In questi giorni ò ricevuto diverse email di gente che à in programma un viaggio a Praga e si è spaventata per l’alluvione. Così mi scrivono per avere informazioni.
Alcuni di essi devono venire a Praga il mese prossimo, e ricevere le loro email mi fa un po’ sorridere.
Perché in realtà, come già raccontavo, a Praga la Moldava non è straripata (se non in punti molto specifici, come lo zoo che è stato allagato).
Il centro storico è sempre rimasto all’asciutto.
Certo, ànno chiuso la metropolitana per qualche giorno, ma per precauzione. In caso di improvviso aggravamento della situazione poteva allagarsi molto velocemente e se in quel momento dentro ai tunnel ci sono treni e persone non è facile tirarli fuori in due minuti.
Dopodiché la metropolitana oggi à ripreso a funzionare senza problemi.
Non sto negando che ci siano stati problemi in Rep. Ceca. In altri luoghi come Usti nad Labem se la sono vista brutta. I danni ci sono stati (quelli che avevano il ristorante figo a filo del fiume se lo sono visto allagare). Io stesso ò dato la mia disponibilità ad aiutare come volontario per sistemare lo zoo.
Però Praga, il centro di Praga, quello che interessa ai turisti, non è stato interessato dall’alluvione, nel senso che la città potevi e puoi continuare a vederla normalmente, con le strade asciutte.
Capite allora che è davvero bizzarro ricevere certe email preoccupate. È bizzarro perché significa che della gente si preoccupa per un problema che (a Praga, lo ripeto) non esiste.
È evidente che queste persone non si sono sognate queste cose la notte, semplicemente si sono preoccupate per quello che ànno visto sui mass midia.
Ecco allora che secondo me bisognerebbe fare una riflessione su come si fa informazione. Una riflessione seria.
Perché i redattori dei giornali e delle TV non se ne rendono conto, ma i pezzi di informazione che fanno possono influire notevolmente sulle decisioni delle persone. E la decisione di annullare un viaggio a Praga (a luglio poi!) è una decisione assurda.
In questo video vi spiegavo come si fa a rendere drammatica una situazione ad uso del giornale o della TV che deve fare un servizio.
Non è difficile, basta inquadrare la scena giusta. Volendo avrei potuto postare decine di foto pseudo-drammatiche dell’alluvione a Praga.
Bastava fare le foto ai punti ai ristoranti a filo fiume che sono stati sommersi di cui parlavo prima. Oppure alle isolette sulla Moldava ricoperte dall’acqua da cui spuntavano gli alberi.
Ma quelle foto (quelle foto che avete visto sui giornali) non avrebbero raccontato la realtà. Per mostrare la realtà avrebbero dovuto mostrare che la Moldava non aveva quasi da nessuna parte raggiunto il livello della strada.
Possiamo dunque dire che i giornali mentono? Forse.
Però la riflessione deve essere più profonda. Perché poi io ò provato a mettermi nei panni di un fotografo o di un cineoperatore mandato dall’agenzia di stampa a fare foto dell’alluvione a Praga. Cosa volete che fotografi? È ovvio che se lo mandi a fotografare un’alluvione ti farà foto delle parti della città sommersa. Anche se sono due cantucci in croce. Il suo scopo è riportare un fenomeno e quando fotografa solo le parti alluvionate non fa niente di sbagliato: che dovrebbe fare? tornare in agenzia con delle normalissime foto delle strade asciutte di Praga?
Il problema non è dunque del fotografo, che correttamente fa il suo lavoro, ossia fotografare ciò che di anomalo c’è.
Il problema viene dopo.
Il problema è che ormai non c’è più la parte di giornalismo fatta di concetti. Lunedì mi ànno telefonato chiedendomi com’era la situazione, se la gente era preoccupata, se faceva la fila ai supermercati… e io quasi mi sono messo a ridere; ò raccontato che le strade di Praga, chiuse al traffico, erano state prese d’assalto da turisti a piedi che facevano foto al fiume da ogni angolo. Tutti che facevano foto serenamente, sembrava quasi una domenica a piedi.
È ovvio che un fotografo non può farti le foto di gente normale che passeggia per la città interessata dalla piena della Moldava.
Il fotografo ti farà la foto dell’isoletta inondata.
Deve essere il giornalista che poi fa informazione raccontando ciò che accade.
Mi verrebbe voglia di chiamarlo giornalismo scientifico, non nel senso che parla di scienza, ma perché usa criteri oggettivi tipici della scienza.
Mi spiego meglio: il lungofiume di Praga è ad altezza variabile (e lo sa bene chi vi à corso una maratona), da qualche parte la strada è a diversi metri sopra la Moldava, mentre in altri punti la strada scende di molto.
Ora, per riportare correttamente la situazione in una notizia dovresti usare criteri numerici oggettivi. Potresti misurare ad esempio i metri che mancano all’esondazione lungo tutto il fiume nel centro storico e fare una media.
Però poi no, la media non dice molto. Potresti creare una funzione che ti dice la lunghezza totale dei tratti di fiume esondato vs. altezza del fiume.
Tipo:
altezza del fiume percentuale fiume esondato
4 m 2%
4,5 m 2,6%
5 m 3%
5,5 m 4%
6 m 10%
6,5 m 20%
7 m 33%
7,5 m 40%
Poi dici a che altezza è il fiume e a che altezza si prevede di arrivare, così capisci numericamente la gravità della situazione.
Oggettivo, certo. Possibile da fare? Non proprio.
Analogamente, un fotografo avrebbe dovuto fare mille mila fotografie al fiume per illustrare ogni singolo punto del lungo fiume e fare una lunga panoramica dove sostanzialmente si vede che da nessuna parte il fiume è straripato, se non in quei pochi metri laggiù.
Sarebbe oggettivo, certo. Ma non puoi pubblicare mille mila foto per illustrare tutto il fiume, devi pubblicare solo la foto in cui è uscito.
Ecco allora che l’abilità del giornalista sta proprio nel raccontare in modo oggettivo la realtà senza annoiare con dati difficili da interpretare e allo stesso tempo superando i limiti dell’immagine.
Perché l’immagine o il filmato raccolgono di necessità una piccola quantità di realtà, la realtà che sta dentro l’inquadratura di una foto o nei secondi di un filmato.
La parola del giornalista invece è uno strumento molto più potente: in poche parole può condensare una realtà che necessiterebbe di migliaia di foto o di decine di minuti di filmati.
Quello che si è perso, nel giornalismo moderno, è proprio questo.
Ormai le notizie nemmeno si scrivono più, si pubblicano solo le gallerie di foto. Filmati e foto, foto e filmati. La parola passa in secondo piano, vuoi perché è più difficile da confezionare, vuoi perché il gusto del lettore si è assuefatto alle foto e ai filmati e solo quello ti chiede, vuoi perché per scrivere parole ti devi documentare.
Eppure foto e filmati non bastano, serve qualcuno che racconti usando le parole.
Non lo fanno perché è troppo sbattimento: per raccontare una situazione come quella di Praga non ti basta usare i lanci di agenzia (che fanno lo stesso lavoro del fotografo, raccontano quello che non va). Per avere un quadro preciso della situazione devi andare sul posto e vedere le cose coi tuoi occhi.
Vi faccio un esempio: l’agenzia scriveva che nel centro di Praga si installavano sacchi di sabbia contro l’alluvione. Questa informazione era vera ed è stata riportata su alcuni giornali italiani. Solo andando in centro di persona ti saresti accorto che in realtà (e l’ò mostrato nei filmati) c’era giusto una dozzina di persone che preparavano i sacchi e li mettevano alle finestrelle di areazione delle cantine di quattro o cinque edifici, a protezione di un paio di negozi e come barriera per una rientranza della strada di fronte a un altro edificio. Punto. Tutto si esauriva nel giro di 30 metri.
Ma per accorgerti della portata della notizia, di per sé vera, dovevi essere lì, altrimenti leggi l’agenzia e la mente inizia a fantasticare di milioni di sacchi di sabbia che ricoprono Praga.
Si è perso tutto questo. Si è perso il ruolo dell’inviato, si è persa la funzione delle parole che raccontano una situazione, e così si è impoverita l’informazione, che ora è solo immagini e collezioni di frasi da agenzia.
I risultati sono quelli che descrivevo all’inizio: gente che si fa un’idea totalmente irreale della situazione.
No, questa non si può chiamare informazione. Al massimo è spettacolo.