Archive for the ‘politica’ Category

Il fallimento di Basta Bufale

April 12th, 2017 by mattia | 2 Comments | Filed in bufale, ignoranza, politica
Boldrini ha poi ricordato la campagna-appello `Basta bufale´ lanciata nei mesi scorsi: «Le firme raccolte sono il doppio di quelle che avevamo preventivato, sono 20mila e non siamo ancora al termine”.

via la stampa

Questo articolo è di pochi giorni fa, del 4 aprile per essere precisi. E la boldrinova stessa dice che ha raccolto 20 mila firme adesioni attorno al suo appello "BastaBufale" (che in realtà dovrebbe chiamarsi "basta idee degli altri, perché le bufale che dico io vanno invece benissimo").

Gongola, perché dice che ha raccolto il doppio delle firme adesioni previste. Sarà...
Ma 20 mila firme adesioni, guardiamoci in faccia, sono una scoreggina. Tanto più che:

- "firmare" non costa niente, non devi andare in comune a farti autenticare la firma da un pubblico ufficiale (e infatti non sono firme). Lo sforzo necessario a "firmare" una petizione su internet è di pochissimo superiore a quello necessario a mettere un laic sul feisbuc e a commentare con "amen";

- la petizione ha avuto tanta pubblicità gratuita dai mezzi di comunicazione di massa. Perché quando sei presidente della Camera hai tutti i microfoni che vuoi sotto il tuo naso con uno schiocco delle dita. Le è bastato pochissimo per far parlare di questa petizione ovunque;

- la petizione è stata supportata da personaggi del mondo dello spettacolo molto famosi.

Nonostante tutto questo raggiunge solo 20 mila adesioni? Comprese quelle di Pepito Sbazzeguti ed Erminio Ottone, magari.

Roba da nascondersi sotto il tavolo, altro che cantare vittoria.
Già di per sé queste adesioni su internet non hanno alcun valore, visto che non puoi provarne l'autenticità. Se poi sono anche così poche... Capiamoci, qui si parla di 20 mila firme su milioni e milioni di italiani che vanno su internet ogni giorno. È il nulla.

Persino SEL aveva (nel 2013) più tesserati - 34 mila - delle firme raccolte dalla boldrinova. Manco i suoi l'hanno firmata questa petizione.

Su internet poi sono numeri bassissimi. Un post qualsiasi di salvini che pubblica una foto con la signora che fa le orecchiette fa 9 mila laic.



20 mila firme adesioni dopo averci menato il torrone così tanto sono il nulla.

Sia chiaro, non è certo dal numero di adesioni che si giudica la bontà di un'idea. Ma le adesioni le ha chieste lei. È stata lei che ha chiesto il consenso popolare tramite una petizione per dimostrare che dietro le sue mire censorie di quelli che non la pensano come lei ci sta il popolo compatto che la segue. Per me poteva fare il suo appello anche come singola persona. È stata lei a tentare la prova di forza della folla e ha fallito.

Immaginatevi quando andrà a portare le firme adesioni ai responsabili delle reti sociali. Se le aprono la porta è solo per cortesia. Che se vai da Zuc con 20 mila firme adesioni nemmeno ti offrono il caffè nella sala d'aspetto.

 

 

Protezionisti con il culo degli altri

March 31st, 2017 by mattia | 14 Comments | Filed in ignoranza, politica
Leggere le reazioni ai dazi doganali imposti da Trump su prodotti come la Vespa e la San Pellegrino mi ha messo di buonumore. Perché probabilmente non c'era dimostrazione migliore di quanto è cazzara certa gente.

Passano la vita a fare i protezionisti per i prodotti italiani: l'olio deve essere fatto con le olive italiane e non con quelle greche o spagnole, le arance non devono venire dal Marocco, il latte non deve essere importato dall'Austria, il grano non dovrebbe essere importato dal Canada...
Secondo questa gente dovremmo fermare tutti i prodotti stranieri alla dogana o imporre dazi che li rendano forzatamente non competitivi.

E per carità, è anche una posizione legittima. Però se vuoi fare il protezionista al paese tuo poi non puoi scheccare impazzito se il protezionista lo fa anche qualcun altro. Non puoi bloccare tu i prodotti degli altri e poi aspettarti che gli altri non blocchino i tuoi.

Prima che qualcuno ci provi: non parlatemi di qualità. Non ditemi cioè che quando l'italia vuole bloccare i prodotti stranieri lo fa perché vuole tutelare i prodotti italiani che sono migliori. Perché l'olio spagnolo non ha niente da invidiare a quello italiano (anzi). È esclusivamente una  politica commerciale, lo si fa solo per tutelare i posti di lavoro italiani legati a quei prodotti (e almeno qualcuno lo ammette).

Ma ancora una volta, è del tutto lecito adottare una politica commerciale che tuteli i posti di lavoro del tuo paese, solo che non puoi frignare se lo fa anche qualcun altro perché pensi di essere l'unico che può farlo.
Un politico serio non è ce pretende di fare il protezionista coi prodotti italiani e poi si scandalizza se anche gli altri fanno i protezionisti. Un politico serio cerca di massimizzare i vantaggi per l'economia dei proprio paese facendo accordi commerciali coi politici degli altri paesi in cui un po' dà e un po' prende. Se è bravo nel contrattare riesce a portare a casa un vantaggio netto per il suo paese. Però appena sentono parlare di accordi commerciali diventano bestie di satana e iniziano a organizzare cortei NO SIGLADELL'ACCORDO.

L'unica cosa che pretendono è di esportare loro negli altri paesi senza che gli altri paesi esportino in italia.
E un pompino con massaggio di palle incorporato.

Madia, non prenderci per il culo

March 29th, 2017 by mattia | 7 Comments | Filed in ignoranza, politica, Uncategorized
Siccome io sono un malfidente di natura sono andato a controllare le affermazioni del fatto quotidiano.
Ah, scusate, non vi ho detto di che si parla. Hanno accusato la madia (il ministro) di aver scopiazzato la tesi di dottorato. Siccome mi fido del fatto quasi quanto di repubblica ho voluto verificare di persona la veridicità delle accuse.

Sicché, la tesi della madia è qui.

Confrontiamo questo paragrafo a pagina 22 con il testo di questo articolo: Employment Performance and Institutions: New Answers to an Old Question di Bruno Amable, Lilas Demmou e Donatella Gatti.











tesi della madia articolo di Amable, Demmou e Gatti
Another important concern is the fact that the inclusion of country fixed effects precludes the inclusion of time-invariant or slowly-changing variables as independent variables. Distinguishing between their influence and the influence of omitted country-specific variables might be difficult. If fixed effects are not included in the model, the time-invariant variables will carry the weight of all country specific factors. To overcome this problem, Plümper and Troeger (2007) propose a procedure for analyzing the effect of time-invariant variables in a model including fixed effects. Their procedure has three stages: (i) estimate a fixed-effect model; (ii) regress the unit effects on the time-invariant variables; (iii) re-estimate the first stage including the error term of the second stage (XTFEVD procedure). Their Monte Carlo experiments suggest that the fixed effect vector decomposition (XTFEVD) estimator is the least biased estimator when time-variant and time-invariant variables are correlated with the unit effects.


The second problem concerns the fact that the inclusion of country fixed effects precludes the inclusion of time-invariant or slowly-changing variables as independent variables. Several of the variables we consider in our estimations are either invariant (at least for a non negligible part of the period considered) or change slowly. Distinguishing between their influence on unemployment, inactivity or joblessness and the influence of omitted country-specific variables will thus prove difficult. If one does not include fixed effects in the model, the time-invariant variables will carry the weight of all the country specific factors determining employment and unemployment. Plümper and Tröger [2004] propose a procedure for analyzing the effect of time-invariant variables in a model including fixed effects. Their procedure takes three steps: (i) estimate a fixed-effects model (ii) regress the unit effects on the time-invariant variables (iii) re-estimate the first stage including the error term of the second stage (xtfevd procedure). Their Monte Carlo experiments suggest that the fixed effect vector decomposition (xtfevd) estimator is the least biased estimator when time-variant and time-invariant variables are correlated with the unit effects.



Le parti evidenziate in grassetto sono quelle uguali. Giudicate voi.

Mi ero dimenticato di dire che la tesi della madia è del 2008 mentre l'articolo a destra è del 2007.

Senza ombra di dubbio i due testi sono uguali.
Se poi analizzate le piccole differenze vi accorgete che la storia puzza ancora di più. Ad esempio
Distinguishing between their influence on unemployment, inactivity or joblessness and the influence of omitted country-specific variables will thus prove difficult.

diventa
Distinguishing between their influence and the influence of omitted country-specific variables might be difficult.

Dove "will thus prove difficult" diventa "might be difficult". Una modifica che sembra fatta apposta giusto per cambiare qualcosa e non farlo tutto identico.
Parimenti scompare "on unemployment, inactivity or joblessness" e qui la madia si tira la zappa sui piedi perché la frase poi non sa più in piedi: "Distinguishing between their influence..." eh, brava... l'influenza su che cosa?

Alla stessa maniera "Their procedure takes three steps:" diventa " Their procedure has three stages:" e poi il resto va avanti identico.

A cosa serve quel cambiamento? A cosa serve cambiare steps con stages?

Uno potrebbe dire "è un errore di citazione, suvvia!". Sarebbe comunque grave, ché le citazioni si virgolettano e si dichiarano. Ma anche concedendole l'errore di citazione, non tornerebbe comunque il motivo di quelle piccole modifiche. Se citi il testo di un altro lo copi così com'è, non è che modifichi qualche parola ogni tanto.

In quelle piccole modifiche è palese che c'è stata una manina che ha preso quel testo, l'ha copiato e ha intenzionalmente cambiato qualche parola mettendo sinonimi.

A che scopo?

Questo dovrebbe spiegarcelo la madia. Perché palesemente sembra un tentativo di spezzare la continuità di frasi identiche, ma anche un asino sa che i software anti-plagio non si fanno ingannare da questi trucchetti e una persona tanto in gamba da arrivare a fare il ministro non può non saperlo, no?

E questa è solo una delle contestazioni che muove il fatto. L'ho verificata di persona ed è corretta. Per quanto mi riguarda è più che sufficiente.
Per una cosa del genere nella mia facoltà hanno licenziato in tronco un ricercatore. Una università seria non può che revocare il titolo di studio davanti a un fatto del genere.

Sul twitter la madia dice che non c'è nessuna anomalia.

E invece c'è, e grossa come una casa. Perché non basta mettere l'articolo da cui si copia il testo nella bibliografia (cosa che almeno per l'articolo che ho considerato qui sopra è vera). Bisogna indicare chiaramente che quel testo è una citazione. Lo si deve virgolettare, lo si deve mettere in corsivo, deve essere evidente che quel testo non è frutto della tua mente ma è copiato.
Altrimenti io che leggo la tesi non so qual è il frutto del tuo lavoro e qual è il lavoro degli altri.

Dopodiché, come spiegavo prima, la scusa della citazione maldestra non sta in piedi perché se fosse stata una citazione messa in buona fede dimenticandosi le virgolette non avrebbe dovuto cambiare qualche parolina qua e là. E questo è l'elemento più inquietante della vicenda.

Madia, per cortesia, non ci prenda per il culo. Non siamo ragazzini, o tira fuori una scusa che regge oppure si seppellisca dalla vergogna. Perché per come stanno le cose ora sinceramente tutto fa pensare al peggio, e sinceramente nemmeno con tutta la buona volontà di questo mondo riesco a trovare una spiegazione logica che giustifichi una testi del genere fatta in buona fede.

 

Piesse: ovviamente non mi aspetto le dimissioni. Le auspico, certo, ma non dimentichiamoci che il ministro dell'istruzione è una che millantava di essere laureata quando nemmeno ha la maturità, ed è ancora al suo posto. Non mi illudo che facciano dimettere un ministro che copia la tesi. Bisogna vedere al massimo se ha alle spalle delle lobby abbastanza potenti come la falsa laureata da tenerla al suo posto.

PiPiesse: a quelli che dicono "eh, ma le parole sono quelle", calcolate pure la probabilità che scrivendo un testo di vostro pugno vi venga fuori così simile a un testo già pubblicato. Ciao.

Il prof. matteo renzi

March 9th, 2017 by mattia | 12 Comments | Filed in ignoranza, politica, riflessioni
Non è la prima volta che renzi lo dice. Finita la sua avventura politica pensa di fare il professore universitario. L'ha detto anche questa sera da Vespa.

Mi sarebbe piaciuto chiedere anche solo... di cosa?

Caro il mio renzi, forse hai sbagliato a capire. Il professore universitario non è un lavoro di ripiego per gente che nella vita non ha mai lavorato fuori dalla politica e s'illude di riciclare la popolarità e la fama residua spacciandosi per esperto di qualcosa. Le università non sono TV dove si chiama il testimonial per vendere le pentole.

Io non so dove renzi vorrebbe andare a fare il professore universitario. Ogni paese ha le sue regole, per carità, ma in generale per fare il professore universitario serve prima di tutto avere un Ph.D., che renzi non ha. Poi serve una serie di pubblicazioni nel settore, e la lista di pubblicazioni di renzi è vuota (no, libretti come Tra De Gasperi e gli U2 non contano). Sulla base di cosa dovrebbero chiamarlo a insegnare? Perché è bello?

Lo so bene, è possibile in alcuni ordinamenti chiamare un esperto come professore universitario per chiara fama, ma si tratta di casi di persone particolarmente esperte che magari non hanno un classico curriculum accademico ma che magari hanno tanto da insegnare grazie a esperienza professionale.
Ok, ma chi chiamerebbe per chiara fama uno come renzi? Una facoltà di giurisprudenza (di cui ha la laurea)? Non credo, visto che non ha alcuna esperienza in campo legale. Una facoltà di scienze politiche? E per cosa poi?

Noi tutti ci ricordiamo renzi alla casa bianca con obama, ma guardiamoci in faccia. L'esperienza nazionale di renzi è durata, ad oggi, meno di tre anni. Prima di ciò era solo un amministratore locale. Era più in vista degli altri sindaci di città capoluogo perché scalpitava per far il grande salto, ma pur sempre a firmare le delibere per la pulizia dei tombini a Firenze stava.
Non ha fatto nemmeno una legislatura in parlamento, per dire. Ok, ha guidato un governo per tre anni, e mi direte che è una cosa importante. Già, ma cosa ha concluso questo governo?
Fosse stato capace di cambiare la costituzione ora potrebbe andare davanti agli studenti a spiegare come si fa a partire da Pontassieve, scalare la politica nazionale e rivoltare come un calzino la costituzione eliminando il bicameralismo perfetto, per esempio. Sarebbe stata una rivoluzione, avrebbe avuto motivo per insegnare come si conduce una battaglia politica.
Sì, ma ha perso.
Cosa insegna agli studenti? Come si perde la battaglia di una vita? Tiene un corso dal titolo "come scrivere una riforma costituzionale e farsela bocciare"?
Quale sarebbe il risultato storico del governo renzi che lo consegna alla storia come un vincitore tale da essere chiamato a insegnare per chiara fama? La legge sul dopo di noi? Ah, ok. Allora berlusconi con la patente a punti lo facciamo direttamente magnifico rettore.
Un po' di normale amministrazione spalmata su tre anni e un fallimento grosso come una casa sarebbero meriti tali da farti professore?

Io non dubito che qualche università possa fare a botte per invitarlo. Si dànno le lauree onorifiche a gente come valentino rossi solo per fare un po' di pubblicità all'ateneo, figuratevi se qualche dipartimento di pubbliche relazioni di università non si metta a fare a gara per avere un tizio famoso (oggi) come renzi.

Ma quello rimarrebbe, qualcosa d'immagine. Uno modo per attirare qualche iscritto in più (coi relativi introiti) curioso di sentire le lezioni di renzi anziché del Prof. nessuno.
Eppure fare il professore universitario è un'altra cosa. Non solo perché dovresti avere una solida esperienza in un settore, non solo perché devi averla dimostrata con un curriculum accademico o professionale (che renzi non ha), ma soprattutto perché anche la sola attività didattica è qualcosa che non si improvvisa. E che nessuno ti può insegnare.

In diverse forme insegno da dieci anni ormai e ancora adesso delle volte mi sento inadeguato. Mi pongo domande, mi metto in discussione. Questo anche se c'è chi mi ha detto che sono uno dei migliori insegnanti che ha avuto; mi metto in discussione perché quando vedo tanti studenti fallire posso sì dare la colpa al fatto che non si sono impegnati, ma dentro ti rimane il tarlo che ti fa pensare "magari avrei potuto far qualcosa in più per stimolarli".
Ti metti in discussione quando al termine della terza ora leggi negli occhi degli studenti la stanchezza e ti domandi cosa puoi fare per tenere viva l'attenzione per tre ore di seguito.
Poi però ti guardi indietro e vedi tutti gli errori che hai fatto e solo il fatto di non ripeterli più di fa capire che un po' sei migliorato. Ma è una cosa lunga, che richiede tempo.

Poi arriva renzi ed è convinto di poterlo fare senza improvvisandosi professore universitario come se fosse un lavoro che ti inventi sui due piedi.

Di solito quando in un'azienda arrivano i ragazzini freschi di studi che credono di saper fare tutto loro finiscono per prendere una bella dose di calci in culo finché non capiscono che non sanno un cazzo e devono mettere giù il crapone a imparare.
Probabilmente il ragazzino renzi non riceverà l'equivalente di calci in culo dall'accademia, ma per cortesia, abbia rispetto per questo lavoro.
Se vuole farlo è libero di intraprendere questa carriera, ci mancherebbe. Ma non è un ripiego come un altro per una carriera di televenditore andata male.

 

FEDELI Dott.ssa Valeria

March 3rd, 2017 by mattia | 4 Comments | Filed in ignoranza, politica
Per quelli che quando si presentò il caso del ministro fedeli "laureata" (che in realtà manco aveva la maturità) risposero: eh, ma mica l'ha scritto su di un sito istituzionale! suvvia!

Era solo scritto sul suo sito personale, come se lì uno potesse scrivere tutte le balle che vuole.
Ma sì, non era scritto sul sito del senato.

Vero?

Oggi mica tanto.

Questa è la pagina del sito del senato che riporta l'anagrafe patrimoniale dei ministri. E indovinate come hanno riportato il nome del ministro fedeli? [archiviata qui]



Fedeli Dott.ssa Valeria.

Giusto sotto al povero Poletti che invece è sempre lì scritto senza titoli.

 

Lo so, non aggiunge una virgola alla faccenda che era già putrida da sé. Questo è solo l'ultimo chiodo sulla bara dei dementi i quali, condividendo le sue idee la difendevano aggrappandosi a dettagli ridicoli come quello per cui non aveva usato il titolo farlocco in un sito istituzionale.

Eccovi serviti.

Il comodo suicidio

February 15th, 2017 by mattia | 12 Comments | Filed in ignoranza, politica, riflessioni
Qualche giorno fa si è suicidato un signore di 30 anni depresso. Ha lasciato una lettera in cui lamentava dei numerosi colloqui di lavoro falliti e del fatto che le donne non gliela davano.
Curiosamente sul secondo fatto non ha commentato nessuno, sul primo invece. Complice anche una frase di chiusura nella sua lettera d'addio in cui attaccava il ministro Poletti hanno scatenato commenti sulla nostra società che non consente un futuro ai giovani, che schiaccia chi non vince...

Due giorni fa si è suicidato un ragazzo di 16 anni perché le forze dell'ordine gli avevano trovato un po' di fumo addosso e gli hanno fatto la perquisizione a casa.
In questo caso non è mancato il senatore secondo cui occorre «legalizzare i derivati della cannabis»,
"Chi glielo spiega ora, ai genitori del sedicenne di Lavagna, cui erano stati sequestrati dieci grammi di hashish, che la normativa sulle sostanze stupefacenti mira a tutelare la salute e l'integrità fisica e psichica dei giovani? Legalizzare i derivati della cannabis"

via

In questi casi penso solo a come certe persone riescona a fare questi commenti. Non tanto per la faccia tosta nello sfruttare dei suicidi per fini politici, quanto per l'insensatezza di tirare qualsivoglia conclusione da questi fatti.

Nel primo caso abbiamo una persona chiaramente depressa. Uno che a 30 anni continua a pretendere di lavorare come grafico nonostante nessuno gli dia un lavoro come tale significa che è completamente scollegato dalla realtà. Una persona normale capisce che non è la sua strada, abbandona le velleità di gioventù e va a fare l'operaio. Non sarà il lavoro che sognava ma almeno si porta a casa la pagnotta.
Nella sua lettera denunciava un futuro in cui non avremo elettricità, cibo... Aveva una visione completamente distorta della realtà (fino a 60 anni fa gran parte degli italiani non si suicidava nonostante facesse davvero una vita di merda, nemmeno paragonabile a quella di oggi).
Uno che vede così nero significa che non è capace di valutare razionalmente quello che lo circonda: che senso ha intavolare dei discorsi partendo da riflessioni del genere?
Se volete fare discorsi e rivendicazioni di classe fatele pure, ma non basatele sulle riflessioni stralunate di un depresso.

Nel secondo caso abbiamo una ragazzo che ha perso la proporzione di quello che era successo. Buttarsi dalla finestra per una cosa del genere è una cosa che può fare solo chi non vede davanti a sé alternativa perché pensa che non ci sia. È capitato perché gli hanno trovato il fumo addosso ma poteva capitare perché se lo avessero bocciato a scuola o se la fidanzatina lo avesse mollato.
E a quel punto cosa fai? Vieni a dirmi che le fidanzatine non devono più mollare nessuno e che gli insegnanti non devono più bocciare?
Perché la logica è la stessa: se bisogna legalizzare la droga altrimenti poi i sedicenni si suicidano allora bisogna anche abolire le bocciature a scuola per lo stesso motivo.

Lo Stato deve fare le cose che ritiene giuste. Se ritiene che droga debba essere legalizzata lo faccia. Ditemi pure che è giusto legalizzare la droga per tutti i buoni motivi di questo mondo, ma non perché altrimenti i ragazzini che perdono la proporzione delle cose si suicidano.

 

Sul referendum propositivo (l’ennesima porcata della Corte incostituzionale)

February 13th, 2017 by mattia | 7 Comments | Filed in politica, riflessioni
Qualche settimana fa la Corte costituzionale ha bocciato uno dei referendum proposti dalla CGIL dicendo che era propositivo.
Peccato che non lo poteva fare.

Attenzione: non mi riferisco a questioni di opportunità. Non poteva farlo proprio a livello tecnico. In questo post spiego perché.

Partiamo dall'inizio, l'art. 75 della costituzione. Lo sappiamo tutti a memoria ma ricordarlo male non fa.
È indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.

La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

La legge determina le modalità di attuazione del referendum.

Questo articolo ci dice due cose importanti:

--> Comma 1°: il referendum è abrogativo, e può anche abrogare una legge parzialmente

--> Comma 2°: ci sono leggi su cui non si può fare il referendum

Tenete bene a mente la divisione di questi due commi perché poi ci tornerà utile.

Ovviamente la costituzione detta i principi generali, poi però bisogna fare delle leggi che rendono attuabili nella pratica questi principi. Lo dice la costituzione stessa: la legge determina le modalità di attuazione del referendum. 
Già perché è facile dire che non si può fare un referendum su di una legge di bilancio, ma chi è che decide se quella legge riguarda il bilancio o no?
Chi conta le firme per verificare che siano veramente mezzo milione? A chi vanno consegnate le firme?

Ecco allora che nel 1953 esce la legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1. Questa legge costituzionale stabilisce un po' di cose sul funzionamento della Corte costituzionale, e tra le altre funzioni regola anche le competenze della Corte sul referendum. All'art.2 infatti dice:
Art. 2

Spetta alla Corte costituzionale giudicare se le richieste di referendum abrogativo presentate a norma dell’art. 75 della Costituzione siano ammissibili ai sensi del secondo comma dell’articolo stesso.

Le modalità di tale giudizio saranno stabilite dalla legge che disciplinerà lo svolgimento del referendum popolare.

Qua abbiamo già fatto un passo avanti. Almeno sappiamo chi è che giudica se il referendum è ammissibile o meno: è un compito che spetta alla Corte costituzionale.
Attenzione però, perché questa legge costituzionale non dice che la Corte costituzionale decide come le pare. Mette un paletto ben chiaro: le richieste di referendum devono essere giudicare ammissibili
ai sensi del secondo comma dell’articolo 75 della costituzione

Ma cosa diceva il comma 2° dell'art. 75? Ricordate? Era quello che diceva che non si possono fare referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.
La Corte Costituzionale è chiamata a giudicare questo, se il quesito non rientra tra questi casi.

La legge costituzionale non dice che deve controllare se la richiesta è conforme all'art. 75 della costituzione, bensì se è conforme al solo comma secondo.

Quindi non può giudicare non ammissibile una richiesta di referendum dicendo che è propositivo e non abrogativo. Quello sta scritto nel comma primo e la Corte deve giudicare in merito al comma secondo.

Ma andiamo avanti. Passano gli anni e viene fatta una legge ordinaria (legge 25 maggio 1970, n. 352). Questa legge è molto più dettagliata. Stabilisce come si raccolgono le firme, quando si possono depositare e tutte queste cose qui.

Tra una disposizione e l'altra c'è spazio anche per stabilire come come vengono giudicate ammissibili o meno le richieste di referendum abrogativo.

Qui abbiamo due articoli molto chiari. Il primo è l'art. 32 che dice
[...]

Alla scadenza del 30 settembre l'Ufficio centrale costituito presso la Corte di cassazione a norma dell'articolo 12 esamina tutte le richieste depositate, allo scopo di accertare che esse siano conformi alle norme di legge, esclusa la cognizione dell'ammissibilità, ai sensi del secondo comma dell'articolo 75 della Costituzione, la cui decisione è demandata dall'articolo 33 della presente legge alla Corte costituzionale.

[...]


Cioè, tu raccogli le firme, consegni la richiesta di referendum alla Corte di cassazione (attenzione, non alla Corte costituzionale, a quella di cassazione) la quale deve valutare che la richiesta rispetti le leggi.
Tutte le leggi tranne l'ormai famoso comma 2° dell'art. 75 della Costituzione. Su quello decide successivamente la Corte costituzionale.

E infatti l'art. 33 di questa legge specifica:
La Corte costituzionale, a norma dell'articolo 2 della legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1, decide con sentenza, da pubblicarsi entro il 10 febbraio, quali tra le richieste siano ammesse e quali respinte, perché contrarie al disposto del secondo comma dell'articolo 75 della Costituzione.

Ancora una volta abbiamo ribadito che la Corte costituzionale deve limitarsi a decidere se la richiesta di referendum è conforme al comma 2°, cioè che non sia su di una legge tributaria, di bilancio e così via.
Non è compito della Corte costituzionale decidere se è propositivo o abrogativo, perché quello sta nel comma 1°, quindi è compito della Corte di cassazione, visto che è essa deputata a verificare che la richiesta sia conforme alle leggi (ad esclusione del comma 2°).

E infatti questo controllo la Corte di cassazione lo fa. Verifica le firme, verifica i certificati elettorali e le date dei bolli, ma verifica anche i quesiti. Verifica che siano conformi alle disposizioni della legge 352/70 che stabilisce che

[...] si devono indicare i termini del quesito che si intende sottoporre alla votazione popolare, e la legge o l'atto avente forza di legge dei quali si propone l'abrogazione, completando la formula volete che sia abrogata. . .» con la data, il numero e il titolo della legge o dell'atto avente valore di legge sul quale il referendum sia richiesto.

e ancora

Qualora si richieda referendum per abrogazione parziale, nella formula indicata al precedente comma deve essere inserita anche l'indicazione del numero dell'articolo o degli articoli sui quali referendum sia richiesto.


e fin nel dettaglio

Qualora si richieda referendum per la abrogazione di parte di uno o più articoli di legge, oltre all'indicazione della legge e dell'articolo di cui ai precedenti commi primo e secondo, deve essere inserita l'indicazione del comma, e dovrà essere altresì integralmente trascritto il testo letterale delle disposizioni di legge delle quali sia proposta l'abrogazione.

La Corte di cassazione verifica che tutte queste norme siano rispettate e dà l'ok.
È questo il controllo sul fatto che il referendum sia abrogativo. È qui che la corte di cassazione verifica che il quesito cancelli una legge o parte di essa e che non introduca nuove norme.

Ovviamente il giudizio è tecnico. Non è una questione politica, non dànno un giudizio sul fatto che con quella abrogazione si crea una legge nuova. Si limitano freddamente a osservare che il quesito cancella parti di una legge.

E allora a chi tocca valutare se il quesito è "fintamente abrogativo"? A nessuno. Perché la Corte costituzionale - l'abbiamo già visto mille volte - si deve limitare a entrare nel merito del comma secondo.
Nessuno deve giudicare se il quesito è "fintamente abrogativo" perché è un giudizio che non esiste. Se il quesito elenca le parti della legge da abrogare è a posto. Quello del quesito "fintamente abrogativo ma in realtà propositivo" è un giudizio che si è inventata la Corte costituzionale di sana pianta, senza che nessuna legge le avesse dato il potere di farlo.

Fondamentalmente la legge (costituzionale e ordinaria) consente il trolling di un quesito fintamente abrogativo. Se proprio vogliamo sarebbe la Corte di cassazione a giudicare se non rispetta il comma primo dell'art. 75 della Costituzione (ma non lo farà mai perché essa dà un giudizio tecnico, non politico). Di sicuro non è la Corte costituzionale a poterlo fare.
È scritto in tutte le salse che si devono limitare a giudicare sul comma secondo.

Il problema è che sopra la Corte costituzionale non c'è nessuno che gli possa dare un calcio nel sedere richiamandoli a rispettare la legge quindi fanno quello che vogliono, arrogandosi funzioni che non hanno.

La cosa curiosa è che sarebbe pure difficile impedirglielo. Cosa fai? Una legge di interpretazione autentica in cui dici che l'articolo
Alla scadenza del 30 settembre l'Ufficio centrale costituito presso la Corte di cassazione a norma dell'articolo 12 esamina tutte le richieste depositate, allo scopo di accertare che esse siano conformi alle norme di legge, esclusa la cognizione dell'ammissibilità, ai sensi del secondo comma dell'articolo 75 della Costituzione, la cui decisione è demandata dall'articolo 33 della presente legge alla Corte costituzionale.

è da intendersi nel senso che la Corte di cassazione verifica che le richieste siano conformi a tutte le leggi (compreso il comma 1 dell'art. 75 della Costituzione!) ad eccezione dell'ammissibilità di cui al comma secondo perché di quella si occupa la Corte costituzionale?

Ma è esattamente quello che c'è scritto! Fai una legge di interpretazione autentica di una cosa su cui non c'è alcun dubbio interpretativo?

Questa è solo l'ennesima porcata che fa la Corte costituzionale italiana, dopo essersi presa il potere legislativo che non le spetta.

Ah, per concludere, per quelli che mi dicono "eh, ma non è giusto che un quesito sia fintamente abrogativo" ricordo che un metodo molto semplice per ridurre questo trolling è scrivere le leggi come Dio comanda. Basterebbe evitare di scrivere articolo con venti subordinate che si prestano al taglia e cuci e scrivere invece articolo con frasi brevi e concise. Si capirebbero più facilmente e non potresti giocare con taglia e cuci.

 

Quella volta gli avvocati di stocazzo non si sono fatti vedere

January 29th, 2017 by mattia | 25 Comments | Filed in ignoranza, politica, riflessioni
Nel 2011 sono andato a una conferenza in Arizona. Era il periodo in cui lavoravo in giappone e mi toccò presentare un poster che non avevo fatto io e di cui non sapevo quasi nulla.
Come mi sono trovato in quella situazione?

Facciamo un passo indietro. Anni prima nel gruppo di ricerca in cui lavoravo c'era un ricercatore iraniano. Finito il suo periodo in giappone tornò nella repubblica islamica dell'iran e continuò la sua attività di ricerca.

Nel 2011 aveva mandato un contributo a questa conferenza e questo era stato accettato. Il problema però fu che per entrare negli U.S. of A. aveva bisogno di un visto. Un visto che non era mai arrivato.
Quindi non riuscì ad arrivare in Arizona.
Allora abbiamo fatto così: ha mandato il poster da stampare in un centro stampa della cittadina, l'ha fatto recapitare da un fattorino al servizio di concierge dell'hotel dove si sarebbe tenuta la conferenza, e lì io sono andato a recuperarlo. Ho letto alla svelta l'articolo che aveva scritto per capire di che cosa parlava, ho affisso il poster e poi l'ho presentato a nome suo, pur non essendone l'autore né un co-autore.

Perché tutto questo casino? Perché se non presenti il poster poi l'articolo non può essere accettato per la pubblicazione. È una regola di tutte le conferenze, altrimenti la gente diserterebbe le conference (costa parecchi denari andarci) e porterebbe a casa comunque la possibilità di pubblicare l'articolo, che è ciò che a molti interessa. Le conferenze impongono quindi che tu ti iscriva e che venga alla conferenza. Altrimenti al posto del poster rimane un vuoto e non è bello (che senso avrebbe una conferenza coi tabelloni semi vuoti?). Parimenti, controllano se tu sei lì durante la tua sessione a presentare il poster, a parlare con chi ti fa domande. Altrimenti alcuni manderebbero un delegato ad appicciare il poster per far finta di essere lì, quando invece non sono alla conferenza. Quindi è necessario iscriversi alla conferenza, esporre il poster ed essere lì di persona a presentarlo.

Per questo motivo ho dovuto appendere io il poster di quel ricercatore e rispondere io alle domande dei partecipanti, nei limiti ovviamente di quanto potevo fare avendo studiato l'articolo scritto da un altro due giorni prima. Quando è arrivato il chairman della sessione gli ho spiegato la situazione, gli ho detto che ero lì io a presentare il poster perché non avevano dato il visto a 'sto tizio, la rava e la fava.

Non so se poi il chairman si è impietosito e ha accettato la mia presentazione oppure l'ha marcato come no show e il ricercatore iraniano non ha potuto pubblicare. Non mi sono più interessato della cosa.

Però in quel caso non ho visto nessun avvocato di stocazzo mobilitarsi per far ottenere il visto a questo ricercatore iraniano per andare alla conferenza. Non ho visto nessun regista fallito agitare le folle contro il governo americano che vieta l'ingresso agli scienziati negli U.S. of A. Non ho visto adunate di militanti per i "diritti umani" manifestare coi cartelli davanti agli aeroporti.
L'unico pirla che si è sbattuto per aiutare quel tizio sono stato io.

E guardate che è una cosa normalissima. Chiunque partecipa a conferenza scientifiche può confermarvi che molti ricercatori di paesi "fuori dalla lista" non possono partecipare (e si devono far sostituire da colleghi) perché non gli dànno il visto. Però nessuno se ne lamenta.

Vero, nel 2011 al governo c'era obama. Quindi figurati se muovevano un dito. I visti agli iraniani non li davano neanche prima, quando governava obama. E non li davano anche a persone come ricercatori scientifici che dovevano andare a una conferenza (puoi verificare tutto, che il tizio sia veramente un ricercatore - basta controllare il suo CV, che la conferenza sia vera... potevi anche controllare che questo aveva davvero lavorato in giappone...).
Gli U.S. of A. i visti agli iraniani non li hanno mai dati. Se però li negava obama uno a uno nessuno si lamentava.

Quello che sta succedendo in queste ore è solo uno spettacolo. Trump ha fatto questa misura per dare un grattino sulla pancia al suo elettore texano, quando in realtà i visti agli iraniani li vietavano anche prima. Fosse stato un po' più furbo avrebbe continuato a centellinare i permessi d'entrata, magari stringendo un poco la morsa e avrebbe vietato di fatto l'ingresso a tutti gli iraniani in silenzio come già faceva obama.
Facendolo in silenzio però non avrebbe ottenuto il suo scopo: dare visibilità alla cosa in modo che l'americano sia convinto che li stia difendendo. La caciara che stanno facendo questi manifestanti fuori dagli aeroporti è tutta ciccia alla minestra di Trump. È proprio quello che desiderava.

Ma anche dall'altra parte è un teatrino. Non gliene frega niente di queste persone. Perché se gliene fosse fregato qualcosa avrebbero protestato quando obama ha espulso dagli U.S. of A. 2,5 milioni di persone. Invece niente, neanche un verso.
No, non stanno protestando per quelle persone. Protestano contro Trump, protestano perché protestare li fa sentire grandi, dà un senso alla loro altrimenti inutile vita. Inconsciamente speravano che Trump prendesse decisioni del genere per avere la scusa di tirare fuori dall'armadio cartelli e pennarelli e iniziare la lotta. Sai che noia altrimenti per i prossimi quattro anni. Avrebbero dovuto trovarsi qualcosa da fare.
Trump e i suoi oppositori si stanno divertendo l'uno con l'altro. E voi lì a crederci sul serio.