In questi giorni ho sentito parlare dell’abolizione del valore legale del titolo di studio.
Che si abolisca l’influenza del voto di laurea nei concorsi pubblici penso sia sacrosanto.
Anni fa andai alla laurea di un amico in una Università del centro italia. Alla cerimonia su una ventina di laureati solo due non presero centodiecielode. E’ evidente che un centodiecielode di una università non corrisponde al centodiecielode di un’altra università. Ed è giusto che non siano equiparati in sede di concorso.
Ma per le aziende, che cambia? Chi fa selezione del personale, non essendo legato a regolette e codicilli, già tiene presente se il tuo centodiecielode viene dall’Università Molto Figa o dall’Univeristà Un Calcio In Culo.
E per dirla tutta, tolti il primo periodo dopo la laurea se ne fottono anche del titolo di studio, vogliono vedere cosa sai fare.
Nei vari colloqui di lavoro che feci dopo la laurea vidi selezionatori pesare più una cosa o più l’altra. C’era quello che considerava molto un periodo all’estero e quello che ti valutava tantissimo se, come nel mio caso, avevi fatto lavori tipo il portinaio notturno durante gli studi, perché indica che sei propenso a darti da fare.
Poi c’è il voto di laurea, ma è solo una vaga indicazione di quello che sei, una delle tante cose che guardano.
Cosa cambierebbe togliendo il valore legale del titolo di studio per le aziende? Niente.
Vale la pena quindi di abolirlo? Secondo me no.
Coloro che propongono di abolirlo fanno tanti bei discorsetti. Li sento da anni, e mica sono in questo settore. Togliendo il valore legale al titolo di studio stimoli la concorrenza tra le Università, gli studenti andranno negli atenei non per il pezzo di carta, ma per imparare. Andranno dove preparano meglio, e le Università dovranno offrire un servizio di qualità migliore per attrarre studenti.
Tutte belle cose, per carità. Ma ho come l’impressione che, al pari di tante altre teorie che stanno in piedi sulla carta, nella realtà si rivelerebbe come un fallimento. E come da copione i suoi sostenitori verrebbero a dirti che l’idea era giusta ma è stata applicata male.
Il primo problema dell’Università è che mancano i soldi. Tu puoi stimolare quanto vuoi la concorrenza tra le Università, ma se queste non hanno soldi come cavolo incrementano la qualità del servizio?
Si dice, facciamo la classifica dell’Università più brava e di quella più scarsa, così diamo più soldi alla prima e meno alla seconda. D’accordissimo, sono il primo a metterci la firma.
Ma se il totale dei soldi che investi nell’Università è lo stesso l’unico risultato è quello di accentuare le differenze. Sì, alla fine l’università scarsa chiuderà i battenti perché non può stare in piedi, ma l’altra Università non necessariamente potrà accogliere gli stessi studenti.
Avrà usato i soldi per aumentare la qualità sel servizio ai suoi studenti, non per sostituirsi all’Univeristà che chiude. Anche perché a quel punto piuttosto che puntare su mega atenei buoni che mangiano i pesci piccoli ti conviene far funzionare bene le università che non funzionano.
La concorrenza senza dare loro i soldi le Università non la possono fare senza cannibalizzarsi a vicenda.
Immagino cosa potrebbe succedere con uno scenario del genere: le università per competere dovranno trovare le risorse che mancano dagli studenti, e arriveremo a univeristà fighe che chiedono cinque mila euro di tasse e università sfigate che chiedono cinquecento euro di tasse. Lascio a voi le conclusioni.
Così come tanti altri problemi dell’Università non si risolvono certo con l’abolizione del titolo di studio. Dicono, sì così sviluppi la concorrenza tra gli atenei e il tal barone non assume più il figlio del cognato incapace, altrimenti va in malora il dipartimento dove lavora, che chiude e resta a casa. Sì, ora che fallisce l’Università per quel suo comportamento passano vent’anni, e il barone fa in tempo ad andare in pensione. Quando uno fa cose simili ragiona con l’idea che il suo comportamento individuale si annacqua nel grande sistema. Il problema si risolve dando responsabilità individuali a chi seleziona il personale, non sperando che uno si metta la mano sulla coscienza e smetta di assumere il cugino della sua vedova perché altrimenti l’Università fallisce in quanto gli studenti non vengono più a scuola per il pezzo di carta da quando hanno abolito il valore legale del titolo di studio.
Poi c’è da capire che tipo di sistema scolastico si vuole. Quelli che parlano di concorrenza delle Università hanno spesso in mente il modello americano, dove ci sono università fighissime e università sfigate. Di mezzo c’è quello che puoi permetterti di spendere. Non che le università fighissime facciano lezioni speciali, ho visto alcuni video con lezioni di fisica di un fighissimo ateneo ed erano banalissime lezioni di fisica che avrei potuto fare anche io o tanti altri insegnanti alla stessa maniera. Ciò che cambia è che le università sono fighe, tutti vogliono entrarci, la selezione è dura e una volta che sei entrato nel club hai vinto il biglietto della lotteria. Ti potrai mettere la felpa dell’università figa, e candidarti per lavori nei quali accettano solo CV da gente laureata in una università figa.
Non perché lì l’insegnamento è migliore, ma solo perché essendo la selezione all’ingresso molto rigida le aziende sanno che se sei passato da lì non sei un pirla.
Il trucco quindi è riuscire a far credere di essere molto fighi in modo da ricevere una marea di domande di iscrizione, selezionare gli studenti migliori e poi venderli sul mercato (dopo avergli spillato qualche decina di migliaia di dollari). Le università fighe non sono necessariamente migliori perché insegnano meglio. Sono migliori perché si prendono in ingresso gli studenti migliori. E grazie al cazzo.
Un’università la si valuta piuttosto controllando quanto cresce uno studente passando da lì.
∆Qs=mean(qualità_studente_out) – mean(qualità_studente_in)
La concorrenza tra università e la creazione di università fighe e università sfigate non serve a creare un sistema scolastico migliore, serve solo a fare in modo che ci sia un club esclusivo.
Al paese non serve a niente. Un paese progredisce non quando prende gli studenti già bravi e mette loro un timbrino per farli riconoscere come tali. Un paese progredisce quando prende uno studente medio e lo innalza. Per capirci, gli intellettuali che andavano all’Università c’erano anche trecento anni fa. Le società si sono evolute però quando l’istruzione è diventata una cosa di massa, non di elite.
Certo, istruire le masse con un buon sistema universitario diffuso costa più risorse che prendere quattro o cinque università in italia, decidere che quelle sono le migliori, metterci dentro chi è già migliore di suo e lasciar crepare gli altri. E’ proprio una questione di capire cosa conviene al paese nel suo insieme.
Io non ho certo invidia dei paesi dove la figaggine di una persona si deduce dalla felpa che indossa.
Perché magari sarà vero che abolendo il valore legale del titolo di studio gli studenti non andranno in un ateneo per il pezzo di carta. Ma andarci per una felpa mi sembra decisamente più cretino.