Un besaš

December 18th, 2014 by mattia | No Comments | Filed in chicche, politica, praga, repubblica ceca

pantaloni corti vaclav havel

Oggi in Rep. Ceca si ricorda la morte di Vaclav Havel, nel terzo anniversario della sua morte.
E come lo si ricorda? Coi pantaloni corti. Non nel senso di braghe corte, bermuda o pinocchietti, ma con pantaloni normali solo troppo corti per la persona che li veste.

Anche l’ambasciatore statunitense in Rep. Ceca ha partecipato pubblicando sul tuitter la sua foto coi pantaloni corti.

 

Per una volta sono lieto di poter andare in giro così intenzionalmente. Perché a me capita spesso di uscire di casa con i pantaloni rimaste dentro le calze per sbaglio e di accorgermene dopo qualche ora che sono in giro. Oggi l’ho potuto fare di mia spontanea volontà, non per sbadatezza.

Se vi state chiedendo perché Havel viene ricordato così, è perché l’ex presidente della Repubblica era uno che… come dire… non badava troppo alla forma, quindi in più di una occasione ufficiale (anche durante la sua prima visita di stato in U.S. of A.) si è presentato con pantaloni dall’orlo troppo alto. Ad esempio, in questa immagine mentre passa in rassegna l’esercito. Forse qui si vede meglio.
Dalle mie parti si direbbe che era “un besaš“.

No, così per dire. Uno può fare il presidente della Repubblica anche se l’è mia bon de tiras insem.

Piesse: questa se la gioca alla pari con il giorno della salvietta per il miglior modo di ricordare una persona morta.

La grana della nostrificazione. Ancora.

December 18th, 2014 by mattia | 2 Comments | Filed in ignoranza, politica, praga, repubblica ceca, riflessioni

Sarà un caso, ma è un po’ di tempo che continuo a sentire storie di miei studenti che hanno problemi con la nostrificazione.
Ossia quel processo per cui la Rep. Ceca riconosce i loro diplomi di scuola superiore e consente così loro di accedere all’università.

È un processo lungo, quindi alla nostra università si fa così: noi li ammettiamo, poi con calma (delle volte un anno o due) arriva la convalida del diploma.
In alcuni casi le autorità ceche fanno problemi e lo studente poi è nei guai, ché mica può laurearsi prima che arrivi la convalida del diploma.
E non sto parlando di diplomi presi nella sperduta Repubblica di Salcazzo. C’è gente che ha problemi a farsi riconoscere un diploma di scuola superiore conseguito in Irlanda, piena U.E.

Ora, va bene romperci il cazzo sui tostapane a due feritoie, sulle lampadine o sugli aspirapolvere troppo potenti. Ma l’UE non potrebbe fare qualcosa anche per garantire la libertà di circolazione degli studenti?
Perché forse non si è capito ma il futuro è questo. Tu nasci a Torino, ti diplomi a Venezia, ti laurei a Parigi, e vai a lavorare a Cracovia. Una volta questa circolazione accadeva su scala locale ora avviene su scala europea, e in alcuni casi anche extra europea (questo semestre ho studenti da Israele, Pakistan, Vietnam, Russia, Cina… studenti regolari della facoltà, non studenti qui con un programma di scambio).
Così come uno si diploma a Termoli e va a Perugia a fare l’università, così all’interno dell U.E. dovrebbe potersi diplomare in uno stato membro e iscriversi in una università di un altro stato membro con la stessa semplicità con cui lo fa all’interno di un singolo stato.

Lo so, facciamo fatica a riformare la nostra di scuola figuriamoci armonizzare tutte le scuole europee su di un unico standard che poi venga riconosciuto in automatico da tutti. Di solito mi dicono che si sta lavorando al problema, che ci sono commissioni, gruppi di lavoro, proposte… bla bla bla…
Io so solo che otto anni fa ho dovuto fare la nostrificazione della mia laurea italiana per iscrivermi al dottorato in Rep. Ceca. Passati otto anni ci sono ancora studenti diplomati in paesi europei che hanno problemi a ottenere la nostrificazione in un paese membro U.E.
Ci staranno anche lavorando, ma qui passa il tempo e i problemi restano. Le lampadine a incandescenza invece – quei cornuti – me le hanno tolte dagli scaffali subito.

Poi senti quel signore che dal suo palazzo dorato parla di “una rapida e preoccupante crescita di movimenti e partiti euroscettici o apertamente antieuropei“. A parte al fatto che chi ricopre una carica di garanzia non può permettersi di definire come preoccupante il fatto che dei partiti prendano molti voti. Non quando questi partiti sono pienamente legittimi e per il fatto che perseguono uno scopo (l’anti-europeismo) pienamente legittimo. L’Europa non è un dogma come la democrazia, si può essere contro l’Europa, e un presidente della Repubblica non si può permettere di criticare la legittima espressione popolare di elettori che votano i partiti anti Europa. Ma per fortuna questo signore smetterà di fare danni alla democrazia fra poco (per dimissioni, o perché il Signore se lo porta via).

Ma a parte a questo, il problema dell’anti europeismo è che si nutre di problemi come quello che ho evidenziato. L’U.E. sembra un carro armato quando si tratta di divieti, mentre è il fiore di ogni burocrazia quando si tratta di diritti.
L’U.E. è quel posto dove ti dicono a belle parole che c’è la libertà di circolazione delle persone, poi però quando si arriva all’applicazione pratica non ti risolve problemi come quello del riconoscimento dei titoli di studio che ostacolano l’applicazione del diritto di circolazione degli studenti (perché tu puoi sì dire che puoi circolare per tutta E.U. senza necessità di visto, ma se poi non mi riconoscono il diploma non posso fare l’università in un altro paese… posso andarci in quel paese, ma non a studiare).
Se solo mostrasse di essere un carro armato anche nell’abbattimento di questi ostacoli e non solo quando si tratta di vietare qualcosa, allora l’antieuropeismo scemerebbe, poiché la gente vedrebbe l’U.E. come un’istituzione che tutela i diritti in Europa non come una istituzione che li ostacola.

Il signore nel suo palazzo dorato invece di preoccuparsi dei voti che prendono i partiti euroscettici, quasi come se fossero una bestemmia, si preoccupi di un’Europa che va veloce sui divieti ma lenta sui diritti.

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December 17th, 2014 by mattia | 5 Comments | Filed in polenta

L’altro giorno ho notato un fenomeno interessante.
Stavo per preparare la polenta e l’acqua stava scaldando nel paiolo, quando toccandolo per sbaglio ha iniziato a oscillare.
E non accennava a fermarsi.
In pratica sembrava che il colpetto dato accidentalmente al manico l’avesse messo in una risonanza che poi veniva alimentata penso dal calore del fornello (altrimenti si sarebbe fermato, mentre continuava a oscillare quindi serviva una fonte di energia che lo alimentasse).
Quello che non ho capito è come questa risonanza meccanica possa essere alimentata da una fonte di calore.
Cioè, una mezza idea ce l’ho, ma non vorrei che sia una cazzata.
Quindi apro la discussione ai più esperti di me.

Qualcuno ha una spiegazione?

Revisionando un po’ di fuffa

December 17th, 2014 by mattia | 3 Comments | Filed in ignoranza

Scusate ma oggi sono un po’ incazzato.
Stamattina ho buttato via due ore per fare una revisione di un articolo pessimo. Due ore? Sì, sembra tanto ma io ho il brutto vizio di scrivere revisioni chilometriche in cui non solo scrivo tutti gli errori ma spiego anche perché ciò è sbagliato e suggerisco anche come rimediare.

Che di per sé è una cosa buona ma porta via tanto tempo, e ha la controindicazione che i revisori poi ti contattano ancora perché percepiscono che tu hai analizzato a fondo l’articolo (quindi altro sbattimento per altre revisioni).

Il motivo per cui sono incazzato è che l’articolo era veramente pessimo. Non c’erano solo una sfilza di imprecisioni (di quelle che con un po’ di lavoro puoi correggere) aveva degli errori metodologici di fondo. Una paio di questi dimostravano che gli autori non sapevano che stavano facendo da una parte, e non sapevano come misurare i risultati.
Quindi ne sono usciti dei dati che non volevano dire niente e tutte le conclusioni che hanno dedotto parimenti non significavano niente.
Il tutto poteva essere catalogato come progettino di uno studente poco sveglio o addestrato male oppure come la classica prima relazione di quando metti uno studente a fare degli esperimenti in autonomia e appena ti presenta dei risultati la penna rossa parte in quinta scrivendo “NO! NO! NO! Cazzo, rifare tutto!“.
Mi sono arrabbiato perché una roba del genere non dovevano nemmeno mandarmela (sì, l’editore in questi casi può scartare direttamente l’articolo senza nemmeno passare dai revisori).

Il motivo per cui ne parlo qua (ovviamente omettendo i dettagli per questioni di riservatezza) non è perché voglio sfogarmi per l’incazzatura.
Ne parlo qui per far capire un concetto importante: alle riviste scientifiche viene spedita tanta merda.
Io ho scritto chiaramente all’editore che un articolo del genere non può essere pubblicato, ma ciò non assicura che non venga accettato per la pubblicazione. Mi è già capitato una volta di scrivere una revisione molto negativa a un articolo che poi è stato accettato come nulla fosse. Molto probabilmente l’altro revisore ha dato un giudizio positivo e l’editore ha creduto più a lui che a me.
Dovesse succedere anche in questo caso ci troveremmo un articolo senza senso pubblicato su una rivista scientifica. Io avrei la coscienza a posto, per l’amor di Dio, ma il risultato è che verrebbe pubblicata della merda.
Questo per farvi capire che l’essere pubblicato su una rivista scientifica con revisione di pari non garantisce automaticamente la bontà dell’articolo. Alle riviste scientifiche viene spedita molta merda; di questa merda ne viene bloccata un bel po’ grazie alle revisioni come quella che ho fatto stamattina, ma fisiologicamente ci sarà della merda che passerà le maglie dei controlli e finirà pubblicata.
L’essere pubblicati su una rivista scientifica è una condizione necessaria ma non sufficiente.
Ricordatevi di questa cosa quando i fuffari vi portano un articolo scientifico che supporta le loro balzane idee (magari solo all’apparenza). Niente vieta che quell’articolo sia una parte della merda che il filtro della revisione tra pari non è riuscito a fermare.
Non si può mai dire: “è pubblicato su una rivista scientifica quindi non si può mettere in dubbio“. Bisogna sempre leggere l’articolo, esaminarlo ed eventualmente fargli le pulci mettendone in evidenza gli errori.
Ma spiegare questo concetto ai fuffari è difficile, lo so.

La dimostrazione che kuan non sa come funziona la scienza

December 16th, 2014 by mattia | 13 Comments | Filed in bufale, ignoranza

Dall’altra parte l’opinione pubblica viene spesso passivamente abituata alla sperimentazione animale come un male necessario, perché legge sui giornali tutti giorni articoli forieri di studi miracolosi sul topo, sul ratto sulla scimmia … per l’HIV, per il cancro etc.
E quindi passivamente accetta questo male come qualcosa che comunque serve e che appunto necessario.
Peccato che poi questi giornalisti non facciano vedere all’opinione pubblica a posteriori quanto poi quello studio sull’animale è stato utile.
Quindi una valutazione a posteriori di quanto è stato attendibile quel [dato?]
Sarebbe importante fare una vera informazione trasparente se chi si è occupato di quell’articolo vada poi dopo due anni a dire: scusate vi volevo dire che quella cosa lì effettivamente non è servita assolutamente a nulla.
Parliamo di vaccini, giusto per dire: 85 vaccini messi a punto sugli scimpanzè contro l’HIV, quindi cioè anche gli animali più filogeneticamente vicini a noi. Zero è stato il risultato attendibile sull’uomo.
Il vaccino anti poli tanto diffuso tra la nostra specie che diciamo è anche obbligatorio… la ricerca sugli animali ha impiegato 30 anni la messa a punto di un buon vaccino per la specie umana non ha solo fatto quindi un danno sull’animale ma ha fatto un grosso danno anche sull’uomo.

michela kuan, esponente di spicco della LAV, intervistata a radio popolare il 3 dicembre 2014

Intervistare michela kuan significa avere la garanzia di una lunga sfilza di bufale che solo lei è capace di generare a getto continuo. Ascoltate pure la trasmissione (vi avverto, non è facile… ci vuole del gran fegato) e ditemi se riuscite a trovare più di 40 secondi di continuo senza una baggianata. Con gli altri al peggio ti capita che dicano una bufala qua e là, kuan invece riesce a dire solo assurdità.

Tra tutte quelle che ha detto in quella mezz’ora di trasmissione (e che non posso analizzare in dettaglio altrimenti esce un post chilometrico) quella più oscena – ripeto oscena – è stata quella che ho riportato qui sopra fedelmente, parola per parola.

Dire che il vaccino anti polio ha fatto un grosso danno sull’uomo è una stronzata così grande che in un mondo civile a una persona che dice una roba del genere verrebbero gettati pomodori appena osa mettere il naso fuori di casa.

A parte al fatto che la sperimentazione dei vaccini anti polio è stata velocissima. Kuan dice che hanno impiegato 30 anni per ottenere un buon vaccino anti polio, ma basta guardare il calendario per rendersi conto che questa è una sciocchezza. Il vaccino di Salk è stato creato nel 1952, la prima sperimentazione è iniziata nel 1954 e nel 1955 la prima campagna di vaccinazione dei bambini americani è partita. Nel giro di pochi anni la malattia è praticamente scomparsa dagli Stati Uniti Americani (nel 1961 si sono registrati solo 161 casi). Poi c’è stato il vaccino di Sabin, la cui sperimentazione è iniziata nel 1957 e l’approvazione è arrivata nel 1962.
In italia la vaccinazione di massa è iniziata nel 1962 e nel giro di due anni ha fatto scomparire la malattia.
Poi sì, per avere zero casi, proprio con uno zero tondo tondo, ci vogliono anni ma l’effetto incredibile del crollo della malattia c’è stato subito. Un’efficienza impressionante. Il tutto ha richiesto al massimo una decina d’anni, stando larghi e considerando il tempo dall’inizio della sperimentazione alla scomparsa sostanziale della malattia.
I trent’anni la kuan se li è inventati di sana pianta (sì, poi hanno sviluppato dell’altro, ma anche i primi vaccini di Salk e Sabin erano efficientissimi; nemmeno con tutta la sfacciataggine di questo mondo poi dire che non erano “buoni”).

Forse kuan non ha idea di cos’è la poliomielite, forse perché ha avuto la fortuna di non aver mai visto una persona affetta da tale terribile malattia, altrimenti non direbbe certe sciocchezze. I vaccini contro la poliomielite sono stati una delle grandi conquiste dell’umanità: dire che hanno fatto un grosso danno all’uomo è imbarazzante.
Non dico che auguro a kuan di vedere suo figlio ammalarsi di poliomielite per capire cos’è e quali utilità hanno fatto al mondo questi vaccini, perché non sono una persona così brutta da augurare cose simili. Nel caso di kuan portare in giro la propria nomea è già una pena sufficiente da scontare.

Ma superiamo pure questa sciocchezza per cui i vaccini anti polio sarebbero stato un grosso danno per l’uomo (dannazione, anche solo a scriverlo mi viene da vomitare).
La cosa più inquietante di queste affermazioni è che dimostrano una stratosferica ignoranza di come funziona la scienza. Uno dice: ovvio, visto che kuan non è una scienziata. 
Be’, però c’è tanta gente (come i giornalisti e i divulgatori scientifici seri) che nella vita non fa scienza di professione ma sa come la scienza funziona e non direbbe mai certe baggianate. Al contrario, kuan con le frasi che ho riportato sopra dimostra con una chiarezza impressionante di non sapere come si fa ricerca scientifica.

Innanzitutto dobbiamo chiarire un concetto chiave: fare ricerca scientifica è una cosa diversa dal fare sviluppo. Quando fai sviluppo – semplifico un po’ – tu sai già che una cosa si può realizzare perché hai già tutte le conoscenze che ti consentono di sapere che funzionerà. Poi sì, ci sono sempre dei dubbi (sui costi, sui tempi, sulle prestazioni…) ma tu puoi sederti a tavolino e dire: per progettare e realizzare questa cosa mi servono due fisici, un ottico, tre ingegneri meccanici, dieci operai, due milioni di euro, dieci mesi. Se non capita alcun inconveniente dopo dieci mesi sei arrivato al traguardo.

La ricerca è un’altra cosa. Quando fai ricerca non sai se ciò che proponi si può fare. È un salto nel buio: fai ricerca proprio per scoprire quello che ancora non si sa! Altrimenti non è… “ricerca”.
È vero che quando fai delle proposte per un progetto di ricerca da finanziare devi presentare un corposo documento in cui pianifichi l’attività di ricerca descrivendo cosa farai nei dettagli, con un cronoprogramma, con un budget in cui specifichi le spese per strumenti, materiali e persone… Già dal principio devi avere un’idea di dove vai a parare, di quello che farai nel concreto, pacchetto di lavoro per pacchetto di lavoro. Ed è anche vero che chi giudica la proposta fa una valutazione sulla base di quanto è plausibile arrivare al risultato; se prometti qualcosa che è chiaramente impossibile da raggiungere molto difficilmente finanzieranno il tuo progetto. Una valutazione grossolana di quanto sia raggiungibile quello scopo si può fare.
Non parti all’arrembaggio per carità, ma quando non hai mai la certezza di poter raggiungere quello scopo, non nei tempi e nei modi che ti sei prefissato.
Questo perché quando fai ricerca fai qualcosa che nessun altro ha mai fatto prima (altrimenti non sarebbe ricerca ma ripetizione), quindi puoi fare tutte le supposizioni che vuoi su come si svolgerà la ricerca ma visto che nessun altro ha mai battuto quella strada non sai mai cosa potrà capitarti sul percorso. Questa è la ricerca.

Quando kuan si lamenta dei vaccini per l’HIV testati sugli scimpanzé ancora non disponibili per l’uomo dimostra di non capire questo concetto base della ricerca. La comunità scientifica si pone un obiettivo da raggiungere: creare un vaccino per l’HIV.
Perfetto. Solo che nessuno l’ha mai fatto prima, quindi non sappiamo quale strada dobbiamo prendere per arrivarci.
Un gruppo di ricerca propone una strada, si fa finanziare e studia un tipo di vaccino. Funziona sullo scimpanzé ma poi non sull’uomo. È un fallimento? Significa che non bisognava finanziare quella ricerca fin dal principio.
Secondo kuan sì, secondo la scienza no.
Perché è facile parlare dopo. Una volta che la ricerca è arrivata al termine e si è scoperto che non funziona allora non è più ricerca perché è già stato fatto. Dovresti dirlo prima, ma prima non puoi dirlo perché non avendo mai percorso nessuno quella strada non sai dire se funziona o no. Puoi solo fare una valutazione grossolana della fattibilità, ma non puoi fare nessuna previsione certa, altrimenti saresti un chiaroveggente.

Il primo errore di kuan è che fa delle previsioni a ritroso: da alcune ricerche condotte sugli scimpanzé sul vaccino HIV che non hanno funzionato sull’uomo deduce che a priori si doveva sapere che la sperimentazione animale sul vaccino HIV non funziona. Ma questo non lo sai se non fai ricerca!
Se la scienza seguisse la logica di kuan non dovremmo far ricerca su niente, perché arriverebbe lei a dirci – basandosi sul nulla, o peggio ancora sulla sua ideologia – cosa funziona e cosa non funziona. Questa non è scienza, questo è medioevo. La scienza si basa sugli esperimenti, non sulle previsioni di una chiaroveggente. Se non sperimenti non saprai mai se il modello animale – che già si è rivelato utile in molti altri casi (entrate in una farmacia: tutto quello che ci trovate è sperimentato sugli animali) – regge anche nel caso scimpanzé-uomo per l’HIV.

E fin qui ho solo considerato il primo errore – metodologico – di kuan.
Il secondo mostruoso errore è quello che pagherà anche più caro. Perché io aspetto solo il giorno in cui riusciranno a inventare un vaccino contro l’HIV che funzioni sull’uomo per poi rinfacciarle queste frasi pronunciate il 3 dicembre 2014 (so aspettare, so aspettare):  85 vaccini messi a punto sugli scimpanzè contro l’HIV, quindi cioè anche gli animali più filogeneticamente vicini a noi. Zero è stato il risultato attendibile sull’uomo.

Quando il risultato sarà uno e non più zero mi metterò a ballare in piazza e sbatacchierò queste frasi in faccia alla kuan.
Il secondo errore che fa la kuan infatti è di non capire che la ricerca è in progresso continuo e quelli che a lei sembrano fallimenti sono in realtà mattoncini del sapere che ci portano al risultato.
La scienza non è un lavoro individuale, e nemmeno collettivo: la scienza è un lavoro globale.
Questo vale a maggior ragione quanto il risultato è ambizioso, come nel caso di un vaccino per l’HIV. Come dicevamo prima, fare ricerca significa fare qualcosa che nessuno ha mai fatto prima, e proprio per questo non sai come si fa.
Davanti a te hai tantissime strade, un po’ come se ti trovassi a una rotonda gigantesca con cento uscite ma senza alcun cartello di indicazione: quale prendere per arrivare a destinazione? Certo, puoi orientarti guardando la posizione del Sole o delle stelle, o magari usando una bussola. Così saprai che devi andare di là; potrai restringere il campo, ma ancora non saprai quale uscita è quella giusta. Magari prendi una strada che sembra andare verso la direzione desiderata ma poi dopo 2 km all’improvviso devia da un’altra parte.
Come fai allora? Organizzi un gruppo di dieci automobilisti ognuno dei quali prende un’uscita diversa della rotonda. Se tutti arrivano a un punto morto tornano indietro alla rotonda si guardano in faccia e dicono: ok, queste dieci uscite sono sbagliate, proviamo con altre dieci.
In questo modo prima o poi arrivano a scoprire l’uscita giusta. E lo fanno dieci volte più velocemente rispetto a un automobilista solo che prova tutte le uscite in autonomia, una a una, o di dieci automobilisti che provano le uscite in autonomia senza comunicare tra loro quali sono già state battute rivelandosi sbagliate. Perché così un altro automobilista proverà di nuovo una strada già rivelatasi sbagliata quando era stata percorsa da un altro, che però non gli aveva detto niente.

Nella scienza si lavora proprio così. Vuoi trovare un vaccino per l’HIV? Hai davanti a te cento strade? Bene, un gruppo di ricerca prova una via per trovare un vaccino, un altro gruppo un’altra, e un altro gruppo un’altra ancora.
Quando arrivano i primi risultati i vari gruppi li pubblicano su riviste scientifiche:

Puntata 1: ehy, abbiamo trovato un vaccino per l’HIV che funziona sullo scimpanzé!

Poi lo sperimentano sull’uomo e ancora pubblicano i risultati sempre su riviste scientifiche:

Puntata 2: dannazione non funziona sull’uomo

Così tutti gli altri ricercatori nel mondo sanno che quella strada non funziona.
In questo modo non ripetono anche loro quella ricerca che si sa già che non funziona, ma ne provano un’altra che ancora non è stata provata.

Da questo punto di vista queste ricerche che non portano all’obiettivo finale non sono fallimenti. Sembrano fallimenti se le guardi singolarmente, come se fossero ricerche isolate dal resto del mondo. Ma non è così!
I risultati vengono sempre condivisi con la comunità scientifica, per cui anche un risultato che all’apparenza può sembrare fallimentare è in realtà un risultato utile a qualcun altro che così scarta quella via che ora si sa non portare al risultato. In questo modo può restringere il campo sempre di più verso la via giusta.

Quando verrà finalmente inventato un vaccino per l’HIV per l’uomo il suo inventore sarà celebrato su tutti i giornali e vincerà il nobel, garantito. Quello che però non si dirà è che avrà raggiunto quel risultato anche grazie a tutti gli altri ricercatori che per anni gli hanno detto “non provare quella soluzione, l’ho già provata io e non funziona” mettendolo per esclusione sulla buona strada*.
Questi lavori coi vaccini HIV sugli scimpanzé che poi non funzionano sull’uomo non sono dei fallimenti, ma solo i mattoni di un processo molto più complesso che porta al risultato finale.
Li puoi scambiare per fallimenti – come fa la kuan – solo se credi che la scienza sia un lavoro individuale di persone che lavorano autonomamente, ignorando che invece la scienza lavora condividendo le informazioni, in modo che ognuno faccia tesoro delle esperienze degli altri. Se guardi tutta la ricerca nel campo dei vaccini HIV nel suo complesso allora non hai più tanti fallimenti ma solo un work in progress di una ricerca globale non ancora arrivata a conclusione.

Visto che invece kuan non sa come funziona la scienza prende tutte queste ricerche e le cataloga una per una come fallimenti e le somma dicendo che sono N fallimenti, e che quindi la sperimentazione animale non serve perché dà N fallimenti.
Fa così perché – ammettendo la buona fede – non è capace di guardare alla ricerca come qualcosa di globale, ha una visione ristretta a pochi millisteradianti.
Non è capace di percepire che si trova, dal punto di vista temporale, all’interno di una ricerca che ancora non è arrivata a conclusione, non è quindi capace di capirne i progressi finché non si arriva al risultato finale.
Quando poi si arriverà al risultato finale cambierà versione. Adesso dice che la sperimentazione dei vaccini HIV sugli scimpanzé è inutile perché non porta a niente, che il risultato è zero. Quando però arriveranno al vaccino HIV che funziona, non ammetterà di aver detto baggianate, ma cambierà versione: dirà che è stato ottenuto facendo un danno enorme.
Non ci credete?

Eppure è proprio quello che ha detto nella stessa intervista del vaccino anti polio.
Fate pure due conti…

 

 

 

* semplifico un po': ovviamente c’è anche una buona dose di merito, non è che uno sulla buona strada ci arriva solo per fortuna o per esclusione. Ci arriva anche perché ha una buona dose di intuito. Ma il fatto che altri abbiano già scartato alcune strade facilita il lavoro del suo intuito.

Aggiornamento tempestivo

December 15th, 2014 by mattia | No Comments | Filed in praga, repubblica ceca

Vicino alla mia facoltà stanno facendo dei grossi lavori per il nuovo centro di cibernetica (se non ho capito male). Da qualche giorno ci sono le gru che stanno cambiando tutto, movimento terra a mille.
Ecco, mi sono accorto che la mappa del campus è stata aggiornata. Nel posto dove stanno facendo i lavori hanno messo una gru e la ruspa che fa movimento terra.
Quando si dice l’aggiornamento tempestivo.

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Il vero scopo

December 15th, 2014 by mattia | 3 Comments | Filed in chicche, praga, repubblica ceca

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Avete presente quella cosa morbidosa che di solito si trova ai bordi delle scale mobili?
Per diversi anni ho pensato che il suo scopo fosse avvertire gentilmente il passeggero delle scale mobili che si stava avvicinando con la gamba al bordo delle stesse, facendo una sorta di solletico di avvertimento. Così il passeggero allontana la gamba. Questo per evitare che i pantaloni entrino in contatto con il bordo fisso delle scale mobili e magari restino impigliati.

Ieri ho scoperto qual è invece il loro vero scopo: lucidarsi le scarpe.
Avevo infatti passato il lucido sulle scarpe ma erano rimaste opache e la spazzola non lucidava una mazza. Nel pomeriggio però sono uscito e ho preso la metro. Sulle scale mobili ho passato le scarpe su questi bordi morbidi e in pochi secondi le scarpe sono diventate lucenti. Giuro, sono stupende.
Quindi il mio consiglio è di passare solo il lucido sulle scarpe, poi di spazzolarle sulle scale mobili. Meno fatica e risultati eccellenti.

Ogni tanto fanno anche pubblicità belle

December 14th, 2014 by mattia | 3 Comments | Filed in praga, repubblica ceca

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