il matrimonio ghei causa un sottobosco culturale per cui poi dei cretini ritengono giusto prendere a legnate dei ghei (perché no, la causa non sono i genitori di questi imbecilli che non gli hanno insegnato a non essere violenti).
Che più o meno è come dire che scendere in piazza per festeggiare la vittoria della Juve sulla Fiorentina causa quel sottobosco culturale che poi porta agli scontri dei tifosi fuori dallo stadio in cui ogni tanto scappa il morto. Da domani vietiamo di esporre la bandiera della Juventus sul balcone perché è un incitamento alla violenza negli stadi.
È un’idiozia.

In mancanza di un pericolo reale vietare la manifestazione del pensiero non è ammissibile. Significa prendere la scorciatoia del tappare la bocca invece di usare la strada lenta del metodo democratico che consiste nel lasciar parlare tutti e spalare la montagna di m…

Per questo la legge mancino e la pdl scalfarotto sono abomini degni di un regime e non di uno Stato democratico. Oggi ti vietano di esprimere idee razziste o contro una religione (a proposito, se io fondo la religione dei carnivori poi posso chiedere che tutti i vegani vengano messi al gabbio? no, giusto per far capire come sono idiote certe leggi). Domani ti vietano di esprimerti contro il matrimonio ghei. Dopodomani?

State dunque attenti a chi propone di tappare la bocca al vostro nemico per non farvi più sentire quello che non vi piace sentire. Dovete aver paura di gente così, dovete scappare da chi vi offre questa opzione.
Vi sta mettendo in gabbia, perché se accettate che oggi sia vietato esprimere un’opinione a voi avversa domani potrebbe arrivare qualcuno per cui l’opinione da vietare è la vostra.

No, una legge che vieta di esprimere un’opinione senza un pericolo reale non è una misura di civiltà come tentano disperatamente di farvi credere ma una fatto di inciviltà. Significa regredire al mondo dei bambini che quando sentono qualcosa che non gli piace si tappano le orecchie per non sentirlo.

Spessore intellettuale a livello di bambino. Questo è.
E questo potevate aspettarvi da chi è famoso per quello che è e non per quello che sa fare o ha fatto.

Mele e pere

September 28th, 2014 by mattia | 2 Comments | Filed in ignoranza, politica

Nel merito l’articolo 18 non difende tutti. Anzi, in fin dei conti non difende quasi nessuno. Nel 2013 i lavoratori reintegrati sono stati meno di tremila: considerando che i lavoratori in Italia sono oltre ventidue milioni stiamo parlando dello 0,0001%.

via repubblica

Poi l’intervista continua dietro il muro a pagamento, quindi non so se il giornalista gli ha chiesto “Signor Renzi, ma si rende conto della troiata che ha detto?

Non tanto per i numeri in sé (anche se due ordini di grandezza di differenza… ma fingiamo pure che in italia sia lecito usare i numeri eufemisticamente).

La troiata sta nel fatto che compara i 3 mila reintegrati con il totale del lavoratori. Mele e pere, signor primo ministro.

Che senso ha comparare queste due grandezze e dedurre che l’art. 18 non difende quasi nessuno?

Se vuoi fare un paragone sensato devi confrontare numeri con una certa logica. Ad esempio, puoi confrontare il numero di lavoratori il cui contratto prevede le tutele  dell’art. 18 e il totale dei lavoratori. Perché il Sig. Giuseppe che domani fa sei-due con un contratto che prevede l’art. 18 è tutelato da esso anche se non finisce in tribunale. Non è che bisogna essere licenziati per essere tutelati dall’art. 18, la tutela esiste anche prima. Uno può fare una vita lavorativa intera senza mai essere licenziato e godendo tutta la vita dell’art. 18.
Tutelati dall’art. 18 sono sia coloro che vengono reintegrati sia coloro che non vengono licenziati, che continuano a lavorare e hanno quella tutela nel contratto.
Quindi puoi dirmi (sparo numeri di fantasia) che su quei 22 milioni di lavoratori 10 milioni hanno l’art. 18 e 12 milioni no. Questo è un paragone che ha senso perché mi compara chi potrebbe essere tutelato e chi no in caso di licenziamento.

Vuoi invece parlare dei 3 mila che vengono reintegrati? Benissimo, ma allora devi confrontarli con quelli che invece non vengono reintegrati, che ne so 3 mila reintegri e 1 mille non reintegri (sparo a caso). Allora sì che ha un senso il paragone, perché mi dici quante volte l’art. 18 tutela il lavoratore all’atto pratico, quando viene invocato.

Oppure puoi paragonare il numero di licenziamenti in cui viene applicato l’art. 18 con il numero di licenziamenti totali. Anche in questo caso il paragone ha un senso perché ci dice se questi licenziamenti discriminatori sono una gran parte o una piccola parte dei licenziamenti totali. Questa è un’informazione importante perché ci dice quanto un’azienda è libera di licenziare per motivi diversi da quelli discriminatori, e quindi quanto questa misura spaventa davvero gli investimenti.

Insomma, di paragoni sensati puoi farne quanti vuoi. Ma paragonare il numero di reintegrati con il numero di lavoratori totali non ha alcun senso logico. In quei 22 milioni di lavoratori ci sono milioni di persone che non hanno la tutela dell’art. 18: che senso ha metterli nel denominatore se non potranno mai essere nel numeratore?

Piesse: per chi non l’avesse capito, questo NON è un post sull’art. 18. È un articolo sulla logica, sulla comparazione di numeri con un senso, sull’imbarazzante sciocchezza che ha detto il presidente del consiglio.
Commenti pro/contro l’art. 18 verranno cassati come OT.

 

C’è del razionale in Danimarca

September 28th, 2014 by mattia | 5 Comments | Filed in ignoranza, politica

Così, quatti quatti, in Danimarca hanno deciso di tagliare i posti nei corsi universitari che sfornano sistematicamente disoccupati.
Che di per sé sarebbe anche una banale ovvietà, ma vi immaginate una roba del genere in italia?

Si solleverebbe uno tsunami di sedicenti intellettuali che passano la vita a guardarsi l’ombelico, i segaioli autocelebratisi ueb guru riempirebbero post di sdegno, il cretinetti convinto di essere un giornalista farebbe la sua predica da fabio fazio e come minimo ci sarebbe un #tag sul tuitter per protestare o ironizzare.

Tutti a dire che sì, è bello studiare e poi rimanere disoccupati. Ché il problema non è che loro studiano qualcosa che non serve a nulla, sono le aziende colpevoli di non assumere laureati in scienze delle seghe mentali preromaniche. Tutti a dire che, chissenefrega… l’importante è crearsi una forma mentis (del cazzus). Perché poi con la forma mentis che ottieni studiando cose inutili puoi fare tutto nella vita! Sì, puoi fare talmente tutto che non riesci nemmeno a riciclarti in un altro campo.
Tutti a dire che non si può distruggere così la cultura di un paese (confondendo tra l’altro la riduzione dei posti con la cancellazione dei corsi). Ché se siamo quello che siamo lo dobbiamo a quelle cose che degli zotici considerano inutili.
E a loro sarebbe anche facile rispondere che l’italia è un paese di merda e quindi magari potremmo anche provare a cambiare.

Fin quando saremo ostaggio di gente così e fare una scelta come quella danese sarà tabù l’italia affonderà sempre più nella merda.

 

Cuntaball

September 6th, 2014 by mattia | 1 Comment | Filed in ignoranza, politica

Poco fa l’addetto stampa di renzi ha pubblicato l’ennesima infografica fighetta per dimostrare quello che hanno fatto in questi sei mesi.

Elemento che ci fa pensare come anche a Palazzo Chigi ormai sia arrivata la puzza di bruciato: la gente si sta accorgendo che i risultati non arrivano, che l’economia va sempre più in vacca e inizia a perdere la pazienza.
Così alle critiche “sì, ma in concreto che avete fatto?” rispondono con questa infografica:

Adesso, saltiamo a piedi pari tutta la fuffa tipo quella freccia sulla riforma della scuola in “fase di consultazione” che nella realtà dovrebbe essere una freccia di lunghezza 0 perché non hanno ancora fatto niente (hanno giusto fatto due annunci di cosa vorrebbero fare, ma è ancora tutto fermo al palo).

La cosa interessante è la freccia accanto alla voce Riforma del Senato e titolo V:

fuffa

Una freccia che fa sembrare che l’approvazione sia in dirittura d’arrivo. Prima lettura parlamentare, seconda lettura in corso, e in un attimo la approviamo.
Peccato però che la situazione non sia per niente così. Trattandosi di una riforma costituzionale la legge deve essere approvata in doppia lettura da Camera e Senato. In tutto le letture quindi sono quattro e non due come per una legge ordinaria.
Per adesso è stata fatta solo una lettura al Senato, ne mancano ancora altre tre. Sempre supponendo che nemmeno un emendamento passi per errore, magari col voto segreto come già capitato durante la prima lettura al Senato. Nella migliore delle ipotesi quindi, con un testo ultrablindato sono solo al 25% del percorso.
Dopodiché è molto probabile che si vada a referendum confermativo (la prima lettura al Senato ha avuto solo 183 sì, meno dei 2/3, se la cosa si ripete alla seconda lettura e le opposizioni invece di uscire dall’aula votano contro si va a referendum).
Il che significa che c’è un ulteriore ostacolo che nell’infografica non esiste.

L’infografica è quindi ingannevole e falsa.
Falsa perché riporta solo due letture parlamentari quando sono quattro e non riporta l’eventualità di referendum.
Ingannevole perché mostra il 75% di lavoro fatto quando invece sono solo all’inizio, con un 25% nella migliore delle ipotesi (e senza considerare il referendum).
In pratica fanno come quegli adolescenti che dopo aver dato due bacetti vanno in giro a dire che se la sono scopata davanti e poi anche dietro.

Un anno fa

September 3rd, 2014 by mattia | 3 Comments | Filed in politica, riflessioni

Questa faccenda delle foto intime di personaggi famosi trafugate e pubblicare sull’internet mi ha fatto ricordare di una storia analoga.

Nell’aprile 2013 vengono diffusi archivi contenenti le email di deputati del M5S. Alcuni anonimi dicono di essere in possesso degli archivi email di diversi parlamentari M5S e li usano come armi di ricatto: vogliono che vengano pubblicati in rete i redditi di grillo e casaleggio oltre che i proventi del sito beppegrillo.it altrimenti continueranno a pubblicare le email di altri deputati.

(tra l’altro, richiesta più che ragionevole…)

Non scherzano, gli archivi che pubblicano sono veri e contengono veramente email private, anche imbarazzanti.
Il M5S reagisce, convoca una conferenza stampa in cui l’allora capogruppo lombardi invoca l’intervento delle autorità.

Il sito sul quale questi archivi vengono ospitati Par:AnoIA viene bloccato per chi tenta d’accedervi dall’italia, ma come al solito dall’estero vi si accede benissimo, e anche la lombardi nella conferenza stampa lo ammette dicendo che l’oscuramento dall’italia non è certo un provvedimento definitivo ma intanto è qualcosa.

Ma le autorità italiane di più non possono fare e io dall’estero continuavo ad accedere a Par:AnoIA senza problemi.

Poi ad un certo punto tutto si ferma. Il gruppo non pubblica più gli archivi email dei deputati e dopo poco il sito non è più accessibile neanche dall’estero. Tutto scompare. Il profilo tuitter del gruppo manda solo sporadici messaggi. IL 5 maggio 2013 annunciano il blocco all’accesso dall’italia. Poi praticamente niente fino a 26 giugno quando a domanda di un utente che lamenta che il sito è ancora giù dicono che il dati sono al sicuro e li ripristineranno.

Nel frattempo dunque deve essere stato bloccato il sito a livello proprio di server.
Il sito però non verrà più ripristinato (è giù ancora oggi) e il 27 ottobre 2013 il gruppo annuncia che i dati sonda archiviati su archive.org fino al loro ritorno. Che però ancora non è avvenuto.

Nel frattempo i giornali non hanno più fatto una parola della vicenda. Nessuno ha mai indagato per dirci che fine hanno fatto questi personaggi. Erano lì tutti in attesa della pubblicazione delle email del prossimo deputato (si parlava di di battista) e invece niente, d’improvviso è calato il silenzio, non se ne parla più.
E il sito viene oscurato sul serio, in qualsiasi parte del mondo si trovi, mica quelle cose leggere tipo blocco dell’accesso dall’italia.

Cosa è successo?
Perché nessuno ne parla più?
Possibile che sia svanito tutto d’un tratto l’interesse?

Molto probabilmente non sapremo mai come andata, quindi possiamo fare solo supposizioni.
Io mi sono fatto l’idea (ma se qualcuno ha informazioni che non ho trovato su come è andata a finire ce le racconti) che questa faccenda sia stata regolata in maniera “amichevole”.
Impossibilitati a risolvere la questione in maniera regolare, visto che i provvedimenti che puoi prendere come l’oscuramento dall’italia sono poco efficaci, chi di dovere è intervenuto a gamba tesa.
Per la salvaguardia delle istituzioni, ci mancherebbe, ché si dovevano pur sempre tutelare dei parlamentari della repubblica. Quindi ci sono di mezzo la ragion di stato e quelle cose lì giustificano un po’ di tutto, ecco.

Lo ripeto, sono solo ipotesi. Però – anzi, proprio per questo – sarebbe bello se il M5S ci spiegasse come hanno fatto a ottenere l’abbattimento del sito (e non solo l’oscuramento dall’italia), chi è intervenuto e con che modalità. A meno che non si riescano a ottenere questi strabilianti risultati a loro insaputa.
Perché a me la ragion di stato va benissimo, per carità: è sempre utile a tutti che i parlamentari siano liberi e non ricattati. Ma il M5S doveva essere il partito della trasparenza, o ricordo male?
E invece su questa vicenda che li toccava da vicino è stato fatto calare un silenzio tombale.

Curioso, no?

 

Piesse: tra l’altro la vicenda ci ricorda, che rete o non rete, anonimato o non anonimato, quando pesti i piedi a uno potente fai questa fine…

 

La pagina feisbuc fondata da Gramsci

July 30th, 2014 by mattia | 1 Comment | Filed in politica, riflessioni

Quella volta che poi morì davvero, mia mamma lo chiese per conferma ai medici: “ma siete sicuri-sicuri? no, perché mica è la prima volta che…”

Erano quasi trent’anni che lo davano per spacciato e poi scampava sempre (mettendo via quelli che dicevano che non c’era più niente da fare). Quando poi è arrivato il suo momento era naturale avere qualche dubbio che fosse morto davvero.

Alla notizia della chiusura, domani, de L’unità ho avuto la stessa sensazione: ma siete sicuri che chiude davvero? No, perché mi sembra di ricordare che aveva già chiuso. Ricordo anche che ci fu un ultimo numero da collezione che andò a ruba proprio perché l’ultimo. E poi no, mica è stato l’ultimo. Forse è solo un’astutissima di machetin: ogni tanto fallisci così tiri su le vendite con l’ultimo numero. Un po’ come quei complessi musicali che fanno l’ultimo concerto con biglietti venduti a peso d’oro e poi dopo qualche anno te li ritrovi ancora in giro a suonare (uno di questi che fece l’ultimo concerto evento a Milano me lo ritrovo il mese prossimo da queste parti ancora vivo e vegeto).

Quindi ve lo chiedo onestamente, siete proprio sicuri che l’unità chiuda domani?
Mica che stanno solo cercando un modo per sbolognare i debiti e ripartire tra qualche mese puliti (per farne altri da capo)?
Mica che il nuovo ultimo numero da collezione farà la fine dell’ultimo numero di qualche anni fa?

Boh, non lo so.
Ma mettiamo pure che chiuda per sempre, sicuri che ci si debba buttare dalla finestra?

In questi giorni ho sentito due argomentazioni che secondo me non reggono. La prima: vergogna! il quotidiano fondato da Gramsci! come si fa a disperdere un patrimonio così?

Be’, è sempre una questione di come la metti. Sì, il quotidiano fondato da Gramsci, dici tu. Il quotidiano diretto da Veltroni, D’Alema, Padellaro dico io. Davvero vogliamo salvare a tutti i costi un quotidiano che fonda le sue radici nella direzione di D’Alema? Davvero è un pezzo così importante della società un quotidiano già diretto da Veltroni?
Selezionando quello che ti pare puoi nobilitare qualsiasi cosa (c’è anche da discutere se veramente l’essere stati fondati da Gramsci sia nobilitante, ma tralasciamo).
Davvero credono di potersi giocare questa cosa del giornale fondato da Gramsci come jolly eterno che dovrebbe garantire in automatico la loro sopravvivenza? Fino a quando?
Arriverà un momento in cui Gramsci sarà ormai storia, come un cavour qualsiasi: continueranno a usare la storiellina per cui non possono sparire in quanto fondati da Gramsci?
Davvero credono che pubblicare un giornale con lo stesso nome e lo stesso font di un giornale fondato da Gramsci sia un lasciapassare per fare qualsiasi cosa?
Se domani, per assurdo, comprasse il marchio de L’Unità una casa editrice che lo trasforma in un giornale di pettegolezzi, ci direbbero ancora che dobbiamo salvare L’Unità perché fondata da Gramsci?
O bimbi cari, Gramsci non c’è più da un pezzo. Se volete pretendere di avere un diritto d’esistere dovete dimostrarmi che fate – voi, non Gramsci – qualcosa che vale.
Altrimenti fate come quei giovani che vivono di rendita sfruttando la nomea del padre famoso, fino a quando la fama si consuma e non c’è più niente da sfruttare.

Il secondo punto su cui non mi trovo d’accordo è sintetizzato da un messaggio su tuitter di Maroni che scrive:

unità

C’è questa idea ripetuta come un mantra per cui la chiusura di un giornale è sempre una cosa negativa in quanto è comunque un pezzo di pluralismo in meno.
Una volta, quando i mezzi di comunicazione a “basso costo” erano solo i giornali, questo poteva anche essere vero. Ma adesso? Davvero se viene a mancare un giornale è una “perdita”?
Cosa perdiamo con la chiusura de L’Unità?

Prendiamo le ultime rilevazioni sulle vendite dell’aprile 2014. In media L’Unità stampa giornalmente 61 mila copie e ne vende 19 mila. E già questo ci fa capire che ormai il sistema è tremendamente inefficiente sui piccoli numeri. Se butti via due copie su tre significa che c’è qualcosa che non va; per raggiungere una diffusione capillare nelle edicole devi semplicemente buttare via troppa roba. Un mucchio di energia sbattuta via. Davanti a questi numeri il passaggio al digitale dovrebbe essere ovvio per ogni persona di buon senso. Poi sì, mi direte che non è così semplice, che ai vecchi non puoi chiedere di leggere l’Unità sulla tavoletta, che è più facile convincere una persona a sborsare dei soldi per un giornale di carta che non per lo stesso identico giornale digitale e così via… ma se la guardiamo dal punto di vista del buon senso un sistema in cui si butta via 2/3 delle copie non può competere contro un sistema in cui non butti via niente, in cui fai una copia sola che vendi quante volte vuoi.

Ma tralasciamo pure il discorso del buon senso di fare un giornale di carta che butta via così tanto.
Soffermiamoci sul numero in sé: 19 mila copie. Che comprendono anche quelle gratuite, e quelle vendute a soggetti istituzionali.
Stiamo parlando di 19 mila copie. Se guardate poi altri giornali trovate realtà come quella del manifesto che vende 10 mila copie.
Sono le visite che fa un blog di successo. Sono tremendamente meno delle persone che raggiunge una persona nota scrivendo su di un social coso.
Se vogliamo parlare del danno che la chiusura di un giornale del genere fa all’informazione o alla libertà di espressione plurale dobbiamo confrontarci con questi numeri e vedere quali sono le alternative.

Un partito, un movimento o un gruppo di persone con un’idea/ideologia una volta fondava un quotidiano perché era l’unico modo per far sentire la propria voce. Per quello tutelavi il giornale “ideologico” anche contro le logiche del mercato, perché tolto quello toglievi dalla circolazione un’idea. Quel partito o movimento non poteva più esprimere liberamente le proprie idee ma doveva sottostare al filtro degli altri giornali che riportavano o meno le idee espresse da un partito (e se lo facevano le pubblicavano come volevano). In quel sistema di informazione avere un proprio giornale per un partito era l’unico modo per far circolare regolarmente le proprie idee senza filtri. E questo sì che era un’ottima cosa per la democrazie.
Ma adesso non è più così. Con internet questo non ha più senso. Un partito o un gruppo di cittadini con un’idea ora non ha solo il giornale come mezzo per esprimere le proprie idee. Dal blog personale a quelli multiautore, passando per i social cosi, puoi far sentire la tua voce a un prezzo mostruosamente inferiore e con diffusione che nulla ha da perdere nel confronto con le copie che L’Unità vende giornalmente.
C’è chi questa cosa l’ha capita, in particolari modo i più giovani capi di partito. Prendete Salvini: ha ereditato una struttura di propaganda basata su mezzi di comunicazione tradizionale che ha lasciato morire per comunicare su internet. Ha chiuso telepadania, ha lasciato in agonia la padania e si è concentrato su internet. Ha preso un tizio che gli gestisce i social cosi e così raggiunge più gente.
Non nascondono nemmeno i numeri: se scrive un post su feisbuc si prende qualche migliaio di laik e condivisioni e qualche centinaia di migliaia di visualizzazioni. Se gli stessi pensieri li scrive su la padania non li legge nessuno.
Perché allora dovrebbe investire in un mezzo di comunicazione così costoso con così poca resa? Ovvio che si butta su internet.

Lo stesso per  gli altri che hanno capito questo concetto. Perché mai Renzi dovrebbe scucire milioni e milioni del partito per terne in vita un giornale che vende 19 mila copie al giorno? Se vuole dire qualcosa lo scrive su feisbuc e lo leggono in settecento mila, lo scrive sul tuitter e lo leggono in 1,1 milioni di persone.

Mi direte che Salvini che pubblica un post contro Alfano o Renzi che parla di gufi e rosiconi non è come un articolo di giornale, ché l’informazione è un’altra cosa. Ed è vero, ma non è per quello che nascono i giornali ideologici.
I giornali ideologici non nascono per copiare l’ansa, non servono per dirci che c’è stato un incidente in autostrada o che il tal film ha vinto il festival di Venezia. Per quello ci sono già i giornali tradizionali.
Il giornale ideologico ha la sua ragione d’essere nel consentire la libera diffusione delle idee da parte di un partito o di un movimento, per consentire di dare al pubblico una chiave di lettura degli eventi. Il resto è contorno.
Questa funzione ora è garantita dagli strumenti di internet. Poi possiamo lamentarci del fatto che quello che hanno da dire i partiti oggi è veicolabile tramite un post su feisbuc e non con un elegante editoriale. Potrete dirmi che un post su feisbuc di Salvini che dice “Vergogna!” o di Renzi che sul tuitter scrive “#rosiconi” è più povero di un corsivo su L’Unità. Ma quello è un problema di contenuti: i politici di oggi quello ci offrono, ce lo offrirebbero anche se scrivessero su un giornale.
Se invece si parla del mezzo di comunicazione (che influenza la forma, per carità) non c’è storia: il giornale ideologico non ha più senso di esistere perché la sua funzione di salvaguardia democratica della libera espressione è svolta dagli strumenti di internet.

Non venite quindi a dirmi che è una perdita per la democrazia e la libertà di espressione se chiude un giornale ideologico. Non è così. Non si perde niente. Ora tutti, persino chi non può fondare un giornale, ha l’opportunità di esprimersi liberamente a costo irrisorio tramite internet.
Quando chiudono i giornali ideologici non si perde nulla della libertà di espressione. Se è questo il motivo per cui devono essere tenuti in vita artificialmente chiudano pure.

 

 

 

Un bell’esempio

July 26th, 2014 by mattia | 1 Comment | Filed in politica

Ieri ho visto questo video in cui una Mary Poppins decide di licenziarsi e trovarsi un altro impiego perché la pagano al minimo sindacale e non ci sta dentro.
È un video per promuovere l’aumento della paga minima (l’ashtag sul filmato è #minimumwage), tanto che Mary Poppins invece di cantare “basta un poco si zucchero…” si trova a cantare “basta un aumento di 3 dollari…“.

Non so chi l’ha fatto, se un partito, una corporazione o che altro.
Ma insomma, è fatto bene. Non solo tecnicamente, ma anche come concetto. Veicola un messaggio serio ed importante con simpatia e serenità. Non irrita, non crea tensione, lo si guarda volentieri e ti si pianta in testa.
Ci si può confrontare anche così nelle discussioni politiche.

Mentre noi ci teniamo i vaffanculo, i gufirosiconi assortiti.

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