Ridente paesino ceco

September 2nd, 2014 by mattia | 1 Comment | Filed in repubblica ceca

20140830_130615

Lamentarsi per la perdita di qualcosa mai posseduto

September 2nd, 2014 by mattia | 9 Comments | Filed in riflessioni

Quando i maomettani hanno diffuso il video della decapitazione del giornalista americano si è ripetuto il solito schema:

- utenti caricano il video su reti sociali
- i gestori li rimuovono sospendendo pure alcuni utenti
- escono i soliti editoriali dei soliti quattro autodefinitisi esperti di internet che ci raccontano dei pericoli della censura, facendosi domane anche abbastanza stupide del tipo ma internet è di tutti?

Magari sì, internet è di tutti, ma iutiube e tuitter no, sono proprietà dei loro azionisti. Quindi quando mi chiedi se  giusto che siano iutiube e tuitter a decidere cosa è comunicabile alla domanda devi aggiungere … sulla loro rete.
Perché quello che pubblico qua, per esempio, non lo decide né tuitter né feisbuc. Lo decido io.
L’unico vincolo che ho è il contratto con l’azienda da cui compro l’hosting che potrebbe decidere che alcuni contenuti che pubblico loro non li vogliono hostare e quindi me li rimuovono o recedono dal contratto e mi chiudono l’hosting.
Lasciando pure da parte gli eventuali danni che potrei chiedere, posso sempre cercare un altro hosting (pagando, come sempre pago per l’hosting) disponibile a hostare i miei contenuti.

E se proprio nessuno vuole hostarmi perché teme che i miei contenuti siano illegali e li esponga e responsabilità, posso sempre installarmi in casa un server, prendere una linea internet con IP statico e hostarmi da solo.
Internet è di tutti fin quando potrò accedervi con una linea a IP statico. A quel punto posso farci quello che voglio, rispondendo solo alle leggi del paese dove ho la linea.
Il resto è tutto un di più.

Se invece di caricare un video qua sul blog lo carico su iutiub perché è più comodo/non consumo banda del mio hosting/sfrutto meccanismi di viralità di una rete sociale come iutiub allora ne traggo dei vantaggi che pago accettando i termini di utilizzo che iutiub mi impone. Non mi stanno bene? Carico il video sul mio hosting pagando la relativa tariffa per una banda aggiuntiva, ad esempio. Mi vengono a mancare i meccanismi di viralità di iutiub? Fondo un mio sito di video, lo chiamo ButtTube e cerco di convincere la gente a usare ButtTube anziché iutiube (e poi con quel nome lì secondo me di visite ne tirerebbe un casino).

Questi autodefinitisi esperti continuano a confondere internet con iutiube, feisbuc o tuitter. Alla stregua dei quattordicenni che ti dicono “io non uso internet, io vado solo su iutiub“.
Per loro internet finisce lì, non hanno capito che la libertà di internet non consiste nella libertà di usare reti sociali di altri, ma sta nella libertà di crearne di proprie.
Non ho bisogno che il Sindaco dell’Internet mi autorizzi a creare ButtTube o Butter, posso aprirli domattina, senza chiede autorizzazioni a nessuno od ottenere una licenza come avviene in altri settori. È questa la libertà di internet.

Ma queste cose ce le siamo già detti mille volte.

La cosa su cui però riflettevo è quanto sia paradossale questa lamentela.
Guardiamo in faccia la realtà: oggi ognuno di noi può comunicare a tutto il mondo quello che vuole con pochissimi mezzi.
Sei un aspirante regista? Puoi fare i tuoi film e pubblicarli su iutiube senza aspettare l’autorizzazione di nessuno. Dieci anni fa non era così. Non esisteva un canale per la pubblicazione di video (e anche a hostarlo da soli le connessioni erano lente).
Se eri un regista in erba l’unico modo per emergere era dare via il culo a qualche produttore o proprietario di casa di distribuzione per farlo arrivare nelle sale cinematografiche o in TV.
Se nessuno di questi accettava il tuo lavoro nessuno l’avrebbe visto. L’unica possibilità per te era scendere nella piazza del paese con un proiettore per farlo vedere ai passanti. Ma anche lì avresti dovuto chiedere autorizzazioni con bolli e controbolli, avresti ricevuto la visitina dell’ispettore SIAE…
In pratica non avevi la possibilità pratica di far vedere i tuoi film a nessuno (fuori dal tuo giro di conoscenze) se non avevi l’autorizzazione di un altro che stava sopra di te. Non potevi irrompere in una sede di trasmissione televisiva e trasmettere il tuo film. E non potevi crearti una tua TV per trasmettere il tuo film senza una licenza per trasmettere.
Ora invece è tutto l’opposto. Puoi pubblicare il tuo film su iutiub e dopo pochi minuti lo possono vedere in tutto il mondo. Senza autorizzazione da parte di nessuno, senza dover dar via il culo a nessuno.

Lo stesso per chi produce musica e può farla sentire a chiunque su internet senza dover passare da una casa discografica o dalle scelte di trasmissione di una radio. Senza nemmeno dover fare il borderò della SIAE, cazzo! Senza nemmeno dover fare quelle cose idiote tipo comprare i bollini da mettere sui CD del tuo gruppo anche se ci sono incisi solo brani di gente morta nel Settecento.

Ma lo stesso vale anche solo per le idee. C’è gente che su blogspot fa migliaia di utenti unici al giorno. Prima di internet non avrebbe potuto farlo. Per far sapere al mondo le proprie idee avrebbe dovuto stampare un giornale. Un costo enorme che quasi nessuno poteva permettersi, e difficilmente poteva far arrivare il suo giornale in tutto il mondo. Tu oggi puoi far leggere le tue idee a tutto il mondo a costo zero con un blog gratuito, prima le tue idee al massimo le sapeva il tuo quartiere.

Non mi dilungo oltre, penso che il punto sia chiaro: abbiamo guadagnato pezzi di libertà di espressione mostruosa che qualche lustro fa nemmeno ci immaginavamo.
Eppure riusciamo a lamentarci per le virgole. Un po’ come trovarsi in un’orgia con cento donne e lamentarsi perché la numero 23 ha il naso storto.
Iutiub e altri siti di condivisione di video ti dànno una possibilità che prima non esisteva. Lamentarsi per queste rimozioni di video significa non percepire la portata dello strumento che ti dànno gratuitamente. Significa dare per scontata la possibilità di far sapere/vedere/ascoltare al mondo quello che vuoi in maniera gratuita.
Ebbene, non è una cosa scontata. Dieci anni fa non lo era manco un po’. Ci siamo già abituati così alla svelta?

Mi direte, già ma qui stanno cercando di imbavagliare, dobbiamo fermarli…
Questo timore si basa su una paura di perdere qualcosa, in questo caso una fetta di libertà.
Ma quella fetta di libertà (di pubblicare quello che vuoi in casa d’altri) non l’hai mai avuta. Prima di iutiub non esisteva la possibilità di andare in un cinema o in una TV e decidere tu quello che si proiettava o trasmetteva.
Ti lamenti per la perdita di qualcosa che non hai mai avuto, e nessuno ti ha mai detto di avere, mentre invece ricevi una possibilità che dieci anni fa nemmeno ti sognavi.

Non è terribilmente paradossale?

In automatico

September 1st, 2014 by mattia | No Comments | Filed in repubblica ceca

ubriaco

È che noi uomini siamo fatti così.
In qualsiasi situazione, anche stravaccati in coma etilico su di un prato, la mano ci finisce sempre lì.
In automatico.

 

Ribaltando la realtà

September 1st, 2014 by mattia | 21 Comments | Filed in ignoranza

così per dire

Piccola precisazione.

Nella vicenda in questione quelli che hanno perso la vita sono i pescatori.

E no, i marò non stavano combattendo per noi, stava facendo da guardia a una nave privata.

Giusto per rimettere le cose in chiaro. Anzi, in kiaro!

 

Rebus: 2, 4

August 31st, 2014 by mattia | 5 Comments | Filed in repubblica ceca

IMG_7230

DBA #2

August 31st, 2014 by mattia | 15 Comments | Filed in dropping balls award, ignoranza

Uno non fa in tempo a creare il dropping balls award che già gli si para davanti una nominescion da urlo, un DBA platinum ediscion.

Leggete quest’articolo del corriere (rubrica innovazione, figuratevi se era un articolo della rubrica banalità).
Se riuscite a non ruzzolare giù dalla sedia ridendo vi aspetto qua.

Letto?

Il corriere innovazione (aspetta che mi fermo un attimo a respirare… innovazione, santiddio) racconta la storia di una azienda italiana che produce un sistema per ricaricare il cellulare con la dinamo della bicicletta:

L’idea di partenza è che la dinamo della bicicletta può essere usata anche durante il giorno, allo scopo di accumulare energia.

Ma dai, io pensavo che la dinamo della bicicletta si potesse usare solo di notte. E invece no, si più usare anche di giorno. Ma tu guarda. Chi ci avrebbe mai pensato?

Da qui è partito Tagliaro, per realizzare Lightcharge, il meccanismo che trasforma la corrente alternata prodotta dalla dinamo in corrente continua per ricaricare smartphone, iPod e altri dispositivi elettronici, tramite un cavo Usb incorporato.

Cioè, un ponte a diodi, due condensatori, un 7805 e una porta USB.
Circuitino che sa costruire anche il mio gatto se gli dai un saldatore nella zampa.

No, sul serio, mi stanno spacciando un circuito da seconda superiore avanzata per un’innovazione tecnologica?
ROTFL.

«Il cellulare viene fissato sul manubrio o in altri punti del telaio, grazie a un apposito sostegno», spiega Tagliaro, consulente informatico di 34 anni con laurea in Economia a Ca’ Foscari, «i cavi del convertitore, assicurati alla bicicletta tramite fascette bloccanti, seguono la forcella fino al dispositivo da ricaricare: praticamente non si vedono e non si spostano dalla loro posizione. Evitano così di intralciare i movimenti del ciclista».

Ah, no, scusate, ci sono le fascette. Allora è tutto diverso. Chi mai avrebbe pensato di mettere delle fascette per tenere là il cavo?
Un elettricista qualsiasi che mangia fascette a colazione? Ma no, cosa dite, bisogna laurearsi in economia a Ca’ Foscari e aprire una startap per ideare l’innovativo metodo delle fascette sulla forcella.
Santo cielo.

L’articolo continua:

Si tratta di un sistema di luci a led (una bianca e una rossa) che si attiva, sempre tramite cavo Usb, a contatto con il convertitore e quindi con la dinamo.

Cioè, mi stai dicendo che se trai i 5 V della presa USB colleghi un LED e una resistenza in serie il LED si accende?
E no, mica è così semplice, bisogna collegare il LED nel verso giusto.
A Ca’ Foscari c’è un corso apposta da 5 crediti per imparare a distinguere anodo e catodo di un LED.

Un’ultima nota, questa volta seria:

garantisce la protezione dal sovra voltaggio

si dece tensione non voltaggio.

Indecenti!

DBA #1

August 29th, 2014 by mattia | 23 Comments | Filed in dropping balls award, perle giornalistiche

Con questo articolo oggi il corriere vince il dropping balls award della giornata.

Riassumo per chi non ha il coraggio di leggerlo.
Secondo la persona che ha pigiato i tasti della tastiera, la silicon vallei è come la reggia di versail.

Perché? Che cosa c’entrano l’una con l’altra?

Perché nella silicon vallei c’è gente che diventa ricca con la tecnologia mentre per le strade ci sono i poveri.
Coloro che si sono arricchiti con gugol, feisbuc o tuitter sono le nuove marie antoniette che non si rendono conto dei poveri là fuori.

A sostegno di questa bizzarra tesi la signora fa un descrizione delle belle sedi lavorative della silicon vallei

Nella sede di DropBox, società dicloud storage, pare che si mangi meglio che nel resto di San Francisco.
Poi Airbnb che tra poltrone di pelle e cucine rustiche ha ricreato per i suoi dipendenti l’ambientazione delle case che mette in affitto.

e in contrasto

Nel frattempo dall’altra parte della Valle, i lavoratori faticano (sono oltre la metà) ad arrivare a fine mese e gli homeless aumentano ogni anno del 20 per cento.

Così, chi lavora nella silicon vallei è considerato come un nuovo membro di una reggia di privilegiati, in contrasto coi poveri.

Imbarazzanti le frasi come quella in cui la signora riesce a dire che i finti bambi nel giardino della sede di tuitter ricordano le riserve di caccia dei Borbone (come dire: oh, nella sede di feisbuc c’è un gabinetto, proprio come nella sede di versail!!!11!1!!!).

Ma tralasciamo questi viaggi allucinogeni tra connessioni immaginarie.
Qui si contesta che ci siano dei poveri nell’area dove c’è chi diventa ricco con la tecnologia.

Uhm.
E dove non è così? Cioè, ci stai dicendo che a poca distanza ci sono ricchi e poveri?
Be’, tra la stazione centrale di Milano e il Duomo ci sono tre chilometri, e mentre in stazione centrale ci sono i barboni che dormono sul pavimento, nei graziosi appartamenti ultracostosi in Duomo ci sono i ricconi che si permettono di mantenere una serie di sguatteri sempre pronti a preparare una pera cotta se il signorino arriva a casa la sera con un po’ di capricci.
I ricconi che vivono nel centro di Milano non sono diventati ricconi con la tecnologia, ma cosa cambia rispetto a un barbone? Sempre ricconi sono.

In qualsiasi città del mondo troverai ricconi e barboni. Perché solo quelli della silicon vallei dovrebbero essere le marie antoniette? Tolto il tema della tecnologia all’articolo, potresti usare gli stessi concetti per qualsiasi città del mondo.
In pratica ci sta dicendo che esistono ricchi e poveri. Urca.
Ok, un’analisi sulle diseguaglianze sociali che ci potrebbe anche stare, ma in generale. Perché proprio su chi è diventato ricco con la tecnologia e non con la vergella? Mistero della fede.

Salendo nel grado delle dropping balls, c’è poi il fatto che si contesta a queste aziende di offrire un ambiente di lavoro bello ai propri dipendenti, chi fornendo loro un ottimo servizio ristoro, chi un ambiente arredato bene e non una scrivania di formica in un cubicolo, chi consentendo di portare il cane al lavoro…
Cioè, un’azienda tratta bene i suoi dipendenti e tu lo contesti perché fuori ci sono i barboni?
Cosa dovrebbe fare l’azienda, trattare male i dipendenti perché fuori ci sono i barboni? Eh?
Se un’azienda coccola un suo dipendente io dico bene, e che cazzo. Come fai a lamentarti di una roba del genere?
Mi sembra di sentire quel mio amico a cui una la voleva dare e lui non l’ha presa.
Certe aziende della silicon vallei sono quasi un modello sociale per come trattano i dipendenti creando ambienti di lavoro stimolanti, in cui si è finalmente arrivati al concetto per cui il lavoratore per rendere il massimo deve trovarsi in un bell’ambiente di lavoro, non trattato con la frusta. E questi se ne lamentano.
Sì, ok, fuori ci sono i poveri. Quindi non devono trattare bene i propri dipendenti?

Ma l’apice del dropping balls c’è una differenza abissale tra chi è nella reggia della silicon vallei e chi era in quella di versail.
Chi fa i soldi nella silicon vallei, offre dei prodotti e dei servizi. Lavorano. Creano cose che poi noi tutti usiamo.
Maria antonietta non faceva un cazzo. Viveva di rendita, e senza alcun merito.
Nella silicon vallei a fare i soldini non ci arrivi per grazia di Dio e volontà (più o meno) della nazione, ma perché studi, ti fai il culo, diventi una cima nella tua professione e un’azienda ti assume perché sei bravo. Poi vai lì nella silicon vallei a lavorare e fai delle cose utili, prodotti o servizi, roba che la gente usa e compra e che spesso rende la vita più facile. Sono traino di un settore economico.
Paragonarli a dei parassiti della società come erano i nobili è ridicolo.
Chi fa i soldini nella silicon vallei non lo fa imponendo delle tasse a dei sudditi ma offrendo beni e servizi che la gente vuole.
Come si fa a paragonare chi ha successo in un campo professionale con parassiti ricchi senza dare utilità al popolo?

Io ho come un dubbio, che ci sia sempre e comunque un odio per chi ha del successo nella propria professione facendo poi dei soldi con questa. Come se fosse una colpa essere al top della propria professione e ricevere un adeguato trattamento economico o un ambiente di lavoro col tavolo da ping pong nell’area relax. Quasi che uno al lavoro debba per forza soffrire ed essere sottopagato, altrimenti è una Maria Antonietta.
Ma dico, cosa c’è di male ad aver successo nella propria professione e a vederselo riconosciuto anche economicamente e con benefit?

 

La sfida dell’acqua gelata in testa

August 29th, 2014 by mattia | 2 Comments | Filed in Uncategorized

Se proprio dovete farla, fatela in grande.

 

Piesse: ho sentito che qualcuno ha lanciato la #LiquidNitrogenBucketChallenge. Quella sarebbe divertentissima.

Switch to our mobile site