Pillole di ceco #11 – edizione speciale

April 25th, 2015 by mattia | No Comments | Filed in pillole di ceco, repubblica ceca

Per il 25 aprile di quest’anno la rubrica pillole di ceco di questo blog vi offre la traduzione ceca di Bella ciao.
Traduzione che ho fatto questa settimana durante la lezione di ceco insieme alla mia insegnante.

La cosa curiosa è che nel fare questa traduzione ho – finalmente – trovato un esempio pratico della confusione che si può fare con la parola nahoře. Perché nahoře significa “sopra”,  ma se lo scrivi staccato (na hoře anziché nahoře) significa in montagna (hora è la montagna e significa “su“). Nella pronuncia però si sentono uguali. Un po’ come il cavaliere della notte in inglese.
Da tempo cerco di costruire simpatici giochi di parole con questo equivoco, tipo che chiedo dov’è un tizio, mi rispondono nahoře (intendendo che è sopra, al piano superiore) e io chiedo su quale montagna si trova.
Purtroppo però il gioco di parole risulta simpatico solo a me. Più che altro rimangono confusi dal fatto che io trovi questa bizzarra confusione nahoře na hoře.
D’ora in poi chiederò loro “come traduci tu mi devi seppellir lassù in montagna?”

 

Krásko ahoj
– – – – – – – – – –

Jednoho rána jsem se probudil
krásko ahoj, krásko ahoj, krásko ahoj ahoj ahoj
jednoho rána jsem se probudil
a našel jsem vetrělce.

Partyzáne, odvéd’ mi pryč
krásko ahoj, krásko ahoj, krásko ahoj ahoj ahoj
partyzáne, odvéd’ mi pryč
protože cítím, že mohu zemřít.

A když zemřu jako partyzán
krásko ahoj, krásko ahoj, krásko ahoj ahoj ahoj
A když zemřu jako partyzán
musíš mě pohřbít.

Pohřbít nahoře na hoře
krásko ahoj, krásko ahoj, krásko ahoj ahoj ahoj
pohřbít nahoře na hoře
pod stínem krásné květiny.

Lidé kteří budou procházet
krásko ahoj, krásko ahoj, krásko ahoj ahoj ahoj
lidé kteří budou procházet
mi budou říkat “jak krásný květ”.

Toto je květ partyzána
krásko ahoj, krásko ahoj, krásko ahoj ahoj ahoj
toto je květ partyzána
zemřel za svobodu.

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Diventare grandi

April 24th, 2015 by mattia | 1 Comment | Filed in riflessioni

La cosa forse più sensata che ho sentito in questi giorni è stata la battuta di Spinoza in cui si diceva che i clandestini sono morti perché si erano tutti accalcati dallo stesso lato dalla barca, quindi si è salvato solo quello che aveva scoreggiato.

È una battuta graffiante alla Spinoza, ovviamente, e la si prende – senza scandalizzarsi – per quello che è.
Ma ha il merito di ricordarci una cosa che è passata quasi inosservata: quelle persone non sono morte perché nessuno le ha soccorse. Qualcuno a soccorrerli lì c’era, solo che hanno fatto un’idiozia. Si sono accalcati da un lato e la barca si è ribaltata.

Se solo tutti i politici e cialtroni assortiti che hanno sbraitato in questi giorni tenessero presente questo fatto una buona porzione, quasi totalitaria, dei discorsi fatti andrebbero a farsi benedire.

Già, perché quelli che dicono “dobbiamo fare qualcosa per salvarli” forse non si rendono conto che – cazzo – c’era già lì un mezzo per salvarli. Se poi quelli si sono ribaltati perché si sono accatastati da un lato che colpa ne abbiamo noi?
Cosa dovremmo fare? Mandare imbarcazioni di salvataggio a coppie di due che approccino le barche di profughi da entrambi i lati con delle aste che tengono ferma la barca ed evitino che si ribalti?
Dovremmo forse stampare dei simpatici depliant da distribuire sulle coste libiche con su scritto in molteplici lingue “attenzione, quando qualcuno viene a soccorrervi non accatastatevi tutti da un lato, altrimenti la barca si ribalta“.

In realtà questa tragedia è un ottimo esempio per spiegare un concetto che tento di far capire da tempo: qualsiasi cosa puoi fare per soccerrerli in mare non sarà mai sufficiente.
Tutti i discorsi che sentite fare sono inutili esercizi retorici. Meglio Triton o meglio Mare nostrum? Dobbiamo mandare dieci imbarcazioni o venti? Non è giusto che sia vietato per dei mercantili aiutare i migranti per evitare di essere denunciati a loro volta! (no, questa era una bufala, ma ce la siamo sorbiti a lungo)
Qualsiasi cosa tu faccia, qualsiasi metodo tu metta in pratica per recuperare queste persone dal mare ci sarà sempre qualcosa che non fai che provocherà la morte di qualcuno.
Ti spingi con i salvataggi fino a 20 km da Lampedusa? Ci sarà qualcuno che affonderà a 21 km.
Decidi allora di estendere i salvataggi fino a 25 km? Qualcuno affonderà a 26 km.
Estendi il discorso sempre più e ti rendi conto che il “dobbiamo fare qualcosa affinché ciò non accada” significa andare a prenderli direttamente sulle coste libiche.
Perché anche salvandoli in mare, anche andando a recuperarli a uno sputo di distanza dalla Libia, c’è sempre la possibilità che questi si concentrino da una parte della barca e questa si ribalti come è successo questa volta.

Finalmente questo concetto è stato capito anche da quegli storditi che anni fa non ci arrivavano.
Ora ammettono che l’unica soluzione per evitare che queste tragedie accadono non è mandare le barche a recuperarli in mare, ma andare a prenderli prima che si mettano in mare.

A questo punto però abbiamo solo spostato l’asticella dell’ipocrisia, perché il problema ora si ripropone con il medesimo schema.
Avete presente quando qualche politicante dice “dobbiamo attrezzare degli uffici consolari nei paesi di partenza così che i richiedenti asilo possano fare domanda lì e non rischiare la vita in mezzo al mare“. Sì, bravi, sette più.
E poi a quelli a cui non date il visto per entrare in italia cosa fanno?
Perché sapete bene che non potete dare un visto o asilo a tutti quelli che bussano alla porta e vi chiedono di entrare in italia. Che un miliardo di africani non ci stiano – anche solo fisicamente – in italia mi sembra abbastanza facile da capire.
Quanti ne prendi? Cento? Mille? Dicimila? Il tizio numero 10.001 che rimane senza visto la barca la prenderà sempre e rischierà sempre di morire in mare.

Sentivo qualcuno in questi giorni proporre di mostrare nei paesi di partenza filmati in cui si spiegava che la traversata era inutile perché anche se fossero riusciti ad arrivare in italia poi li avrebbero espulsi.
Altri rispondevano che uno che scappa per disperazione non si ferma certo davanti a un filmato.
Bravi, e allora credete forse che si ferma davanti a un no dell’ufficio consolare in Libia?
Forza, andiamo a costruire uffici consolari che esaminino domande di asilo nei paesi di partenza; poi quando dici “stop” e non dài più visti perché hai finito la quota di quelli che puoi accogliere tutti gli altri saltano nel barcone esattamente come fanno ora.
Oh, l’avete detto voi: uno che scappa da una situazione disperata non si ferma davanti a un filmato, figuratevi se si ferma per un visto negato aggiungo io.

A quel punto mi cosa mi dirai? Perché anche andando a prenderli coi corridoi umanitari, anche aprendo uffici consolari nei paesi di partenza per dare visti e asili ci sarà sempre chi morirà in mare provando la traversata perché resta fuori dalle quote.
Mi ripeterai “dobbiamo fare in modo che queste tragedie non si ripetano”. Ok, cosa?

L’altro giorno alla Camera renzi ha detto:

quando una persona mette la propria vita a rischio perché deve uscire da una situazione in cui tagliano le teste a quelli che gli stanno accanto, scoraggiare la partenza non si fa con una generica dichiarazione, si fa mettendo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati in Niger, in Sudan; si fa intervenendo nelle terre e si fa una volta di più mantenendosi umani, evitando di inseguire la demagogia, anche a fronte di un dibattito parlamentare

si fa mettendo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati in Niger e in Sudan.
Già, e l’Alto commissariato cosa fa?
La gente vede qualche funzionario delle Nazioni Unite e dice “ok, non parto più“. Figa, dimmi come fa a convincerli a non partire. Arrivano lì a fanno terminare la guerra o la povertà con uno schiocco di dita?

Ah no, si fa mantenendosi umani. Dài, tutti insieme, provate tanta tristezza nel cuoricino e vedrete che magicamente non parte più nessuno.
Ma cazzo.

Lo stesso quando dicono: la soluzione è affrontare il problema a livello europeo, è un problema dell’Europa intera non solo dell’italia. Sì, ok, il conto poi lo facciamo pagare all’U.E., ma che il conto lo paghi tizio o sempronio, cosa fai per non farli salire sulla barca?

Tutte queste frasi (deve intervenire l’alto commissariato, deve farsene carico l’Europa) sono solo frasi vuote per mascherare l’incapacità di dare una soluzione al problema.
Perché una soluzione non c’è.

Per quanto mi riguarda possiamo benissimo salvarli in mare, nelle acque italiane,  e poi analizzare le domande di asilo. Hai diritto all’asilo? Rimani. Non hai diritto all’asilo? Ti rimpatrio. Ché tanto il costo di un biglietto aereo è inferiore a quello che mi costi negli alberghi e nelle strutture dove ti devo mettere.
Alla quinta volta che uno viene rimpatriato forse gli passa la voglia. O forse no, ma non è un problema: io lo rimpatrio anche una sesta volta.

Sicuramente la gente continuerà a morire in mare, ma non è colpa mia. Perché non esiste niente che io possa fare per evitarlo. Se uno è così disperato – come dicono – da partire comunque io non posso farci niente (o meglio potrei accogliere un miliardo di persone ma è impraticabile).
Io non ho alcuna responsabilità su quella morte perché non esiste un metodo per evitarla. Se esiste ditemi qual è, ditemi con quale metodo concretamente posso fare in modo che nessuno più salga su di un barcone. Sono qui che aspetto.

Nel frattempo riflettiamo sul fatto che queste frasi ipocrite nascono dalla nostra incapacità di accettare le tragedie.
Quando diciamo dobbiamo fare che questo non capiti mai più senza però essere in grado di dire come, stiamo solo chiudendo gli occhi per non accettare la realtà: non possiamo farci niente, ci sarà sempre qualcuno più disperato del disperato che partirà sul barcone.
Dobbiamo semplicemente accettare che invece sì, queste tragedie capiteranno sempre, tante o poche che siano.
Anche a me piacerebbe un mondo in cui siamo tutti felici, sereni, senza guerre, senza malattie, in armonia con il prossimo e col lontano, senza disperazione o depressione…
Ecco, un mondo così non esiste. Capirlo fa parte di quella cosa che si chiama diventare grandi.

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Il finto frutto

April 24th, 2015 by mattia | 5 Comments | Filed in Uncategorized

Allora, ho bisogno di una mano.

Mi serve una cosa un po’ strana che non so nemmeno se esiste, e di cui non conosco il nome. Motivo per cui non riesco a trovarla.

Il problema è questo: in cantina ho un porta-lampada molto spartano collegato al soffitto. Sostanzialmente c’è solo l’attacco per una classica lampada a incandescenza. Io ho installato un bel gruppo di tre faretti alogeni, e ora si tratta di collegarli.

L’idea più semplice (per dei motivi che non sto a spiegare) è quella di lasciare il porta-lampade vecchio dov’è e portare un cavetto da quello ai faretti.
Quindi io pensavo di comprare una specie di frutto che avvito nel porta-lampada al posto della lampadina e da cui esco con i due fili per i faretti.

Mi serve dunque un “finto frutto”, una cosa a forma di lampadina, che si avvita nell’attacco della lampadina ma che poi al posto della lampadina ha due viti in cui posso avvitare i fili da cui prelevare la tensione (in questo caso per i faretti). Il alternativa un finto frutto che faccia da adattatore lampadina->presa elettrica.
Esiste un finto frutto di questo tipo? Come si chiama? Dove lo trovo?

Ho provato a cercare su ibei ma non ho trovato niente.

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… ma liberaci dalla boldrina

April 23rd, 2015 by mattia | 1 Comment | Filed in ignoranza, politica

Sui giornali è passato come l’ennesimo scazzo tra la boldrina e i grillini.
Se solo avessimo dei giornalisti degni di tale nome avrebbero invece descritto i fatti obiettivamente dicendo che – ancora una volta – la boldrina ha mostrato tutta la sua imbarazzante inadeguatezza al ruolo di presidente della Camera.

Poi voi mi direte che io ce l’ho con la boldrina, ma vi assicuro che ormai il livello che ha raggiunto è intollerabile per una sana democrazia parlamentare.

Ricapitoliamo cosa è successo.
Un deputato grillino si alza e dice

 ALESSANDRO DI BATTISTA. Presidente, innanzitutto una domanda: ma lei si affaccia qui alla Camera o quando ci sono i minuti di raccoglimento per le tragedie o per l’istituzione delle Giornate nazionali in memoria delle vittime dell’immigrazione ?

a quel punto i deputati del PD fanno un po’ di casino, la boldrina li lascia fare per lungo tempo prima di richiamarli timidamente, e infine richiama il grillino dicendo

Lei sta facendo considerazioni che non le competono riguardo alla Presidenza.

Questa frase è da far gelare il sangue.
Magari non ve ne rendete conto, ma un presidente non può dire una cosa del genere.
Di battista ha semplicemente chiesto se la boldrina presiede l’aula solo in determinate circostanze. È un suo sacrosanto diritto chiedere una cosa del genere al presidente. Non può certo obbligare il presidente a non lasciare la presidenza a uno dei vice, quella è una sua scelta. Ma figuriamoci se un deputato non può chiedere informazioni sui turni di presidenza.

Quella del grillino era una domanda del tutto legittima. Una domanda normalissima, tra l’altro espressa senza volgarità di sorta.
Il fatto che la boldrina non solo si rifiuti di rispondere (e quello può anche starci) ma tenti di tappargli la bocca dicendo che non può fare certe domande è gravissimo. No, non puoi vietare a un deputato di fare legittime domande alla presidenza. Perché se parti da lì poi non sai dove vai a finire. Se non puoi fare domande sui turni di presidenza poi non puoi intervenire nemmeno sul regolamento.
Ogni decisione del presidente diventa non solo incontestabile, ma nemmeno criticabile. Bisogna stare solo zitti perché il presidente della Camera è incontestabile.

Ora, io capisco che la boldrina sia cresciuta alla scuola di napolitano, dove non ci si poteva nemmeno azzardare a pronunciarne il nome, quasi fosse una divinità, ma forse è ora che si renda conto che nessuno, né il presidente della repubblica né – tantomeno – il presidente della Camera, in democrazia è esente da critiche.
L’unico che è infallibile, per chi ci crede, è il Papa. Tutti gli altri sono criticabili e inderogabili.
Il fatto che tenti di censurare la domanda di di battista dicendo che è un argomento che non gli compete dà la misura di quanto pretenda di arroccarsi in una torre di pretesa incontestabilità, una cosa che in democrazia non esiste ed è bene che non esista.
Non ti vuoi prendere le critiche perché poi arrivi a casa la sera e piangi? Non fai il presidente della Camera.

La boldrini con questo errore ha ottenuto due effetti negativi. Il primo è di aver compresso la libertà di espressione di un deputato – gravissimo. Il secondo è che ha creato un’inutile contrapposizione con un gruppo politico, facendo scadere l’indipendenza della presidenza.
Con tutto il contorno di gruppi che difendono il grillino (come forza italia) e gruppi che difendono la boldrina (PD).

Il presidente il quel caso deve essere quanto più neutro possibile. Se anche si offende non deve lasciarlo trasparire. Deve essere gelido.
Se un deputato gli chiede “ma lei viene qui a presiedere solo quando….” il presidente deve freddamente rispondere “la informo che i turni di presidenza sono programmati di concerto coi vicepresidenti in modo da conciliare i numerosi impegni istituzionali del presidente coi lavori dell’aula“. Una risposta neutra che da una parte risponde alla domanda e dall’altra non presta il lato a contestazioni perché non crea una contrapposizione.

Con una risposta del genere non ci sarebbe più stato quello strascico di polemiche che ha tenuto occupato la camera per qualche minuto.
Questione chiusa, andiamo avanti.

Ecco, un errore di permalosità come quello che ha fatto la boldrina in questo caso, mi ci gioco i peli pubici che il tanto bistrattato Franceschini non l’avrebbe mai fatto.

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OOOOhhhh la tazza che carica il cellulare: ma andate a fare in culo

April 23rd, 2015 by mattia | 9 Comments | Filed in ignoranza, perle giornalistiche

Avvertenza: post ad alto contenuto di volgarità
È solo che ne ho le palle piene di certe cialtronate.

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Poi dicono che non mi devo incazzare di prima mattina.
Sono lì che faccio colazione e mi cade l’occhio su questo articolo di repubblica

La tazza che produce energia con il calore delle bevande: l’idea è di una teenager

Ann Makosinski, a soli 17 anni, ha scoperto il modo per trasformare caffè e the in energia pulita e ha creato E-green la tazza che carica i cellulari con un cavetto Usb

No, l’adolescente Ann Makosinski, a soli 17 anni, non ha scoperto uno stracazzo di niente.
Ha solo applicato delle celle di Peltier (perché in italiano si chiamano così, almeno la fatica di tradurre Peltier tiles potevano mettercela) a una tazza con una bevanda calda.

Un’idea che avranno avuto almeno altri ottanta milioni di persone nel mondo. Prima di rendersi conto che era una cazzata.
Al massimo se c’è qualcuno che ha scoperto qualcosa è il signor Peltier, insieme al Signor Seebeck e a tutte quelle persone che hanno sviluppato nel tempo delle celle di Peltier.
Una cella di Peltier è qualcosa che compri in un qualsiasi negozio sotto casa, non devi inventare niente. Vai in negozio, la compri e la usi. Come fanno milioni di altre persone nel mondo.
E non è che normalmente la usi per altri scopi.
Potrei capire se la ragazzina avesse scoperto un nuovo utilizzo per una cella di Peltier. No, cazzo, una cella di Peltier si usa proprio per quello: se ci passi dentro una corrente elettrica la puoi usare per riscaldare o refrigerare, se invece la applichi a una superficie calda ci tiri fuori dell’energia elettrica. È per quello che sono progettate e vendute, è quello il suo utilizzo.
La ragazzina quindi ha usato una cella di Peltier esattamente per lo scopo per cui ti viene venduta. Che cazzo avrebbe inventato?

Questo articolo in alti termini è l’equivalente di: un ragazzino di soli 17 anni ha avuto un’idea geniale, ha usato una bicicletta per andare a spasso.

Dopodiché, ho detto prima che l’idea di per sé è già venuta a altri 80 milioni di persone prima di accorgersi che era una cazzata.
Sì, perché forse la ragazzina – e la “giornalista” che si esalta per nulla – dovrebbe fare un po’ i suoi calcoli.

Le celle di Peltier infatti sono semplicissime da usare. Non hai bisogno di niente: metti la superficie giusta della cella a contatto con la superficie calda e da due fili ottieni la tua bella tensione elettrica con cui alimentare un carico.
Non hai bisogno di liquidi che girano, pompe, convertitori… un cazzo di niente. Metti la tua cella sulla superficie calda e sbang, hai due fili con la tua tensione elettrica. Niente di più semplice.
Il tutto condito col fatto che sono sottili e puoi infilarle dove vuoi.
Solo che ci sono due problemi: il primo è che costano un botto, il secondo è che hanno una efficienza bassissima.
Se non ci fossero questi due problemi le metteremmo ovunque perdiamo del calore e le useremmo per tirare fuori energia elettrica. Si è mai domandata l’eccitata giornalista perché non rivestiamo, che ne so, il cofano dell’automobile di celle di Peltier? Perché l’efficienza è così bassa che non vale la pena.

Ora facciamo due conti spannometrici. Consideriamo una tazza di the da 250 ml, che intendiamo raffreddare da 100°C (perché abbiamo fatto bollire l’acqua per prepararla) fino a, diciamo, 40 °C a cui possiamo berla.

Per semplicità usiamo i dati dell’acqua, non penso che il the si comporti molto diversamente.
Abbiamo dunque circa 250 g di acqua con una differenza di temperatura di 60 °C.
L’energia che la bevanda “disperde” nel passare da 100°C a 40°C è

250 g * 60 °C = 15.000 calorie

15 mila calorie equivalgono a 62.760 J, ossia 17,4 Wh.

A questa energia devi applicare il rendimento intrinseco della cella di Peltier, facciamo un 10%.

Quindi tiri fuori 1,7 Wh.

E questo senza considerare tutte le altre perdite. Perché la bevanda non trasferirà tutta la sua energia alle celle di Peltier, a meno che tu non riesca a fare una tazza composta solo da celle di Peltier su tutti i lati (e poi da dove bevi?). Se già la tazza è aperta “sopra” una parte dell’energia se ne va via nell’aria. Se poi la superficie di contatto tra le celle di Peltier e la tazza non è ottimale hai altre perdite di energia.
Ovviamente puoi progettare il tutto minimizzando le perdite: magari facendo un collettore di calore metallico attorno alla tazza con isolamento termico verso l’esterno (magari facendo del vuoto) e che convoglia il calore sotto la tazza dove metti la tua cella di Peltier.
Ma insomma, di tutta l’energia del salto termico un po’ se ne perde sempre, a prescindere dal fatto che stai usando una cella di Peltier.
Quanta te ne rimane? 1,5 Wh? 1,4 Wh? 1,3 Wh? Non lo so, magari qualche esperto di sistemi termici può fare una stima.

Ad ogni modo, quando vai a vedere una batteria di un aifon scopri che è di circa 7 Wh. Il Samsung Galacsi S5 ha una batteria di 10,8 Wh circa.
Quindi con la tua tazza e l’energia che ne tiri fuori ad andare bene gli fai galici, altro che caricare il telefono.

Ed è questo il motivo per cui nessuno usa questo sistema. Non perché nessuno ci era arrivato, ma perché è estremamente inefficiente. La “geniale adolescente” – come viene chiamata nell’articolo – in realtà ha proposto un modo molto idiota e inefficiente per trovare energia per il suo telefono.

Soprattutto considerando due aspetti aggiuntivi: se hai una tazza di the tra le mani significa che sei in un posto dove puoi farti un the, quindi in una casa, in un ufficio… Ossia in un posto dove c’è quasi di sicuro una presa elettrica dove collegare il caricatore del telefono. Collegalo alla presa elettrica senza inventarti tazze con celle di Peltier e fai prima.
A quel punto mi dicono: eh, la lo si fa per non buttar via l’energia del the che mentre si raffredda rilascia calore che così va perso.
Sì, ma porca di una troia, con questo sistema tiri fuori 1,7 Wh. Hai presente quant’è? Una scoreggia in un uragano.

1,7 Wh corrispondono a 1,7 W continui per un’ora di tempo. Ah, ok, non hai percezione di quanto sia 1,7 W. Ok… allora facciamo così: ti traduco tutto in soldi, così forse lo capisci meglio rispetto a esempi fisici.
In italia il prezzo dell’energia elettrica per cliente tipo servito in maggior tutela stabiliti dall’autorità sono di circa 0,16 euro al kWh (io in Rep. Ceca pago circa 4 corone al kWh), ossia 0,00016 euro al Wh.
Quindi l’energia che tiri fuori con la tua tazza ha un fantasmagorico valore di circa 0,0003 euro, o se preferite 0,03 centesimi di euro.
Per tirare fuori dell’energia del valore di 1 centesimo devi farti una trentina di tazze di the. Per un fottuto centesimo.
È più chiaro ora quanto questa invenzione non serva a un beato cazzo?

Le celle di Peltier si usano sì, ma in applicazioni dove non puoi fare altrimenti, per questioni di spazio o perché non puoi montare sistemi meccanici in movimento.
Non per queste cagate.

 

 

 

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L’elogio del non aggiornamento

April 20th, 2015 by mattia | 8 Comments | Filed in riflessioni

C’è un concetto che spesso mi risulta difficile da spiegare. Allora faccio un esempio.
Settimana scorsa ho avuto un problema con il calcolatore che uso in laboratorio per fare le misure. Avevo comprato un calcolatore nuovo dopo che quello precedente era morto, e ho incaricato un dottorando di installarmi un po’ tutto.
Quello mi ha installato win7 e labview 2014, l’ultimissima versione. Salcazzo cosa è successo, a un certo punto ha smesso tutto di funzionare.

Preso dalla disperazione ho brasato tutto il disco fisso e ho installato WinXp e labview 8.6 come c’era sul calcolatore vecchio. A questo punto sento già i cori: ma come, pazzo! WinXP, non lo aggiornano più! Labview 8.6! Che vecchio!

Già, peccato che il sistema adesso funzioni. Perché a me serviva quello, un labview che mi controllasse una porta GPIB e nient’altro. Non avevo bisogno di fare cose pazzesche, quello che mi dava quel labview era più che sufficiente.
Il sistema ora funziona. Anche se sto usando programmi vecchissimi… va bene così.

Perché avere l’ultima versione dei programmi non è sempre necessario.
Se un sistema funziona e non hai bisogno degli aggiornamenti, va bene anche non aggiornare. Senza che nessuno si scandalizzi: avere l’ultima versione dei programmi non è un dogma. Non bisogna aggiornare per forza, nemmeno fosse un comandamento.

Nel mio caso il calcolatore non è connesso a internet (perché non serve allo scopo), non contiene dati personali né preziosi. Ha solo dei programmi per gestire sistemi di misura, e degli archivi con i risultati delle misure.
Voi potete anche dirmi che WinXP non è sicuro perché non è aggiornato, ma se anche un accher riuscisse a impadronirsi del calcolatore (non so come, visto che non è connesso a internet) dei dati che ci sono sopra non me ne frega niente. Le misure una volta che le faccio poi le copio altrove. I dati che ci sono sopra possono essere sacrificabili senza problemi.
E allora, perché aggiornare? Che utilità ne traggo?
L’unico effetto è il rischio che qualcosa che ora funziona poi non funzioni più, esattamente come poi è successo.

Quindi no, aggiornare non è sempre necessario. Non è il bene per definizione.
In alcuni casi va bene anche non aggiornare.

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Piccolo

April 20th, 2015 by mattia | 2 Comments | Filed in repubblica ceca

Sicché, l’altro giorno entro in un caffè di un piccolo paese, un caffè vicino alla stazione.
Sul tavolino trovo questo pieghevole in bella mostra:

PICCOLO NON ESISTE

Se siete confusi non preoccupatevi, adesso vi spiego tutto.
Piccolo è il modo il cui viene chiamato in Rep. Ceca l’espresso. L’altro nome è presso.
Mentre presso mi provoca l’orticaria ai testicoli la parola piccolo tutto sommato non mi irrita. L’unica situazione in cui non la sopporto è quando la scrivono picollo. E tu dici: figa, cazzo ti costa controllare su di un dizionario come si scrive?

Sento dire piccolo così spesso che ormai mi ero dimenticato del fatto che in italia non si chiama così. Da dove deriva allora questo fatto di chiamare l’espresso con una parola italiana che però in italia non si usa per questo scopo?
L’unica spiegazione che mi sono dato è questo è il risultato didecenni di turisti italiani che vengono in Rep. Ceca e per chiedere un espresso dicono piccolo! per evitare che gli diano un bicchierone di caffè americano.

Già, perché adesso un buon espresso te o trovi ovunque, persino nei paesini sfigati, ma dieci anni fa l’espresso lo trovavi solo in bar super cari del centro di Praga. All’epoca se chiedevi un caffè non ti davano un espresso, per questo orde di italiani specificavano “oh, guarda che voglio quello PICCOLO!” per farsi capire (poi tanto erano soliti mettere nella tazzina la stessa brodaglia, solo di meno).
Probabilmente i baristi cechi a furia di sentirsi dire piccolo si sono convinti che in italia si chiamasse piccolo mentre invece si chiama espresso.

Ecco allora che qualcuno ha provato a condurre una battaglia per riportare le cose linguisticamente in ordine.
Il pieghevole è abbastanza chiaro anche per chi non parla ceco: dice che piccolo non esiste, così come non esiste un grandepiccolo espresso. Esiste solo l’espresso.
Gli altri si chiamano ristrettoespresso doppio.

La cosa bella è che propone degli schemi che descrivono in dettaglio cosa sono il macchiato, il cappuccino e il caffè latte, che schema dei volumi che li compongono.
Utile da stampare e dare agli amici che rompono il cazzo per la kappesima volta chiedendoti “ma che differenza c’è tra cappuccino e caffè latte?

Io ho deciso, da ora non dirò mai più piccolo.

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Il concetto di media

April 20th, 2015 by mattia | Comments Off | Filed in bufale, ignoranza, perle giornalistiche

Ora proviamo un esperimento un po’ ardito. Abbiamo messo a confronto la media dei redditi con la percentuale di auto di grossa cilindrata. In teoria dovrebbero coincidere: a guadagni più alti dovrebbero corrispondere autovetture più lussuose.

via lastampa.it (evidenziazioni mie)

Cerco di spiegartelo in un modo semplice semplice, così che capiscono tutti, ok?

Il tuo “esperimento” non è ardito, è solo una idiozia.

Non c’è alcuna ragione per cui ad un reddito medio superiore dovrebbe corrispondere una percentuale di macchinoni. Lasciamo pure da parte il concetto per cui uno potrebbe anche essere ricco e spendere i suoi soldi per altro e non per un macchinone.
Facciamo pure fina che tutti i ricchi si comprino il macchinone. Il fatto è che il concetto per cui ad un alto reddito medio corrispondano più ricchi è una idiozia.

Facciamo un esempio: in questi due casi il reddito medio è identico, eppure nel secondo caso i ricchi sono molto più numerosi (così come anche i poveri, dall’atra parte)

ricchi

Oppure prendete questo esempio con due distribuzioni di reddito: quella che ha reddito medio più alto ha una quantità di ricchi ben inferiore alla distribuzione con reddito medio inferiore:ricchi 2
L’esatto opposto di quello che pensano nella direzione de La Stampa.
Perché no, se è più alto il reddito medio non significa che è più alto il numero dei ricchi.
È così solo a parità di distribuzione dei redditi. Ma se non sai come sono distribuiti i redditi la media non ti dice niente su quanti sono i ricchi.
Attenzione, non è che ti dice poco, non è che ti dà un’informazione parziale: non ti dice proprio niente. Anzi, la media fa proprio il lavoro opposto: ti condensa in un numero tutta una distribuzione di redditi dimenticando per strada qual è la distribuzione che ha portato a quel reddito.

Quindi pensare che il reddito medio sia un indicatore di quanti ricchi ci sono non ha senso. È come pensare di risolvere un sistema con più incognite di equazioni: non puoi.

E si tratta solo di capire il concetto di media.
Concetto da scuole elementari. Ma non per la redazione de La Stampa.

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