Idee che vengono troppo tardi

June 29th, 2015 by mattia | 12 Comments | Filed in riflessioni

Ieri mi è venuta una bella idea.
Pensavo di creare un servizio per i greci, per aiutarli a mettere al riparo i propri risparmi.
Funziona così: io pubblico il codice IBAN del conto corrente e mi dichiaro disponibile a ricevere i soldi di cittadini greci che vogliono esportare i propri beni prima che ci sia un patatrac, il ritorno alla dracma e la svalutazione dei loro capitali.

Loro me li mandano con un bonifico, io glieli tengo sicuri all’estero e poi glieli restituisco.
Perché la fai facile a dire “sposta i soldi all’estero“. All’estero dove? Se sei un maneggione hai sicuramente qualche modo per portarli all’estero, ma se sei una famiglia normale con 20 mila euro di risparmi in banca mica sai dove depositarli, se non hai un nipote o uno zio che per caso vive all’estero.

Ecco, per quei greci che non avevano un parente all’estero io mi prestavo allo scopo.

Peccato che l’idea mi è venuta dopo che il governo ellenico ha deciso di bloccare il trasferimento di capitali all’estero.
Secondo voi quante persone mi avrebbero mandato i soldi?

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La festa del paese

June 29th, 2015 by mattia | No Comments | Filed in cantina, repubblica ceca

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Il culmine della giornata è stato quando mi sono trovato in una cantina con il direttore della scuola elementare alla mia destra che si rivolge a me chiamandomi “livore”.
Livore?
A parte che non sono un tipo livoroso, ma dove se n’è uscito con la parola livore?
Non fa nemmeno rima con ‘Mattia’.

Si gira e domanda: come si dice in italiano likér?
Liquore!
E a questo punto punto la domanda diventa: perché mi chiamava liquore?
Forse era l’unica parola di italiano che conosceva. Il fatto che sia liquore vi dà la misura del posto dove sono finito.

Dietro di me il proprietario della cantina, un signore anziato che continuava a riempirmi il bicchiere.
Di lato un tizio che mi raccontava di quando faceva il chierichetto ai tempi della Messa in latino.
Al che gli ho detto “Dominus vobiscum”. La risposta assomigliava solo vagamente a “Et cum spiritu tuo”. Mi sarebbe piaciuto sentire la Messa in latino detta dai cechi all’epoca.

Poi c’era un tizio che mi raccontava delle sue ferie a Bibione (perché i cechi vanno TUTTI a Bibione) e di quando pagava una pallina di gelato 200 lire. A un certo punto mi dice delle cose che non capisco, e allora si rivolge al proprietario della cantina “Gianni! Come si dice in ceco X?
Come si dice in ceco? Sei ceco e non lo sai?
Alla fine mi sono accorto che sì, ero ubriaco io, ma un po’ non capivo perché parlavano una specie di dialetto moravo. Quindi voleva fare lo sforzo di parlare ceco… per far capire me!

Ma questa è stata solo la fine di un lungo sabato in cantina.
Un sabato in cui abbiamo fatto la famosa giornata delle cantine aperte. L’affluenza non è stata grandissima, ma d’altra parte questo ha consentito di star lì a contarla su con la gente che è arrivata.
Alcuni erano del paese e hanno colto l’occasione per vedere le cantine. Così mi sono stimato a portarli nel tunnel della mia cantina.
Altri erano forestieri (è arrivata gente persino da Ostrava). Con tutti mi sono intrattenuto, ho versato vino e li ho accompagnati nella bevuta.
Nel senso che un bicchiere lo versavo a loro e uno lo versavo a me.
Alla fine è stato forse più il vino che mi sono bevuto io di quello che ho versato.

Quando alla fine sono andato dall’organizzatore a portare i buoni coi quali i partecipanti pagavano la bevuta per incassare la mia quota… be’, ero ormai semi ubriaco. E così mentre tornavo alla mia cantina mi hanno tirato dentro le altre cantine per la devastazione finale.
Quella in cui mi sono trovato da parte al direttore della scuola elementare che mi chiamava livore.

Non so, forse si potrebbe migliorare la pubblicità dell’evento per far venire più gente, però alla fine a me è piaciuto.
Il giorno dopo a Messa ho trovato gente che era venuta a trovarmi in cantina e riconoscendomi mi ha salutato calorosamente.
Una signora mi ha anche invitato ad andare a trovarla a casa sua: sto al numero 98 (e basta, ché non ci sono i nomi della vie, bastano i numeri), vieni a trovarmi.
Già, la Messa; invece di farla il sabato come al solito questa settimana c’è stata la Messa solenne. Perché questa cosa delle cantine aperte l’abbiamo fatta per la festa del paese. Il che significa che oltre alle cantine aperte c’era il torneo di calcio, canti e balli al municipio e poi la domenica Messa solenne in piazza e pranzo comunitario al palazzo comunale.
Io amo Praga, davvero. Ma l’atmosfera che si vive in una festa di paese, e di un paese di duecento abitanti, è impagabile.

Le persone che si mettono l’abito bello per andare a Messa, c’è quello che mette le decorazioni alla finestra, il discorso del sindaco prima della Messa, la sensazione di una comunità che si organizza per fare qualcosa insieme, dove ognuno fa la sua parte. C’era anche la banda di ottoni col vestito moravo che ha suonato a Messa (ho forse sentito la musica più particolare per una elevazione).
Dopo la Messa, dicevo, c’è stato il pranzo comunitario al municipio. A offerta libera.
Tutto molto semplice: pollo, patate, qualche dolce e un bicchiere di vino.
Il sindaco passava per i tavoli a offrire bicchierini di slivovice e il vice sindaco passava col vassoio a ritirare i piatti sporchi.
Il mio vicino di cantina arriva col trattore e il rimorchio per portare via le panche usate per la messa in piazza, le sciure nella cucina del municipio rigovernano.
C’era una comunità, il paese non era solo un insieme di case con persone chiuse dentro che si fanno i fatti propri.

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Nei corridoi del municipio una mostra fotografica sul paese organizzata dai consiglieri comunali, e nell’ufficio del sindaco ho visto una cosa che mi ha fatto sorridere e riflettere.
Il cronicum del paese. Un librone sul quale il sindaco scrive quello che accade. Non una cosa formale, è proprio un diario del paese. Ci trovi pagine del tipo “Maggio, la gente è preoccupata per gli acari che infestano i vigneti“, oppure i resoconti meteorologici “Febbraio, questo mese ha piovuto molto, la temperatura ha toccato il minimo di 2 gradi e il massimo di 8 gradi“.
Ci sono i ritagli di giornale sul paesino (un evento quando ne parla qualche testata), i racconti degli “eventi” come il ballo del paese, accompagnati da alcune foto.
Ci trovi scritte cose tipo “questo mese ci sono state le elezioni per il parlamento, questi i risultati” (per la cronaca, c’è stato anche uno che ha votato il partito monarchico pochi anni fa), ma anche “questo mese è morta la signora Jana, aveva 82 anni ed era stata una sarta“.
Il tutto scritto a mano, su della carta. Qualcosa destinato a durare nel tempo, mica un fail su di un supporto che dopo qualche anno non puoi più leggere. Tanto che insieme al librone che si sta scrivendo adesso ce n’era anche uno di un secolo fa.
Questo lavoro, almeno dalle mie parti, lo faceva il parroco del paese, qui lo fa il sindaco.
Uno potrebbe pensare che sia una cosa tutto sommato inutile: perché registrare la vita di paese, in un paese così piccolo e insignificante?
Chi fa ricerca storica invece sa che è molto importante questo lavoro, perché è l’unico modo per avere una fonte storica che può tornare utile dopo decenni o secoli.
Vi faccio un esempio, una volta lessi il racconto che il parroco del mio paese fece nel cronicum della parocchia un’ottantina d’anni fa. Un racconto in cui si leggono cose tipo il numero di comunioni distribuite ma anche che alla processione con la statua della Madonna della cintura s’erano presentanti anche i fascisti col gagliardetto e la gente li ha mandati via, ché non li voleva alla processione. Dopo un po’ di parapiglia i carabinieri presenti alla processioni li hanno fatti desistere e se ne sono dovuti andare. Per come mi è stato insegnato a scuola il fascismo questo racconto è davvero strano: possibile che in pieno regime riuscissero ad allontare i fascisti dalla processione, addirittura spalleggiati dai carabinieri? Uno si aspetterebbe una permeazione del regime in ogni angolo del paese, ma evidentemente c’era qualche ambito in cui ancora c’era resistenza al fascismo.
Per uno storico queste sono informazioni molto importanti per capire come un regime è vissuto nella vita di tutti i giorni, e questo di sicuro non lo leggi dalle fonti storiche “ufficiali”.

Chissà, magari fra qualche decennio o secolo ci saranno storici interessati alla vita di paese nel Sud Moravia, vallo a sapere.

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Non è solo qualche formuletta

June 26th, 2015 by mattia | 13 Comments | Filed in ignoranza, politica, w la fisica

Quindi ieri è stata approvata la “Buona Scuola” al Senato, accompagnata dal corriere con una galleria di 86 foto (viva la capacità di sintesi, peggio di certi miei amici che tornano dalle vacanze e pubblicano album di 254 foto su feisbuc).

Torniamo allora al mese scorso quando renzi presentò il famoso video sulla riforma della scuola scrivendo alla lavagna. Ve lo ricordate? Eccolo qui.

Un video fatto tutto sommato bene. Qualcuno criticava i libroni alle spalle della lavagna che ricordavano le finte librerie alle spalle di berlusconi nei suoi video messaggi, ma bisogna ammettere che tecnicamente il video è fatto bene. Ok, qualche sbavatura come il colletto della camicia che non copre completamente la cravatta dietro.
Ma l’illuminazione è buona, la regia pure, l’audio impeccabile…
Io tra l’altro invidio a renzi oltre alla capacità recitativa (non ha quasi mai sbavato in un monologo di un quarto d’ora) il saper parlare mentre scrive alla lavagna. Io quando prendo il gesso in mano provo a proseguire nel discorso ma un po’ mi incanto.
Si vede che non sono sufficientemente multitasking.

Di quel video però furono criticati molti aspetti. Non solo nei contenuti, ma soprattutto per il discorso della cultura umanista, come scrive renzi alla lavagna. Prima sulle reti sociali, poi sui giornali imperversa la polemica: doveva scrivere umanistica non umanista! vergonia!!11!1!!!undici!!

E giù a criticare renzi per quell’umanista al posto di umanistica:
Vacca boia se ci fosse stato qualcuno che invece parlava del contenuto.

Sì, perché per un attimo possiamo anche lasciare da parte la disquisizione sul fatto che si dica umanista o umanistica, parliamo piuttosto di quello che voleva dire renzi.

Il discorso, come ovvio, era stato preparato e limato. Quando all’inizio dice che la buona scuola c’è già, fa tre esempi: la buona scuola è l’insegnante capace allargare il cuore con una poesia, è la professoressa di musica che organizza un’orchestrina facendo suonare gli studenti di periferia, è il maestro che anche il laboratori poco attrezzati fa gustare la bellezza della ricerca agli studenti.
I tre esempi non erano stati scelti a caso, chi stava alle spalle di renzi nel preparare il discorso gli ha detto “ehy, non dimenticarti di mettere un esempio per ogni area, mica solo le cose umanistiche, altrimenti poi gli insegnanti di scienti li senti….
E certosinamente mettono qualcosa che accontenta tutti.

Un lavoro che funziona abbastanza bene, fin quando non arrivano al punto in cui toppano.
Toppano perché non capiscono l’errore che fanno e quindi non si rendono conto di sbagliare. Nessuno nella squadra si è accorto della vaccata e quindi nessuno ha alzato la mano per fermare tutti e metterci una pezza.

Sì, perché quando parla di cultura umanista renzi si affretta a ricordare il suo incontro con Fabiola Gianotti dicendo che ella ricorda ancora i suoi anni formativi al liceo classico. Come per dire che la cultura umanista serve anche alla scienza.
Io potrei ricordare di quel premio nobel per la fisica che ricordava i suoi anni di gioventù passati sulle tavole di windsurf, ma mica per questo devo mettermi a insegnare il windsurf ai sedicenni.

Ma non rientriamo in questo discorso (altrimenti ne esce un OT che non finisce più).
Il concetto è che in questo caso i consulenti di renzi hanno percepito il pericolo e hanno suonato l’allarme. Ehi, qui potrebbero contestarti quelli della scienza. Devi dire aggiustare il tiro, mettici dentro il discorso della Gianotti.

C’è però un punto, quel punto, in cui non hanno visto la vaccata. È il punto in cui dice che nelle scuole bisogna mettere l’accento sulla cultura umanista perché la scuola non deve solo formare un lavoratore ma deve innanzitutto educare un cittadino.

Ecco, l’errore, grosso come una casa, di renzi è questo: pensa che la cultura scientifica e tecnologica serva per formare un lavoratore, per dargli delle competenze spendibili nel mondo del lavoro, mentre la cultura umanista serve per educare un cittadino, per tirarne fuori una persona che sa stare nella società.

E questa, caro il mio renzi, è un’enorme idiozia.
La cultura scientifica e tecnologica non serve solo per farti apprendere cose che puoi potrai usare quando cerchi lavoro. La cultura scientifica e tecnologica è essa stessa uno strumento per educare un cittadino. Ancor di più delle cazzatine di poesie merdose che scaldano il cuore.

Perché essere cittadini oggi significa essere capaci di difendersi in un mondo dove soccombi se non hai conoscenze scientifiche. Il cittadino di oggi si trova davanti a persone che propongono di curare la SLA con una brodaglia che – dicono – contiene staminali: se non ha competenze scientifiche ci crede e si illude. Se ha un parente ammalato ci casca e lo sottopone a pratiche di questi ciarlatani e magari ci resta.
Così come se uno non ha competenze scientifiche crede ai coglioni che fanno servizi televisivi dicendo che il tal tizio è guarito da un tumore non con terapie mediche ma solo bevendo frullati di verdura. Così ci crede, smettere di fare la chemio, si mette a bere frullati di verdura e muore.

Ma anche fuori dal campo medico: essere cittadino oggi significa essere di fronte a gente che ti propone cialtronate di ogni sorta come l’automobile che va a scoregge o il tubo che installato sulla caldaia ti fa risparmiare il 70% di gas. O la coccinella da mettere sul cellulare per rendere innocue le radiazione, le patacche da mettere nella presa elettrica per annientare la radiazioni killer degli impianti elettrici!

In tutti questi casi non serve nemmeno una competenza scientifica specifica di quel campo per difendersi da queste truffe, basta solo cultura scientifica. Io magari non me ne intendo di sistemi di combustione, ma se uno mi presenta un dispositivo che mi fa risparmiare tantissimo sul gas che uso nella caldaia se ho una cultura scientifica gli chiedo: bene, mi spiega il principio di funzionamento? Non è che credo alle sue promesse così, sulla parola.
Oppure gli chiedo delle verifiche indipendenti sulla verità di certe affermazioni e se ho cultura scientifica mi accorgo al volo se sono patacche confezionate ad arte o sono veramente verifiche indipendenti.
A un livello successivo se ho una minima infarinatura di scienza in diversi campi con un po’ di approfondimento riesco ad accorgermi se c’è qualcosa (molto grosso) che non va. Non ti serve essere un esperto di campi elettromagnetici per capire che gli impianti elettrici di casa non fanno un cazzo, ti basta avere la percezione di cosa significa 50 Hz o qualche unità di ampere.
Non ti serve saper come funziona un circuito di alimentazione elettrica e dove sono le sue perdite per capire che alzarsi di notte per spegnere lo stand-by del televisore per paura dei consumi (giuro che conosco chi l’ha fatto) è un’idiozia. Ti basta avere la percezione quantitativa di cosa significa un consumo di 0,3 W in stand-by. Cosa significa 0,3 W? Moltiplicalo per, poniamo 20 ore di stand-by al giorno e per 365 giorni all’anno. È tanto o poco (in paragone ai tuoi consumi)?
Dopo quanto tempo ritorni dell’investimento di quell’apparecchietto pagato 35 euro che ti  stacca lo stand-by dei dispositivi elettrici?

Messa così però potrebbe sembrare che la cultura scientifica serva solo per non farsi ingannare dai ciarlatani. Per carità, è una cosa importante; una volta lo scopo della scuola era insegnare alla gente a leggere e scrivere per non farsi fregare da chi invece lo sapeva fare, oggi il passo successivo è insegnare la scienza per mettere i cittadini in grado di evitare le fregature.

Tutto ciò rende la società più matura, certo. Ma non è tutto.
Insegnare la scienza e la tecnologia a scuola significa formare cittadini, non solo lavoratori, anche ad altri livelli.
Educare alla scienza significa educare i cittadini innanzitutto alla razionalità. Un cittadino che ha una formazione (vera) scientifica di fronte a un politico che fa delle promesse è capace di valutarle non seguendo ideologie o facendosi trasportare dalle emozioni. Vedi, mio caro renzi, quando dici che la politica deve emozionare stai proprio dicendo l’esatto opposto di questo: quando un politico si fa votare perché emoziona significa che sta infinocchiando gli elettori. L’elettore che non si fa infinocchiare è quello che se ne fotte delle emozioni, è quello che ragiona (e vota) usando la razionalità.

La scienza è la palestra suprema della razionalità, come nessun’altra disciplina sa fare. Questo perché la scienza fa una cosa che le altre discipline non fanno: mette di fronte le persone al metodo scientifico, e alla fine decide l’evidenza sperimentale. Davanti al risultato scientifico non c’è scuola di pensiero che regga. Vince ciò che esce dal metodo sperimentale, anche quando non piace e non è quello che ci si aspetta.
Chi è allenato nella scienza è una persona abituata a mettere a prova il mondo che lo circonda e ad accettare razionalmente i risultati che ottiene. Anzi, l’ottimo scienziato è quello che cerca di distruggere le proprie tesi per verificare se reggono. E se i risultati non sono quelli che sperava è capace di accettare la sconfitta, perché l’alternativa sarebbe mentire (e se ti scoprono hai la carriera fottuta), non puoi parare in corner inventandoti supercazzole. Il fallimento è lì e lo devi ammettere.
Tutto ciò è un ottimo allenamento per valutare razionalmente tutto ciò che ti circonda, compresa la società in cui viviamo.
Un cittadino allenato nella scienza è un ottimo cittadino, perché è capace di valutare razionalmente chi lo governa.

Ma ti dirò di più, una persona allenata nella scienza è un cittadino migliore anche nei rapporti umani. Ho già spiegato mille volte che la scienza è il settore più neutro che esista al mondo. Non può esserci alcun razzismo nella scienza perché l’unica cosa che conta è la verifica sperimentale. Se domani mi chiamano e mi dicono che hanno scoperto un nuovo effetto che consente di misurare campi magnetici senza conduttori con rumore di 20 fT/√Hz io chiedo: come si fa? che principio è? come funziona? che ripetibilità ha? avete fatto questo test per verificare che…? Che stabilità ha con la temperatura?…
Non chiedo: chi è che la scoperto? di che razza è? di che religione è? di che nazionalità è?
Nelle conferenze scientifiche ti si presenta davanti un mondo di persone diverse, sia per caratteristiche fisiche sia per scelte personali. Dai caucasici agli asiatici, da quelli in giacca e cravatta fino agli sfattoni in maglietta e infradito. A nessuno frega niente, o se gli frega qualcosa sta zitto perché non è argomento di conversazione concesso. Nelle conferenze ci si confronta solo sulla scienza, nessuno mai si azzarderà a dire “no, non mi fido di quello che stai  presentando perché sei uno sfattone in maglietta e infradito. Se lo facesse verrebbe guardato come un idiota da tutti, giuro. Perché solo un idiota giudicherebbe ciò che ha presentato un oratore a una conferenza scientifica sulla base di chi è l’oratore e non per il contenuto stesso di ciò che ha presentato.

Pensate ora a un mondo in cui tutti si confrontato usando le stesse modalità in cui ci si confronta nella scienza.
Non so, un mondo in cui non si dice a un tizio che le sue idee sono idiote perché è caucasico, perché è basso, perché si veste male ma si entra nel dettaglio delle sue idee e le si smonta nel contenuto.
È ciò che accade tutti i giorni nella scienza, pensate se la gente facesse lo stesso nella vita di tutti i giorni. Non sarebbe un mondo fantastico?

L’errore mostruoso di renzi è non aver capito tutti questo. Egli crede che istruire gli studenti alla scienza serva solo per fargli imparare qualche nozione utile per trovare lavoro.
Non si rende conto invece che la scienza educa un cittadino prima ancora che un lavoratore.
Lo educa perché lo rende più immune dalle fregature, non lo fa scendere in piazza coi forconi per chiedere al parlamento idiozie anti-scientifiche. Ma lo educa come cittadino perché è una palestra suprema di razionalità che lo rende capace di valutare correttamente il mondo che lo circonda, o perché lo educa a valutare nel merito e non per l’apparenza delle persone. Per questo la scienza è il migliore allenamento per la convivenza civile.

Non è solo qualche formuletta, testone.

La cosa triste? Non è tanto che il presidente del consiglio non abbia capito l’utilità sociale della scienza, ma che una massa di pecoroni si sia fossilizzata sul fatto che si debba scrivere umanista o umanistica e non si sia accorta di questo mostruoso errore.
Pensando pure di essere intelligente per questo.

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Sinonimo sovietico

June 26th, 2015 by mattia | 9 Comments | Filed in ignoranza, perle giornalistiche, repubblica ceca

Matteo Renzi, insieme ad Angela Merkel e François Hollande, è durissimo contro il blocco dell’Est guidato da Polonia, Lettonia, Repubblica Ceca e Slovacchia.

[…]

Sono circa le otto di giovedì sera quando scatta l’agguato del fronte dell’Est. Nei giorni scorsi, proprio per venire incontro alle perplessità di Spagna, Francia e dell’ex blocco sovietico, gli sherpa avevano diluito alcuni passaggi del piano.

via repubblica.it

Il blocco sovietico.
Lo chiamano proprio così. Peccato che né la Cecoslovacchia (come Stato precursore della Rep. Ceca e della Slovacchia) né la Polonia facevano parte dell’Unione Sovietica.
Erano sì sotto l’influenza di Mosca (ok, tecnicamente erano alleati fraterni, di fatto erano sotto occupati dall’URSS,) ma erano stati a sé.

E l’aggettivo sovietico non l’avevano nemmeno nel nome. La Cecoslovacchia si chiamava ČSSR, Československá socialistická republika, ossia Repubblica socialista cecoslovacca (almeno, dal 1960 al 1990, prima era solo ČSR, senza la S di socialista).
La Polonia si chiamava Polska Rzeczpospolita Ludowa, ossia Repubblica popolare polacca (facile, in ceco popolare è quasi uguale, si dice lidová al posto di ludowa).
Anche durante l’occupazione nazista, quando c’erano gli scagnozzi di Hitler al castello lo Stato formalmente si chiamava protettorato di Boemia e Moravia, non si chiamava Germania né aveva l’aggettivo tedesco nella definizione (persino nella versione degli occupanti si chiamava Reichsprotektorat Böhmen und Mähren)

Puoi chiamarli Stati ex-socialisti, ma non ex- sovietici.
Usare l’aggettivo sovietico come sinonimo di socialista è agghiacciante.

Ma anche sorvolando su di ciò, che cazzo di senso ha definire questi paesi come ex-dittature?
Perché se un periodico di intrattenimento umoristico italiano oggi definisce questi paesi come blocco ex-sovietico oggi su di un giornale ceco hanno tutto il diritto di definire l’italia come un paese ex-fascista.
Vi immaginate le reazioni?

Se stai parlando di qualcosa legato al passato di questi paesi, di qualcosa che è dovuto proprio ai decenni passati sotto il giogo del socialismo allora ha un senso parlare di paesi ex-socialisti. Ma qui si parla di immigrazione: cazzo c’entra il fatto che siano ex-socialisti?

 

Piesse: piccola postilla per renzi

Se non siete d’accordo con 40mila migranti non siete degni di chiamarvi Europa

che forse nella sua supponenza non si è accorto che egli non è lui a dare patenti di dignità a destra e a manca.
Manco per le palle.

 

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No, il multiculturalismo non è un valore

June 25th, 2015 by mattia | 22 Comments | Filed in riflessioni

Ci dev’essere però un problema di base.

Il concetto che vedo seguire da molti è questo: se ami una società multiculturale allora sei aperto mentalmente, se invece non ti piace una società multiculturale allora sei uno schifoso razzista.

E già lì legittimamente potresti chiederti cosa c’entra la razza con la cultura, ma vabbe’ (ah, tra l’altro prima o poi mi dovranno spiegare come si fa a essere razzista… se le razze non esistono).

Comunque, torniamo al discorso sulla società multiculturale.
Queste persone ragionano con uno schemino molto semplice, di quelli che si usano per insegnare ai bambini il bene e il male: si divide il mondo in due, da una parte quello che si fa, dall’altra quello che non si fa.
Semplice.
A un bambino dopotutto non puoi insegnare un algoritmo complesso, devi dare una regola elementare, del tipo:
giocare in giardino = bene;
giocare per strada = male
.

In questo caso la regola ha la stessa struttura:
amare altre culture = bene;
rigettare altre culture = male
.

So bene che questo richiede uno sforzo intellettivo superiore a quello di un bambino a cui insegni che nel locale caldaia non ci deve entrare ché c’è il babau. Ma siamo adulti, quindi possiamo anche provare ad analizzare la società inno un filino di precisione in più.

Possiamo usare tre parametri per classificare gli atteggiamenti umani davanti ad altre culture:

A) Disponibilità ad analizzare culture altrui;

B) Capacità di analizzarle razionalmente;

C) Accettazione di culture altrui  sesensate.

Stabiliti questi parametri possiamo identificare e classificare diverse tipologie di persone.

1) Il chiuso mentalmente
È colui che non è disponibile ad analizzare culture altrui, quindi ha un parametro A ->0.
Spesso la chiusura mentale viene descritta come il rifiuto ad accettare culture diverse. Non è così.
Il chiuso mentalmente non è quello che rifiuta tutte le altre culture, bensì quello che non accetta di analizzare.
Davanti a una cultura altrui gira la faccia dall’altra parte e dice “non mi interessa, non voglio nemmeno sapere cos’è“.
Ma il chiuso mentalmente è anche colui che non è disponibile ad analizzare le culture altrui perché al contrario le accetta tutte. Davanti a una cultura altrui dice automaticamente “bello, figo, vieni qui fratello!
Non si pone nemmeno il problema di analizzare se una cultura è sensata o meno, perché secondo lui non è necessario farlo. Non c’è nulla da analizzare, tutte le culture sono da accettare, quindi perché perdere tempo per capire se una cultura ha senso o no?

2) L’aperto ignorante
È una persona aperta mentalmente: non rifiuta le culture altrui ma ascolta e analizza, quindi ha un parametro A elevato.
Solo che gli mancano gli strumenti per analizzarle, quindi ha un parametro B -> 0. Semplicemente non è capace di valutare se una cultura è sensata o meno, questo perché non è capace di analizzare razionalmente la realtà.
L’aperto ignorante tende a dare giudizi sulle culture basandosi sulle emozioni o sulle passioni personali.
Il tipico esempio è quello del giappo-fan: non valuta razionalmente la cultura giapponese, perché altrimenti si accorgerebbe di tutte le magagne di cui è permeata. Per lui tutto quello che è giapponese è figo per definizione, anche quello che in un qualsiasi altro paese del mondo giudicherebbe da sfigati, se è giapponese… sugoooooooooi.

Ma il ragionamento funziona anche al contrario. È un aperto ignorante anche chi valuta le culture altrui sulla base di emozioni negative, non solo positive. Chi cioè non è in grado analizzare razionalmente una cultura e trovarne qualcosa di buono perché la giudica con le paure e il pregiudizio.
In entrambi i casi gli aperti ignoranti non sono persone si rifiutano di analizzare le culture altrui come fanno i chiusi mentalmente. Le analizzano, però fanno degli errori mostruosi di valutazione perché nel giudizio non usano la razionalità ma le emozioni.

3) L’immobilista
È colui che accetta di analizzare culture altrui (parametro A alto) ed è capace di darne un giudizio razionale (parametro B elevato). Tuttavia finisce per non accettare le culture altrui anche se le ritiene ragionevoli (parametro C->0) per altri motivi, come la tradizione. Si è sempre fatto così e continuo a fare così. Chi me lo fa fare di cambiare. Sì, ok, magari quella cosa che mi ha insegnato quel tizio diverso da me funzionerà anche meglio, però… no, dai… continuiamo alla maniera vecchia.
Oppure non accoglie elementi sensati delle altre culture per paura del giudizio della gente. Pensate a cibi nutrienti e buoni ma che dalle vostre parti non si mangiano perché vengono da un altro popolo oppure a capi di abbigliamento comodi e pratici ma che nessuno ha mai indossato nel vostro paese. Bene, l’immobilista è quello che si rende conto che quei cibi o quei capi di abbigliamento sarebbero vantaggiosi ma non li usa perché poi la gente chissà cosa pensa.

Infine c’è…
4) Il saggio
Il saggio è colui che ha tutti i tre parametri A, B e C molto alti.
Ossia, è una persona aperta mentalmente (parametro A): analizza le culture altrui, le analizza perché non le respinge né accetta senza prima capire se sono sensate o meno.
È capace di analizzare le culture altrui razionalmente (parametro B) derivando quindi un giudizio basato non sulle emozioni o sul tifo.
Infine il saggio accetta di buon grado le culture altrui che ritiene sensate fregandosene alla grande di quello che può pensare la gente e senza paura di rompere tradizioni o di provare qualcosa di nuovo.

 

Ora capite che rifiutare una cultura altrui non significa essere chiusi mentalmente.
Perché il saggio rifiuta sì culture altrui. Le rifiuta – eccome – quando le analizza e razionalmente determina che sono stronzate.

Al contrario, colui che accetta tutte le culture perché… perché… boh, non lo so perché, forse perché gli hanno detto che bisogna accettare tutte le culture altrimenti si è razzisti, ebbene costui è un chiuso mentalmente.
Perché si comporta esattamente come chi non accetta nessuna cultura rifiutandosi di analizzarle. Alla fine fanno la stessa cosa: non analizzano le culture altrui, poi uno le rifiuta tutte (anche quelle potenzialmente positivo) e l’altro le accetta tutte (anche quelle potenzialmente negative).

Dire dunque a una persona che è chiusa mentalmente perché rifiuta una cultura altrui è una sciocchezza.
È del tutto lecito rifiutare culture altrui. L’importante è che questo venga dopo un’analisi razionale di quella cultura.

Ovviamente alla base di tutto questo c’è un concetto fondamentale: sì, ci sono culture idiote e sì, è lecito dirlo.
Senza che nessuno si azzardi a dare del razzista (ancora con questo razzista? eddai, che cazzo c’entrano le razze?), ma senza nemmeno che si parli di discriminazione o si invochi il rispetto.

Il fatto che un gruppo più o meno organizzato e più o meno numeroso faccia in modo compatto una medesima cosa idiota non la rende meno idiota. Al massimo ciò implica solo che ci siano molte persone idiote.

Per capirci, digiunare totalmente da mattina a sera per poi abbuffarsi al calare del Sole è una pratica idiota. Sì, perché ti dà una botta di glicemia che invece dovrebbe restare quanto più costante. Per quello i nutrizionisti suggeriscono, ad esempio, i cibi fatti coi cereali integrali. Mica perché sono fighi e figli della tradizione contadina che fa molto slou fut, bensì perché il loro assorbimento è più lento quindi non ti dà un picco di glicemia.
Qualsiasi nutrizionista ti dirà che stare a digiuno dalle 5 del mattino alle 9 (per poi ingozzarsi tutto d’un colpo) è un’idiozia,  scientificamente parlando. Ed è un’idiozia sia che lo faccia la sciura Lodovica del piano di sotto come l’ultima delle sue bizzarrie sia che lo faccia un miliardo di maomettani nel mondo chiamandolo ramadan e dicendo che è parte delle loro cultura.
Puoi dire che fa parte di una cultura, ma rimane una stronzata.

Così come è una idiozia tagliarsi il prepuzio senza avere una fimosi. Poteva avere un senso quando non c’era l’acqua corrente in casa, quando di necessità le condizioni igieniche erano quello che erano. Non potendo lavarti spesso era meglio tagliare il prepuzio per evitare che lo sporco che facilmente entrava (visto che non si viveva poi in ambienti super puliti come oggi) potesse provocare infezioni. Ma oggi ci si lava! Abbiamo tutti l’acqua corrente in casa, abbiamo il sapone… laviamoci.
Mi fanno ridere quando dicono che la circoncisione è igienica: lavati il cazzo, lavatelo ogni giorno con acqua e sapone e vedrai che non hai alcun bisogno di tagliartene un pezzo, lercio.
Quindi no, tagliarsi il prepuzio non ha alcun senso (ah, poi quando dicono che previene la trasmissione di malattie infettive… sì, sì, tagliatevi un pezzo di pene… mai sentito parlare di profilattici?).
Tagliare il prepuzio (a dei bambini poi, a cui nemmeno si chiede il permesso) è senza senso. Lo è anche se dici che fa parte di una cultura. Non è che siccome gli metti su il bollino “la mia cultura” allora lo nobiliti. Cazzata è e cazzata, mai come in questo caso, rimane.
Altrimenti io fondo la cultura dei taglia orecchi per cui ai bambini vengono tagliati i padiglioni auricolari, così perché ho voglia di fare così, tanto poi senti lo stesso. E guai se ti azzardi a dire qualcosa, è la mia cultura!
E potrei continuare di questo passo criticando aspetti di numerose altre culture (se volete c’è sempre il libro sul giappone per avere un assaggio di quello che non funziona in quella società).
Ma avete capito il concetto.

Il multiculturalismo di per sé non ha alcun valore positivo. Per questo quelli che urlano “sogno una X multiculturale” mi fanno ridere.
Perché non ha alcun senso. Avere diverse culture non è un valore positivo di per se stesso.
Avere più culture positivesensate quello sì.
Ma se le altre culture sono idiozie allora è molto meglio avere una società non-multiculturale.

Se mi avete seguito fino a qua vi siete accorti che ho speso 1598 parole per dire cose tutto sommato ovvie.
Perché allora alcuni si ostinano a considerare la multiculturalità un valore e razzista (sic) o chiuso mentalmente chi si oppone ad influenze di altre culture?
Semplice, perché non passa il concetto che alcune culture sono stronzate. Sembra che una idiozia sia meritevole di rispetto solo per il fatto che venga fatta da molte persone e che per questo abbia il bollino di “cultura”.
No, cazzo, no. Una idiozia rimane una idiozia.
Non è peccato, né mancanza di rispetto né razzismo: è buon senso e razionalità.

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Ecco il rompicapo che vi permette di capire se avete un QI superiore a mille mila

June 25th, 2015 by mattia | 9 Comments | Filed in ignoranza, perle giornalistiche

Ecco il nuovo rompicapo che sta facendo impazzire il popolo della rete.
Viene direttamente dal Giappone, per la precisione dalla prefettura di さるかっぞ山 dove è stato dimostrato che chi riesce a risolverlo in meno di 30 secondi ha un quoziente intellettivo superiore a mille mila.

1+1=2

2+2=4

10+1=11

5+7=12

3+5=?

Solo piccoli geni riescono a risolverlo. E tu?
Mettiti alla prova e risolvi verifica se sei un genio.

Dopo averlo risolto potrai gongolarti con gli amici sfidandoli al rompicapo più fresco dell’estate!
E vincerai un buono per entrare in una redazione giornalistica con una mazza da beisboll per vedere se certi capi si rompono davvero.

Fonte 1

Fonte 2

Fonte 3

Fonte 4

Fonte 5

 

 

 

 

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Lo spacchettamento

June 23rd, 2015 by mattia | 13 Comments | Filed in chicche, repubblica ceca

Qui sotto trovate il video dello spacchettamento del giocattolino.
Perché volevo farvi vivere con me l’emozione di aprire la scatola che mi è arrivata e analizzarne insieme il contenuto.

Per quelli che non possono vedere il video ma vogliono sapere cos’è, la soluzione è nei commenti (per non spoilerare).

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Il giocattolino è arrivato

June 19th, 2015 by mattia | 12 Comments | Filed in chicche, repubblica ceca

Cosa conterrà?

Screen Shot 2015-06-19 at 21.16.07

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