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I soldi pubblici

March 14th, 2015 by mattia | 14 Comments | Filed in politica, riflessioni

Ieri una nostra vecchia conoscenza, andrea sarubbi, ha pubblicato sul tuitter la foto di quello che sembra il verbale dell’interrogatorio a cui è stato sottoposto come indagato per diffamazione, dopo la denuncia di salvini.

Per cosa? Per un tuitt, questo tuit.
Un messaggio in cui chiede a salvini se dei profili farlocchi (feic in italiano moderno) se li comprava coi soldi suoi o coi soldi pubblici.

A parte al fatto che un profilo evidentemente farlocco non vedo perché dovrebbe costare qualcosa. Di profili farlocchi puoi aprirne quanti ne vuoi gratuitamente. Quelli che costano sono i profili veri, o meglio, quelli che sono simil-veri. Un profilo-ovetto non se lo compra nessuno, non ha alcun valore.

Ma sorvoliamo.
In pochi minuti si è scatenata la gara di solidarietà a sarubbi. C’è stato chi ha addirittura fatto un parallelo tra questa vicenda con le storie narrate in un libro che denuncia “censure, ipocrisie e bugie sulla libertà di parola in italia“.
Libertà di parola, roba tesa.

Premessa fondamentale, necessaria per sgombrare il campo da ogni possibile fraintendimento (so che i miei lettori affezionati non penserebbero mai una roba del genere, lo faccio per chi non mi conosce): non gioisco per la denuncia a sarubbi. Non sono così stronzo da provare skodolibost se una persona con cui ho avuto screzi finisce nelle grane.
Con saurubbi io voglio confrontarmi sul merito dello ius soli, faccia a faccia, confrontando idee e numeri, per dimostrargli che lo ius soli è una sola. Voglio metterlo di fronte all’illogicità dei paragoni numerici che fa dimostrandogli dati alla mano che non hanno alcun senso. Voglio fare un dibattito come si fa tra persone civili che si confrontano in una società civile. Un confronto a cui egli si è sempre sottratto (meglio confrontarsi con un analfabeta della Valsesia, vinci facile).
Che sia beccato una denuncia, per quanto possa sembrarvi difficile crederlo, mi dispiace.
Perché finire nelle maglie della giustizia significa perdere ore e ore di tempo (sottratte ai propri cari) e soldi (che si possono usare meglio). Non è bello.

Però, però.
Prima di lasciarsi andare a solidarietà incondizionata sarebbe bello analizzare il tuitt in questione.

Sarubbi chiede a salvini se i profili franchi li paga coi soldi suoi o con soldi pubblici.
Io quando l’ho letto ho pensato, urca… pesante.

Innanzitutto: qui il discorso della libertà di parola non c’entra niente. E questo è del tutto pacifico.
Potresti denunciare l’accadimento come un tentativo di limitare la libertà di parola usando l’arma della denuncia se ci fosse un’inchiesta giornalistica. Poniamo, un giornalista indaga e scopre che un politico usa dei soldi pubblici per pagarsi la laurea farlocca in Albania. Va sul posto, raccoglie delle prove, ha dei documenti che provano che quel politico in realtà la laurea se l’è comprata e che per farlo ha usato soldi pubblici…
Pubblica tutto e viene denunciato per diffamazione in modo di farlo tacere.
Ecco, questo – al netto degli eventuali errori che comunque la stampa spesso fa – sarebbe un effettivo attacco alla libertà di parola. Hai delle prove, hai dei fatti e li esponi. Ma siccome questo non piace allora cercano di silenziarti.

In questo caso però non è successo niente di tutto questo: sarubbi ha chiesto se i profili farlocchi li ha pagati coi soldi pubblici. Mmmm, ok. E?
Non è un’inchiesta giornalistica, non ci sono prove, non ci sono fatti di cui rendere conto.
Qualcuno ha provato anche a dirmi “Salvini risponda sul merito/ è un politico, deve rispondere al popolo“.
Ok, ma se la mettiamo così allora possiamo anche domandare a salvini se per caso questa sera ha partecipato alla mostra di presepi satanici di Salcazzo sul Lario, oppure se è andato in giro a bucare le gomme delle auto e a suonare i campanelli di notte.
Rispondere sul merito? Quale merito?
Non è che se uno ti chiede “ma ieri sera sei andato in giro a suonare i campanelli?” allora tu devi rispondere.
O porti dei dati oppure non c’è alcun merito di cui discutere.

In quel caso il tuitt chiedeva se salvini si era comprato profili farlocchi coi soldi pubblici. Sulla base di cosa ha fatto questa domanda? Perché ha fatto questa domanda e non gli ha chiesto invece se è andato in giro a suonare i campanelli di notte? Perché allo stato entrambe le domande hanno le stesse basi.

Quindi no, qui non c’è alcun caso di limitazione della libertà di espressione, nessun bavaglio giornalistico. Perché dietro quel tuitt non c’è alcuna indagine giornalistica. Solo una battuta (e se la battuta ha superato il limite lo si vedrà in tribunale).

Una domanda, dicono, solo una domanda. Quel punto interrogativo alla fine della frase salva da tutto.
Ce l’ha insegnato gasparri.

E vabbe’, solo una domanda. Se c’è diffamazione lo deciderà il giudice.
Dico solo che se uno mi chiedesse “ma tua moglie è una troia?” io non la considererei tanto una domanda. E no, non porto la gente in tribunale.
Così, per essere chiari.

Quello che però più mi stupisce è la leggerezza rispetto a un tema rispetto a quello dei soldi pubblici.
Voglio dire, non è che gli ha chiesto se si mette il cotone nelle mutande per far sembrare di avere un pacco più grosso. Non gli ha chiesto se quando fa il cruciverba bara guardando le soluzioni.
Gli ha chiesto se usa soldi pubblici in modo illecito.

Non so voi, ma per me questa è una cosa pesantissima.
Io capisco che nella polemica politica ci sia una larga area di tutto concesso in cui è possibile dirsene di ogni senza finire in tribunale.
Un’abitudine di cui un po’ troppi di approfittano.
Ma ci può anche stare. Chiede se si usano soldi pubblici per fini illeciti però…

Io spesso viaggio per lavoro e i soldi che uso per andare alle conferenze scientifiche sono, alla fine, soldi pubblici.
Per questo cerco di usarli al meglio, cerco di non sprecare nemmeno una corona.
Vi faccio un esempio, quando sono andato a Honolulu per una conferenza a novembre ho dormito in un ostello, in camerata, a 20 dollari a notte. Già il viaggio aereo costava (non tantissimo, per essere dall’altra parte del mondo, ma non erano 200 euro) così ho cercato di risparmiare il più possibile sull’alloggio.
Parimenti, la mattina mi facevo tre km a piedi (sul lungo mare) per andare alla conferenza, e se prendevo il bus me lo pagavo da solo.
E non lo faccio solo in Rep. Ceca, anche quando lavorano in Giappone cercavo di risparmiare ogni yen sul viaggi.
Alla prima conferenza scoprii che il rimborso dell’alloggio era 1 man, fisso. Io avevo dormito in un ostello dove avevo pagato forse 2.500 yen e mi vidi rimborsato 1 man a notte! I restanti 7.500 yen (per quattro o cinque notti) li ho restituiti alla facoltà.
Lo stesso lo faccio quando devo comprare materiale o strumentazione: sono sempre molto preciso a comprare solo quello che serve. Giusto questa settimana mi è morto un calcolatore che uso in laboratorio per fare misure. Niente di speciale, giusto un calcolatore su cui installare Labview e creare un sistema di misure automatico, non mi serviva altro. Ho ordinato un calcolatore ricondizionato ripassato  in ceco si dice repasovany, sono calcolatori usati ancora in ottimo stato, che vengono da aziende oppure dallo Stato quando ci sono le elezioni, e comprano materiale informatico che poi non usano più). Con l’equivalente di 200 euro ho preso quello che mi serviva, senza spendere soldi per un calcolatore nuovo che poi uso solo per un compito (fare misure).
(ah, tra l’altro ho mandato l’ordine alla segretaria martedì, l’ordine all’azienda è partito mercoledì e giovedì mattina mi è arrivato il pacco col calcolatore… ciao ciao, gran ciambellani della burocrazia italica).

Sarà che conosco gente che fa fatica a pagare le tasse, sarà che conosco gente che è in difficoltà e i soldi pubblici potrebbero aiutarli, ma ogni volta che devo usare soldi pubblici ho sempre un sentimento di “colpa”. Un po’ come quando sei studente a carico dei genitori e ti senti un peso per la famiglia per ogni soldo che spendi.
Io so che dietro ogni corona che spendo c’è un lavoratore che magari si alza alle 6 del mattino per lavorare e pagare quella corona di tasse. Io so che dietro quella corona c’è la signora in là con l’età che torna a casa alle 6 del mattino stanca morta perché ha passato la notte a lavorare al guardaroba di una discoteca perché ancora non può andare in pensione e deve portare a casa il mese.
Quando vedi questa gente che va o torna dal lavoro in tram colla sporta di plastica percepisci immediatamente una sensazione di rispetto per ogni corona di denaro pubblico che puoi utilizzare. Perché quelle corone vengono anche da loro, dalla loro fatica, dal loro sonno sul tram mentre tornano da una notte di lavoro.

Ora capite perché potete dirmi tutto quello che volete: potete darmi pure dell’ignorante e io me ne sbatto le balle.
Qualsiasi accusa mi possiate fare mi scivola via.
Ma sull’uso dei soldi pubblici no. Se tu provi anche solo ad accennare – con mille condizionali e punti di domanda – se io ho usato una corona o uno yen in modo non corretto io divento una belva.
Hai presente cosa diceva Papa Francesco di chi parla male di sua mamma. Ecco.

Perché qui non si scherza con qualcosa di leggero. Una persona che usa soldi pubblici per fini illeciti è uno stronzo.
Uno che – indirettamente – obbliga quella signora a lavorare di notte al guardaroba di un locale per consentire a lui di sputtanare i soldi delle sue tasse.
Niente di diverso dai monarchi che obbligavano la povera gente a lavorare e a fare la fame per consentire a loro di fare la bella vita.
È un’accusa infamante.

Un’accusa pesante per tutti coloro che usano soldi pubblici, a qualsiasi livello.
Ma ancora peggio per un politico, che ha – più o meno direttamente – il potere coercitivo di decidere quante tasse vanno raccolte.
Un’accusa così infamante per un politico dovrebbe portare alla perdita della credibilità in eterno. Una roba che ti sputtana a vita. Non stiamo parlando di roba leggera.

Eppure sul tuitter c’è stato chi mi ha scritto “… io ci avrei riso su.
No, caro mio. Io non ci avrei riso su. Ma manco per il cazzo.
Se uno mi accusa di aver usato soldi pubblici in maniera illecita e io non l’ho fatto, non ci rido su.
Uso il metodo Bergoglio.
Usare una querela è finanche segno di civiltà.

Eppure sembra che per molti una domanda del genere sia una cosa leggera, una battuta su cui ridere sopra.
E a questo punto viene tutto il punto della riflessione: come siamo arrivati fino a qua?

Come è mai possibile che una domanda del genere sia considerata una battuta su cui farci una risata?
Come siamo giunti al punto in cui insinuare l’uso illecito di denaro pubblico non è percepito come un’accusa infamante?

Sembra che si sia tutto normalizzato. Ci siamo assuefatti da tante malefatte che le consideriamo quasi ovvie.
Guardate quel senatore che fatti li cazzi tua. Ci gioca persino sul fatto che si fa i cazzi suoi. Te lo dice sfrontatamente che sta in Senato per lo stipendio. E te lo passano persino per macchietta simpatica.
In questo contesto ci siamo abituati a pensare che un politico che si fa li cazzi sua sia una cosa normale, una cosa su cui scherzare.
Se quel senatore invece di essere celebrato nei programmi televisivi fosse stato messo nel dimenticatoio mediatico come una macchia dolorosa nella storia del paese, forse ora non considereremmo più un’accusa di usare illecitamente soldi pubblici come cosa su cui farci una battuta.

Contro il razzismo, ma solo per alcune razze

February 28th, 2015 by mattia | 4 Comments | Filed in ignoranza, politica

«Nessun pregio ha il riferimento alla cosiddetta legge Mancino posto che tale fattispecie non può riferirsi ai fatti enunciati in querela».

via corriere.it

Ho spiegato più volte perché la legge mancino sia una porcata indegna di un paese civile.
Se uno “propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico” tu lo contrasti sul piano dei contenuti.
Spiego perché quelle teorie sono sbagliate, ma non gli tappo la bocca.
Perché se mi confronto sul contenuto dell’idiozia che uno dice posso convincere gli altri che quella è davvero un’idiozia. Ma se gli tappo la bocca non ho l’opportunità di smontare pubblicamente l’idiozia, che sotto sotto poi continua a dilagare.
Le idiozie non si zittiscono dicendo che “questo è il male quindi è vietato dirlo“, quasi come se fosse un dogma incontestabile. Le idiozie si smontano, e se tu hai gli strumenti per smontarle non hai alcun problema se altri le proferiscono.

Al pari della legge mancino adesso sta arrivando la legge che impedirà il negazionismo dell’olocausto, con tutto il parlamento scodinzolante dietro alla lobby ebraica (con rarissime eccezioni, come la Sen. Cattaneo).
Anche in questo caso, se uno dice che l’olocausto è un’invenzione e i campi di sterminio sono stati costruiti a Cinecittà, io gli porto tonnellate di analisi storiche che ne dimostrano l’autenticità secondo tutti i criteri storiografici usati dagli esperti.
E gli faccio fare una figura di palta davanti a tutti.

Tolti i pochi casi in cui certe affermazioni possono portare a un pericolo effettivo, per il resto le leggi che tappano la bocca sono sempre da evitare.

Ma questo ce lo siamo raccontati mille volte.
C’è però un altro motivo che rende queste leggi inadatte a un paese civile, ed è la loro applicazione pratica.
Perché tutti noi sappiamo che le leggi devono essere quanto più generali possibile. Non posso fare una legge che vieta esprimere idee fondate sull’odio verso una razza, ma devo necessariamente formularla in modo che siano condannate le espressioni di odio verso tutte le razze.
Dal punto di vista teorico tutto a posto. Il problema è quando si applicano queste norme. Perché per quanto la norma sia estremamente generale in realtà è stata forgiata dal legislatore con preciso e non celato intento di proteggere solo un caso specifico. Chi poi la fa rispettare segue esattamente questo intento.

La cronaca di questi giorni ci porta un ottimo esempio pratico.
Un signore famoso non si sa per quale motivo ha insultato i veneti in radio dicendo che sono tutti ubriaconi.
Alcuni veneti l’hanno denunciato.
Ora, di per sé la diffamazione non aveva grandissime basi per andare avanti: affinché ci sia diffamazione deve essere leso l’onore di qualcuno, che è il bene tutelato; tuttavia questo avviene solo se le persone insultate sono ben identificabili. Devo dire che Giovannino, Melchiorre e Stanislao sono ubriaconi: in questo caso le persone sono ben identificabili e il loro onore davvero compromesso. Ma se dico che tutti i veneti sono ubriaconi, sono talmente generico nell’identificare le persone che nei fatti non scalfisco l’onore di nessuno. E fin qui ci siamo.
C’è però la legge mancino.
Frasi come

I veneti sono un popolo di ubriaconi. Alcolizzati atavici, i nonni, i padri, le madri (…) Poveretti i veneti, non è colpa loro se uno nasce in quel posto, è un destino (…) Basta sentire l’accento: è da ubriachi, da alcolizzati, da ombretta, da vino.

non costituiscono forse “idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico”?
Superiorità relativa, nel senso che parla di inferiorità di un altro popolo. Odio? Se non è odio questo.

Per la procura di Verona però la legge Mancino non c’entra niente.
Come si fa a dire una cosa del genere?

Semplice, in italia la legge mancino vale solo per alcune razzeper alcune etnie.
Per altre, come in questo caso, no.

Eppure, dal punto di vista giuridico non c’è alcun motivo per cui un insulto a indiani o africani debba rientrare sotto l’ombrello della legge mancino e un insulto ai veneti no. A meno che tu non sia capace di portarmi dimostrazioni biologiche che dimostrino che gli indiani siano una razza o un’etnia mentre i veneti no (auguri).

Questo caso dimostra tutta l’idiozia della legge mancino, per cui – applicandola in modo neutrale – si dovrebbero condannare anche gli insulti tra pisani e livornesi.
Siccome però è stata creata per condannare il razzismo solo verso alcuni e non verso tutti, questa poi viene applicata proprio per lo scopo per cui è stata creata.
E fa niente se la legge è tutta perfettina nella sua generalità. È stata fatta per alcune razze e viene fatta rispettare solo per quelle.

Mai fidarsi di leggi come queste. Non solo perché tappare la bocca è sbagliato come principio, ma anche perché per quanto le infiocchettino di generalità poi nella pratica vengono usate solo per alcuni. E usare una legge con alcuni ma non con altri è una delle cose più odiose che puoi fare in uno stato di diritto.

Aspettando il succo del presidente

February 25th, 2015 by mattia | 5 Comments | Filed in politica, riflessioni

E quindi ieri Mattarella è stato immortalato mentre prendeva il treno e il tram a Firenze come un comune mortale.
Questo dopo aver preso l’aereo di linea per andare a Palermo appena eletto.
Ah, la sobrietà!

Sarà che sono un disilluso e non mi faccio abbindolare da queste operazioni di immagine confezionate per il popolino, ma qui si rischia di trasformare questa (finta) sobrietà negli scontrini di grillina memoria.
Che poi forse l’hanno capita anche loro che non potevano galleggiare una legislatura parlando solo di scontrini; la gente voleva un po’ di succo e alla fine hanno parlato sempre meno degli scontrini fino quasi a non parlarne più (svelando il nulla programmatico che c’era dietro il “noi siamo onesti”…)

Io aspetto solo che Mattarella capisca questo principio base e abbandoni questa storia della sobrietà facendoci vedere un po’ di succo. Tipo evitando di firmare decreti che non hanno alcun carattere di necessità ed urgenza, o non promulgando leggi come l’italicum approvate al senato con gravissime irregolarità procedurali. Magari tirando le orecchie al governo facendogli capire che il parlamento non è la propria puttanella da usare e buttare a proprio piacimento per sfogarsi.
Ecco, io da un presidente della repubblica mi aspetto queste cose. E chi se ne fotte della sobrietà.

Nel frattempo faccio notare una cosa: il presidente della repubblica è il capo supremo delle forze armate. Uno con questo ruolo non va in giro senza adeguata protezione.
Oh, questo dovrebbe valere un po’ per tutte le alte cariche istituzionali. La gente è abituata a vedere le scorte come un privilegio odioso perché abbiamo visto per decenni mezze calzette della politica usare la scorta come simbolo di stato sociale, come modo per sorpassare un ingorgo nel traffico mettendo la sirena, come taxi pagato dallo stato per mogli e figli…

Ma forse ci siamo dimenticati – come capita spesso – del nostro passato. Ci siamo dimenticati di Aldo Moro, che pur privo di una importante carica istituzionale divenne materia di ricatto nei confronti dello Stato.
Proteggere una persona che ha una carica istituzionale significa prima di tutto proteggere lo Stato, riparandolo dal rischio di ricatto che potrebbe subire da organizzazioni criminali qualora quella persona venisse rapita.
Ci siamo dimenticati di essere il paese di Marco Biagi, che pure la politica l’aveva solo sfiorata come consulente. Ci siamo dimenticati di essere il paese della mafia che fa saltare in aria magistrati e politici.
Siamo il paese dell’Italicus e del Rapido 904.

Oh, l’ho raccontato più volte: la sicurezza totale non esiste. Mi è capitato più di una volta di essere vicino a personaggi importantissimi, a distanza tale da cui avrei potuto benissimo centrarli con una rivoltella (se solo sapessi sparare) senza che nessuno mi avesse perquisito. Potrei raccontarvi di tutti i buchi di sicurezza delle strutture che proteggono gente come il Papa, per dire.
È sicuramente vero che gran parte del lavoro di sicurezza si fa con l’investigazione che ti porta a scoprire rischi alla radice, prima che poi l’attentato avvenga.
Ma questo non vuol dire che uno se le debba andare a cercare.

Ovviamente ci sono diversi gradi di importanza delle cariche e di conseguenza diversi gradi di protezione. Un presidente della Camera può anche andare in giro con l’aereo di linea o col treno, ma di sicuro non può andare in giro senza scorta. Un presidente della repubblica, capo supremo delle forze armate, oltre alla scorta usa mezzi e spostamenti sicuri, aerei ed elicotteri dell’areonautica militare anche per brevi tragitti, non si sposta in treno o in tram.
Esporsi inutilmente a rischi del genere non è sinonimo di sobrietà ma di incoscienza.

Oh, lo so bene che fare una vita del genere dev’essere grama. Non poter andare al parco a leggere un libro, dover star sempre rinchiuso in edifici ovattati, non poter prendere il tram… Lo so che tutti amano prendere il tram. Capisco bene dunque che a una persona dia fastidio non poter fare tutte quelle cose tipiche della vita comune di ognuno di noi. Ma se tu accetti di fare il presidente della repubblica devi anche accettare di non poter prendere il tram. Sarà brutto quanto vuoi, ma se vuoi prendere il tram non fai il presidente della repubblica.

Tutto questo, lo ribadisco, aspettando sempre il succo del presidente.

 

La bufala delle dimissioni di massa

February 15th, 2015 by mattia | 2 Comments | Filed in bufale, ignoranza, politica

“Noi parlamentari M5S siamo pronti alle dimissioni per far cadere il Parlamento e andare alla urne”

alessandro di battista via ansa.it

Ora, io potevo ance perdonarti una cosadel genere due anni fa.
Eri appena stato eletto, non sapevi neanche da che parte venivi e l’inesperienza ti poteva anche far dire una sciocchezza.
Dopo due anni di parlamento però no, non puoi dire una cosa del genere.

Se anche i deputati del M5S si dimettessero il Parlamento non decadrebbe. Manco per le balle.
Innanzitutto le dimissioni dei parlamentari devono essere accettate dalla camera di appartenenza per diventare effettive. Un deputato o un senatore non può infatti dimettersi esclusivamente di sua volontà, ma le sue dimissioni devono essere approvate dall’assemblea, altrimenti sono carta straccia.
Per tradizione, tra l’altro, le dimissioni vengono sempre respinte alla prima votazione come gesto di cortesia istituzionale, e approvate quando vengono riproposte. Raro caso in cui le dimissioni furono accettate alla prima votazione fu con Nilde Iotti ormai in fin di vita.

La ratio è semplice: l’accettazione delle dimissioni da parte dell’aula serve per evitare che qualcuno possa influenzare indebitamente un parlamentare per obbligarlo a dimettersi. Tipo che un parlamentare scomodo viene minacciato con la forza o col ricatto e obbligato a dimettersi. Se le dimissioni fossero automaticamente operative a una persona basterebbe minacciare un parlamentare per farlo dimettere. Il fatto che le dimissioni debbano essere accettate fa in modo che se l’aula subodora che le dimissioni non sono pienamente libere e giustificate tutela la libertà e l’indipendenza del parlamentare rifiutandole.
Con questo meccanismo non puoi obbligare un parlamentare a dimettersi perché anche se firma la lettera quella non vale niente senza la convalida dell’aula. Dovresti essere in grado di condizionare tutta l’aula…

E sì che proprio all’inizio della legislatura capitò un caso di dimissioni respinte proprio nel M5S. Al primo giorno di legislatura la sen. Mangili presentò le dimissioni, ma l’aula le respinse dicendo che le motivazioni erano troppo lacunose (si sospettava fosse stata indotta a dimettersi per scazzi interni al movimento).

Quindi no, di battista, se anche tutti i parlamentari del M5S si dimettessero al parlamento basterebbe votare noi alla convalida delle dimissioni e restereste ancora lì al vostro posto.

Ma poniamo pure che le dimissioni venissero accettate. I parlamentari del M5S verrebbero rimpiazzati coi primi del non eletti.
Ad esempio, nella circoscrizione Lazio 1, dove è stato eletto di battista, il M5S ha riportato 8 eletti e 23 non eletti. Se anche tutti gli 8 eletti si dimettessero subentrerebbero i primi 8 dei non eletti. Si dimettono anche loro? Ci sono altri 8, e poi altri 7 ancora.
Il tutto ipotizzando che tra i non eletti siano tutti compatti a dimettersi in blocco, senza neanche passare qualche mese a prendere lo stipendio (di battista, ci metti la mano sul fuoco?)

Ma poniamo pure che tutti i parlamentari del M5S di dimettano, che le dimissioni vengano accettate, che anche i subentranti si dimettano – tutti! – e anche le loro dimissioni vengano accettate… poniamo pure di arrivare al termine della lista e non avere più nessuno con cui rimpiazzarli: il Parlamento sarebbe delegittimato? Servirebbero davvero nuove elezioni per rimpiazzarli?

No.
Il parlamento può anche funzionare senza il plenum. È già successo in passato.
Dobbiamo tornare al 2001, quando si votò con quella legge elettorale idiota che passò sotto il nome di Mattarellum (legge che solo un imbecille potrebbe incensare).
La legge era talmente cretina che obbligava le liste a presentare nella quota proporzionale massimo 1/3 dei deputati da eleggere in quella circoscrizione. Quindi in Lombardia 2 si eleggevano 12 deputati col proporzionale? Ogni partito poteva presentarne massimo 4. E se prendevi tanti voti e te ne spettavano 5? Andavano a prendere il quinto eletto tra i migliori perdenti nei collegi uninominali.
Questo meccanismo fu usato perversamente dalla Margherita che candidò in alcune circoscrizioni come Lombardia 2 un solo candidato al proporzionale e riportò 3 eletti che vennero presi dai migliori perdenti nel maggioritario. Perché usarono questo metodo? Perché così quelli dei collegi maggioritari che erano candidati in collegi difficili, dove sapevano già di perdere, si sbattevano a fare campagna elettorale, perché al maggioritario perdevano anche ma potevano essere ripescati al proporzionale se andavano non troppo male.

Già, ma con questo meccanismo si crearono situazioni in cui non c’erano eletti da ripescare.
Successe ad esempio in Sicilia 1 dove Forza italia riportò 4 eletti nel proporzionale ma aveva solo 3 candidati. Dove andare a prendere il quarto? Nel maggioritario. Peccato però che nel maggioritario la Casa delle Libertà vinse in tutti i collegi. Lo stesso il Sicilia 2 dovevano ripescare un posto nel proporzionale rimasto vuoto perché prestigiacomo era stata già eletta nel maggioritario. Ma al maggioritario non c’era nessun miglior perdente visto che tutti erano stati eletti.

A questo si aggiunge il meccanismo delle lista civetta per evitare lo scorporo. Infatti il mattarellum era una legge così idiota per cui ogni candidato al maggioritario dovesse dichiarare il collegamento a una lista del proporzionale. Al computo dei seggi a ogni lista del proporzionale venivano sottratti i voti presi dai candidati vincenti collegati ad essa nei singoli collegi. Il tutto per riequilibrare il meccanismo perverso del maggioritario, dove chi vince prende tutto. Ai partiti ovviamente questa idea non piaceva e si inventarono liste civetta al proporzionale che ovviamente non prendevano un voto che fosse uno, ma alla quale si collegavano i candidati dei maggioritario. Così la i voti venivano succhiati via a quelle liste civetta e non alle liste vere dei partiti. Meccanismo usato da tutti i partiti, la destra con la lista per l’abolizione dello scorporo e la sinistra con paese nuovo.
Solo i personaggi i punta dei partiti venivano collegati alla lista vera del partito per motivi d’immagine.
Il problema fu che così i partiti si trovarono eletti in sovrannumero nel proporzionale da richiedere il ripescaggio nei migliori dei non eletti al maggioritario, ma al maggioritario non c’era nessuno da ripescare perché erano stati tutti collegati con le liste civetta.
A quel punto ci sono stati dei geni che hanno fatto istanza alla giunta per le elezioni della Camera dicendo che il seggio spettava a loro come migliore dei non eletti perché sì, era stato collegato con la lista civetta ma in città lo sapevano tutti che era di Forza italia… (facepalm).

Col mattarellum ci si trovò a una camera dei deputati con meno di 630 eletti. Come furono riempiti?
Dopo oltre un anno di discussioni il 15 luglio 2002 la Camera decise che quei seggi non dovevano essere attribuiti, e che la camera fosse pienamente legittimata a lavorare anche con meno di 630 deputati

PRESIDENTE avverte che, a seguito dell’approvazione dell’ordine del giorno Filippo Mancuso n. 2, la Camera ha preso definitivamente atto che non sussistono le condizioni per l’assegnazione dei seggi non attribuiti ed ha riaffermato la piena legittimità costituzionale della sua attuale composizione, inferiore al plenum previsto dall’articolo 56 della Costituzione.

Se dunque anche tutti i deputati del M5S si dimettessero, così come i subentranti, lasciando i seggi del M5S per mancanza di candidati da far subentrare, la Camera sarebbe sempre pienamente legittimata a operare anche con quei seggi vacanti, così come nel 2002 ha dichiarato la propria legittimità costituzionale anche se mancavano 12 deputati di Forza italia.

Il parlamento non decadrebbe neanche per le palle. Decadrebbero solo i deputati pentastellati. Tutto qui.
Quindi no, di battista, non dire cretinate. Dimettervi in blocco non è un’arma che avete in mano.

Potete al massimo sfruttarla dal punto di vista politico. Qualche deputato idiota alla procuratore-a-sua-insaputa scriverebbe una mezza dozzina di post invitando a riflettere sull’assenza del M5S in Parlamento, se non sarebbe il caso di indire le elezioni per sanare questo vulnus.
Ma sarebbe solo uno strumento politico, così come andare sull’Aventino o salire sul tetto della Camera. Nulla decadrebbe, è solo un gesto simbolico e nulla più.
Ma anche come strumento politico, se uno ci pensa più di tre secondi (e no, il procuratore-a-sua-insaputa non è capace di farlo) sarebbe anche solo aberrante se il presidente della repubblica fosse “costretto” moralmente a sciogliere le camere perché un gruppo parlamentare si dimette in blocco, giusto per non lasciare un vuoto di seggi in parlamento. Il potere di sciogliere le camere così non sarebbe più un potere esclusivo del PdR, ma sarebbe un potere condizionato. Una cosa che non esiste nella nostra costituzione, dove il PdR può sciogliere o non sciogliere le camere come gli pare e piace. Sì, anche se non si trova una maggioranza per fare un governo (e non è nemmeno questo il caso) il PdR non è obbligato a sciogliere le camere. Se venisse meno la libertà del PdR di assumere liberamente decisioni che gli competono il suo ruolo di arbitro andrebbe alle ortiche.

Tirando le fila, quella di di battista non solo è una fregnaccia dal punto di vista tecnico (le dimissioni devono essere accettate e anche senza plenum la Camera è pienamente legittima) ma anche dal punto di vista politico non stanno in piedi.

A chi dovremmo fare la guerra noi?

February 15th, 2015 by mattia | 8 Comments | Filed in ignoranza, politica, Uncategorized

dicevamo 1 dicevamo 2

Quando leggo certe cose mi vengono in mente le dichiarazioni monotone del fronte anti F-35.
Avete presente, no?, quando un po’ tutti – dai saltimbanco televisivi ai deputati procuratori legali a loro insaputa – vengono a dirti che… ma poi noi a chi dovremmo farla la guerra?

Non è che ti dicono solo che l’italia non dovrebbe fare la guerra, ma ti dicono addirittura che anche volendo non avrebbe l’opportunità. Con chi dovrebbe fare la guerra? Con l’Austria o la Francia? ah ah ah 

Questi dementi sono rimasti agli schemi di politica internazionale studiati sul sussidiario in cui l’italia faceva guerra agli stati europei. Una volta che c’è la pace in Europa a chi mai dovremmo fare guerra?

Sì, all’Austria non faremo la guerra, ma il mondo non finisce ai confini dell’italia.
Magari tra stati europei non ci faremo più la guerra (sempre che si obbedisca a mamma UE, sia chiaro) ma il mondo è grande. C’è il fronte ucraino che sobbolle, c’è il Nord Africa che non trova equilibrio, c’è il pericolo dello stato ISLAMICO che bussa alla porta e senza troppi giri di parole vuole metterci a π/2.
E davvero mi venite a dire a chi dovremmo fare la guerra noi? ah ah ah

Pensare che l’italia non debba essere pronta ad affrontare pericoli bellici significa o essere in malafede e usare argomenti farlocchi per sostenere le proprie altrimenti indifendibili tesi, oppure limitare la visione di politica internazionale attorno al proprio ombelico.
Non so cos’è peggio.

O-ne-stà!

February 13th, 2015 by mattia | 1 Comment | Filed in politica

Questa notte i deputati del M5S si sono messi a far caciara alla Camera picchiando i faldoni degli emendamenti sui banchi al grido di o-ne-stà! o-ne-stà!

Io me li imagino mentre discutono su quale parola scandire:

– Ragazzi, io propongo “pausa tecnica! pausa tecnica!
– No, no, viene male… troppo lungo!
– Perché non gridiamo “Boldrini, Boldrini, vieni a pescare con noi…”
– 
Sì, ciao… non ci sta in un vine. No…
– Rodotà! Sì, gridiamo Rodotà! Tre sillabe, viene bene, lo sappiamo già.
– Bernini, ma che cazzo dici! Cosa c’entra Rodotà? Dai, cazzo, torna a dormire.
– Allora diciamo onestà!
– Ha ragione,  anche questo ha tre sillabe e l’accento finale. Ci sta… però cosa c’entra coi lavori sulla costituzione?
– Niente, però onestà è un concetto bello, anche se non c’entra un cazzo ce lo infiliamo comunque.
– E poi così facciamo credere che noi siamo quelli onesti e per induzione gli altri sono i disonesti.

Così, anche se non c’entrava una mazza con la discussione si sono messi a gridare onestà!
Un po’ come se fosse la loro ideologia. I comunisti hanno il popolo, i fascisti la patria, e i grillini l’onestà.

Peccato che poi uno va qui e scopre che a ben 4 mesi dalla chiusura della loro buffonata a cinque stelle al circo Massimo di Roma non hanno ancora rendicontato un solo centesimo delle spese sostenute.

Hanno raccolto 270.329,30 Euro di donazioni e non hanno reso conto di come li hanno usati. Zero, silenzio assoluto.

Come avevate detto?

O-ne-stà! O-ne-stà! O-ne-stà!

Proprio.
spese sostenute

Nel frattempo in Russia

February 7th, 2015 by mattia | 9 Comments | Filed in politica

Io però me li ricordavo quelli che stappavano lo spumante per la nomina della Mogherini a “ministro degli esteri” dell’U.E.

Oh sì, grande vittoria di Renzi! Si è imposto in Europa! Forte del suo 40 e passa per cento alle Europee ha pretesto un ruolo chiave per il PD.

Già.
Poi adesso a trattare con la Russia di Putin chi ci va? Merkel e Hollande.
Mogherini? Non pervenuta.
Renzi? Troppo occupato a contare i senatori in arrivo da Scelta Civica o a scegliere il nuovo ministro per sostituire il fantasma Lanzetta.

Poi la gente fa a gara a definirlo un pezzo grosso della politica perché ha infinocchiato Verdini e Letta Sr.
Ma a livello internazionale l’italia continua a non contare un cazzo.
Ed è questo che fa la differenza tra il primo che emerge in una classe di asini e uno statista.

Mattarella esse puntato

February 1st, 2015 by mattia | 4 Comments | Filed in politica

Riprendo il discorso di ieri per rispondere nel dettaglio al commento di Paolo.

Se ne è parlato in giro: è possibile che la Presidenza della Camera si presti ai giochini dei partiti che tracciano i voti per il PdR usando diverse varianti del nome?

Succede, quindi è possibile. Che sia invece inevitabile quello no.
Basterebbe avere un presidente della Camera capace di fare il suo mestiere, e la boldrini ha dato molteplici dimostrazioni di essere inadatta al suo ruolo.

Nel 2013 ci aveva pensato qualcuno a tirarle le orecchie. Al primo scrutinio aveva annullato dei voti a persone sotto i 50 anni. Famoso il “Carfagna… nulla… non ha i requisiti“, detto con un’acidità che solo le donne a cui è sfiorita ormai la bellezza sanno avere nei confronti di altre donne.

Poi qualcuno deve averle spiegato che non poteva annullare i voti perché la persona non ha 50 anni in quanto ci potrebbe essere un omonimo con lo stesso nome che invece ha più di 50 anni e che quindi è eleggibile.
Tipo, un voto a Francesco Totti non può essere annullato perché potrebbe esserci un Sig. Francesco Totti, cittadino italiano, e con più di 50 anni che sarebbe eleggibile.
E infatti, dopo la spiegazione, negli scrutini successivi lesse tutto quello che le passava in mano, compreso il mitico voto a Rocco Siffredi che – oltre a non essere quello il suo vero cognome – non aveva ancora 50 anni. Non solo, ma ha pure letto, senza annullarli, voti a personaggi di fantasia come Raffaele Mascetti.

Passano due anni e la boldrini si è ben installata nel ruolo. Cioè, è sempre incapace di presiedere la Camera, ma si è circondata di persone scelte da lei. Come il nuovo segretario generale della Camera (che ha imposto all’ufficio di presidenza qualche settimana fa) e che era al suo fianco durante lo spoglio. Quando ha azzardato a spegnerle il microfono per dirle una cosa dagli occhi della boldrini è partito un fulmine e ha detto: non mi deve spegnere il microfono!

In una situazione del genere non c’era più nessuno a tirarle le orecchie e a dire che non poteva annullare i voti per età, e ha fatto quello che voleva. Così ha annullato pacchi di voti senza neanche leggerli.

Cosa c’entra con la questione del tracciamento dei voti col giochino delle varianti del nome?
Il problema è che tutto nasce dall’identificazione del votato da parte della Presidenza.
Mi si chiedeva infatti: se ci fossero due persone in italia che si chiamano “Sergio Mattarella”, entrambe con più di 50 anni, come fai a dire quale hanno eletto PdR? Come fai a identificare univocamente una persona?

In assenza di candidati tutto è demandato alla Presidenza: è la presidenza che ha il compito di identificare la persona votata. Avrebbero potuto anche eleggere il Sig. Sergio Mattarella che sta a Parabiago (secondo le pagine bianche). E l’identificazione può essere fatta dalla Presidenza come meglio crede (e ovviamente è del tutto arbitraria).

L’errore della boldrini è di aver fatto mezza identificazione durante lo spoglio e mezza identificazione dopo lo spoglio. I voti a Mattarella infatti sono stati letti così come erano scritti sulla scheda, poi sono stati uniti a formare i 665 voti totali identificando nella stessa persona “S. Mattarella”, “Mattarella”, “Prof. Mattarella on. Sergio” e le altre varianti.
Per gli altri candidati invece l’identificazione è avvenuta durante lo scrutinio. Alcuni sono stati identificati e annullati per età (senza verificare possibili omonimi) mentre altri sono stati dichiarati non identificabili, per cui ci sono stati diversi voti a un certo Antonello Piscitelli che non sono stati conteggiati perché la Presidenza non ha identificato nessuno con quel nome e cognome (chissà come avranno fatto a consultare le liste elettorali di tutti i Comuni della Repubblica…).
Da una parte dunque non fa l’identificazione ma si limita a leggere quello che c’è sulla scheda (le diverse varianti di Mattarella), per altri invece fa subito l’identificazione e cassa i voti.

La cosa non è rigorosa. O usi un metodo o l’altro. Se decidi di leggere tutto quello che c’è sulle schede e poi procedere successivamente all’identificazione, allora devi farlo con tutti, non solo con Mattarella o Roby Facchinetti.
Se invece procedi a identificare subito la persona lo devi fare con tutti. Ma a quel punto non devi più leggere quello che c’è sulla scheda ma interpreti il voto e dici chi è la persona votata.

Mi spiego, se tu ti arroghi il diritto di annullare dei voti senza neanche leggere cosa c’è scritto sulla scheda, allora puoi permetterti anche di dire “Sergio Mattarella” ad ogni voto che identifichi con Sergio Mattarella, in qualsiasi variante sia scritto. Staresti facendo la stessa cosa: in entrambi i casi procedi immediatamente all’identificazione della persona, in un caso la cassi perché ha meno di 50 anni nell’altro la identifichi, verifichi che ha più di 50 e ne pronunci il nome e il cognome (non quello che c’è scritto sulla scheda, ma nome e cognome della persona che hai identificato).

Se dunque la boldrini si è arrogata il diritto di fare subito l’identificazione e cassare dei voti poteva usare la stessa procedura per dire anche solo “Sergio Mattarella” ad ogni voto a lui dato, in qualsiasi variante fosse stato scritto.
Senza alcun bisogno di regolamenti particolari.

Certo, poi le mani lunghe dei deputati segretari avrebbero fatto i mucchietti con le diverse versioni, ma anche lì potevi ordinare loro di accatastare le schede senza dividerle per versione. Così diventava molto più difficile per i partiti sapere i dati suddivisi per versione.

Se invece la presidente della camera seguiva la via – più pulita – di leggere tutto quello che le capitava tra le mani e poi identificare successivamente le persone, avrebbe potuto fare un gioco molto più bastardo ma tecnicamente del tutto lecito.
Non sommava i voti delle diverse versioni ritenendo alcune versioni non sufficienti per identificare una persona. Tipo che i 132 “Sergio Mattarella” li attribuiva al Sergio Mattarella di Parabiago, i 31 voti “on. Sergio Mattarella” li attribuiva all’unico deputato mai esistito con quel nome, mentre buttava al macero i 332 “Mattarella” visto che ci sono più persone eleggibili con quel cognome in italia.
A quel punto nessuno risultava eletto e indiceva una nuova votazione.

Così i partiti avrebbero dovuto votare di nuovo scrivendo questa volta nome e cognome per esteso con luogo e data di nascita, per evitare ogni omonimia.
E siccome in italiano il nome si scrive prima del cognome, avrebbero dovuto persino rispettare quest’ordine altrimenti il Presidente avrebbe potuto dire che “Mattarella Sergio” è un tizio che di nome fa Mattarella e di cognome fa Sergio.
Così li obblighi a scrivere nome/cognome luogo e data di nascita senza più fare i giochini.

Necessità di regolamenti?
No, basterebbe un Presidente della Camera capace di seguire una linea coerente, invece di pasticciare sui metodi come fa di solito.

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