Ma chi è quel mona che va avanti e indrio con quella porta lì?

October 31st, 2014 by mattia | 6 Comments | Filed in praga, repubblica ceca

Nel palazzo dove abito ogni tanto capita un fenomeno strano.
Ne cuore della notte sento qualcuno che trasporta oggetti voluminosi giù dalle scale. Come faccio a sapere che sono oggetti voluminosi? Perché si sente quel tipico rumore di quando trascini qualcosa per terra e poi lo trasporti giù per i gradini. Quindi è qualcosa di grosso che non può essere tenuto in mano ma deve essere trascinato per terra

Perché uno dovrebbe portare fuori qualcosa di  voluminoso nel cuore della notte?
Ho anche provato a pensare a un serial killer che porta fuori i cadaveri e ovviamente farlo di giorno desterebbe qualche sospetto. Oh, dopo tutto anche il corpo di Aldo Moro fu trasportato giù dalle scale di un condominio.

Comunque, ogni volta che sentivo questi rumori volevo uscire a controllare, solo che mi mancava la voglia per uscire dal letto.
Questa notte è andata diversamente. Alle 4 precise ho sentito i rumori, mi sono messo i calzoni e sono uscito a vedere chi fosse e che stesse succedendo. Ovviamente con l’intenzione di sfoderare il mio armamentario di imprecazioni il lingua boema.
Esco sul pianerottolo, vedo la luce dell’androne accesa, ma della persona nessuna traccia. Si era dileguato.

Mi è scappato per un pelo. Ah, ma la prossima volta lo becco, oh sì.

Flauto mandolino

October 31st, 2014 by mattia | 7 Comments | Filed in praga, repubblica ceca

Stasera è uscita questa idea: andare a suonare sul ponte Carlo.
In effetti l’ho già fatto anni fa, ma mi è stato riproposto, e a me queste cose piacciono un sacco.

I problemi però sono due.

Primo: sarebbe un duetto mandolino (io) – flauto traverso (l’altro).
Ora, duetto chitarra mandolino alla grande. Mandolino e fisarmonica andiamo a nozze. Ma mandolino e flauto traverso?
Come li mettiamo insieme questi due strumenti?
Dovremmo studiarla bene (o banalmente metterci a suonare e vedere cosa esce).

Il secondo problema è la temperatura. Fa freddo ormai e l’idea di andare a suonare le canzoni di Natale… avete mai provato a suonare all’esterno d’inverno? Ti gelano le dita, non funziona bene.

Mentre tornavo a casa pensavo a queste cose quando sul tram è salita una comitiva festante di studenti della CZU: probabilmente festeggiavano la vittoria al torneo universitario di hockey.
Uno di questi aveva una fisarmonica e suonava delle famose polke ceche. Non chiedetemi i titoli ché non li conosco, ma sono le polke che sento sempre ai balli.
Tutti cantavano. Una coppia ha provato a ballare, ma sapete com’è… ballate una polka sul tram non è il suo.
Hanno però creato una bella atmosfera. La gente era contenta. Ok, questi studenti erano un po’ esuberanti ma insomma, non c’era gente che li accusava di molestarli perché suonavano e cantavano le polke sul tram.

Allora pensavo: perché non risolviamo il secondo problema suonando sul tram anziché sul ponte Carlo?
Almeno nel tram fa caldo e non gelano le dita.

Sarebbe bello fare una cosa del tipo che facciamo finta di non conoscerci. Uno di noi due è lì sul tram a smanettare sul cellulare, arriva l’altro e si siede davanti a lui senza nemmeno guardarlo. Poi uno dei due estrae lo strumento e inizia a suonare, l’altro estrae il suo strumento e gli va dietro. Suoniamo una canzone insieme… e poi mettiamo via gli strumenti come nulla fosse, senza guardarci in faccia e torniamo a smanettare sui nostri cellulari.

Che ne dite?

Gaffe di sto cazzo

October 31st, 2014 by mattia | 1 Comment | Filed in ignoranza

cultura

via repubblica

 

Da qualche giorno c’è una massa di persone indignate perché il ministro della cultura del governo francese ha ammesso di non leggere un libro da due anni.
Il tutto è partito perché il ministro ha ammesso di non aver mai letto libri di Modiano, il tizio che ha preso il nobel per la letteratura poco fa. Cosa che repubblica definisce gaffe.

Più che altro io definirei gaffe la sola esistenza di un giornale del genere.

Perché mai dovrebbe essere una gaffe ammettere di non aver letto mai un autore? Forse che dobbiamo per forza conoscere tutti i libri di tutti gli autori della letteratura nella nostra lingua madre?
Non è che se dei signori decidono, sotto l’effetto di sostanze psicotrope, di assegnare un premio a un tizio tu sei obbligato a leggerlo. Sei libero anche di dire che quell’autore ti fa schifo, o che banalmente non ti interessa.
Anni fa lessi il libro di Pamuk su Constantinopoli, e nonostante alcune parti fossero godibili e davvero interessanti a un certo punto è diventato un mattone degno del peggior diario di masturbazioni mentali di un sedicenne condito ai ricordi del vecchio che beve il bianchino al bar e parla di quando era giovane. Posso dire che mi faceva schifo anche se l’aveva scritto Pamuk o secondo certi sciroppati faccio una gaffe?
Posso dire che banalmente un genere non mi interessa e per quello manco lo leggo?
O devo leggerlo per forza?

Quanti autori italiani semisconosciuti non avete letto? Se domani dànno un nobel a uno di questi voi dal giorno dopo siete automaticamente ignoranti?

Eh, ma dicono che il ministro ha ammesso di non leggere alcun libro da due anni. E qui è il punto.
Perché la questione non è solo un problema di aver letto o meno Modiano. Il punto è che c’è qualcuno che si arroga il diritto di dire cosa è la cultura. Si sentono in diritto di dire che se non hai letto Modiano non sei acculturato così come non sei acculturato se non leggi libri.
Come se loro fossero gli dei della cultura per decidere cosa devi leggere/guardare/fare per etichettarti acculturato.
E la gente, con una pigrizia mentale e una indipendenza di pensiero inesistente, corre loro dietro obbedendo a questi requisiti pur di sentirsi “acculturata”.

Nessuno che mai si chiede: no, aspetta, ma perché leggere un libro dovrebbe essere “cultura”?
Provate a entrare in una libreria questo pomeriggio e ditemi quanti libri secondo voi dovrebbero essere classificati come cultura. I romanzi per adolescenti brufolosi di moccia sono cultura? I libri di cucina scritti da Benedetta Parodi sono cultura? I saggi mattone di paranoie scritti da travaglio sono cultura? I manuali per perdere peso col metodo del Dr. Stikatsi sono cultura? Fuffa assortita tipo de ciaina stadi  è cultura?
E non voglio sentire be. Anche de ciaina stadi  è un libro, prova a dimostrarmi il contrario.

Eh no, ma loro intendono i libri quelli di letteratura, di storie.
Mmm, quindi facciamo i gialli di Camilleri? Le storielle di Vitali?
Ah, e quella me la chiami “cultura”? Io lo chiamerei intrattenimento. Sono libri che leggi per passare qualche ora piacevole, così come fai con un film o ascoltando musica. Nulla di più.

Ok, ma loro intendono i libri importanti.
Va bene, restringiamo ancora un po’. Ma guarda che con le categorie citate fin qui abbiamo coperto una fetta quasi totalitaria del fatturato di una libreria. Oggi dire “leggo un libro” sui grandi numeri significa leggere quella roba lì.
Ma ci sto, vediamo quali sarebbero questi libri importanti. I promessi sposi? (guardate quanta gente esce con un romanzo del genere da una libreria, ne vendono a migliaia).
Dovrò ammettere che quella è cultura, no?

Fino a un certo punto, perché anche i promessi sposi alla fine sono intrattenimento. Certo, è intrattenimento dell’ottocento, ma sempre intrattenimento è.
Viene catalogato come cultura perché viene insegnato a scuola e perché nell’ottocento chi sapeva leggere era una elite della società (la stessa elite che decideva cosa era cultura e cosa no: avessero fatto scegliere ai contadini ti avrebbero detto che era cultura saper distinguere 200 specie diverse di alberi).
Tra duecento anni non mi stupirei se leggessero a scuola Camilleri e con l’aria saccente ti spiegherebbero che certe frasettine sono una critica sottintesa alla legge Bossi-Fini così come adesso ti spiegano che Manzoni parla degli spagnoli per riferirsi agli austriaci.

Alla fine i libri di letteratura, anche quelli “impegnati”, sono una forma di intrattenimento. Un intrattenimento che può sembrarci cultura solo perché creato in un periodo storico diverso oppure orientato su una categoria sociale diversa. Ma è solo uno strumento di intrattenimento.
Ha forse assunto un ruolo principe nel definirsi cultura rispetto ad altre fonti di intrattenimento perché per accedervi richiede la capacità di leggere, qualcosa che una volta non tutti sapevano fare.
Ma ora che sappiamo tutti (o quasi) leggere, un libro piuttosto che un film, un concerto o una trasmissione televisiva pari sono.

Eppure leggere libri è sinonimo di cultura mentre guardare la TV è pigrizia.
Già, quindi se mi leggo un romanzo di moccia è cultura mentre se guardo una puntata di superquark è pigrizia solo perché è più facile guardare la TV rispetto a leggere delle pagine? No, vero?
Se qualcuno ha creato uno strumento in cui dei contenuti vengono veicolati in maniera semplice da assimilare come la TV che male c’è ad usufruirne? Devo per forza imparare cose nuove con un metodo scomodo per dire di assimilare cultura? Se imparo le stesse cose nuove con uno strumento più comodo allora non è cultura? Masochismo da apprendimento, direi.

Se vogliamo parlare di cultura dobbiamo guardare ai contenuti. Il libro è solo un insieme di cellulosa e inchiostro. Il libro è solo uno strumento, non il contenuto. Attribuire a un libro un bollino cultura è quindi pura idiozia. Ridere di un ministro della cultura perché non legge libri è una puttanata.

 

 

Ciao come stai?

October 29th, 2014 by mattia | 45 Comments | Filed in ignoranza, perle giornalistiche

Ancora una volta.
Qui c’è gente che ha dei problemi seri.

Il corriere titola

New York: ragazza molestata 108 volte in 10 ore

Poi scopri che è il solito esperimento di una ragazza che cammina per strada con la telecamera nascosta e che nelle molestie non ci sarebbe nulla di fisico bensì “complimenti inopportuni, fischi e apprezzamenti da 108 persone“.
Dànno fastidio anche quelli, direte.

Vero, se una ragazza passeggia e un tizio per strada le dice “vieni qua a farmi un pompino” posso anche classificarlo come molestia verbale.

Guardando il filmato però si sentono di cose tipo:

How you doing today?

What’s up beautiful? have a good day!

Hey, what’s up girl? How you doing?

How are you this morning?

Have a nice evening?

Hello, good morning. Have a good day already?

How you doing? Good?

You don’t wonna talk? Because I am ugly? We can be friends, nothing?

What’s up miss?

How you doing?

Have a nice evening darling

Seriously?
Queste sarebbero molestie?
Dire a una ragazza “ciao, come stai” è una molestia? Dirle “Buona sera, cara/ buona giornata” è una molestia?
Forse giocare a shangai con le sinapsi anziché coi bastoncini è diventata la nuova moda del momento e io non me ne sono accorto.

Augurare una buona giornata è una molestia solo per dei decerebrati. Per la gente con il QI a doppia cifra quello è solo un provarci.
Niente di più.
Redattore stordito del corriere, sai cosa significa provarci? Quella cosa per cui tu vedi una persona che ti interessa e ci provi.
L’hai mai fatto? Ecco, e come ci provi?

Ciao, come stai? Santiddio, è la frase più banale con cui puoi attaccare bottone.
Se adesso dire ciao, come stai è diventata una molestia come fai a provarci con una ragazza? Dimmelo.

Oh, io voglio una risposta. Perché poi vengono a farmi dei distinguo pelosi.
Mentre da qui non si scappa: ditemi quali frasi posso usare per provarci con una ragazza senza che una scimmia che preme a caso una tastiera nella redazione del corriere mi definisca molestatore.
Forza, ditemi che frasi posso dire se “ciao, come stai” è una molestia.

Io sono qui che aspetto.

 

Piesse: poi alla wooden pussy del filmato consiglio di andare in zone della California dove la gente si mette a parlarti degli affari suoi mentre aspetti il verde al semaforo o sul tram. Capace che mi travisa società espansiva per dei violentatori carnali seriali.

 

Honolulu

October 29th, 2014 by mattia | 1 Comment | Filed in Uncategorized

Piccolo promemoria: sabato io vado a Honolulu.
Nel viaggio tocco Los Angeles all’andata e Dallas al ritorno.
Alle Hawaii poi faccio una capatina a Hilo.

A qualcuno serve qualcosa? Uno mi ha già chiesto un magnete da frigo, per esempio.
Però dico, se a qualcuno serve qualcosa di importante che si trova solo lì, che ne so…
Fatemelo sapere.

Per i consigli di viaggio sono già stato istruito, ma se qualcuno ha consigli aggiuntivi si faccia sotto al più presto.

 

Piesse: considerando che questa notte siamo arrivati a 0,1 °C non vedo l’ora di partire.

Le lusinghe di un invito a corte

October 29th, 2014 by mattia | 2 Comments | Filed in praga, repubblica ceca

Ieri era la festa della Repubblica. Quella Ceca.
Il 28 ottobre infatti si festeggia la fondazione della Cecoslovacchia. Come ogni anno si è svolta una cerimonia al castello e tradizionalmente il presidente della Repubblica invita i rettori di tutte le università.

Anche quest’anno però zeman (ricordiamolo, quello che quando fu eletto venne elogiato da repubblica) non ha invitato due rettori che gli stavano sulle palle. Lui fa così, considera il castello come il soggiorno di casa sua dove invita solo chi gli sta simpatico.

Il rettore della mia università, per tutta risposta, ha rifiutato l’invito ricevuto in solidarietà con gli altri due rettori non invitati. Si è limitato a portare un mazzo di fiori alla statua di T.G.M. davanti al castello.

Così si fa. Ai potenti che credono di essere padroni dello Stato si risponde in questo modo: non si cede alle lusinghe di un invito a corte chiudendo gli occhi su certi comportamenti inopportuni. Si spedisce l’invito al mittente.
Se tutti l’avessero fatto e zeman si fosse trovato da solo al castello forse l’avrebbe capita.

 

Piesse: oggi sono andato dall’allergologa, quella con le sedie del cinema in sala d’attesa, per ottenere i risultati.
“Glielo dico in parole semplici: lei è allergico a tutto”. 
Ottimo.

Quanto costa fare una doccia?

October 28th, 2014 by mattia | 2 Comments | Filed in praga, repubblica ceca

Questa estate mi hanno cambiato il contatore del gas, e così sono ripartito da zero. Questa cosa mi ha destato gran curiosità sui miei consumi di gas. È solo una cosa psicologica, niente di più… dal punto di vista razionale avere una costante in più o in meno non cambia niente. Proprio perché partivo da zero mi viene la curiosità di sbirciare quanto consumo.

In particolare ho voluto misurare quanto consumo per due cose tipiche: una doccia e un bagno.

I risultati sono questi: per un bagno da 95 litri di acqua portata a 42 °C ho consumato 0,434 m^3 di gas.
Per una doccia da 42 litri ho consumato 0,146 m^3 di gas.
Il gas per litro è minore per la doccia ma l’acqua era un filino meno calda (a sensazione) quindi spannometricamente ci siamo.

Sono andato a cercare poi i prezzi del gas al metro cubo e sembra che varino dalle 15 alle 20 corone (anche se poi la mia compagnia fornitrice dice che fattura non al m^3 ma al kWh).
Quindi diciamo che per farmi un bel bagno caldo spendo sulle dieci corone di gas, una doccia cinque corone.

L’altro giorno poi ho incontrato un signore che riceve già l’acqua calda in casa, visto che ha tutto centralizzato, sia il riscaldamento sia la produzione di acqua calda.
E mi diceva che paga uno sfacelo.

Ora, mi fareste una cortesia? Potreste misurare anche voi quanto consumate per una doccia/bagno? Misurare sia i m^3 di gas sia l’acqua, così vediamo se i numeri che ho tornano (ho fatto un paio di conti col potere calorifico del gas e dovrei aver scaldato l’acqua a partire da 0 °C anziché dai 12 °C che ha nelle mie tubature, non so quale sia il rendimento della caldaia).
Così, giusto per avere qualche dato in più di conferma.

Il non detto

October 28th, 2014 by mattia | 1 Comment | Filed in ignoranza, riflessioni, w la fisica

Quando si analizza il dibattito pubblico non si va per astrazione, al contrario, si deve andare per concretizzazione, analizzare i blocchi tattici dei discorsi, i non detti, gli impliciti.
Questo esercizio è buffo ma nulla di più, perché né la frase di Amato né l’indignazione di Scalfarotto sono teoremi, ma discorsi o addirittura meta-discorsi, sono comunicazione, ovvero atto mirato ad ingenerare uno stato mentale nel prossimo.
Quando si tratta ogni discorso come un teorema ci si perde il 90% del comunicato

Sotto questo post di qualche giorno fa è stato scritto questo commento di un bimbominkia che ho pubblicato (contravvenendo alla mia regola di qualità dei commenti) solo perché mi è utile per dimostrare una cosa importante.

Lo riporto qua per spiegare meglio il concetto.
Cosa dice questo tizio? Che bisogna analizzare i “non detti” e “gli impliciti“.

Ma come fai ad analizzare quello che non ho detto? Dovresti essere un sensitivo che legge nel pensiero, ma non esiste la lettura nel pensiero. Quindi non puoi materialmente analizzare i non detti.

L’unico modo che hai per analizzare i non detti è quello di inventarteli. Mi metti in bocca delle parole che io non ho mai detto e che poi mi attacchi per quello che tu sei convinto io penso.
Seguendo la stessa logica potresti accusarmi di aver detto qualsiasi nefandezza solo perché secondo te è un “non detto“, un “implicito“. Persino nei regimi autoritari, dove non c’è alcun rispetto le regole base del diritto e non esiste un giusto processo, non cadono in questa fallacia. Anche nelle dittature infatti arrivano a torturarti per farti confessare, perché hanno bisogno che tu dica qualcosa, non possono condannarti per un “non detto“.

Agli abituali lettori di questo blog non dovrò certo spiegare perché non puoi accusare per quello che non ha detto. Per tutti gli altri faccio questo piccolo sforzo.
Quando tu cerchi di analizzare il “non detto” in buona sostanza tiri a indovinare. Per esempio, se io dico che voglio tagliare i fondi per l’assistenza domiciliare degli non autosufficienti tu puoi dedurre che io voglio lasciar crepare i vecchi malati.
Può essere vero, ma può anche non esserlo.
Il non detto può anche essere un altro. Ad esempio, voglio tagliare i fondi per l’assistenza domiciliare dei non autosufficienti perché voglio usare quei fondi per costruire ospizi dove queste persone possano essere curate professionalmente 24 ore al giorno.
Oppure posso fare quella scelta perché i soldi risparmiati li do ai parenti del malato affinché stiano a casa dal lavoro per prendersi cure del proprio caro non autosufficiente.
Messo in schema:

schemino

Non c’è quindi una relazione biunivoca tra il detto e il non detto, bensì c’è una relazione multipla che connette un solo detto con molti non detto.
Quando tu accusi una persona per il non detto stai arbitrariamente scegliendo una di quelle frecce escludendo le altre.
Sulla base di cosa fai questa scelta?
Magari sul fatto che la ritieni più probabile, e magari ci azzecchi anche. Ma è – appunto – un gioco di probabilità: non sei sicuro di vincere. In questo caso puoi selezionare il non detto che ritieni più probabile ma devi sempre essere consapevole che puoi aver scelto la freccia sbagliata. Non avrai mai la certezza di aver scelto la freccia giusta se ce n’è più di una.

Ora, tu puoi pensare tutto quello che vuoi. Puoi ritenere che il non detto sia uno piuttosto che l’altro basandoti sui pregiudizi che hai verso chi sta parlando.
Quello che non puoi fare è accusare una persona per quel non detto, poiché quella deduzione, la scelta di una freccia al posto di altre è frutto di una tua supposizione. E non puoi accusare qualcuno per qualcosa che hai fatto tu.

Questo concetto dovrebbe essere di una ovvietà imbarazzante, eppure quando si sentono i dibattiti televisivi la tecnica del criticare il non detto, ossia il mettere in bocca all’avversario quello che non ha detto per poi attaccarlo su di ciò, è uno dei metodi più usati.
Basta ascoltare un dibattito tra politici e ve ne renderete conto.

Perché questo?
Perché è un metodo facile da usare e fa presa sulla gente. E il problema sta proprio lì, sta nel fatto che sulla gente funziona. La gente non si accorge che è una fallacia ma abbocca.
Chi invece fa il mio lavoro sa bene che in ambito scientifico questo metodo non esiste. Non è che viene usato meno spesso, proprio non lo usa nessuno. Questo perché in ambito scientifico l’unica cosa che conta sono i fatti. Nessuno mai penserebbe di argomentare basandosi sul non detto.
Facciamo un esempio: vado a una conferenza scientifica e presento degli esperimenti, dei dati e delle conclusioni. Uno si alza e mi dice: ma guardi che non è vero che X. Io gli rispondo che non ho mai detto X, e quello mi risponde “già, ma dal grafico nella diapositiva 12 si intuisce che pensavi proprio quello, ammettilo“.
A quel punto tutta la gente, ve lo assicuro, guarderebbe quella persona come se fosse un pazzo capitato lì per caso e il moderatore gli toglierebbe la parola. Perché l’unica cosa che puoi contestare è quello che uno dice o presenta, se uno anche solo si azzarda ad attaccare qualcuno in base al non detto viene considerato come una persona fuori di melone.
E questo, vi assicuro, è totalmente pacifico.
Fuori dall’ambiente scientifico invece no. Per cui un politico in un dibattito televisivo può attaccare una persona criticando quello che non ha detto e agli occhi della gente non passa per uno fuori di melone.

Per questo dico che serve educazione scientifica, perché se tutti ci comportassimo come il pubblico di una conferenza scientifica questa fallacia scomparirebbe in un baleno e il dibattito pubblico di depurerebbe.
Per questo dico che serve scienza in politica: non significa solo attenzione agli argomenti della scienza, ma cultura scientifica, ragionare in politica come si fa nella scienza. Avremmo solo da guadagnarne.

 

 

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