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Quando i grilli diranno: ma se abbiamo persino tolto il nome di peppe dal simbolo!!1!!

November 19th, 2015 by mattia | 1 Comment | Filed in bufale, politica

L’altro giorno beppe grillo ha fatto l’ennesima buffonata. Ha indetto una votazione in rééééte per consentire agli aderenti del M5S di scegliere se togliere l’url beppegrillo.it dal simbolo del M5S.

Gli aderenti hanno votato e hanno scelto di sostituirlo con nuovo url movimento5stelle.it
A che scopo questo cambiamento?

Per un motivo molto semplice: serve come strumento retorico da qui a venire per fingere che il M5S è indipendente da beppe grillo.
Nei prossimi mesi e anni quando qualcuno contesterà a un grillino che il M5S è di proprietà di beppe grillo che fa quello che vuole, espelle gente a cazzo e così via quello risponderà: non è vero! il movimento è diventato grande. Guarda, abbiamo persino tolto il nome di beppe grillo dal simbolo!

Questa cosa del abbiamo tolto il nome di beppe dal simbolo la useranno in tutte le salse per fingere di essere un movimento indipendente da grillo.

Peccato che…

Punto primo

Il nuovo url movimento5stelle.it è intestato alla Associazione Movimento 5 Stelle, con sede in via Roccataglia Ceccardi n.1/14 a Genova.

whois movimento5stelle it
Questa associazione è quella che fa da contenitore giuridico al M5S.
Perché il M5S, come tutti i partiti, è costituito sotto forma di associazione non riconosciuta, con relativo atto di costitutivo statuto.

Potete vedere qui l’atto costitutivo dell’associazione e lo statuto. Stesso nome, stesso indirizzo (via Roccataglia Ceccardi n.1/14, Genova).

Hanno voglia a dire che il M5S si basa sul non-statuto, che ci sono gli iscritti on-line.
Il non-statuto, giuridicamente, non vale un cazzo. Gli iscritti on-line non esistono. Non sono iscritti a niente.  Quando si tratta di presentare liste alle elezioni l’unica cosa che conta è l’associazione fondata da beppe grillo, Enrico Grillo ed Enrico Maria Nadasi.
Gli unici iscritti al M5S sono gli iscritti a quella associazione: solo loro, a norma di statuto, potrebbero eleggere un nuovo presidente dell’associazione al posto di beppe grillo, cambiare lo statuto e tutto il resto.
Chi non è iscritto a quell’associazione (e non risultano altri iscritti oltre ai tre fondatori) non conta niente.

L’associazione movimento 5 stelle è fondamentalmente il “giardino” di beppe grillo e due suoi fidati collaboratori che gli consente di avere lo strumento giuridico per fare quello che vuole.

Hanno tolto l’url beppegrillo.it dal simbolo?
Bravi, hanno messo un altro url (movimento5stelle.it) che è comunque intestato a un’associazione il cui presidente è beppe grillo.
Quindi non è cambiato niente. È sempre cosa sua.

Punto secondo

Il simbolo del movimento è sempre e comunque un marchio registrato intestato a giuseppe grillo.
Basta fare una ricerca sul sito dell’ufficio brevetti e marchi per trovare la scheda corrispondente.
Attenzione, il simbolo registrato è senza url.

Quando poi hanno costituito l’associazione hanno stabilito che il simbolo dell’associazione era il simbolo registrato da grillo più l’url beppegrillo.it.
Hanno potuto farlo perché grillo è titolare sia del marchio registrato (senza url) sia dell’url.
Così nel costituire l’associazione grillo ha messo a disposizione dell’associazione (di cui è comunque presidente egli stesso!) il simbolo e l’url uniti.

Quando dicono che il cambiamento dell’url richiede tempo per dei passaggi burocratici significa semplicemente che l’associazione dovrà riunirsi e cambiare lo statuto dicendo che il nuovo simbolo è il marchio registrato da beppe grillo più il nuovo url di cui è titolare direttamente l’associazione.

In quella sede beppe grillo concederà di nuovo l’uso del marchio all’associazione. Ma il titolare rimane lui. Non l’associazione, ma giuseppe grillo come persona fisica è il titolare del marchio.
Non solo l’associazione è nelle sue mani come presidente dell’associazione, ma anche il simbolo è nelle sue mani come cittadino.

E infatti lo statuto stabilisce che il sig. giuseppe grillo è comunque titolare del simbolo:

Spettano quindi al Signor Giuseppe Grillo titolarità, gestione e tutela del contrassegno

Attenzione, non il presidente dell’associazione (che è comunque grillo stesso!) ma il signor giuseppe grillo. Qualora anche venisse rovesciato dalla carica di presidente (e non si capirebbe come, al massimo da una “congiura” dei suoi due collaboratori) grillo può sempre ritirare la disponibilità del marchio all’associazione e nessuno potrà mai usarlo.

Il simbolo è sempre suo. Non dell’associazione (che è comunque nelle sue mani). Il simbolo è del cittadino giuseppe grillo.

Può aver tolto il suo nome dal simbolo, ma giuridicamente non cambia di una virgola il fatto che il proprietario del simbolo è beppe grillo e può continuare a fare quello che vuole, incluso toglierne l’utilizzo a chi gli pare senza un motivo particolare.

In sostanza: tutta fuffa.
Ricordatevelo quando un grillino inizierà a belare che il movimento è indipendente da beppe!11!! guarda, ha tolto persino il nome dal simbolo!!!!11!!uno!!!!

 

 

Era questo il blocca-italia

November 10th, 2015 by mattia | 1 Comment | Filed in politica

Come sbadiglieremo a novembre. Il fermiamo l’italia per tre giorni si rivelerà una manifestazione o poco più. Nulla di rivoluzionario.

Scrivevo così il 19 agosto

Forse ve ne siete già dimenticati o magari non ci avete fatto caso, ma la manifestazione a Bologna di sabato scorso era il blocca-italia di Salvini.
Ricordate? Aveva promesso che avrebbe bloccato l’italia per tre giorni per costringere il governo ad andarsene. E giù di polemiche “irresponsabile!“, “l’italia bisogna farla ripartire, non bloccare!

E io cosa vi dissi? Che alla fine non si sarebbe bloccato un bel niente, non ci sarebbe stato nessuno sciopero, nessun servizio sarebbe stato interrotto e alla fine tutto sarebbe finito ad essere una manifestazione. Importante quanto vuoi ma che non avrebbe bloccato niente.

Puntualmente così è stato.
Interessante quanto volete il dibattito sulla liderscip del centrodestra, ma del blocco di tre giorni dell’italia neanche l’ombra.

La prossima volta che qualcuno promette la rivoluzione invece di creare polemiche e gridare allo scandalo fate come me: sbadigliate.

Opere di solidarietà

October 15th, 2015 by mattia | 3 Comments | Filed in politica

Inizio del 1999. Gennaio, o forse più probabilmente febbraio.
Sui muri di Lecco compaiono strani manifesti.

Sono estremamente semplici: c’è un signore sorridente a mezzo busto circondato da qualche persona (non molte, forse quattro) e una sola scritta “FONDAZIONE MANTOVANI. OPERE DI SOLIDARIETÀ”.

Se la memoria non mi inganna i colori erano un pugno nell’occhio (tipo blu/giallo), ma facevano il loro lavoro ossia veicolare un messaggio: esiste un tal Mantovani che fa opere di solidarietà”.

E quindi?
Io guardando quei manifesti non riuscivo a capire quale fosse il loro scopo. Avrei capito se fosse stata una raccolta fondi. Ci sta che una onlus affigga dei manifesti per promuovere una raccolta fondi, ma a quel punto metti un contatto (all’epoca un numero di telefono, ché l’internet non era poi così diffuso). Lo stesso se sta facendo una campagna per trovare nuovi volontari: metterai un riferimento a cui la gente può chiamarti, no?

No, sul manifesto non c’era scritto niente al di fuori di quella frase. Neanche in piccolo. Nemmeno un indirizzo per sapere dove stavano di casa.
Tanto che dal manifesto non sapevi nemmeno che cosa facesse questa fantomatica fondazione Mantovani. Sì, ok, soliderietà… ma in che campo?
Il manifesto non diceva niente, né che facevano né come contattarli se uno li avesse voluti aiutare.

E quindi perché mai avevano tappezzato mezza Lecco (la strada che portava alla stazione ferroviaria era piena) con quei manifesti? Mistero.

La risposta arrivò pochi mesi dopo. Iniziò la campagna elettorale per le elezioni Europee e sui tabelloni della propaganda furono affissi manifesti di un tale Mantovani candidato per Forza Italia. I manifesti erano molto simili ai primi: il signore era lo stesso, lo stile quasi uguale, solo i colori erano lievemente diversi. Ma in entrambi i casi spiccava il nome Mantovani.
Nei primi manifesti assieme alla parola solidarietà nel secondo caso vicino al simbolo di Forza Italia.

A quel punto capii tutto. Il tizio si era voluto fare creare un’immagine sparando sui muri di mezza Lombardia i suo nome come uno che fa solidarietà. Il suo scopo non era raccogliere fondi per le sue opere caritative né di trovare nuovi volontari. Egli voleva solo che passasse un’associazione di idee semplice: “Mantovani=solidarietà”.
Poi chi se ne frega di cosa facesse sul serio. Se tu per un mese leggi tutti i giorni sui muri le parole “Mantovani” e “solidarietà” nel tuo subconscio entra in automatico questa associazione di idee e ti convinci che il Sig. Mantovani sia un brav’uomo. Così poi quando lo vedi sui manifesti elettorali ti fidi e magari lo voti.

Per questo non aveva messo nessun contatto sul manifesto, né aveva scritto cosa faceva. Non gli serviva essere contattato ed era controproducente aggiungere troppe informazioni, l’unico messaggio che doveva passare era che Mantovani faceva solidarietà, ogni parola in più era superflua.

Alle elezioni poi venne eletto. Nella provincia di Lecco prese 1.159 preferenze. Non tantissime in generale ma considerando che a Lecco era un totale sconosciuto gli è andata di lusso.

Ecco, io provai un senso di ripulsione per Mantovani per quel comportamento. Oh, ci sta che uno si faccia campagna elettorale con mezzi di bassa lega per farsi conoscere. Nello stesso anno Mario Mauro fu eletto al parlamento europeo con un trucchetto da stratega del virale. All’epoca in cui non esistevano le reti sociali su internet e virale era un aggettivo di competenza del medico Mauro distribuì dei cartoncini in formato A4 con scritto solo MAURO in giallo su sfondo nero. Niente di più. La gente li attaccava al vetro posteriore dell’automobile portandoli in giro e mostrando a tutti solo questo nome: MAURO.
La gente si chiedeva cosa fosse questa campagna, nessuno aveva idea di chi fosse questo Mauro e cosa volesse (tra l’altro si pensava fosse il nome e non il cognome). Era diventato un mistero virale fino a quando si scoprì che era un candidato al parlamento europeo. Con poca spesa e uno stratagemma come questo fece conoscere il suo nome a tantissima gente. Anche in questo caso c’era una totale assenza di contenuti, Mauro non rastrellava voti proponendo idee ma solo martellando con un nome, esattamente come Mantovani. Ma almeno non tirava in ballo la solidarietà.

Lo stratagemma di Mantovani invece lo trovai, come dire?, viscido. Sfruttare delle opere di “solidarietà” per farsi campagna elettorale è di una tristezza infinita.
La solidarietà (e non entro nemmeno nel discorso di cosa intendesse Mantovani quando si riferiva alla “solidarietà”) la fai perché pensi sia giusto farla, perché credi che sia un valore fare del bene a qualcuno che è sfortunato, non la fai con lo scopo di essere eletto. Bleah.

Ecco, io provai un senso di ripulsione per Mantovani e le sue manovre viscide per arrivare al potere sin da quei manifesti. A una persona così non avrei affidato nemmeno un condominio da gestire. Senza nemmeno bisogno di raccontato tutto il resto della sua carriera politica.

Il sindaco di Parigi

October 8th, 2015 by mattia | 3 Comments | Filed in politica, riflessioni

Non sono io quello che si scandalizza per le spese di rappresentanza. Non prendetemi per il grillino di turno.
Nei rapporti sociali di alto livello è normale invitare un ospite a cena. Lo sa benissimo qualsiasi dirigente aziendale che probabilmente la sera vorrebbe stare con la famiglia a rilassarsi e invece deve tenere su giacca e cravatta e portare a cena un ospite importante con il quale si deve chiudere un affare o un inviato di un ente normativo che deve darti una certificazione.

Non mi stupisce dunque se il sindaco di Roma porta a cena un ospite importante e mette il conto sulla nota spese del Comune.
Però deve essere un ospite importante. Non so, viene a trovarti il Sindaco di Parigi e che fai, la sera lo lasci solo in albergo? Oppure una delegazione di una commissione parlamentare dell’Uzbekistan. Cose così. Si chiama cortesia istituzionale.

Il Sindaco di Parigi e il Sindaco di Roma si fanno una cena a spese della collettività. Ok, ci sta che  uno si arrabbi per il cibo gratis che con la “scusa” del Sindaco di Parigi si porta a casa. Però che fai? Mica puoi dirgli: arrangiati per stasera che mica posso invitarti in trattoria, e nemmeno è giusto d’altra parte che ci rimetta di tasca propria.

Nella lista delle ricevute presentate da Marino però ci leggo cose del tipo:

cena offerta per motivi istituzionali ad un rappresentante dell’Azienda Complesso Ospedaliero “San Filippo Neri” al fine di valutare collaborazioni future nell’ambito della medicina solidale

cena offerta per motivi istituzionali a un rappresentante di una Onlus operante nel campo dell’assistenza ai minori

cena offerta per motivi istituzionali a tre rappresentanti della stampa estera

cena offerta per motivi istituzionali allo scrittore che ha presentato in Campidoglio il proprio libro sulla figura del Cardinal Carlo Maria Martini (e sticazzi, ndM)

cena offerta per motivi istituzionali ad alcuni rappresentati della stampa incontrari per illustrare le iniziative dell’Amministrazione a carattere sociale per il periodo natalizio

cena offerta per motivi istituzionali rappresentanti di due associazioni che operano nell’ambito del volontariato sociale a sostegno dell’attività di cura degli ospedali romani

cena offerta per motivi istituzionali ad alcuni rappresentanti di case editrici per poter dialogare cinca l’ipotesi di un progetto editoriale su Roma Capitale

 

Ecco, per cose del genere la giustificazione istituzionale è un po’ tirata per il capelli.

Un giornalista non lo devi portare in giro per cortesia istituzionale. Anzi, forse il buon gusto etico ti direbbe di non offrirgli nemmeno una caramella per evitare che possa essere interpretato come un gesto per ottenere la sua benevolenza (e il giornalista non dovrebbe accettare alcunché per rimanere indipendente). Un giornalista lo incontri in una conferenza stampa. Gli rilasci un’intervista nella sala riunioni del Municipio.
Tutto ciò che puoi aver necessità di fare con un giornalista le puoi fare seduto a un tavolo di una sala riunioni.

Lo stesso quando incontri dei rappresentanti di una Onlus. Cosa puoi fare con dei rappresentanti di una Onlus? Ti possono illustrare i loro progetti e le loro strutture, tu puoi dire loro quali sono le necessità del comune e poi si trova una strada per collaborare, no?
E vuoi fare queste cose a cena?
Non so, ti viene da mostrare una presentazione… cosa fai? Sposti piatti e posate, metti giù un proiettore video, lo colleghi al portatile e mostri le diapositive sul muro del ristorante?
Oppure, vuoi spulciare i documenti della Onlus per verificare che il bilancio sia in ordine e lo statuto a posto, che fai, ti leggi i documenti sopra un piatto di amatriciana? Devi prendere appunti sui dubbi sollevati durante l’incontro e sulle cose da verificare… che fai? Tiri fuori il blocco note e lo metti tra un piatto e l’altro?
Suvvia, sono tutte cose di lavoro che si fanno in un ufficio, non in un ristorante.
Dopodiché, finito l’incontro ci si saluta e via.

Di incontri del genere con una Onlus, con un rappresentante di un Ospedale, con i responsabili di una casa editrice e così via un sindaco di una grande città ne farà una ventina al giorno (non voglio sapere quanti rappresentanti di Onlus fanno la fila per avere un appuntamento col Sindaco).
Se l’incontro con una associazione di volontariato è motivo per una cena istituzionale un Sindaco di una città così grande può farsi pagare colazione, pranzo e cena tutti i giorni. Figurati se gli mancano dei rappresentanti di Onlus da portare a cena tutti i giorni.

Ehm… questa a me pare più che altro della normale attività lavorativa.

Dei giornalisti, il rappresentante di una Onlus o il responsabile di una casa editrice  non sono il Sindaco di Parigi. Non li devi portare a cena altrimenti si offendono. Anzi, forse fanno pure i salti di gioia se dedichi loro venti minuti del tuo tempo per ascoltarli e parlare di progetti in una sala riunioni con i tubi fluorescenti al soffitto e i mobili da ufficio in formica laminata.

Se li porti a cena è perché ce li vuoi portare tu e perché ci godi pure tu, mica perché sei “obbligato”.

E allora le pulci su quelle spese fanno bene a fartele.

 

Piesse: ma poi vogliamo parlare della poracciata dei 8,63 euro per una

colazione offerta ad un reduce dell’olocausto in viaggio con gli studenti e la rappresentanza istituzionale al fine di dialogare con lui sull’organizzazione dei viaggi della memora e su iniziative future sullo stesso tema pensate per gli studenti delle scuole superiori

Perché il reduce dell’olocausto non dialoga con te se non gli offri la colazione.

No, dai, sul serio?

Figa, anche solo a considerare il tempo che degli impiegati hanno dovuto mettere per scrivere la nota, vidimarla, cazzi e mazzi… eddai.
Vuoi fare il gentiluomo e offrire cappuccino, succo e cornetto a un povero vecchio che è stato in un campo di concentramento? Fallo pure, ma poi non fatti rimborsare sti cazzo di 8,63.

L’ennesima puttanata del canone TV nella bolletta elettrica

October 5th, 2015 by mattia | 22 Comments | Filed in ignoranza, politica

Incredibile vedere come la gente si affretta a lodare l’idea del canone RAI nella bolletta elettrica.
Persone con un numero superiore a due di neuroni, intendo. Perché un’idea del genere secondo me può sembrare legittima solo a persone o con interesse o con un numero inferiore di neuroni.

Sia chiaro, non sono qui a difendere l’evasione del canone. Figuratevi se mi sta bene che in alcune regioni non sappiano nemmeno cos’è (ma forse sono le stesse aree dove si allacciano abusivamente alla rete elettrica, quindi hai voglia a mettere il canone in bolletta).
E sì, quasi sicuramente abbatterebbe l’evasione con molta efficienza. Ma il fatto che sia una misura efficiente non la rende legittima. Altrimenti consentiamo alla polizia di usare la tortura durante gli interrogatori: vi assicuro che funziona benissimo per far confessare i criminali, ma non per questo è legittima.

Il canone in bolletta si fonda su di un principio demenziale: se hai la corrente elettrica allora significa che hai anche il televisore. O meglio, lo fare presumere.
A quel punto tocca a te dimostrare di non averlo (ad esempio, secondo questa vecchia proposta di legge, facendo una dichiarazione sostitutiva di atto notorio).

Ma perché mai il fatto che abbia un allacciamento alla rete elettrica dovrebbe far presumere che possieda un televisore. Oh, mica vi parlo del mio caso personale (due contratti alla rete elettrica e zero televisori).
Vi parlo del concetto in sé.

Non è che la corrente elettrica serve apposta per far funzionare i televisori.
Non so, se compri una museruola posso presumere che tu possieda un cane perché altrimenti che ci fai con la museruola? Ok, non è sicuro che tu abbia un cane, magari compri una museruola perché seri un feticista sadomaso e chissà cosa ci fai con quella museruola. Ma almeno c’è un filo logico diretto che lega una museruola per cani al presumere che tu abbia un cane. Ci sta.

Ma l’elettricità?
Non è che l’elettricità la compri apposta perché ti serve per il televisore. L’elettricità la usi per mille cose, magari c’è anche il televisore, ma magari anche no.
Se il principio di presunzione vale per il televisore allora vale per tutto quello che va ad elettricità. Non so, con l’elettricità puoi far funzionare un trasmettitore radio FM per usare il quale serve una licenza.
Ma non è che siccome ho l’elettricità il ministero mi viene a bussare alla porta e mi chiede di mostrare la licenza per trasmettere una radio FM.
Perché se mi bussasse alla porta un omino del ministero e mi dicesse “Sig. Butta, abbiamo visto che lei ha un contratto per l’elettricità quindi significa che ha un trasmettitore radio FM” io probabilmente lo prenderei per matto.

Perché invece per la televisione è normale?

Perché tutti ce l’hanno? A parte che no, conosco sempre più gente che preferisce passare la sera a fare altro (specialmente chi non ha figli e non si serve della TV per intrattenere i bambini) e il televisore non lo possiede, perché si intrattiene con altro.
Ma foss’anche: il fatto che tutti abbiano un televisore non fa presumere che lo possieda anche io, tantomeno perché ho l’elettricità.

Tanto più non puoi usare l’elettricità come elemento per presumere che una persona abbia un televisore perché l’elettricità è praticamente indispensabile per vivere dignitosamente. Chiunque ha l’elettricità, tranne qualche moroso storico o chi vive in una catapecchia. Tu sei praticamente obbligato ad avere la corrente elettrica (ché senza non si vive) mentre il avere il televisore è una scelta. Obbligo contro scelta. Chiara la differenza, massa di idioti?

Io ho la libertà di servirmi dell’elettricità per far funzionare il frigorifero senza dover rendere conto a nessuno.
Mi dicono: eh, ma se non hai il televisore ti basta fare una dichiarazione in cui dici che non ce l’hai.

No, non la voglio fare. Non sono tenuto a farla. Non spreco un millisecondo del mio tempo perché tu ti sei messo in mente che io abbia il televisore. Se tu fai deduzioni idiote sono fatti tuoi: non puoi obbligarmi a fare niente per porre rimedio alle tue deduzioni idiote.
Altrimenti oggi devo fare la dichiarazione di non avere il televisore, domani la dichiarazione di non usare un trasmettitore FM, dopodomani la dichiarazione di non avere un frullatore (quando metteranno la tassa su di essi)… Non è più finita, hai voglia quanti dispositivi funzionano con l’elettricità.

E la storia finisce qui. Non voglio neanche addentrarmi nel fatto che il canone sia giusto o meno (servizio pubblico? nell’era di internet con mille canali di comunicazioni istituzionali su internet chi se ne fotte della TV, le informazioni le trovo anche senza – anzi, le trovo pure meglio).
Non voglio nemmeno parlare del e allora come fai? (tipo tutte le televisioni commerciali ad abbonamento che se paghi le vedi altrimenti no?).
A me basta questo semplice concetto: se avere la corrente elettrica fa presumere che io abbia un televisore allora fa presumere che possieda anche uno di questi:

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fonte

Hai anche anche tu la corrente elettrica a casa? Eh, allora sei un maiale che usa il vibratore.
Stessa logica.

 

 

Una pagina buia per la scienza in italia

October 4th, 2015 by mattia | 21 Comments | Filed in bufale, ignoranza, ogm, perle giornalistiche, politica, w la fisica

Il ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Maurizio Martina, quello dell’Ambiente Gian Luca Galletti e della Salute, Beatrice Lorenzin, hanno inviato alla Commissione Ue le richieste di esclusione di tutto il territorio italiano dalla coltivazione di tutti gli Ogm autorizzati a livello europeo.

via repubblica.it

Maurizio Martina, Gian Luca Galletti e Beatrice Lorenzin. Li terremo a mente molto bene questi nomi, che entrano di diritto nell’albo d’oro dei nemici della scienza.

L’altro giorno è stato una brutta giornata per la scienza in italia, una di quelle giornate che poi fra qualche decennio (o secolo) ricorderemo con vergogna. Un po’ come quando pensiamo alla caccia all’untore e diciamo: ma come è possibile che fossero così storditi? E ti scatta una feispalm.

Almeno durante la caccia all’untore avevano la scusa di non possedere dati scientifici per giustificare la loro ignoranza. Non era tutta colpa loro, dopo tutto. Qui invece no, qui c’è della colpa nell’ignoranza, perché la scienza ormai c’è e se le volti le spalle lo fai consapevolmente.

La cosa che mi ha dato più fastidio è che nessuno si è scandalizzato più di tanto. Fanno una gran cagnara su qualsiasi atto del governo, mentre sulla richiesta di vietare gli OGM in italia nessuno che alza la voce contro.

 

Il motivo è presto detto: si basa tutto sul tipo di narrazione con cui viene presentato il divieto agli OGM. Uno schema logico magistralmente rappresentato dall’articolo di repubblica.
Che prendo come spunto per smontare qualche panzana sugli OGM.

1 – milioni di mosche adorano la merda

Secondo una indagine Ixè, diffusa da Coldiretti, la richiesta del governo italiano trova d’accordo quasi 8 cittadini su 10 (76 per cento) che si oppongono oggi al biotech nei campi.

Il primo argomento fallace è quello del consenso popolare.
Il 76% degli italiani sono contro il biotech nei campi, dicono. A parte al fatto che vorrei capire cosa significa biotech. Se togli ogni tecnologia all’agricoltura non rimane niente. Ma proprio niente.
Ma neanche i trattamenti che fai alle piante che vengono pure concessi dall’agricoltura biologica. Non è forse una biotech anche quella?
Ma facciamo finta che sia solo un’espressione infelice per dire OGM. E poniamo pure che gli italiani siano davvero al 76% contrari agli OGM (sarebbe stato bello chiedere, alla domanda successiva: cosa sono gli OGM? e vedere quanti dei contrari avrebbe dato la risposta giusta).

Anche ammettendo tutto questo: chi se ne fotte?
Il 76% degli italiani può anche avere un’idea idiota, ma ciò non la rende corretta. Il no agli OGM non lo puoi giustificare dicendo che gli italiani sono contrari, perché questo non dimostra che siano pericolosidannosi (al massimo dimostra solo che gli italiani sono disinformati).

Uno potrebbe dire: ok, è solo una questione di scelta, gli italiani non li vogliono perché vogliono legittimamente puntare su altro, e quindi li vietiamo. Già, ma c’è un restante 24% che invece li vuole. Fosse anche solo un agricoltore uno che vuole coltivare OGM: nel momento in cui non sei capace di dimostrare la pericolosità degli OGM non hai diritto di vietargli di coltivarli. Perché tu sei libero di puntare sull’agricoltura che preferisci ma questo implica che quell’unico agricoltore è libero di preferire OGM. Così come tu sei libero di coltivare zucchine e io sono libero di coltivare carote. Non è che se in italia la maggioranza decide di coltivare zucchine allora può vietare a me di coltivare carote.
La libertà di iniziativa ecomica è un principio costituzionale, cicci belli. Se l’azienda agricola Salcazzo S.r.l. vuole fare OGM non è che glielo puoi vietare perché il governo decide di puntare sul OGM-free. Il governo potrà – al massimo – incentivare le coltivazioni senza OGM e tassare di più quelle con OGM (e siamo già su filo della liceità) se vuole puntare su quel metodo di agricoltura. Ma non può vietare di coltivare quello che non rientra nei suoi piani. Così come può puntare sulla tecnologia spinta, ma non può vietare a un imprenditore di fare manifattura di infimo livello.

Quindi da entrambi i punti di vista l’argomento a maggioranza, non regge.

2- Il falso argomento del “meglio poco ma buono”.

La nostra scelta guarda alle caratteristiche del modello agricolo italiano, che vince e si rafforza puntando sempre di più sulla qualità e sulla distintività. (Martina)

Uno dei concetti sbagliati che più girano attorno agli OGM è espresso magnificamente da questa frase del ministro Martina.
Sembra che la contrapposizione sia: OGM= tanta produzione di cattiva qualità, NO OGM= poca produzione ma di buona qualità.
Ci sarebbe molto da discutere su questo fatto. Innanzitutto spiegando che la parte della maggiore o minore produttività può anche essere giusta, la parte della qualità non necessariamente. Vero è che ad esempio, con la vite se fai troppa produzione per pianta poi la qualità dell’uva non potrà essere eccelsa, ma quando si parla di OGM si considerano piante più resistenti a malattie ed attacchi vari. La maggior produzione non è che la fai necessariamente perché spremi come dei limoni le piante, ma semplicemente perché hai meno perdite.
E ci sarebbe anche da dire che perseguire una maggiore resa non è niente di anormale: è lo scopo stesso dell’agricoltura. Ogni tipo di agricoltura dà una resa che non avrai mai in natura (altrimenti ci diamo alla raccolta come gli uomini primitivi).

Ma non era questo di cui volevo parlare. Volevo piuttosto concentrarmi su di un altro fatto. Gli OGM non è che sono solo un mezzo per ottenere una resa migliore. Gli OGM possono essere un’arma di difesa necessaria contro i pericoli per le coltivazioni.

Molti dei cazzari anti OGM hanno una visione distorta dell’agricoltura, pensano che oltre a essere qualcosa di bucolico sia qualcosa di eterno e immutabile. Ebbene, non è così.
L’agricoltura è in continua evoluzione e si scontra con tutto il resto dell’ecosistema. Giusto per non andare lontano prendiamo l’esempio della filossera della vite. Fino al 1800 i viticoltori europei erano lì belli felici che coltivavano le loro viti. Dopodiché a partire dal 1863 arriva sta stronza della fillossera, un insetto che si attacca alle radici della vite e ti manda in vacca tutta la pianta.
In pochi anni la filossera si diffonde a macchia d’olio in tutta Europa. Come ci si salvò dalla catastrofe? Si scoprì che le viti americane erano resistenti alla filossera e così si iniziò a innestare le viti europee su portinnesto americano. Tecnica che viene usata anche tutt’oggi per avere piante che non vengano fottute dalla filossera.

In quel caso andò di culo che si scoprì una specie di vite resistente alla filossera. Ma se non fosse accaduto? Probabilmente la viticoltura Europea sarebbe scoprarsa nel giro di qualche lustro. Magari oggi non parleremmo nemmeno più di vino europeo semplicemente perché non esisterebbe.

Questo è solo un esempio per far capire che purtroppo la natura non è quella cosa statica che pensano i cazzari anti OGM. La natura è tumultuosa, e succede di continuo che una pianta venga attaccata da una malattia che si diffonde rapidamente fino a determinare l’estinzione di quella pianta. È sempre capitato fin dalla notte dei tempi: ci sono specie si creano e si estinguono in continuazione. Noi umani abbiamo la pretesa di prendere una specie e di usarla come cibo senza pensare che un giorno può arrivare un insetto o un fungo del cazzo e ti porta via la specie.

Ora, passi per l’uva. Avremmo potuto vivere tranquillamente anche senza vino. Se invece si tratta di piante come il grano allora sono cazzi amari. Pensare se domani un fungo si diffonde a macchia d’olio e distrugge le piantagioni di grano: che cosa mangiamo? Avete idea di cosa significa togliere il grano all’umanità? Diciamo che sarebbe un metodo molto efficiente per ridurre il sovrapopolamento della Terra.

Cosa possiamo fare davanti a questi pericoli? Certo, possiamo sperare che ci salti fuori la pianta americana di turno che è resistente a quel fungo e ci salvi il culo. Oppure possiamo metterci di gran lena a fare incroci su incroci fino a che su numeri enormi di piante non ne salta fuori una resistente per una botta di culo. Oppure possiamo usare gli OGM se sappiamo quale gene rende la pianta resistente al fungo.
La differenza è che non dobbiamo andare a tentativi sperano che per caso ci vada bene e salti fuori una pianta resistente. Non dobbiamo sperare che per caso un coltivatore dell’Arkansas trovi nel suo campo una pianta resistente e sia così sveglio da accorgersene e chiamare degli esperti per sfruttarla. Con gli OGM sappiamo quello che possiamo fare e lo progettiamo.
È un cambiamento enorme di prospettiva. È come avere a disposizione un accendino per accendere il fuoco quando vogliamo noi e rinunciarvi perché riteniamo sia meglio sperare che un fulmine colpisca a caso un albero e lo incendi per ottenere il fuoco.
Perché dovremmo rinunciare agli strumenti che la tecnologia ci offre per controllare?

 

3 – La biodiversità significa altro

Dice sempre Martina:

Abbiamo un patrimonio unico di biodiversità che rappresenta un valore non solo da tutelare, ma da promuovere

Questo è uno dei classici argomenti contro gli OGM che viene sfoderato come arma imbattibile.
Chi mai direbbe che è contro la biodiversità?
I fuffari anti-OGM pensano così di averla vinta. Basta dire biodiversità e la ragione è tua.

Peccato che non sia così.
La biodiversità è sì una cosa importante, ma non c’entra nulla con la battaglia contro gli OGM. Ma proprio nulla di nulla.

Innanzitutto: l’agricoltura è sempre e comunque una forzatura della natura. Le specie che coltiviamo sono il frutto di una selezione che l’uomo ha fatto nel corso della storia scegliendo di coltivare le piante che erano per lui più vantaggiose (perché nutrivano di più, perché avevano un rendimento maggiore o per un sapore migliore).
Se non ci fosse stata questa selezione da parte dell’uomo le piante che avremmo adesso sarebbero state molto diverse, con una resa minore. Non avremmo piante con delle belle mele grosse e succose ma delle mele mignon e forse un po’ acidognole, non avremmo delle belle spighe corpose, non avremmo carote corpulente ma radici rachitiche.
Le piante come le conosciamo noi esisterebbero, ma sarebbero una rarità nascosta nel gruppo. L’uomo è semplicemente stato capace di scovare quelle rarità, dovute a mutazioni spontanee, per poi sfruttarle per la coltivazione.

Se volessimo dunque la biodiversità come la intendono i fuffari anti-OGM dovremmo quindi smetterla anche di coltivare quelle che noi consideriamo carote normali e dovremmo metterci a coltivare anche le carote rachitiche. Biodiversità per biodiversità…

Il fatto che cento anni fa ci fossero 1000 tipi di carote, mele, riso o grano diversi e ora solo 50 non è che una volta l’agricoltura era bella e rispettosa della biodiversità e ora no. Perché anche 1000 tipi di carota non sono rispettosi della biodiversità (anche quelli erano frutto di una selezione).
Semplicemente un secolo fa era più difficile mettere in comunicazione un contadino dell’Arkansas con un contadino della Lomellina. Se tu avessi detto a un agricoltore della Lomellina che c’era una pianta in Arkansas che resisteva meglio della sua a delle malattie quello l’avrebbe coltivata di gran lena. Solo che all’epoca le comunicazioni e i trasporti non erano così facili come ora.

Ho detto prima che la biodiversità è una cosa importante, ed è vero. Ma non nel senso che intendono i fuffari anti-OGM. La biodiversità è un utile patrimonio per il discorso che si faceva prima della resistenza a eventuali parassiti che possono attaccare una specie. Nel momento in cui, che ne so, un insetto devasta una coltivazione posso cercare nell’immenso patrimonio genetico formato dalle piante ad essa imparentate qualcuna con un gene che offre resistenza per poi sfruttarlo.

Dobbiamo sì preservare la biodiversità perché un “archivio di geni” quanto più vasto (e a diretta disposizione, mica che ci mettiamo a cercare le piante selvatiche nei campi del mondo) è utilissimo per creare piante resistenti ad attacchi vari ed eventuali, quando accadono.
Ma ciò non significa che bisogna coltivare tutte queste diverse piante per mangiarle. È sufficiente sviluppare degli istituti di ricerca con lo scopo di preservare tutte queste piante in un numero sufficiente per consentire la loro riproduzione in modo che non si perdano. Non devi fare centinaia di ettari.

Bisogna ben distinguere i due livelli: quello dei numeri di massa della coltivazione per sfamare il mondo, che non c’entra niente con la biodiversità (e non c’entrava niente nemmeno prima degli OGM, come abbiamo visto), e il livello a numeri (relativamente) bassissimi di piante in cui lo scopo non è fare cibo ma tramandare il patrimonio genetico (e qui sì che c’entra la biodiversità).

Pretendere che l’agricoltura si prenda carico di tramandare la biodiversità significa fare una confusione enorme (e non avere idea di cosa è la biodiversità). L’agricoltura faccia pure l’agricoltura – ossia crei cibo in quantità per tutti gli umani – che a tramandare la biodiversità ci pensino gli istituti di ricerca.
Invece di sparare cazzate dicendo che l’agricoltura deve tramandare la biodiversità tirino fuori, le istituzioni, un po’ di quattrini per finanziare questi istituti di ricerca che preservino questi immensi patrimoni genetici.

4 – Anti-OGM=rispettosi dell’ambiente. Sì, ciao.

Nel dibattito si inserisce adriano zaccagnini, deputato di SEL eletto con il M5S che dei suoi vecchi compagni di partito ha ereditato la propensione all’anti-OGM:

Adriano Zaccagnini di Sel saluta con favore la decisione in quanto iI nostro paese “deve continuare a perseguire una politica agricola rispettosa dell’ambiente e delle tradizioni contadine”.

Eggià, perché gli OGM non sono rispettosi dell’ambiente.
Anche questa è una classica idea di chi pensa che gli OGM siano dei mostri a tre teste.

In realtà è vero il contrario. Creare piante più resistenti ti consente in generale di fare meno trattamenti. Se domani, per esempio, mi fornissero una vite OGM resistente alla peronospora o all’oidio io farei i salti di gioia perché potrei fare a meno di fare i trattamenti alle viti. E sì, non si butta più il rame a quintali come una volta, ma se si possono evitare i trattamenti tanto di meglio (non sono mai belli nemmeno da respirare per chi li applica).

Il dubbio che mi viene quando leggo questo argomento è che questa gente pensi davvero che l’agricoltura senza OGM sia fatta di gente che va in giro a togliere l’erbetta dai campi a mano e scacci via i parassiti avvicinandosi alle piante e dicendo loro “carissimi, non vi voglio disturbare, ma potreste spostarvi da queste piante?“.

Questa gente li caricherei sui mezzi che spargono i trattamenti nei campi non-OGM per far capire cos’è davvero l’agricoltura.

5- la sicurezza ambientale e il nemico del made in italy

Anche di questo sono arrivati a parlare, di sicurezza ambientale.
Dice la Coldiretti:

Per l’Italia gli organismi geneticamente modificati  in agricoltura non pongono solo seri problemi di sicurezza ambientale, ma soprattutto perseguono un modello di sviluppo che è il grande alleato dell’omologazione e il grande nemico del made in Italy

A parte al fatto che in italia per decenni una grossa fetta del grano italiano – quello con cui si fanno i grandi piatti del made in italy – era grano creso. Un grano ottenuto modificando i geni tramite radiazioni nucleari.
E non mi sembra che ci siano stati grossi problemi al made in italy se la pasta di quei decenni era stata fatta con grano al retrogusto di neutroni.

In realtà è solo marketing. La gente – ignorante – è convinta che OGM=male, e quindi questi pensano di sfruttare in no-OGM come marchio di qualità. Senza che questo abbia però un significato tangibile.
A questo punto puoi dire che il cibo italiano è migliore perché – che ne so – in italia c’è una forza eterica misteriosa che sale dalla terra che conferisce alle piante caratteristiche particolari. Se riesci a convincere la gente di questa fregnaccia (e i consorzi di formaggi vari ci sono riusciti) puoi spacciare i tuoi prodotti come migliori solo perché cresciuti sul sacro suolo italico.
Poi gli puoi anche dare la pasta fatta col grano modificato a raggi gamma.

Dopodiché quando si parla di sicurezza ambientale bisogna essere molto chiari su quello che si intende. Perché i cibi fatti con piante OGM prima di essere messi in commercio devono superare controlli di sicurezza come qualsiasi altro cibo non-OGM. Quindi non c’è alcuna differenza.
Se invece si parla di sicurezza per l’ambiente sarebbe bello capire se per Coldiretti è meglio usare una pianta OGM resistente ai parassiti oppure una pianta che si becca tutte le sciagure di questo mondo e per produrre qualcosa di accettabile bisogna fare trattamenti su trattamenti.

In definitiva, un sacco di argomenti che non stanno in piedi. Solo che raccontati così, senza alcun contraddittorio creano un racconto che convince il lettore che non indaga a credere che gli OGM siano il male. Il filo logico di articoli come questo nella sua perversione funziona.
Poi ci credo che gli italiani sono contro gli OGM, se questa è l’informazione.

Trolling the Calderol

September 30th, 2015 by mattia | 17 Comments | Filed in ignoranza, politica

Eppure Grasso dovrebbe avere qualcuno che lo consiglia. Qualcuno di tecnico, non di politico. Dei consiglieri speciali che lavorano da 30 anni a Palazzo Madama e che gli dicono cosa fare.
Ma forse sono stati proprio questi ad avergli suggerito la cazzata che ha fatto ieri.

Riassumendo, Calderoli presenta 85 milioni di emendamenti alla riforma costituzionale e il presidente del Senato Grasso li dichiara irricevibili. Attenzione, non inammissibili, ma irricevibili. Dice Grasso:

Di conseguenza, in ragione di tale criterio sostanziale desumibile dall’articolo 55 del Regolamento, considero non inammissibili (l’inammissibilità è riferita al merito) ma irricevibili gli stessi emendamenti

In buona sostanza Grasso dice che gli emendamenti sono stati cassati senza neanche che venissero letti, semplicemente perché erano troppi, non perché non erano pertinenti alla materia. Non è entrato nemmeno nel merito degli emendamenti.

Per quanto di buon senso possa sembrare questa decisione in realtà gli si è rivoltata contro. Le opposizioni hanno fatto notare che non c’è alcun limite al numero di emendamenti proponibili, e questo stop del presidente creerà un precedente. Oggi sono qualche milione gli emendamenti eccessivi, domani mille e dopodomani cento.
Le accuse sono partite come cannonate da parte di Lega e M5S. Grasso risponde a Crimi spiegando che:

il Movimento 5 Stelle ragionevolmente ha presentato 117 emendamenti, quindi tra 117 e 85 milioni c’è quel range di abnormità. Questo è il problema. L’eccezionalità della presentazione di emendamenti non può consentire di bloccare il Parlamento; questa è la motivazione.

E ancora, è tutto di buon senso e condivisibile, ma non si basa su alcuna norma. L’art. 55 del regolamento stabilisce solo come si organizza il calendario dei lavori, mica dice che il Presidente può cassare degli emendamenti per sono troppi altrimenti non si rispetta il calendario. Ma manco per il cazzo.

Per quanto trolleggiante la questione sollevata dai senatori di Lega e M5S è fondata: in assenza di una norma che stabilisca quanti possano essere gli emendamenti, come fa il presidente a decidere che 85 milioni sono troppi? Si sta inventando questo potere dal nulla. È evidente a tutti che tra 85 milioni e 117 emendamenti c’è una differenza abissale, ma se non c’è una norma che fissa un paletto (o che dà potere al Presidente di fissarlo) non puoi inventartela di sana pianta. Cioè, proprio non puoi.
In confronto Rosy Mauro che impazziva facendo votazioni a raffica senza verificare i voti era rispettosissima del regolamento.

E allora cosa avrebbe dovuto fare Grasso? Leggere 85 milioni di emendamenti?
No, la soluzione era molto più semplice. A un troll che ti presenta 85 milioni di emendamenti rispondi con le sue stesse armi, la trollaggine:

  • Grasso: Gli emendamenti presentati dal collega Calderoli sono inammissibili.
  • Calderoli: Presidente, posso sapere il motivo?
  • Grasso: art. 97 del regolamento, perché sono estranei all’oggetto della discussione.
  • Calderoli: e perché mai? sono tutti emendamenti che riguardano il disegno di legge costituzionale in discussione.
  • Grasso: no.
  • Calderoli: come no?
  • Grasso: no, non c’entrano niente, parlano d’altro.
  • Calderoli: Ma li ha letti almeno?
  • Grasso: certo che li ho letti, dal primo all’ultimo.
  • Calderoli: suvvia, come ha fatto a leggerli?
  • Grasso: sì che li ho letti.
  • Calderoli: non mi prenda in giro, ci vorrebbero 17 anni per leggerli tutti!
  • Grasso: se io non ho avuto tempo di leggerli lei non ha avuto tempo di scriverli.
    È ben noto infatti che per leggere ci vuole meno tempo che per scrivere.  Se vuole facciamo una prova, lei si mette a scrire un testo e io lo leggo, poi vediamo quanto tempo ci mettiamo.
    Bene, quindi se io non ho avuto tempo di leggerli lei non ha avuto tempo di scriverli. Non so come ci siano finiti quegli emendamenti in quei fogli, e nemmeno mi interessa. Ma se io non ne conosco io il contenuto non lo conosce nemmeno lei, perché non li ha potuti scrivere né leggere (al pari mio).
    Ma se non ne conosce il contenuto come fa a sostenere che sono pertinenti al disegno di legge? Logicamente parlando non può.
    Se invece ammette di aver avuto il tempo per scriverli o per leggerli  allora ammette che lo stesso tempo è bastato per me, e quindi posso entrare nel merito e dire che non sono attinenti.
    Per questo non può contestarmi di valutare gli emendamenti nel merito dicendo che non posso averli letti.
    Lei li ha scritti o letti? Ebbene, li ho letti anche io e decido che sono inammissibili nel merito.

In alternativa

  • Calderoli: ma li ha letti?
  • Grasso: certo, usando un metodo di lettura veloce. Guardi! [Prende un faldone alto una spanna, lo fa scorrere vorticosamente in due secondi]. Letto! Visto come sono veloce? E dopo averli letti le dico che sono inammissibili.

A questo punto, visto che il giudizio del presidente sull’ammissibilità è inappellabile glieli cassa in punta di regolamento. Usa cioè un potere che gli è proprio e che gli proviene dal regolamento.
Non si inventa norme strane e inesistenti: il regolamento dice che il presidente del senato può cassare gli emendamenti non attinenti e lui considera non attinenti tutti gli 85 milioni di emendamenti di Calderoli. Senza che nessuno possa accusarlo di niente visto che il giudizio sul fatto che un emendamento sia attinente o meno compete solo al Presidente.

Certo che alcuni saranno pure stati attinenti, ma se sei obbligato a giocare a carte con un troll usi le sue stesse armi. Il regolamento non pone un limite massimo agli emendamenti e ti consente di fare il troll presentandone 85 milioni? Benissimo, il regolamente dà anche il potere al presidente del senato di dire che non c’entrano una fava e di cassarli in blocco (anche se in realtà sono attinenti).
Troll tuo, troll mio. Tutti e due rispettiamo il regolamento e quello che la prende nel di dietro sei tu.

Certo, c’è il rischio che qualcuno ti critichi per il tuo trolleggiare, mentre nessuno si scandalizzerà se dirai una cosa di buon senso come ha fatto Grasso ieri. Però il Senato è un posto dove regna la norma giuridica non il buon senso. E tra le due opzioni, il trolleggio descritto qui sopra la mette in quel posto a Calderoli senza una sbavatura giuridica che sia una.
Ma evidentemente ai consiglieri di Grasso questo non importa.

Nella peggiore delle ipotesi

September 28th, 2015 by mattia | Comments Off on Nella peggiore delle ipotesi | Filed in ignoranza, politica

L’altro giorno un ragazzo di 26 anni si è suicidato.

Aspetta, quale? Ecco. Ho lasciato passare qualche giorno apposta.

Dicevano che era stato preso di mira dai colleghi. Come sempre, in questi casi, è difficile ricostruire i dettagli della vicenda. Dicono che era stata fatta un denuncia, che però non aveva sortito effetti. Altri dicono che le prese in giro non erano poi così gravi. D’altra parte però era stato preso di mira e gli scherzi erano stati pubblicati su internet aumentandone l’effetto (ciò che fa male in questi casi è il fatto che la cosa si sappia in giro, e internet equivale a pubblicare l’umiliazione a tutto il mondo, è devastante per alcuni).

Il padre ovviamente si dispera con il più classico dei me lo avete ucciso. Da quello che ho letto, il ragazzo aveva problemi mentali: era una persona fragile e quello che noi tutti sopportiamo come uno scherzo per lui era devastante. Quanto hanno fatto per curarlo? Boh, chi lo sa. È sempre difficile attribuire responsabilità e chissà, magari era semplicemente inevitabile che una mente fragile come quella facesse quella fine. È successo per un caso di bullismo, poteva capitare per una delusione amorosa.

L’aspetto di questa vicenda di cui vorrei parlare però è un altro: il silenzio.
Il silenzio dell’opinione pubblica. Un articolo di giornale e poco più, tanto che probabilmente a distanza di pochi giorni non ve lo ricordavate nemmeno più.

Non c’è stata un’associazione che ha urlato straziata una frase del tipo dobbiamo mettere fine a queste morti!, non c’è stato un deputato che ha fatto un’interrogazione parlamentare, non c’è stata una sedicente scrittrice che ha tuittato il proprio sdegno dicendo che la politica deve muoversi…

Ricordate quando si uccise quello che fu definito il ragazzo coi pantaloni rosa? Alla fine dissero che non era nemmeno omofobia, eppure per giorni ci triturarono i maroni coi adesso basta, serve una legge contro l’omofobia!
Cosa che si ripete ogni volta che si suicida un ghei.

Quando invece si suicida un ragazzo poco stabile mentalmente niente. Nessuno chiede leggi speciali.
Forse la vita di un ragazzo con problemi mentali vale meno della vita di un ghei e io non me ne ero accorto.

No, nessuno penso sia così meschino da pensare una roba del genere, se gli poni questa questione. Però rimane il fatto che ci sono morti di serie A che hanno un’armata intera di difensori d’ufficio e morti di serie B che non se li caga nessuno.

E vabbe’, direte voi, ognuno ha diritto di badare ai morti che preferisce, mica è obbligato a stracciarsi le vesti per tutte le tipologie di morti. Verissimo (anche se la stampa generalista potrebbe trattare i casi con più equilibrio).
Il problema è quando questo non è più un fatto privato di una associazione di parte o di una sedicente scrittrice (che hanno il legittimo diritto di scegliersi i morti per cui indignarsi e di fottersene degli altri); il problema è quando questo diventa un fatto pubblico che si vuole tradurre in leggi.

Perché a quel punto non puoi fare una legge che protegge solo una categoria di cittadini e non altri cittadini che non hanno nulla di diverso, che – usando gli stessi parametri – sono parimenti vulnerabili. In una ipotetica – e bizzarra – legge anti omofobia dovresti inserire anche tutta una serie di categorie di persone da proteggere che non finisce più, una lista che parte da questi ragazzi mentalmente deboli fino ai ciccioni o ai tifosi di curling.
A questo punto vale il principio cardine per cui invece di aumentare all’infinito una legge aumentando a dismisura le categorie a cui si applica la si rende universale fin dal principio.

È vietato fare violenza su una persona. Che sia ghei o che sia mentalmente instabile.
A quel punto la legge sull’omofobia non ha ragione d’esistere, perché i ghei sono protetti dalla stessa legge che protegge i ciccioni, i mentalmente instabili o i tifosi di curling.

Eh, ma in effetti è già così. Non c’è nessuna legge da approvare.
Quelli che vogliono una fantomatica legge contro l’omofobia sono, nella migliore delle ipotesi, degli ignoranti che non lo sanno. Nella media delle ipotesi delle attention-whore che vogliono una legge solo per sé e per nessun altro, e nella peggiore delle ipotesi dei mascalzoni che pur sapendo che è una battaglia giuridicamente idiota la conducono per convenienza politica (fatti bandiera e qualcuno ti sventolerà, una carica di sottogoverno poi arriverà).

Noi che invece abbiamo un quoziente intellettivo a più di una cifra ricordiamoci sempre di questo ragazzo di 26 anni bullizzato che si è ammazzato.
E ricordiamo il silenzio che l’ha accompagnato a tutti quei cialtroni che ad ogni morte di ghei si stracciano le vesti.