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Ma c’era davvero bisogno dei grillolics?

May 11th, 2015 by mattia | 1 Comment | Filed in ignoranza, politica, riflessioni

E così tra il lusco e il brusco la notizia è scivolata via veloce. Se uno è stato disattento un paio di giorni se l’è anche persa.
Parlo dei grillolics, frasi compromettenti dei parlamentari cinque stelle e del loro padrone che avrebbero dovuto far perdere loro la faccia. Del tipo che gli attivisti non contano niente, conta solo quello che decidono a Milano (cioè alla Casaleggio e associati).

Dico “avrebbero dovuto” perché il sito che li aveva pubblicati è stato rimosso in un battibaleno e della vicenda non si parla più.
Peccato, perché dicevano che erano per la trasparenza, no? Riunioni trasmesse in strimin, tutto pubblico.
Quando però pubblicano davvero quello che si dicono in privato allora corrono a piagnucolare dalla polizia postale.

Se il mondo girasse come dicono i grillini anche solo per mezza frase di quelle il M5S adesso avrebbe lo 0,2% dei voti. Perché capiamoci, questi qui si sono presentati col vuoto assoluto di programma. Un PDF che sembra il breinstromin fatto da adolescenti durante un’occupazione a scuola in cui si scrive la lista dei sogni tra una canna e l’altra. Se hanno preso qualche voto è perché hanno gridato KA$TA!!1!1!! e promesso trasparenza. Cioè, idee zero, ma almeno trasparenza e democrazia diretta (che forse è conseguenza proprio delle idee zero).

Se togli trasparenza e democrazia diretta cosa rimane? Nulla.

Quelle frasi in cui un parlamentare dice “la Casaleggio decide, io eseguo” oppure “Gli attivisti non contano, conta quello che decidono su a Milano”, dovrebbero essere la pietra tombale per i grillini.
Soprattutto visto che il loro elettorato è composto da persone che si scandalizzano facile, senza riflettere, senza ponderare. Appena sentono mezza puzzetta partono i vergognia!!!11!!

E invece no.
Escono dei lics che in pratica dicono “cari elettori grillini, i vostri portavoce vi stanno prendendo per il naso: non c’è alcuna democrazia diretta né trasparenza” e questi niente. Giro due giorni e tutto cade nel dimenticatoio.

Come è mai possibile?
È che il mondo non funziona come dice beppe grillo.
Perché se ci pensate bene non c’era mica bisogno di questi lics. Prendete la democrazia diretta: avevano promesso di essere dei portavoce. La rééééte decide cosa devono votare i parlamentari ed essi si fanno portavoce dei cittadini in parlamento.
Ebbene, qual è stato l’ultimo voto per decidere come dovevano votare i parlamentari grillini?
Voi ve lo ricordate?
Forse quello per il presidente della repubblica. Prima ne abbiamo avuti una manciata tipo per il reato di immigrazione clandestina e la legge elettorale.
Sarebbe questa la democrazia diretta? Chiedere un parere alla rééééte una manciata di volte?

Non servivano il lics:è già nei fatti che la democrazia diretta sia inesistente.

E la trasparenza? Ci hanno messo sei mesi a pubblicare un rendiconto di come hanno speso i soldini raccolti per la loro manifestazione di ottobre al circo massimo. Un rendiconto di una paginetta che si fa in una mezza mattina.
Ci hanno messo sei mesi, e così scopriamo che la manifestazione è costata 581.175 euro. Di questi 476.880 (l’82% del totale) sono stati spesi per “SPESE COMMERCIALI, PROMOZIONE e LOGISTICA”.
Cioè, ti specificano alla virgola i 634,25 euro per “Acquisto di beni”, poi buttano in un calderone di quasi mezzo milione di euro un po’ tutto mettendoci un’etichetta vaghissima.
Cosa sono le “spese commerciali, promozione e logistica”? Ci può stare di tutto qui dentro.
Questo non è un rendiconto, ché non stai dicendo niente se l’82% delle spese sta in una voce sola così vaga.

Così come sono mancanti le informazioni sulle entrate; perché sì, c’erano le tende in cui vendevano bibite e cibo – vegano, eh! – quindi dei soldi li hanno raccolti. Come mai nel bilancio non ci sono?

Ma soprattutto, prima della pubblicazione di questo “rendiconto” le donazioni erano – vado a memoria – sui 280 mila euro. Adesso scopriamo che le donazioni sono cambiate all’improvviso e sono arrivate a ben  584 mila euro. Nel frattempo il numero di donatori è diventato 0 (sì, zero).
Da dove sono arrivati questi fantastici 300 mila euro aggiuntivi?
Niente di più facile che siano venuti da quanto avevano in cassa dopo altre raccolte fondi, piuttosto che dal gruppo parlamentare. Solo che me lo devi dire.
Altrimenti io vedo un partito politico come il M5S che organizza una manifestazione politica usano dei soldi (e non due spicci) che arrivano da … boh? E sono autorizzato a chiedermi (proprio come farebbero i grillini): da dove vengono questi soldi? Chi sta finanziando le manifestazioni del M5S? Eh? Eh?
Dov’è la trasparenza?

Basterebbero cose come queste a far perdere la faccia al M5S, informazioni liberamente disponibili sulla réééte. Non c’è bisogno di lics.
Perché allora il M5S non perde la faccia?

Semplicemente perché la teoria secondo cui la rééééte non perdona era una balla.
grillo l’ha ripetuta come un mantra per anni: pubblicheremo tutto in rééééte e li sputtaneremo, non ci sarà più il filtro di giornali e tv, la tv è morta, l’informazione passerà dalla réééte e lì non potranno più controllarla, saranno i cittadini a informarsi liberamente, se uno dice una cazzata automaticamente la réééte lo smentisce…

Eppure era una solenne cazzata. No, non funziona così.
Il problema infatti non è se l’informazione è libera tramite internet o filtrata attraverso giornali e tv.
Il problema è che affinché il meccanismo di controllo dei cittadini verso i loro rappresentanti funzioni c’è bisogno di gente con senso critico. Gente che se gli dài un’informazione è capace di dire: ehi, fermi tutti, qui c’è qualcosa che non va, anche se questo è un tizio di cui normalmente mi fido.
C’è bisogno di gente che stia sempre sul chi va là. In italia invece ci sono le tifoserie, gente che dà ragione o torno agli uno o agli altri a seconda se appartiene alla sua squadra (partito) del cuore.
E se uno dà la ragione come fa un tifoso gli puoi far leggere tutte le informazioni che vuoi, filtrate o libere, e non ragionerà mai. Non farà mai critica.

Il problema dei grillini (e della popolazione in generale) è quello: sono tifosi e non gente critica.
Fin quando non risolviamo questo problema non ci spostiamo di un picometro.

Prenderlo nel de drio

May 5th, 2015 by mattia | 6 Comments | Filed in politica, riflessioni

E quindi l’italicum è legge. Almeno, così scrivono i giornali.
In realtà no, serve ancora che Mattarella promulghi la legge. E anche se il rischio che non la firmi è minimo (li avrebbe fermati prima) tecnicamente non è ancora legge.

Ad ogni modo, la cosa più rilevante dell’approvazione dell’italicum è che ora sappiamo quando si va a votare: autunno 2016.
Perché la nuova legge elettorale entra in vigore nel luglio 2016. Nel frattempo approveranno la riforma costituzionale che abolisce l’elezione del Senato, così che l’italicum (che riguarda solo la Camera) possa avere un senso. Altrimenti il Senato si vota ancora con il porcellum depurato dalla sentenza della cassazione e il premio di maggioranza dell’italicum non serve a una mazza.

Che poi mica è così scontato che entro luglio 2016 la riforma costituzionale sia pronta. Se non vado errato devono ancora fare tre letture, poi c’è sicuramente il referendum confermativo visto che i 2/3 non li raggiungeranno mai.
Gli oppositori possono giocarsi bene i loro tempi, tipo che il referendum può essere richiesto da 1/5 dei deputati entro tre mesi dalla pubblicazione della legge. Basta che aspettino l’ultimo giorno a presentare la richiesta di referendum e tre mesi se ne vanno via così. Poi ci sono i tempi tecnici per organizzare il referendum (un mese minimo di campagna elettorale più qualche altra settimana prima), e cinque mesi se ne vanno via solo per il referendum. Poi considerate che a novembre-dicembre le camere sono in ballo con la legge di stabilità quindi spazio per la legge costituzionale non c’è. Togliete le vacanze estive… non è che rimane molto altro tempo.
Se vanno dritti come dei treni (e la determinazione, chiamiamola così, non manca) si vota nell’autunno 2016, altrimenti primavera 2017.

La grande questione qui è: prenderà il 40% renzi fra un anno e mezzo o addirittura due anni.
Perché i la volta buona o i  dai che ce la facciamo per un po’ tirano, ma se tu stai circa tre anni al governo (dal febbraio 2014 alle elezioni in autunno 2016 o primavera 2017) e la gente vede che non migliora la propria condizione personale poi i la volta buona te li ficca su per il culo.
O renzi riesce a tirare giù la disoccupazione (per davvero, non che se a febbraio scende un filo tuitta gongolando e se ad aprile sale di nuovo fa finta di niente) oppure il 40% se lo sogna.
E lì si apre il baratro.

Ricordate le prime elezioni con porcellum? Era il 2006 e Prodi vinse alla Camera grazie a una manciata di voti contro berlusconi. Forse ve lo ricordate perché un discreto numero di ignoranti andò in giro a dire che al ministero dell’interno avevano fatto i brogli portando voti alla casa delle libertà man mano che i dati arrivavano (ovviamente era una balla: i risultati ufficiali non sono quelli del Viminale, ma quelli delle commissioni elettorali presso le corti d’appello).
Ecco, in quell’occasione la storia che venne ripetuta a più riprese fu: berlusconi ha sbagliato a cambiare la legge elettorale, ché se avesse lasciato il mattarellum probabilmente avrebbe vinto e invece così ha fatto vincere Prodi.

Ovviamente è un’idea lascia il tempo che trova: cambiando la legge elettorale cambia anche il modo di votare della gente. Anche nelle elezioni vale il con il se e con il ma…
Ma ci ricorda un concetto interessante: attenzione a cambiare la legge elettorale a proprio vantaggio, perché il rischio di poi prenderlo nel culo diventa molto concreto.

Tutti dicono che renzi si è fatto l’italicum a propria misura per assicurarsi il potere – incontestato – per il prossimo ventennio. E io vi dico che il rischio che lo prenda nel culo è tutt’altro che immaginario.
Perché se non prende il 40% si va al ballottaggio e al ballottaggio tutto può accadere.

Non abbiamo mai votato per un ballottaggio nazionale, quindi nessuno ha idea di come la gente si comporterà.
Nulla esclude che vinca il concetto di “contro” che agli italiani piace molto (lamentarsi dà una certa dose di soddisfazione). Se poi il “contro” è verso chi è stato al governo nei tre anni precedenti allora è ancora più facile che avvenga in dosi massicce. Chi esce da un’esperienza di governo gioca in difensiva, si deve difendere dalle accuse verso ciò su cui ha fallito. Chi invece viene dall’opposizione la gioca facile sul “tu hai governato per tre anni e hai fallito, so io come si fa, fate governare me e vi faccio vedere“.
Dite che un qualsiasi personaggio d’opposizione – un Salvini o un grillino qualsiasi – non se la possa giocare al ballottaggio?

E allora immaginatevi un renzi che arriva, che ne so, al 38% che va al ballottaggio con la seconda lista arrivata – poniamo – al 20%. Poi al ballottaggio questi vincono portandosi a casa la maggioranza assoluta della Camera (e quindi anche il governo a questo punto) con un 20% dei voti. E renzi lo prende nel de drio.

Auguri.

Il vero divorzio breve

April 25th, 2015 by mattia | 14 Comments | Filed in politica, riflessioni

La scorsa settimana ha destato molto clamore l’approvazione della legge sul divorzio breve. Che poi tanto breve nemmeno lo è, c’è sempre un anno di attesa anziché tre.

Sinceramente non ho nemmeno capito il senso delle polemiche.
O vieti il divorzio oppure tra un anno e tre anni non è che cambia molto.

Qualcuno diceva che diverse coppie si riconciliano durante questo periodo di tre anni di separazione e tornano insieme; così riducendolo diminuisce anche la possibilità che delle coppie arrivino a una riconciliazione.
Ho cercato un po’ di statistiche sulle riconciliazioni ma non ne ho trovate. Ma se davvero fossero così tante hanno poi il dovere di dimostrarmelo loro.
Ad ogni buon conto, se uno ci ripensa dopo due anni e nel frattempo col divorzio breve ha già divorziato può pur sempre risposarsi. Un paio di mattine in municipio, 32 euro di marche da bollo e in qualche settimana ti sei risposato. È meno complicato di radiare un veicolo dal PRA e costa meno di farsi fare un duplicato della laurea.
Ho almeno un paio di amici che si sono sposati in tuta davanti al sindaco giusto per le carte. Sbattimento zero.

Quindi boh, non sono nemmeno convinto che il problema sia quello, ché uno può sempre risposarsi, al limite.
In tutti gli altri casi uno si libera immediatamente e tanto di guadagnato.

Perché capiamoci, se io trovo mia moglie a letto con un altro col cazzo che se mi dài tre anni di tempo ci ripenso. In tre anni al massimo decido con quale arma sopprimerla. Ringrazia il cielo che il delitto d’onore non è concesso dal codice penale e fammi divorziare il giorno dopo, ché un anno è già fin troppo.
Se mia moglie si fa sfondare da un altro lo Stato non deve permettersi di venire a dirmi “ma dai, aspetta un po’ e magari tornate insieme“. Lo Stato si deve fare i cazzi suoi.

Il problema piuttosto è un altro. Perché sta bene: ognuno vada pure per la sua strada, però ognuno cammini con le proprie gambe.
L’istat ci racconta che nel 58% dei casi la casa finisce nelle grinfie della moglie, solo nel 20% dei casi al marito.
Ecco, io conosco storie di gente che si è sposata, ha comprato casa coi soldi del marito (soldi che venivano da decenni di sacrifici dei genitori di lui) poi si sono divorziati e il giudice ha lasciato la casa alla moglie.
Che ora si fa sfondare da un altro vivendo nella casa comprata dai genitori di lui.
In altri casi non è solo la casa ad essere stata comprata coi soldi della famiglia del marito, ma è proprio la casa di famiglia, dove la famiglia del marito vive da generazioni e generazioni. La famiglia la lascia al figlio che si deve sposare e poi dopo il divorzio ci finisce dentro la ex moglie a farsi scopare da un altro.
Penso ci siano poche altre situazioni in cui lo Stato imponga qualcosa di così odioso e umiliante a un cittadino.
Quella è la casa di famiglia da generazioni o è stata comprata coi soldi che ha dato la famiglia del marito? Non c’è comunione dei beni, sentenze, giudici e puttanate assortite che tengano: ritorna al marito.
Se la moglie non ha di che vivere se ne va a lavorare e si paga l’affitto.

E lo stesso vale per l’assegno di mantenimento. Perché sta bene che il coniuge più economicamente avvantaggiato aiuti l’altro se non ha un lavoro perché magari ha dedicato il suo tempo alla famiglia e non alla carriera.
Ma ci deve essere un limite temporale. Tre anni, massimo. In tre anni ti fai una laurea breve e poi ti trovi un lavoro.
Se dopo tre anni non sei stato capace di trovarti un lavoro ti attacchi al tram. Senza che ci si debba sbattere tra avvocati e tribunali per la revisione dell’assegno di mantenimento. Finiti i tre anni automaticamente tu non versi più un euro.

Divisi, separati, divorziati. Divorzio breve s’è detto, no? Divorzio breve, mantenimento breve. Ognuno ritrova la sua libertà e indipendenza, ognuno si mantiene da solo. Non è che tu passi tutta la tua vita nella casa di tuo marito a grattarti la bernarda da mattina a sera facendoti mantenere ancora da lui.

Vuoi divorziare? Torna tutto come prima che ti sposassi. Ritorni signorina, chi si è visto si è visto e se vuoi mettere qualcosa nel piatto a pranzo e cena te lo devi procurare da sola proprio come facevi prima di sposarti. Il tuo ex-marito? Non esiste. Tu non sei sposata, non lo sei mai stata, abbiamo riavvolto il nastro e siamo ripartiti da capo. Non hai nessuno che ti mantiene, devi lavorare (uh, che brutta parola!).

Ecco, per me sta bene che si divorzi alla svelta e ognuno ritrovi la sua indipendenza. Però l’indipendenza deve essere autentica. Ci diciamo ciao ed è come se non ci fossimo mai visti.

Provate a proporre una riforma del genere e vi faccio la ola.

… ma liberaci dalla boldrina

April 23rd, 2015 by mattia | 1 Comment | Filed in ignoranza, politica

Sui giornali è passato come l’ennesimo scazzo tra la boldrina e i grillini.
Se solo avessimo dei giornalisti degni di tale nome avrebbero invece descritto i fatti obiettivamente dicendo che – ancora una volta – la boldrina ha mostrato tutta la sua imbarazzante inadeguatezza al ruolo di presidente della Camera.

Poi voi mi direte che io ce l’ho con la boldrina, ma vi assicuro che ormai il livello che ha raggiunto è intollerabile per una sana democrazia parlamentare.

Ricapitoliamo cosa è successo.
Un deputato grillino si alza e dice

 ALESSANDRO DI BATTISTA. Presidente, innanzitutto una domanda: ma lei si affaccia qui alla Camera o quando ci sono i minuti di raccoglimento per le tragedie o per l’istituzione delle Giornate nazionali in memoria delle vittime dell’immigrazione ?

a quel punto i deputati del PD fanno un po’ di casino, la boldrina li lascia fare per lungo tempo prima di richiamarli timidamente, e infine richiama il grillino dicendo

Lei sta facendo considerazioni che non le competono riguardo alla Presidenza.

Questa frase è da far gelare il sangue.
Magari non ve ne rendete conto, ma un presidente non può dire una cosa del genere.
Di battista ha semplicemente chiesto se la boldrina presiede l’aula solo in determinate circostanze. È un suo sacrosanto diritto chiedere una cosa del genere al presidente. Non può certo obbligare il presidente a non lasciare la presidenza a uno dei vice, quella è una sua scelta. Ma figuriamoci se un deputato non può chiedere informazioni sui turni di presidenza.

Quella del grillino era una domanda del tutto legittima. Una domanda normalissima, tra l’altro espressa senza volgarità di sorta.
Il fatto che la boldrina non solo si rifiuti di rispondere (e quello può anche starci) ma tenti di tappargli la bocca dicendo che non può fare certe domande è gravissimo. No, non puoi vietare a un deputato di fare legittime domande alla presidenza. Perché se parti da lì poi non sai dove vai a finire. Se non puoi fare domande sui turni di presidenza poi non puoi intervenire nemmeno sul regolamento.
Ogni decisione del presidente diventa non solo incontestabile, ma nemmeno criticabile. Bisogna stare solo zitti perché il presidente della Camera è incontestabile.

Ora, io capisco che la boldrina sia cresciuta alla scuola di napolitano, dove non ci si poteva nemmeno azzardare a pronunciarne il nome, quasi fosse una divinità, ma forse è ora che si renda conto che nessuno, né il presidente della repubblica né – tantomeno – il presidente della Camera, in democrazia è esente da critiche.
L’unico che è infallibile, per chi ci crede, è il Papa. Tutti gli altri sono criticabili e inderogabili.
Il fatto che tenti di censurare la domanda di di battista dicendo che è un argomento che non gli compete dà la misura di quanto pretenda di arroccarsi in una torre di pretesa incontestabilità, una cosa che in democrazia non esiste ed è bene che non esista.
Non ti vuoi prendere le critiche perché poi arrivi a casa la sera e piangi? Non fai il presidente della Camera.

La boldrini con questo errore ha ottenuto due effetti negativi. Il primo è di aver compresso la libertà di espressione di un deputato – gravissimo. Il secondo è che ha creato un’inutile contrapposizione con un gruppo politico, facendo scadere l’indipendenza della presidenza.
Con tutto il contorno di gruppi che difendono il grillino (come forza italia) e gruppi che difendono la boldrina (PD).

Il presidente il quel caso deve essere quanto più neutro possibile. Se anche si offende non deve lasciarlo trasparire. Deve essere gelido.
Se un deputato gli chiede “ma lei viene qui a presiedere solo quando….” il presidente deve freddamente rispondere “la informo che i turni di presidenza sono programmati di concerto coi vicepresidenti in modo da conciliare i numerosi impegni istituzionali del presidente coi lavori dell’aula“. Una risposta neutra che da una parte risponde alla domanda e dall’altra non presta il lato a contestazioni perché non crea una contrapposizione.

Con una risposta del genere non ci sarebbe più stato quello strascico di polemiche che ha tenuto occupato la camera per qualche minuto.
Questione chiusa, andiamo avanti.

Ecco, un errore di permalosità come quello che ha fatto la boldrina in questo caso, mi ci gioco i peli pubici che il tanto bistrattato Franceschini non l’avrebbe mai fatto.

La misteri bocs e lo squalo

April 16th, 2015 by mattia | 3 Comments | Filed in politica, riflessioni

Qualche settimana fa c’è stata una direzione del PD sulla legge elettorale. Per mio feticismo personale me la sono guardata.
A un certo punto Renzi spiega la differenza tra le liste bloccate del porcellum e dell’italicum. Le liste bloccate del porcellum sono il male – dice Renzi – perché sono lunghe quindi non individui immediatamente chi verrà eletto mentre le liste bloccate dell’italicum sono corte quindi rispetterebbero la sentenza della corte costituzionale in quanto hai cinque nomi davanti che sono immediatamente individuabili.

Ovviamente è una puttanata (opportunamente sostenuta da una corte costituzionale che ha sotterrato il pudore lustri fa). I candidati sono sempre pubblici: anche se non sono scritti sulla scheda al seggio c’è sempre il manifesto dei candidati. Corta o lunga la lista che sia sai sempre chi sono i candidati. Se non ti fermi a leggere tutta la lista perché è troppo lunga sono cazzi tuoi, la legge non ne ha colpa.

Ma per spiegare questo concetto Renzi usa una metafora. Dice che le lunghe liste del porcellum sono come la misteri bocs di master scef: non sai cosa ci trovi dentro (=non sai chi viene eletto).

Tralasciamo un attimo l’idiozia in sé (sì che lo sai chi viene eletto: fermati due minuti a leggere la lista prima di votare!)
Quello che mi ha colpito è la metafora: le liste del porcellum come la misteri bocs? Ma che razza di paragone è?

Dal punto di vista comunicativo ho percepito quel momento come il salto dello squalo di Renzi.
Era partito nel suo discorso facendo una digressione sulle elezioni in Europa per darsi un tono. Voleva mostrare di avere ampio respiro, di conoscere tutto il mondo, di avere contatti ovunque (daremo una mano ai socialisti portoghesi…). Una piotta sullo stomaco in stile lettera di Veltroni su L’Unità. Poi quando si è accorto che rischiava di passare per intellettuale noioso di sinistra cerca di recuperare con la battuta simpatica della misteri bocs. Tragico.

La sensazione era quella di stanchezza. Questo stile comunicativo funziona quando ti presenti come giovane ruspante in camicia bianca colle maniche rimboccate che arringa un popolo di sognatori dal palco di una convenscion con una mecbuc, un microfono anni 70 e una vespa sullo sfondo.

Quando sei presidente del consiglio, hai messo su 10 kg, governi da 14 mesi e l’economia non riparte, passi il tuo tempo ai vertici internazionali, eleggi vecchi rimasugli della prima repubblica al quirinale e vai in giro a dire che hai massima fiducia in De Gennaro… be’, non puoi pensare di fare ancora il simpatico tirando fuori battutine tipo quella della misteri bocs. Non funzionano.
Non funzionano perché stridono con quello che sei. Ti stai comportando come un qualsiasi altro presidente del consiglio vecchio. Certo, più accentratore di potere, più decisionale… ma al sodo non fai niente di diverso da chi ti ha preceduto.
Quando facevi il giovane ruspante che voleva fare la scalata da un palco colla vespa sullo sfondo predicavi che volevi la FOIA, adesso che sei al potere la FOIA te la sei dimenticata in fretta.
Magari questa cosa della FOIA ce la ricordiamo in tre, ma altri tre saranno delusi da altro… e alla fine si diffonde la percezione di una grande delusione.

Cercare di combattere la delusione tornando a fare il simpaticone colla misteri bocs non funziona. Perché la gente si sente presa per il culo a quel punto. Vuole fatti, e se tu invece dei fatti gli porti le battutine pensando di risolvere tutto così hai sbagliato alla grande.

Oggi apro i giornali e leggo che ha parlato di Armageddon e sciacalli.
Ormai lo squalo è stato saltato e superato alla grande.

 

Piesse: si noti che il tema del post non è l’azione di Renzi al governo ma il suo stile comunicativo. È quello che ha saltato lo squalo.

Guardando il carcere dall’autobus

April 4th, 2015 by mattia | 10 Comments | Filed in politica, riflessioni, w la fisica

Ogni volta che prendo quell’autobus, per andare in quel negozio, ci passo davanti. E ogni volta mi metto a pensare.
Il carcere. Non quello famoso, l’altro, quello che sta a Ruzyně.
Lo guardo dall’autobus e non posso non pensare a com’è viverci dentro. Quelle finestre con le sbarre, quelle luci che vedi la sera e che ti fanno chiedere chissà come si passano giornate intere, una dopo l’altra, senza far niente, senza uno scopo.
Chissà chi sono le persone lì dentro, chissà come ci sono arrivate, chissà come affrontano questa prova. Quanti ne escono interi e quanti con le ossa rotte.

La cosa curiosa è che però non li vedi mai. Ci sono le finestre, ci sono le sbarre ma non vedi mai una persona. Sembra quasi che non guardino fuori di proposito per evitare di vedere quello che non possono avere.

Ieri ho preso quello stesso autobus e giunti vicino alla prigione ho notato qualcosa di diverso. I carcerati erano alle finestre e si sbracciavano. Alcuni picchiavano sulle sbarre. Che sta succedendo? Forse è in corso una rivolta nelle carceri ceche? Eppure non ho sentito nulla di tutto ciò.

Giusto qualche secondo e ho capito tutto. Arrivati alla fermata, il pullman ha imbarcato una comitiva di ragazzine sui 15 anni che uscivano da scuola. Mi sono voltato di nuovo verso la prigione e mi sono accorto che no, i carcerati non si stavano ribellando… stavano solo salutando le ragazze. Mi è scappato un sorriso.
Alcuni agitavano le braccia facendo il gesto del saluto, altri picchiavano sulle sbarre ma il concetto era quello, farsi notare dalle ragazze. Le quali ricambiavano salutandoli a loro volta.

Cosa curiosa, tra l’altro, ché non sembravano avere alcun intento canzonatorio nei confronti dei carcerati. Non è che le ragazzine li salutavano deridendoli (tipo: ah ah ah… io sono qua e tu non puoi prendermi…cica cica bum). Sembravano salutarli onestamente. Chissà, forse è un riturale che fanno ogni giorno all’uscita di scuola.
In altri paesi dove la figa di legno è lo standard universale probabilmente le ragazze si sarebbero dette infastidite e importunate, poi avrebbero chiesto l’intervento dell’autorità per terminare questo affronto.

Il pullman riparte, gli ultimi saluti ai prigionieri e poi via.
Poteva finire qui, eppure quell’immagine dei carcerati alle finestre che sbavano per un po’ di figa vista da lontano mi è rimasta dentro. Quelle mani che picchiano alle sbarre, quello sbracciarsi anche solo per essere notati…
È stata una delle cose più degradanti che abbia mai visto. Un’umiliazione dell’uomo.

Mi sembrava di vedere degli animali in gabbia che si dimenavano per soddisfare un istinto primordiale.
Un po’ come un bambino africano che muore di fame messo in una gabbia e costretto a vedere gli altri che si abbuffano mentre a lui non arriva nemmeno un tozzo di pan secco.
Un sadismo, una mortificazione della dignità umana che mi ha fatto stare male. Quelle persone carcerate era ridotte ad animali che si dimenano nella gabbia per la privazione a cui sono sottoposti.

È un trattamento umano tutto questo?

I tribunali universali dei diritti di stocazzo ci fanno le multe per le condizioni disumane delle carceri, per le celle sovraffollate e così via. Ma negare il diritto a scopare non è forse anch’esso un trattamento disumano?

Oh, il carcere è la privazione della libertà (per la sicurezza pubblica e per la rieducazione del condannato). Il giudice condanna a quello, a non avere la libertà; non condanna alla privazione della figa.
Così come non condanna alla privazione dal cibo e dall’acqua, o a qualsiasi altro diritto elementare dell’uomo come le cure mediche, un letto dignitoso, l’istruzione!
La condanna alla reclusione non include la privazione della figa, non è quello il suo scopo, non è quello in cui consiste. Togli pure la libertà (è quello il carcere) ma la figa no, togliere la figa non è parte della pena così come non è parte della pena vivere in un carcere sovraffollato, essere picchiato dai secondini o beccarsi le malattie.

Fare sesso è un istinto primordiale dell’uomo: tolti i tabù di torno e guardando solo al lato scientifico della faccenda questa è una verità incontestabile. Può piacervi o meno ma l’uomo ha dei cosini chiamati ormoni che gli fanno venire voglia di fare sesso. Non c’è nessuna colpa ad avere gli ormoni: è così che funziona l’uomo, è la natura.
Privare un uomo della soddisfazione sessuale (per anni o lustri) è dunque un trattamento contro la natura dell’uomo.
Quelle mani che sbattono alle finestre perché annusano un po’ di figa da lontano sono lì a ricordarvelo.

Penso allora che si debba affrontare questo problema senza tabù e per il rispetto della dignità umana, creando modalità per la fruizione del sesso da parte dei carcerati. Dico senza tabù perché di gente che fa battaglie “civili” ce ne è tanta, e sui più svariati temi. Vuoi rendere legali le droghe? Dicono che sia un tabù eppure un centinaio di parlamentari di diversi partiti che non hanno problemi a legalizzare la droga li trovi in un battibaleno.
Nemmeno fosse la battaglia della vita.
Ma anche per i diritti dei carcerati quanti politici si sono mossi, hanno fatto scioperi della fame, hanno denunciato le condizioni di sovraffollamento delle carceri?
Pochissimi invece hanno avuto le palle di tirare fuori il problema del sesso dei carcerati. Quasi che abbiano timore dell’opinione pubblica: come dire, se tu vai in giro a proporre il diritto al sesso per i carcerati poi la gente ti dice “ma che si arrangino, hanno sbagliato, stiano pure qualche anno senza scopare“.

Va da sé che nelle carceri italiane ci puoi stare anche da perfetto innocente in attesa di giudizio definitivo (e per anni). Ma far capire che la privazione dal sesso così come dal cibo o da qualsiasi altro diritto elementare dell’uomo non è parte della pena è tremendamente difficile.

Eppure la soluzione sarebbe semplicissima. Per consentire ai carcerati che hanno una relazione con una donna fuori dal carcere di fare sesso con lei non è che serva così tanto.
Basta attrezzare una stanza del carcere a stanza del sesso. Volete non trovarmi una stanza di dieci metri quadri in ogni carcere? Ne basta una da usare a turno. Gli dai una mano di bianco, metti dentro un letto matrimoniale dell’ikea, kit di lenzuola, cestino per i preservativi, luci soffuse e sei a posto. Stando larghi un mille euro e ti attrezzi la stanza del sesso alla grande.
Poi quando viene la moglie a trovarti ci fai sesso insieme. Visto che non capita tutti i giorni che viene a trovarti si fa il calendario e i carcerati usano a rotazione la stanza.

Niente di speciale o di innovativo. Da qualche parte, mi sembra, già si fa.
Si tratta solo di estendere questo concetto a tutte le carceri, per garantire a chiunque il diritto a una sana scopata così come gli garantisci il diritto a un pasto.

Tra l’altro anche l’amministrazione penitenziaria ha solo da guadagnarci. Consentire ai carcerati di scopare può avere solo benefici: un carcerato che scopa sarà una cercato meno nervoso, più rilassato e quindi meno incline a proteste e rivolte. Una scopata di tanto in tanto tira su il morale di chi deve affrontare la detenzione, riduce i rischi di suicidi, e tutto ciò contribuirebbe a creare  un’atmosfera più serena del carcere.

Poi vabbe’, per chi non ha una donna fuori dal carcere si può sempre prevedere un catalogo di prostitute che il carcerato può ordinare e pagare (ovviamente rivedendo la legge Merlin che allo stato attuale lo vieterebbe).
E lì i tabù da superare sono due.

Ma pensate anche alle mogli dei carcerati, pensate a che prova devono subire. Loro che non sono neanche state condannate, hanno la libertà, e uomini intorno tutti i giorni. Eppure per dovere di fedeltà al marito devono passare la vita a guardare il soffitto.

Lo so che quello che ho scritto qua può sembrare provocatorio. Badate bene: non lo è.
Si tratta di dignità umana.

E forse meglio di me – sicuramente con più eleganza – lo ha spiegato Pertini nell’intervista che rilasciò a Oriana Fallaci quando racconta della sua carcerazione:

 Io, in carcere, pensavo: non sono qui dentro per un reato comune ma per aver difeso la mia fede. E la fierezza compensava la rinuncia. D’accordo, ogni tanto v’era un cedimento. Quella mattina ad esempio in cui udii le campane di Ventotene e aprii la finestra e mi investì la primavera, un profumo di fiori… Sa, i fiori che sbocciano la notte e all’alba spandono il loro profumo… E mentre ascoltavo quelle campane, mentre aspiravo quel profumo, giunse l’eco di un canto d’amore. Un canto che si levava da una barca di pescatori. E mi prese come un capogiro, come un dolore per questa vita che entrava dalla finestra e che io non potevo toccare… Si ridestarono in me tutti i desideri, tumulti di desideri… Può immaginarli, Oriana, i desideri di un giovane che non ha ancora trent’anni. Ma io mi strinsi la testa tra le mani, mi buttai un po’ d’acqua fredda sul volto e mi dissi: «Non fare il cretino, Sandro, non lasciarti cogliere dalle nostalgie».

Pensateci.

I soldi pubblici

March 14th, 2015 by mattia | 14 Comments | Filed in politica, riflessioni

Ieri una nostra vecchia conoscenza, andrea sarubbi, ha pubblicato sul tuitter la foto di quello che sembra il verbale dell’interrogatorio a cui è stato sottoposto come indagato per diffamazione, dopo la denuncia di salvini.

Per cosa? Per un tuitt, questo tuit.
Un messaggio in cui chiede a salvini se dei profili farlocchi (feic in italiano moderno) se li comprava coi soldi suoi o coi soldi pubblici.

A parte al fatto che un profilo evidentemente farlocco non vedo perché dovrebbe costare qualcosa. Di profili farlocchi puoi aprirne quanti ne vuoi gratuitamente. Quelli che costano sono i profili veri, o meglio, quelli che sono simil-veri. Un profilo-ovetto non se lo compra nessuno, non ha alcun valore.

Ma sorvoliamo.
In pochi minuti si è scatenata la gara di solidarietà a sarubbi. C’è stato chi ha addirittura fatto un parallelo tra questa vicenda con le storie narrate in un libro che denuncia “censure, ipocrisie e bugie sulla libertà di parola in italia“.
Libertà di parola, roba tesa.

Premessa fondamentale, necessaria per sgombrare il campo da ogni possibile fraintendimento (so che i miei lettori affezionati non penserebbero mai una roba del genere, lo faccio per chi non mi conosce): non gioisco per la denuncia a sarubbi. Non sono così stronzo da provare skodolibost se una persona con cui ho avuto screzi finisce nelle grane.
Con saurubbi io voglio confrontarmi sul merito dello ius soli, faccia a faccia, confrontando idee e numeri, per dimostrargli che lo ius soli è una sola. Voglio metterlo di fronte all’illogicità dei paragoni numerici che fa dimostrandogli dati alla mano che non hanno alcun senso. Voglio fare un dibattito come si fa tra persone civili che si confrontano in una società civile. Un confronto a cui egli si è sempre sottratto (meglio confrontarsi con un analfabeta della Valsesia, vinci facile).
Che sia beccato una denuncia, per quanto possa sembrarvi difficile crederlo, mi dispiace.
Perché finire nelle maglie della giustizia significa perdere ore e ore di tempo (sottratte ai propri cari) e soldi (che si possono usare meglio). Non è bello.

Però, però.
Prima di lasciarsi andare a solidarietà incondizionata sarebbe bello analizzare il tuitt in questione.

Sarubbi chiede a salvini se i profili franchi li paga coi soldi suoi o con soldi pubblici.
Io quando l’ho letto ho pensato, urca… pesante.

Innanzitutto: qui il discorso della libertà di parola non c’entra niente. E questo è del tutto pacifico.
Potresti denunciare l’accadimento come un tentativo di limitare la libertà di parola usando l’arma della denuncia se ci fosse un’inchiesta giornalistica. Poniamo, un giornalista indaga e scopre che un politico usa dei soldi pubblici per pagarsi la laurea farlocca in Albania. Va sul posto, raccoglie delle prove, ha dei documenti che provano che quel politico in realtà la laurea se l’è comprata e che per farlo ha usato soldi pubblici…
Pubblica tutto e viene denunciato per diffamazione in modo di farlo tacere.
Ecco, questo – al netto degli eventuali errori che comunque la stampa spesso fa – sarebbe un effettivo attacco alla libertà di parola. Hai delle prove, hai dei fatti e li esponi. Ma siccome questo non piace allora cercano di silenziarti.

In questo caso però non è successo niente di tutto questo: sarubbi ha chiesto se i profili farlocchi li ha pagati coi soldi pubblici. Mmmm, ok. E?
Non è un’inchiesta giornalistica, non ci sono prove, non ci sono fatti di cui rendere conto.
Qualcuno ha provato anche a dirmi “Salvini risponda sul merito/ è un politico, deve rispondere al popolo“.
Ok, ma se la mettiamo così allora possiamo anche domandare a salvini se per caso questa sera ha partecipato alla mostra di presepi satanici di Salcazzo sul Lario, oppure se è andato in giro a bucare le gomme delle auto e a suonare i campanelli di notte.
Rispondere sul merito? Quale merito?
Non è che se uno ti chiede “ma ieri sera sei andato in giro a suonare i campanelli?” allora tu devi rispondere.
O porti dei dati oppure non c’è alcun merito di cui discutere.

In quel caso il tuitt chiedeva se salvini si era comprato profili farlocchi coi soldi pubblici. Sulla base di cosa ha fatto questa domanda? Perché ha fatto questa domanda e non gli ha chiesto invece se è andato in giro a suonare i campanelli di notte? Perché allo stato entrambe le domande hanno le stesse basi.

Quindi no, qui non c’è alcun caso di limitazione della libertà di espressione, nessun bavaglio giornalistico. Perché dietro quel tuitt non c’è alcuna indagine giornalistica. Solo una battuta (e se la battuta ha superato il limite lo si vedrà in tribunale).

Una domanda, dicono, solo una domanda. Quel punto interrogativo alla fine della frase salva da tutto.
Ce l’ha insegnato gasparri.

E vabbe’, solo una domanda. Se c’è diffamazione lo deciderà il giudice.
Dico solo che se uno mi chiedesse “ma tua moglie è una troia?” io non la considererei tanto una domanda. E no, non porto la gente in tribunale.
Così, per essere chiari.

Quello che però più mi stupisce è la leggerezza rispetto a un tema rispetto a quello dei soldi pubblici.
Voglio dire, non è che gli ha chiesto se si mette il cotone nelle mutande per far sembrare di avere un pacco più grosso. Non gli ha chiesto se quando fa il cruciverba bara guardando le soluzioni.
Gli ha chiesto se usa soldi pubblici in modo illecito.

Non so voi, ma per me questa è una cosa pesantissima.
Io capisco che nella polemica politica ci sia una larga area di tutto concesso in cui è possibile dirsene di ogni senza finire in tribunale.
Un’abitudine di cui un po’ troppi di approfittano.
Ma ci può anche stare. Chiede se si usano soldi pubblici per fini illeciti però…

Io spesso viaggio per lavoro e i soldi che uso per andare alle conferenze scientifiche sono, alla fine, soldi pubblici.
Per questo cerco di usarli al meglio, cerco di non sprecare nemmeno una corona.
Vi faccio un esempio, quando sono andato a Honolulu per una conferenza a novembre ho dormito in un ostello, in camerata, a 20 dollari a notte. Già il viaggio aereo costava (non tantissimo, per essere dall’altra parte del mondo, ma non erano 200 euro) così ho cercato di risparmiare il più possibile sull’alloggio.
Parimenti, la mattina mi facevo tre km a piedi (sul lungo mare) per andare alla conferenza, e se prendevo il bus me lo pagavo da solo.
E non lo faccio solo in Rep. Ceca, anche quando lavorano in Giappone cercavo di risparmiare ogni yen sul viaggi.
Alla prima conferenza scoprii che il rimborso dell’alloggio era 1 man, fisso. Io avevo dormito in un ostello dove avevo pagato forse 2.500 yen e mi vidi rimborsato 1 man a notte! I restanti 7.500 yen (per quattro o cinque notti) li ho restituiti alla facoltà.
Lo stesso lo faccio quando devo comprare materiale o strumentazione: sono sempre molto preciso a comprare solo quello che serve. Giusto questa settimana mi è morto un calcolatore che uso in laboratorio per fare misure. Niente di speciale, giusto un calcolatore su cui installare Labview e creare un sistema di misure automatico, non mi serviva altro. Ho ordinato un calcolatore ricondizionato ripassato  in ceco si dice repasovany, sono calcolatori usati ancora in ottimo stato, che vengono da aziende oppure dallo Stato quando ci sono le elezioni, e comprano materiale informatico che poi non usano più). Con l’equivalente di 200 euro ho preso quello che mi serviva, senza spendere soldi per un calcolatore nuovo che poi uso solo per un compito (fare misure).
(ah, tra l’altro ho mandato l’ordine alla segretaria martedì, l’ordine all’azienda è partito mercoledì e giovedì mattina mi è arrivato il pacco col calcolatore… ciao ciao, gran ciambellani della burocrazia italica).

Sarà che conosco gente che fa fatica a pagare le tasse, sarà che conosco gente che è in difficoltà e i soldi pubblici potrebbero aiutarli, ma ogni volta che devo usare soldi pubblici ho sempre un sentimento di “colpa”. Un po’ come quando sei studente a carico dei genitori e ti senti un peso per la famiglia per ogni soldo che spendi.
Io so che dietro ogni corona che spendo c’è un lavoratore che magari si alza alle 6 del mattino per lavorare e pagare quella corona di tasse. Io so che dietro quella corona c’è la signora in là con l’età che torna a casa alle 6 del mattino stanca morta perché ha passato la notte a lavorare al guardaroba di una discoteca perché ancora non può andare in pensione e deve portare a casa il mese.
Quando vedi questa gente che va o torna dal lavoro in tram colla sporta di plastica percepisci immediatamente una sensazione di rispetto per ogni corona di denaro pubblico che puoi utilizzare. Perché quelle corone vengono anche da loro, dalla loro fatica, dal loro sonno sul tram mentre tornano da una notte di lavoro.

Ora capite perché potete dirmi tutto quello che volete: potete darmi pure dell’ignorante e io me ne sbatto le balle.
Qualsiasi accusa mi possiate fare mi scivola via.
Ma sull’uso dei soldi pubblici no. Se tu provi anche solo ad accennare – con mille condizionali e punti di domanda – se io ho usato una corona o uno yen in modo non corretto io divento una belva.
Hai presente cosa diceva Papa Francesco di chi parla male di sua mamma. Ecco.

Perché qui non si scherza con qualcosa di leggero. Una persona che usa soldi pubblici per fini illeciti è uno stronzo.
Uno che – indirettamente – obbliga quella signora a lavorare di notte al guardaroba di un locale per consentire a lui di sputtanare i soldi delle sue tasse.
Niente di diverso dai monarchi che obbligavano la povera gente a lavorare e a fare la fame per consentire a loro di fare la bella vita.
È un’accusa infamante.

Un’accusa pesante per tutti coloro che usano soldi pubblici, a qualsiasi livello.
Ma ancora peggio per un politico, che ha – più o meno direttamente – il potere coercitivo di decidere quante tasse vanno raccolte.
Un’accusa così infamante per un politico dovrebbe portare alla perdita della credibilità in eterno. Una roba che ti sputtana a vita. Non stiamo parlando di roba leggera.

Eppure sul tuitter c’è stato chi mi ha scritto “… io ci avrei riso su.
No, caro mio. Io non ci avrei riso su. Ma manco per il cazzo.
Se uno mi accusa di aver usato soldi pubblici in maniera illecita e io non l’ho fatto, non ci rido su.
Uso il metodo Bergoglio.
Usare una querela è finanche segno di civiltà.

Eppure sembra che per molti una domanda del genere sia una cosa leggera, una battuta su cui ridere sopra.
E a questo punto viene tutto il punto della riflessione: come siamo arrivati fino a qua?

Come è mai possibile che una domanda del genere sia considerata una battuta su cui farci una risata?
Come siamo giunti al punto in cui insinuare l’uso illecito di denaro pubblico non è percepito come un’accusa infamante?

Sembra che si sia tutto normalizzato. Ci siamo assuefatti da tante malefatte che le consideriamo quasi ovvie.
Guardate quel senatore che fatti li cazzi tua. Ci gioca persino sul fatto che si fa i cazzi suoi. Te lo dice sfrontatamente che sta in Senato per lo stipendio. E te lo passano persino per macchietta simpatica.
In questo contesto ci siamo abituati a pensare che un politico che si fa li cazzi sua sia una cosa normale, una cosa su cui scherzare.
Se quel senatore invece di essere celebrato nei programmi televisivi fosse stato messo nel dimenticatoio mediatico come una macchia dolorosa nella storia del paese, forse ora non considereremmo più un’accusa di usare illecitamente soldi pubblici come cosa su cui farci una battuta.

Contro il razzismo, ma solo per alcune razze

February 28th, 2015 by mattia | 4 Comments | Filed in ignoranza, politica

«Nessun pregio ha il riferimento alla cosiddetta legge Mancino posto che tale fattispecie non può riferirsi ai fatti enunciati in querela».

via corriere.it

Ho spiegato più volte perché la legge mancino sia una porcata indegna di un paese civile.
Se uno “propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico” tu lo contrasti sul piano dei contenuti.
Spiego perché quelle teorie sono sbagliate, ma non gli tappo la bocca.
Perché se mi confronto sul contenuto dell’idiozia che uno dice posso convincere gli altri che quella è davvero un’idiozia. Ma se gli tappo la bocca non ho l’opportunità di smontare pubblicamente l’idiozia, che sotto sotto poi continua a dilagare.
Le idiozie non si zittiscono dicendo che “questo è il male quindi è vietato dirlo“, quasi come se fosse un dogma incontestabile. Le idiozie si smontano, e se tu hai gli strumenti per smontarle non hai alcun problema se altri le proferiscono.

Al pari della legge mancino adesso sta arrivando la legge che impedirà il negazionismo dell’olocausto, con tutto il parlamento scodinzolante dietro alla lobby ebraica (con rarissime eccezioni, come la Sen. Cattaneo).
Anche in questo caso, se uno dice che l’olocausto è un’invenzione e i campi di sterminio sono stati costruiti a Cinecittà, io gli porto tonnellate di analisi storiche che ne dimostrano l’autenticità secondo tutti i criteri storiografici usati dagli esperti.
E gli faccio fare una figura di palta davanti a tutti.

Tolti i pochi casi in cui certe affermazioni possono portare a un pericolo effettivo, per il resto le leggi che tappano la bocca sono sempre da evitare.

Ma questo ce lo siamo raccontati mille volte.
C’è però un altro motivo che rende queste leggi inadatte a un paese civile, ed è la loro applicazione pratica.
Perché tutti noi sappiamo che le leggi devono essere quanto più generali possibile. Non posso fare una legge che vieta esprimere idee fondate sull’odio verso una razza, ma devo necessariamente formularla in modo che siano condannate le espressioni di odio verso tutte le razze.
Dal punto di vista teorico tutto a posto. Il problema è quando si applicano queste norme. Perché per quanto la norma sia estremamente generale in realtà è stata forgiata dal legislatore con preciso e non celato intento di proteggere solo un caso specifico. Chi poi la fa rispettare segue esattamente questo intento.

La cronaca di questi giorni ci porta un ottimo esempio pratico.
Un signore famoso non si sa per quale motivo ha insultato i veneti in radio dicendo che sono tutti ubriaconi.
Alcuni veneti l’hanno denunciato.
Ora, di per sé la diffamazione non aveva grandissime basi per andare avanti: affinché ci sia diffamazione deve essere leso l’onore di qualcuno, che è il bene tutelato; tuttavia questo avviene solo se le persone insultate sono ben identificabili. Devo dire che Giovannino, Melchiorre e Stanislao sono ubriaconi: in questo caso le persone sono ben identificabili e il loro onore davvero compromesso. Ma se dico che tutti i veneti sono ubriaconi, sono talmente generico nell’identificare le persone che nei fatti non scalfisco l’onore di nessuno. E fin qui ci siamo.
C’è però la legge mancino.
Frasi come

I veneti sono un popolo di ubriaconi. Alcolizzati atavici, i nonni, i padri, le madri (…) Poveretti i veneti, non è colpa loro se uno nasce in quel posto, è un destino (…) Basta sentire l’accento: è da ubriachi, da alcolizzati, da ombretta, da vino.

non costituiscono forse “idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico”?
Superiorità relativa, nel senso che parla di inferiorità di un altro popolo. Odio? Se non è odio questo.

Per la procura di Verona però la legge Mancino non c’entra niente.
Come si fa a dire una cosa del genere?

Semplice, in italia la legge mancino vale solo per alcune razzeper alcune etnie.
Per altre, come in questo caso, no.

Eppure, dal punto di vista giuridico non c’è alcun motivo per cui un insulto a indiani o africani debba rientrare sotto l’ombrello della legge mancino e un insulto ai veneti no. A meno che tu non sia capace di portarmi dimostrazioni biologiche che dimostrino che gli indiani siano una razza o un’etnia mentre i veneti no (auguri).

Questo caso dimostra tutta l’idiozia della legge mancino, per cui – applicandola in modo neutrale – si dovrebbero condannare anche gli insulti tra pisani e livornesi.
Siccome però è stata creata per condannare il razzismo solo verso alcuni e non verso tutti, questa poi viene applicata proprio per lo scopo per cui è stata creata.
E fa niente se la legge è tutta perfettina nella sua generalità. È stata fatta per alcune razze e viene fatta rispettare solo per quelle.

Mai fidarsi di leggi come queste. Non solo perché tappare la bocca è sbagliato come principio, ma anche perché per quanto le infiocchettino di generalità poi nella pratica vengono usate solo per alcuni. E usare una legge con alcuni ma non con altri è una delle cose più odiose che puoi fare in uno stato di diritto.