Una valanga, proprio

September 15th, 2014 by mattia | 2 Comments | Filed in ignoranza

Quando ci libereremo delle associazioni di consumatori come queste sarà sempre troppo tardi.
Ieri mi sono dovuto leggere questi qui che annunciano una valanga di ricorsi, dopo che la Cassazione ha dato loro ragione sul rimborso di windows preinstallato e non utilizzato.

Così invitano tutti a mandare raccomandate per farsi rimborsare. Già, il problema però è che uno deve non averlo mai usato windows. Il più delle volte la gente invece l’ha usato eccome e quindi non può farsi rimborsare nulla. Gli unici casi di persone che potrebbero farsi rimborsare sono quelli che hanno comprato un calcolatore con su windows e hanno brasato tutto alla prima accensione installandoci sopra un altro SO senza mai usare windows. Sempre che siano in grado di dimostrarlo. A distanza di anni.
Quanti ne trovate di casi del genere? Una valanga? Sì, ciao.

Dopodiché, capiamoci, sono anni che i calcolatori vengono venduti senza sistema operativo. Per dire, nel mio negozio di fiducia c’è una lista di 284 calcolatori senza SO mentre i calcolatori portatili senza SO sono 151. Davvero non ne trovi uno che ti va bene? Davvero devi comprare un calcolatore con su windows e poi fare il diavolo a quattro per fartelo rimborsare?
Quando vendevano solo calcolatori con su windows e non potevi comprarne uno senza SO allora sì che la cosa aveva senso. Ma oggi che puoi farne a meno se compri un calcolatore con su windows lo fai intenzionalmente.

Dieci anni

September 15th, 2014 by mattia | 1 Comment | Filed in praga, repubblica ceca

15 settembre 2004.

Una mattina sulla superstrada per Malpensa. Era la prima volta che andavamo a Malpensa e come un ciula dissi a mio papà che era meglio andare a Milano sulla SS36 e poi risalire in autostrada. Perché erano strade a scorrimento veloce, mica come passare dai paesini. Scorrimento veloce un cazzo, restammo bloccati in tangenziale Nord e mi venne il terrore di perdere l’aereo. Poi invece no, non l’ho perso (anche per il mostruoso anticipo che avevo) ma il timore di restare a terra c’era.
Di quel viaggio ricordo le trasmissioni radiofoniche che raccontavano la richiesta di un tizio che pretendeva la pensione di invalidità perché troppo grasso per lavorare. E poi magari anche un pompino, era il commento – in maniera un po’ più educata – che si faceva.

Dell’attesa a Malpensa, prima di imbarcarmi, ricordo invece un tizio che strimpellava la chitarra davanti alla porta d’imbarco.  Raccontava a un suo amico che andava a Praga per un seminario di chitarra, uno di quegli appuntamenti in cui c’è un tizio bravissimo che ti insegna delle cose fighe e tu passi otto ore a suonare, suonare, suonare. Sembrava quasi dipendente dalla chitarra, la suonava come un drogato si droga, per necessità. Non poteva smettere. Parlava e suonava. Secondo me suonava anche mentre andava al cesso. Poi al suo amico disse che boh, forse si sarebbe fermato a Praga, chi lo sa. Gli sarebbe piaciuto iniziare un’avventura.

Non so come poi gli andò, per me invece quel volo fu l’inizio davvero di un’avventura.
Un volo VolareWeb, compagnia a basso costo italiana fallita di lì a poco. Era la terza volta che volavo, tanto che mi fermai a fare una foto all’aereo prima di salire come fanno i novellini dell’aria e i bimbiminkia.
Con me una valigia con dentro un portatile che più che altro era un trasportabile. All’epoca ti consentivano persino di portare la valigia con calcolatore in aggiunta al bagaglio a mano. A dirlo adesso sembra incredibile.

Sono passati dieci anni da quel giorno. Dieci anni da quando atterrai all’aeroporto di questa città e vidi per la prima volta la grossa scritta PRAHA. Ricordo che scendendo dall’aereo volevo per forza percepire una differenza di temperatura perché pensavo di essere andato “al freddo”. Mica lo sapevo che Praga non stava al Polo Nord e la differenza con Lecco è di pochi gradi (e spesso impercettibile). All’aeroporto venne a prendermi una studentessa che mi fece da guida i primi giorni e mi corresse subito i primi errori di pronuncia. Tipo la C da pronunciare come una zeta. Ricordo che dissi “CENIK” all’italiana e lei mi disse “no, si dice zenik“. Non chiedetemi perché fossi interessato proprio in quella parola. C’è gente che parte a studiare le lingue dal “ciao, come ti chiami”, io parto da parole come “cenik” (= listino prezzi). Che ci volete fare.

Poi vennero i primi giorni, quelli duri. Cazzo, non parlavo manco inglese. Incontrai i due compagni d’appartamento finlandesi e non capivo una parola di quello che dicevano. Cercavo di evitarli per non dovergli parlare.
Ricordo la prima volta che andai in centro, una mattina, e arrivato in Piazza della Città Vecchia rimasi molto deluso. C’era un sole strano, una leggera foschia: tutta qui Praga? pensai. Non mi sembrava bella neanche un po’.
Ci misi del tempo per scoprire che Praga è bella di notte.

Dieci anni sono passati, sembrano pochi ma sono tantissimi.
Dieci anni fa non c’era iutiube, per esempio. Sul serio, non esisteva iutiube, i video si cercavano su winmx mettendosi in paziente attesa. Non c’era feisbuc (o forse c’era ma non lo conosceva nessuno), le reti di persone si creavano con meilin list, e si conversava con gli amici tramite MSN messenger (ICQ con gli amici cechi).
Le ADSL erano ancora poche in italia e carissime. Si viaggiava ancora col 56 cappa, e arrivare a Praga e trovare una connessione superveloce alla kolej fu uno stravolgimento.

Non esistevano i telefoni intelligenti e le macchine fotografiche digitali erano agli albori. C’era giusto qualcuno che ne aveva una capace di fare filmati decenti. I calcolatori portatili iniziavano in quel periodo ad avere il uaifai di serie, giusto l’anno prima dovevi prenderne uno col centrino per essere sicuro di connetterti col uaifai. Sui forum per aspiranti erasmus c’era gente che diceva “oh, ma mi hanno detto che avrò una connessione senza fili allo studentato, qualcuno sa come funziona“. Dieci anni. Dieci anni fa la gente non sapeva cos’era il uaifai.

Dieci anni.
Dieci anni in cui ho fatto in tempo a laurearmi e poi capire che invece di fare l’ingegnere volevo fare il ricercatore. Dieci anni fa la mia aspirazione era un impiego in un’azienda milanese o brianzola e poi sono finito a lavorare in Giappone.
Dieci anni in cui sono partito che non sapevo parlare inglese e ho finito per parlare ceco e giapponese.
Dieci anni in cui ho corso delle maratone e mi sono rotto un piede.
Dieci anni in cui sono partito immaturo ragazzotto di provincia e sono diventato uomo.
Dieci anni in cui ho fatto in tempo a prendere il tram nella direzione sbagliata uscendo alle due di notte dal Lucerna finendo dalla parte opposta di Praga nel cuore della notte senza sapere come cazzo tornare alla kolej. Già, quella notte. Arrivai a casa alle sei e mezza osservando da Strahov il Sole che ormai sorgeva e pensai di trovare i miei coinquilini spaventati che mi domandavano dove ero stato e invece no, se la dormivano alla grande senza preoccuparsi, ma neanche un filo. Quella notte capii che da quel momento ero davvero solo, responsabile di me stesso. Non c’era nessuno a casa che si preoccupava per me. Ero diventato grande.

Dieci anni in cui ti capita di incontrare una persona per caso in ambasciata con cui poi nasce un’amicizia.
Dieci anni di cose studiate, di cose imparate, di cose scoperte e inventate, di cose pubblicate.
Dieci anni altalenanti tra brevetti e bevute. Dieci anni di concerti al Balbinka.
Dieci anni di pregiudizi che scompaiono.  Dieci anni di persone che sono entrate nella mia vita che mai avrei detto, che ne sono uscite (e per alcune dici grazie a Dio) e altre che sono rimaste.
Dieci anni di cose che una volta ti sembravano esperienze fantastiche e che poi sono diventate la normalità.
Dieci anni di viaggi in giro per il mondo, la prima volta in America, la prima volta a Nuova York a guardare i palazzoni col naso all’insù come ogni provincialotto che si rispetti.
Dieci anni in cui ho imparato a stare più zitto e ad apprezzare il silenzio della gente che mi circonda, tanto che poi la presenza degli italiano (che parlano, parlano, parlano… ma soprattutto parlano di vuotaggini) ormai mi urta.
Dieci anni e due voti in Repubblica Ceca e tra poco il mio primo voto per il sindaco di Praga.
Dieci anni di balli, di dormite in posti tra i più improbabili e di sere a parlare con anziani che mi hanno raccontato di cosa successe quando arrivarono i tedeschi e dovettero sloggiare, lasciando le loro case entro mattina.

Dieci anni di cose che, vabbe’, mica posso stare qui a raccontarle in pubblico.

Dieci anni, e tutto partì con quella scritta blu PRAHA intravista dal finestrino.

Tu non puoi capire

September 15th, 2014 by mattia | 9 Comments | Filed in giappone

Qualche giorno fa mi è stato chiesto il motivo per cui avevo messo il libro sul Giappone a pagamento, e tra le altre cose ho detto che mi diverte molto quando ricevevo una recensione negativa, perché per scrivere la recensione l’autore mi aveva dato dei soldi. E prendere dei soldi da chi ti critica non ha prezzo.

Però.

Però c’è un limite oltre al quale il divertimento sfuma, ed è il limite della puttanata siderale.
L’altro giorno ho ricevuto una revisione che il limite della puttanata siderale l’ha doppiato. In pratica c’è questo tizio secondo cui il mio “compendio” (e solo per il fatto che usa parole come compendio…) è superficiale. E vabbe’, non sarebbe il primo a dirlo. Il fatto è che cerca di dare una spiegazione: dice che io tradisco con evidenza quello che é (sic) il mio bagaglio di conoscenze, ovvero un “sapere tecnico”  come ingegnere elettronico e quindi io certe cose del giappone non posso capirle. Solo uno che ha competenze nell’ambito umanistico-concettuale può capirle.

A parte al fatto che sono ingegnere elettrico e non elettronico… Saltiamo pure il fatto che avrò pure un “sapere tecnico” ma almeno non uso “ovvero” alla cazzo come fa lui.

Veniamo alla ciccia: io non ho capito i giapponesi perché ho un sapere tecnico. Con un bagaglio di conoscenze umanistiche invece…

Ad esempio, quella volta che mi hanno ciulato la bicicletta e sono andato al koban a fare la denuncia, vi ricordate? Ero lì a mezzanotte davanti a un poliziotto che mi ha fatto indicare il punto del furto sullo stradario e poi si è messo a disegnare la piantina con penna e righello sulla denuncia. Da parte a me una signorina che aveva subito il furto della bici nello stesso luogo e davanti a lei un altro poliziotto che faceva lo stesso disegno sulla sua denuncia. A mezzanotte c’erano due poliziotti che disegnavano col righello la stazione, i binari, il negozio di fiori, il parcheggio, il passaggio a livello, la fermata dell’autobus…
Eh no, fare una fotocopia dello stradario è roba da ingegneri, fare una stampa da gugol maps e incollarla sulla denuncia… figurati, roba che facciamo solo noi insensibili robot dal “sapere tecnico”.
Se invece hai un bagaglio di conoscenze umanistico, ah be’, allora capisci tutto. Ci sarà tutta una tradizione, un’arte. Ci saranno scuole di calligrafia cartografica dove i poliziotti vengono mandati per imparare la sacra arte della copiatura della mappa sulla denuncia di furto delle bici. Si dice che in Hokkaido c’è il gran sensei, accessibile a pochissimi, che ti dà l’iniziazione dell’arte della cartografia e ti consegna il sacro righello con cui tu poliziotto potrai disegnare le cartine sulle denunce. In ogni koban i righelli dei poliziotti sono messi in una teca di vetro e ad ogni cambio di turno vengono venerati.
E tu insensibile ingegnere vorresti buttare all’aria quella millenaria tradizione per fare una fotocopia? Vergognati!
Come, stai dicendo che in realtà sono solo dei ciula che fanno le cose in modo complicato senza motivo? Ma figurati, è che tu non lo capisci perché hai un sapere tecnico.

Oppure, pensate a quando si rifiutano di affittarvi una casa perché siete stranieri. A me è capitato, così come a un mio amico che è professore associato a Tochio (a lui l’hanno detto quando aveva già firmato il contratto e traslocato; il proprietario si è accorto che era straniero e non l’ha più voluto).  Te lo dicono come se fosse la cosa più naturale del mondo, come se nel discriminare una persona perché è straniera non ci fosse nulla di male.
Mi sembra una cosa brutta, no?  No?
Eh, no, sono io che penso così perché sono un ingegnere, sono uno col “sapere tecnico”. Quando invece hai un bagaglio di conoscenze umanistiche, ah be’ allora tutto diventa chiaro. Sì, quelli col bagaglio umanistico lo capiscono perché sono razzisti, anzi ti spiegano pure perché il razzismo non è mica una cosa brutta, anzi. Gli umanisti ti sanno spiegare persino che il razzismo dei giapponesi è cosa buona e giusta. Quando si vedono discriminati sono tutti contenti, fanno la gara a chi viene discriminato di più. In giappone è pieno di umanisti che si incontrano e si raccontano le loro storie:
- oh ma lo sai che non mi hanno fatto l’assicurazione perché straniero?
- e vabbe’, a me non hanno fatto la carta di credito perché straniero!
- bazzeccole, io vi batto tutti: sono stato buttato fuori di casa perché straniero!
- che invidia, vorrei essere anche io buttato fuori di casa.
- Eh già, quando vieni buttato fuori di casa perché straniero allora sì che puoi dire di aver vissuto veramente il Giappone!
- Non vedo l’ora! Quando sarebbe sugoiiiiiiii essere buttati fuori di casa perché stranieri.

E vogliamo parlare di quando devi smerdarti l’indice con l’inchiostro per firmare perché ti sei dimenticato l’hanko a casa? Perché usare una penna per firmare come in tutte le parti del mondo? Perché usare un sistema comodo quando ci si può complicare la vita usando un sistema scomodo?
È colpa mia che sono un ingegnere, e penso a quelle cose lì tecnologiche come la penna a sfera. Pensa un po’ che diavolerie moderne vogliono usare questi ingegneri, le penne a sfera. Da potersi prestare l’uno con l’altro poi. Chissà dove andremo a finire di questo passo, firmare con una penna a sfera! E poi magari vogliono usare le lampadine elettriche.
Gli umanisti invece… ah, gli umanisti ci godono quando vanno in giro col dito smerdato di inchiostro rosso. Ah loro sì che lo capiscono, non come me. Proporrei di cambiare il colore dell’inchiostro da rosso a marrone, così almeno la gente quando vi vede il dito sporco di marrone vi chiede se siete dei viziosi.

E la lavatrice che funziona solo con acqua fredda? Pensa un po’ questo ingegnere che se ne lamenta. Persino la lavatrice con acqua calda vuole! E poi cosa vuole, lui con la sua insensibile tecnologia?
No, noi umanisti laviamo con l’acqua fredda e godiamo a metterci vestiti sporchi, perché sai, nello scintoismo salcazziano si dice che la macchia che non viene tolta dall’acqua naturale è una macchia che ha un significato, è qualcosa che ci appartiene e mica possiamo mascherarlo lavandola via con dell’acqua calda “artificiale”. Se con l’acqua fredda non è venuta via significa che deve restare lì, è una parte di noi, del nostro carma, ci ricorda la strada che abbiamo fatto, gli errori compiuti.
Così si fa, si va in giro con vestiti sporchi che rispecchiano il nostro carma, mica come quei freddi ingegneri che – figurati – pretendono una lavatrice ad acqua calda che lavi i panni per bene. Pensa un po’, questi ingegneri vogliono i panni puliti, che gente strana.

E vi ricordate di quella volta che per andare dal dentista mi sono dovuto far scrivere una lettera di raccomandazione da un altro medico? Sì, perché altrimenti senza lettera di raccomandazione dovevo pagare 3.150 yen per farmi ricevere.
Perché dovrei lamentarmene? Perché sono un ingegnere, ovvio. Non so cosa possa c’entrare il mio sapere tecnico col fatto che doversi procurare una lettera di raccomandazione per andare dal medico (dal medico, porca troia, non dal parrucchiere) è una pratica odiosa e umiliante (se ho bisogno di cure ho diritto di accedervi, pagando quello che devo pagare, senza dover chiedere la raccomandazione di nessuno, è un diritto non un favore la salute, cazzo).
Ma un umanista… ah be’, un umanista invece lo capisce. Ti sa spiegare anche che la tradizione proviene dall’epoca dell’imperatore Atsui Manko in cui ai medici fu concesso con decreto imperiale questo privilegio. Ti diranno che è un’usanza che dura da 600 anni e proprio per questo è bellissima. Mica si interrompono le usanze così, screanzato di un ingegnere!
Poi vabbe’, anche la schiavitù era una tradizione che durava da secoli, ma mica per questo si sono ben guardati dall’abolirla. Vaglielo tu a spiegare a quegli umanisti che una stronzata rimane una stronzata. Sei un freddo ingegnere che lavora troppo di logica! È così bello umiliarsi davanti al signor dottore e implorare umilmente che ti scriva – il magnanimo! – una lettera di raccomandazione per farti ricevere da uno specialista.

Oppure, prendete quell’antica tradizione giapponese per cui le donne non si depilano la bernarda. Visto che brutta gente noi ingegneri che ce ne lamentiamo, così freddi e insensibili. Gli umanisti no invece, loro hanno un bagaglio culturale che gli consente di capire il profondo significato intrinseco della bernarda pelosa. Fanno i corsi apposta alla facoltà di lingue e civiltà orientali: Fenomenologia delle bernarda pelosa in Giappone, 5 CFU.

Oh, li ho fatti passare tutti i 101 motivi, non ho trovato uno in cui questa scusa reggesse. A meno che per l’autore di quel commento essere umanisti significhi bersi le peggio cose, spegnendo il cervello e smettendo di avere quel briciolo di senso critico per riconoscere le cose che non vanno. Non si tratta neanche di essere degli estremisti del relativismo, ma dei masochisti che quando vengono inculati dicono pure grazie.

Se scrivo questo post è solo per evidenziare l’inconsistenza di questa scusa: quando ti dicono “eh, è che tu sei uno dal sapere tecnico, per questo non capisci” si stanno richiudendo nello stanzino del “non so cosa dire, cerco di salvarmi alla meno peggio“.
Un po’ come quei ciellini da competizione che invece di studiare un po’ e darti una risposta se ne escono dicendoti “eh, mistero della fede“. Forse c’è anche un nome specifico per questa fallacia per cui una persona invece di risponderti ti dice che tu non puoi capire. L’importante è capirne l’inconsistenza.
Se hai qualcosa da contestarmi lo fai sui punti specifici. Mi dici che il razzismo è bello perché X. Mi dici smerdarsi il dito di inchiostro è bello perché Y. Mi dici che mettersi a disegnare la cartina invece di fare una fotocopia dello stradario è bello perché Z. Mi dici che buttare via 45 minuti in banca per fare un bonifico è bello perché H.
Non mi dici che non posso capire perché sono un ingegnere. Questo è scappare, è non avere argomenti e cercare di screditare l’altro per quello che è, non per quello che dice.
Roba da bambini dell’asilo.
Ma l’inconsistenza di questa tecnica è anche dovuta al fatto di presumere che siccome uno è ingegnere allora gli mancano tutte quelle qualità di valutazione che vengono normalmente attribuite solo a chi ha un bagaglio culturale umanistico. Come se una persona fosse solo quello che ha studiato. Se uno ha studiato X puoi presumere che abbia delle competenze in X, ma questo non implica che non possa avere anche competenze in Y, competenze che ha sviluppato chissà come. O conosci la persona direttamente e sai tutte le sue competenze e le sue lacune, oppure non puoi dire che siccome, per esempio, è esperto di ballo cubano allora non sa nulla del gioco degli scacchi. Non ha alcun senso logico.
Ma la logica questa gente nemmeno sa dove sta di casa.

 

Piesse: il tizio in questione poi parla dall’alto della sua esperienza di persona che ha visitato il giappone per ben tre volte (mica una, tre… roba tosta!) come turista e appassionato di tè. Ah, be’ allora…

PiPiesse: se poi qualcuno ha comprato il libro su amazon e non ha ancora fatto la valutazione è sempre in tempo per farla e contribuire così a controbilanciare i giudizi di gente del genere. Grazie.

Il mio nuovo giocattolino

September 13th, 2014 by mattia | 2 Comments | Filed in chicche

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Sano pomeriggio giocando col mio nuovo giocattolino, un modulo uaifai comprato per circa 11 euro su ibei.
Per adesso si accende e riesco persino ad accedervi da 192.168.2.1
Prima o poi riuscirò anche a farlo funzionare come voglio io. Sempre che riesca a capire le istruzioni tradotte dal cinese all’inglese da un gatto ubriaco.

Traduci

September 13th, 2014 by mattia | 6 Comments | Filed in ignoranza

Se ne hai il coraggio.

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Basta un po’ di nastro adesivo e si aggiusta tutto

September 13th, 2014 by mattia | 6 Comments | Filed in praga, repubblica ceca

Mi resta il dubbio: e quando deve ispezionare il motore?

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Il quiz del bicchierone

September 13th, 2014 by mattia | 6 Comments | Filed in praga, repubblica ceca

 

Come mai sul tetto di questo edificio, insieme a tante antenne televisive, c’è un bicchierone gigante?

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Tette solari

September 12th, 2014 by mattia | 7 Comments | Filed in ignoranza, perle giornalistiche

Queste cellule sono 10 volte più efficienti dei comuni pannelli solari, costruiti in silicone.

via noto periodico di intrattenimento umoristico

silicone

 

 

 

 

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