Saltate l’intermediario

August 29th, 2016 by mattia | 1 Comment | Filed in Uncategorized

Nel frattempo uno dei modi più idioti per donare fondi al terremoto che ho visto è quello del piatto di amatriciana. Tu vai al ristorante, ordini un piatto di amatriciana e due euro vengono donati alla croce rossa, uno messo dal cliente e uno dal ristoratore.

Quando ho visto quel cartello mi sono chiesto: sì, ok, ma chi è che organizza questa iniziativa? Una catena di ristoranti? Chi è che c’è dietro?

La sconfortante risposta è: nessuno. In sostanza funziona così: se sei un ristoratore e decidi di aderire scarichi il tuo volantino, lo appiccichi alla porta del locale e metti nel menù questa opzione. Poi i soldi che raccogli li mandi alla croce rossa tramite bonifico.

Chiunque sano di mente si chiederebbe: bene, ma chi controlla tutti questi ristoratori? Chi mi assicura che i soldi vadano davvero alla croce rossa e non rimangano nelle loro tasche?

Quando si fanno donazioni bisogna sempre assicurarsi che l’organizzazione a cui si dona sia affidabile. Lo facciamo sempre quando doniamo a una associazione, no? Non doniamo al primo che passa e chiede un contributo per XYZ, a seconda di come gli gira quel giorno. Doniamo ad associazioni di cui ci fidiamo perché le conosciamo, sappiamo quello che fanno, sono rispettabili. Siamo iper sospettosi, tanto che chi gestisce queste associazioni sa bene quanto sia importante il nome, quanto sia importante far vedere come vengono spesi i soldi raccolti per guadagnare rispettabilità e quindi la fiducia. Se uno sbuca fuori dal nulla a dire che raccoglie fondi per una buona causa è difficile credergli.

Le grandi associazioni che raccolgono fondi per strada, tipo per la ricerca sul cancro, hanno sistemi per controllare le migliaia di volontari sul territorio. Quando fanno iniziative tipo la azalee per la vita l’organizzazione consegna un numero prestabilito di azalee al gruppo locale, e alla fine dell’iniziativa pretende l'”invenduto”, i soldi e le matrici dei talloncini corrispondenti al venduto. I conti devono tornare: se ti do 100 azalee e me ne restituisci 30 devi contestualmente darmi 70 volte il prezzo di un’azalea. Questo per evitare che gente inaffidabile venda le azalee e poi si intaschi i soldi invece di darli alla ricerca. Quando hai migliaia di volontari in tutta italia devi fare così, altrimenti il rischio di trovarti qualche furfante al banchetto è elevato.
E tu come associazione centrale non puoi conoscere tutti i volontari e fidarti di tutti.

Qui invece ci si fida di un ristoratore qualsiasi. Chiunque è imbarcato nell’iniziativa, nessun controllo. Dovremmo fare fidarci della buona fede del ristoratore.
Non c’è un’associazione che garantisce controlli. Tutto sembra gestito da questa pagina feisbuc, ma nelle informazioni non c’è un nome e cognome, non c’è un numero di telefono, non c’è un indirizzo. Chi è questa gente?
Slow Food sembra aver avviato un’iniziativa identica, ma loro dànno l’IBAN del Comune di Amatrice, non quello della croce rossa.
Chi è quindi che ci mette la faccia? Chi è che garantisce che quei soldi finiscano davvero alle popolazioni colpite dal terremoto?

Prima che qualcuno inizi a rompere il cazzo dicendo che sono troppo malfidente: io sono convinto che molti ristoratori siano in buonafede, ci mancherebbe altro, ma sono anche sicuro che ci sarà qualche figlio di buona donna che stamperà la locandina, la appiccicherà sulla porta del ristorante per guadagnare qualche cliente in più facendo la parte di quello generoso e poi si fotterà i soldi che voi avrete donato.
Ce ne sono abbastanza di ristoratori stronzi che pagano una miseria i propri dipendenti, o che saltellano sulle basi delle norme igieniche per risparmiare due soldi, davvero non pensate che ci sia qualche furbetto che fiuta l’occasione di fottere il prossimo in questa maniera così semplice.

Se proprio proprio volete donare, fatelo mandando soldi direttamente ad una organizzazione di cui vi fidate. Non dateli al primo ristoratore che passa senza alcuna garanzia che questi li dia poi davvero alla croce rossa.
Saltate l’intermediario e dateli direttamente al beneficiario.

 

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Un messaggio rassicurante

August 29th, 2016 by mattia | 1 Comment | Filed in bufale, ignoranza, riflessioni

Comunque queste cose mi fanno pensare che non è una battaglia persa. Dura sì, ma persa no.

Sette anni fa di questi tempi eravamo qua a urlare che no, porca troia, i terremoti non si possono prevedere. Sette anni fa ci scandalizzavamo per una puntata di porta a porta dedicata a uno dei ciarlatani che riteneva di poterlo fare. Ci sembrava di parlare al vento. Ci sembrava di essere impotenti davanti a tante cretinate.
Sette anni fa la presidente della Provincia de L’Aquila diceva (qui al minuto 3:00):

Devo scuotere chi continua a dire che nulla era prevedibile

Eh, tesoro mio è proprio così, nulla era prevedibile. Eppure non gli hanno tirato i pomodori marci quando ha detto una cretinata simile.
Sette anni fa ho pure cancellato dei miei contatti dal feisbuc perché hanno iniziato a scrivere cose tipo “si sapevaaaa!!! e non hanno fatto nullaaaaa!!!! Vergoniaaaa!!!111!!

Ora non più.
È vero che i terremoti sono stati diversi, è vero che questa volta non c’è stata nessuna scossettina preliminare. Pur tuttavia dopo questo terremoto è subito stato ribadito il concetto che i terremoti allo stato dell’arte non si possono prevedere. Se c’è qualcuno che ha sostenuto l’opposto la sua voce è passata inosservata. Nessun articolo sui giornali principali, niente interviste fiume a porta a porta. Quella della prevedibilità dei terremoti è un’idea ristretta alla feccia complottista. Gli altri non hanno più il coraggio di parlarne. Anche se ci credono ancora.

Ovviamente la strada è ancora lunga. Quella signora che faceva la presidente della Provincia e sosteneva la prevedibilità del sisma adesso fa la senatrice. Dici una cazzata e ti dànno la promozione invece di sbatterti fuori dal partito a calci in culo.
I grullini stanno per prendere il governo del paese. Già, ve li ricordate nel 2009? Vi rinfresco la memoria io.

In Abruzzo i Testimoni di Geova si sono salvati, i cattolici hanno raggiunto il Paradiso. I geoviani, prima del terremoto, hanno avvertito i membri della loro comunità del pericolo. Raccomandato di dormire in macchina e di tenere con sé delle valigie con il necessario. Sono tutti sopravvissuti.
Vescovi, arcipreti e parroci non erano al corrente di nulla? Non hanno sentito la necessità di denunciare il pericolo? Forse si  (sic), forse no. Le campane delle chiese sono rimaste mute. La voce della Chiesa non ha prodotto la più piccola eco prima del sisma.

idiozia archiviata qua (evidenziazioni mie)

Non si tratta di qualche scheggia impazzita, non è un consigliere comunale a caso, è il blog ufficiale. Secondo il quale i testimoni di geova avevano previsto il terremoto e i cattolici no.

Io sono convinto che molti dei grullini lo pensino ancora. È nel loro DNA credere a queste cose. Solo che non hanno più la faccia di dirlo pubblicamente, perché sanno che verrebbero mediaticamente bastonati e ne uscirebbero con le ossa rotte. Sì, qualcuno in sottofondo potrebbe credergli, magari pensando che tutti gli dànno contro perché bisogna nascondere il complottone. Ma sarebbe una minoranza, qualche percento. Ora puntano al jackpot, devono prendere il governo e per farlo hanno bisogno del 30-35%; per fare queste percentuali non possono sputtanarsi più di tanto. Così stanno a cuccia, non hanno più il coraggio di dire certe idiozie.

Non abbiamo certo il potere di cambiare le loro menti bacate, certe idiozie antiscientifiche continueranno a pensarle, ma almeno siamo riusciti ad imporre loro il pudore di non dirle pubblicamente. Certo, sarebbe poi meglio che certa gente invece di andare al governo tornasse al proprio lavoro (ah, no, ‘spetta… gente come di battista o di maio un lavoro non ce l’hanno), ma intanto un primo risultato è stato ottenuto.

Sembra una battaglia persa, la montagna di merda e tutto il resto, ma alla fine la verità prevale. Basta ripeterla cento, mille volte e alla fine vince.
Abbiate fiducia e continuate a dire la verità.

 

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Sentirsi ricco

August 28th, 2016 by mattia | No Comments | Filed in cantina, riflessioni

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere un articolo in cui si diceva che un terzo della popolazione del mondo non vede più la via lattea. Colpa dell’inquinamento luminoso, dicono. C’erano anche delle mappe che mostravano l’inquinamento luminoso nel mondo. In Europa si salvavano pochissime zone.

La realtà è meno catasfrofista. Io ad esempio dalla mia cantina la via lattea la vedo. Non fighissima come quella delle fotografie che ottieni guglando “via lattea”. Né ho mai visto un cielo stellato come quello che ho ammirato sul Mauna Kea alle Hawaii. In effetti la campagna morava non è comparabile a un monte nel bel mezzo dell’oceano.
Però pure lì il cielo stellato è bello, proprio bello quando è bello.
Lo scorso venerdì prima di andare a letto mi sono messo a guardarlo, sdraiato sull’erba nel mio frutteto. Ci vuole un po’ di tempo affinché l’occhio si abitui al buio, direi almeno cinque minuti. Complice il cielo completamente terso è stato uno spettacolo.
Ecco, io davanti a queste cose mi sento ricco. Sul serio, mi sembra un lusso.
Il fatto di possedere una residenza di campagna con annesso un frutteto dove posso sdraiarmi e osservare un cielo bello mi fa sentire ricco.
Certo, se uno è ricco davvero gli basta prendere un biglietto per la Hawaii e salire sul Mauna Kea (che poi, ricco… alle Hawaii ci vai con mille ero andata e ritorno). Così come con tanti soldi puoi andare a vedere le meraviglie della natura di tutto il mondo.
Ma io non pretendo tanto. Mi accontento di vedere un bel cielo stellato a casa mia, o meglio a “cantina mia”.
Piesse: la stagione è stata discretamente una merda. La gelata ha rallentato posticipato tutto di 3 settimana, e le frequenti piogge non hanno aiutato. Insomma, di sole se ne è visto poco, inizia giusto adesso a raddrizzarsi.
Ciò nonostante la situazione non è così brutta come temevo. Ormai ha invaiato tutto e per adesso sono a 15% di zucchero.
Se nelle prossime quattro settimane che ci separano dalla vendemmia mi fa la carità di salire ancora qualche punto potrebbe anche essere che ne tiro fuori qualcosa da non buttare via.

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La falsa percezione del terremoto

August 28th, 2016 by mattia | 12 Comments | Filed in riflessioni

Subito dopo il terremoto ho letto un’interessante riflessione del geologo Mario Tozzi che in sostanza diceva: con un terremoto di magnitudo 6 le case non cadono. Se cadono è perché c’è qualche problema nelle case.

Incidentalmente è la stessa cosa che ho pensato appena ho saputo della notizia appena svegliato. Un terremoto di magnitudo 6 che fa quel disastro? Tozzi lo diceva senza peli sulla lingua: siamo a livello da medio oriente.

Quello su cui non concordo invece è ciò che Tozzi ha detto un paio di giorni dopo. Denunciava l’inadempienza nella messa in sicurezza delle abitazioni. Diceva che bastava rendere più sicure le case di questi vecchi borghi intervenendo con tiranti di acciaio, e che soprattutto costa molto meno mettere in sicurezza le case che fare la ricostruzione. In particolare diceva, se qui per fare la ricostruzione serviranno 3 miliardi per mette in sicurezza sarebbero bastati 300 milioni.

L’argomento l’ho sentito ripetere da diverse persone: bisogna investire nella messa in sicurezza, costa meno che ricostruire!

Purtroppo però è un argomento fallace. Sì, perché si basa su di un errore madornale: si guarda solo al paese o alla città distrutti dal terremoto. Nessuno di noi sa però dove avverrà il prossimo terremoto. Oggi è successo ad Amatrice, ma la prossima volta?
Se guardate la mappa delle pericolosità sismica dell’INGV noterete che una grande parte del territorio italiano è a rischio terremoto. Ma ciò non significa che ci sarà di sicuro un terremoto in tutta quella porzione di italia nei prossimi 50 anni.
Guardiamo pure i terremoti negli ultimi 50 anni in italia considerando quelli sopra la magnitudo 6.

1968 Belice 6,1
1976 Friuli 6,4
1978 Golfo di Patti 6,1 (non ve lo ricordate perché non è morto nessuno)
1980 Irpinia 6,9
1997 Umbria e Marche 6,1
2009 L’Aquila, 6,3
2016 Amatrice 6,2

Sono una manciata, meno di una decina.
Significa che sì, se abiti un una di quelle zone colorate a tinte forti nella mappa di pericolosità sismica magari potrà capitarvi un terremoto sotto i piedi, ma non è che vi capiterà di sicuro. Di tutta quell’enorme area d’italia solo pochi centri hanno vissuto un terremoto negli ultimi 50 anni. Tutti gli altri no.
Detto in altri termini, sì abiti in una zona a pericolosità sismica elevata ma serve comunque una discreta dose di sfiga perché il terremoto capiti proprio nel tuo paese.

Noi purtroppo abbiamo una percezione dei terremoti fortemente falsata dalle notizie. Chi ha la mia età ha memoria dei terremoti dell’Irpinia, di Assisi, de L’Aquila, di Modena, di Amatrice… e così è portato a pensare che venga giù mezza italia, da Nord a Sud. Non è così. Se andiamo a disegnare sulla mappa le aree effettivamente colpite dal terremoto, a livello tale da far danni, sono pochissimi chilometri quadrati rispetto a tutti i chilometri quadrati di aree sismiche.

Noi sappiamo dire molto bene quali sono le aree a rischio, ma non sappiamo dire il punto preciso dove avverrà il terremoto. Quello dipende talmente dal caso che è impossibile stabilirlo.
[sì, potrai dirmi che prima o poi accadrà un terremoto, ma quel prima o poi può significare anche secoli e secoli]

Quando allora metti sulla bilancia i costi per la ricostruzione da una parte e i costi per la messa in sicurezza dall’altra devi considerare che da una parte devi fare la ricostruzione solo nei villaggi dove il terremoto capiterà davvero, mentre mettere in sicurezza gli edifici è una cosa che devi farlo in tutta italia, perché non sai dove avverrà il terremoto.
I conti allora diventano un po’ pesanti. Quanto costa mettere in sicurezza tutti gli edifici d’italia nelle zone a rischio? Una caterva di soldi. Sarebbe interessante fare i conti, anche perché non è che tutti gli edifici nelle zone a rischio sono catapecchie: ci sono anche edifici fatti bene che rimangono in piedi durante il terremoto. Ma pur considerando solo tutti qui borghi fatti di edifici vecchi, ohilà… sono tanti. Ordini di grandezza in più agli edifici che crolleranno per un terremoto.
Quindi spannometricamente direi che la ricostruzione dei pochi paesini che crollano costa di meno che mettere in sicurezza una valanga di edifici.

E qui dobbiamo fare una precisazione importante: cosa significa mettere in sicurezza un edificio? Anche lì, Tozzi la faceva facile… metti dei tiranti… In alcuni casi però se inizi a toccare un muro ti viene giù tutto e ti conviene buttare giù e ricostruire da capo. Anche nei casi in cui riesci ad intervenire fai interventi che consentono all’edificio di non collassare. Ottimo, la gente non crepa dentro ma la casa rimane comunque inagibile. Hai salvato le vite ma l’edificio è comunque da rifare. Quindi dal punto di vista economico non ci hai guadagnato niente. Su certi edifici o spendi tanto (a livelli di rifare l’edificio nuovo) oppure gli interventi che fai evitano solo che collassi l’edificio e l’unica cosa a cui servono è salvare le vite, ma poi l’edificio rimane inagibile.

Che si fa allora?
Si aspetta.

Sì, perché gli edifici vengono rinnovati continuamente, non è che sono eterni. Un edificio in muratura di 150 anni non ha più senso economico sistemarlo: lo butti giù e lo ricostruisci. E quando lo ricostruisci lo fai seguendo le norme antisismiche.
Il problema del terremoto è un problema che si risolverà da solo nei prossimi 100 o 150 anni man mano che il patrimonio edilizio del paese verrà aggiornato.
L’errore che si fa qui è pensare di poter mettere in sicurezza tutto il paese in pochi anni. L’errore è dire cose tipo “non abbiamo imparato niente da L’Aquila… gli edifici crollano ancora! Vergoniaaaa!!!1!!”.
Già, e cosa avremmo potuto fare in sette anni? Ricostruire tutta italia? Se ce li metti tu i soldi…

Mettiamoci davanti alla realtà: mettere in sicurezza tutta italia è una cosa che si può fare solo in periodi lunghissimi, contestualmente alla ricostruzione degli edifici che arrivano alla fine della loro vita naturale. Non è una cosa che puoi fare in pochi anni.
Nel frattempo i terremoti ci saranno e le case continueranno a cadere (sempre meno, man mano che procediamo). Questa è una realtà che dobbiamo accettare. C’è stata L’Aquila, c’è stata Amatrice e ci sarà qualche altro paese che collasserà nei prossimi decenni. Non possiamo farci niente. Quello che possiamo fare è fare in modo che gli edifici non collassino più fra due secoli facendoli a norma man mano che vengono ricostruiti.
Per abbreviare questi due secoli a dieci anni avremmo bisogno di risorse enormi che non esistono.

Qualcuno potrebbe dirmi: ok, ma intanto facciamo questi interventi minori che almeno fanno in modo che l’edificio non collassi e salviamo vite umane. Se poi l’edificio sarà da rifare, amen.

E sta bene, la gente vuole sempre salvare vite umane. Il problema è che le vittime del terremoto sono pochissime. Lo so che qualcuno si scandalizzerà, ma così è. Facciamo il conto di quanta gente è morta per il terremoto negli ultimi 50 anni in italia:

1968 – Belice – 370
1971 – Lazio – 31
1976 – Friuli – 989
1979 – Valnerina – 5
1980 – Irpinia – 2.914
1984 – Livorno e Pisa – 3
1984 – San Donato Val di Comino – 7
1990 – Basilicata – 4
1990 – Sicilia – 17
1997 – Umbria e Marche – 11
2002 – San Giuliano di Puglia – 30
2009 – L’Aquila – 309
2012 – Pianura Padana – 27
2016 – Amatrice – 290 (provvisorio)

Poi c’è una manciata di altri terremoti che però hanno fatto al massimo un paio di vittime e spesso indirette.
Se volete tornare indietro col tempo poi dovete arrivare fino al 1930 per trovare un altro terremoto di quelli grossi.

Per il resto basta guardare a questo elenco per rendersi conto che in italia di terremoto si muore poco. Abbiamo circa 5000 morti in 50 anni, dei quali quasi 3000 in un unico evento e 1000 in un altro.
Sono numeri piccolissimi. Lo so che può sembrare cinico dirlo ora ma la realtà è questa: 5000 morti in mezzo secolo sono pochi.
Ci fanno impressione solo perché accadono tutti insieme. Ci rimangono impressi perché per una settimana la TV non parla d’altro. Ma il conto delle vite perse rimane basso. Tutti ci ricordiamo del terremoto di Assisi: ebbene, sono morte 11 persone. Tutti ci ricordiamo del terremoto in Val Padana del 2012: sono morte solo 27 persone.
Mi spiace per loro e per i loro parente, però guardiamoci in faccia, sono numeri piccolissimi.

Ora non venitemi a dire “anche una sola vita… bla bla bla“. Cerchiamo di essere pragmatici: qui si tratta di investire una valanga di soldi per salvare una manciata di vite. Se c’è un modo per ridurre delle vittime questo è probabilmente il meno efficiente.
Le morti da terremoto sono pochissime: sicuri che abbia senso investire una caterva di soldi per così poche morti?
Prima che mi rispondiate, se non vi dicessi che si tratta di vittime di terremoti? Se vi parlassi genericamente di un centinaio di morti all’anno ancora sareste d’accordo a spendere quella vagonata di soldi?

 

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Florida

August 25th, 2016 by mattia | 10 Comments | Filed in Uncategorized

Come al solito, consigli di viaggio richiesti.
A novembre vado in Florida (a Orlando) per una conferenza, alla fine della quale mi sono ritagliato qualche giorno di ferie prima di tornare a Praga.
C’è qualcuno che mi sa consigliare cose da visitare nei paraggi? Dove i paraggi sono anche un po’ più distanti, neh. Cioè, non ditemi di andare a Nuova York, non così distanti (oltre al fatto che ci sono già stato tre volte), però insomma se conoscete qualche bel posto lì attorno fatemi sapere.

Io avrei voluto visitare Cuba ma sembra che sia impossibile andarci dalla Florida (dicono che apriranno dei collegamenti in futuro, ma comunque sempre per affari non per vacanze).

Ah, il centro della NASA è già in programma (dovrebbe esserci pure un lancio da Cape Canaveral in quei giorni). Quindi suggeritemi altro.

Grazie.

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Elenco di cose stupide da non fare dopo un terremoto

August 24th, 2016 by mattia | 18 Comments | Filed in ignoranza

Lo so che a qualche poveretto sembrerò cinico, ma mai come in questi casi serve una buona rinfrescata di razionalità. Teniamo la testa a posto e cerchiamo di capire che certi comportamenti sono del tutto inutili, per quanto possano sembrare di grande umanità.

1 – Raccolte viveri

Ho letto che in diversi punti d’italia si stanno organizzando raccolte viveri per le vittime del terremoto.
Ecco, le raccolte viveri in questi casi sono uno dei modi più cretini per aiutare. Sul serio.

Fare raccolta viveri significa accumulare montagne di cibo disorganizzato. Cibo che deve essere suddiviso per tipologia, imballato in qualche maniera e trasportato a lunga distanza.
Il tutto con una complicazione enorme. Perché imballare 100 prodotti tutti uguali è facile – hanno tutti la stessa misura – mentre imballare confezioni con dimensioni tra le più svariate è una gran rottura di maroni.
Così come è assolutamente inefficiente portare nel Lazio dei viveri col furgone della parrocchia: devi impiegare una o due persone per portare un carico di merce ridicolo rispetto alla merce che può portare un TIR guidato dallo stesso personale.
Parimenti, quando arrivi a destinazione poi chi riceve i viveri deve ancora riorganizzarli. Senza contare che quando doni viveri non sai cosa serve di concreto. Donando tutti assieme senza coordinazione si rischia di donare troppa pasta e poco pomodoro. Che senso ha?

È molto più semplice comprare una fornitura di viveri – tutti uguali e organizzati – direttamente sul posto.
Non dimentichiamoci che il terremoto non è successo nel deserto. Sono sì paesi isolati, ma nel giro di qualche decina di chilometri sei comunque in paesi non toccati dal sisma dove ci sono grossisti che ti vendono tutto quello che vuoi. Perché cavolo devo prendere un pacco di pasta dalla parrocchia in Veneto e fargli fare centinaia di chilometri sul furgone della parrocchia con problemi di logistica enormi per lo smistamento quando coloro che prestano soccorso possono comprare direttamente i viveri sul posto?
Se proprio vuoi donare una confezione di pasta e tre barattoli di ceci fa’ il conto di quanto hai pagato quei prodotti quando li hai acquistati e manda quell’ammontare di denaro a chi può comprare gli stessi prodotti sul posto in grandi quantità organizzate e secondo le esigenze concrete.

2 – Mandare tende e coperte

Vale quanto detto prima. Non sono nel deserto, sono a poche decine di chilometri da centri abitati non colpiti dal sisma. Parliamo di qualche migliaio di persone (Amatrice ha 2650 abitanti, Accumoli 667). Tutta gente che può essere portata fuori dal paese con i pullman, e messa in albergo. Se il governo porta i clandestini da Lampedusa agli alberghi di tutta italia, pagando il conto, allora può mettere in albergo anche qualche migliaia di italiani vittime del terremoto. Non c’è bisogno di fare le tendopoli, non c’è bisogno di mandare coperte, perché questa gente non può fare notti all’aperto. Va in albergo. E se il governo non ha soldi non lascia gli italiani nella tendopoli e i clandestini in albergo ma l’opposto.

3 – Fare raccolte fondi

È sicuramente una soluzione meno idiota, come dicevo prima, rispetto a fare raccolte di viveri. Ciò nonostante rimane un metodo stupido ed inefficiente di aiutare.
Vedo ovunque iniziative per raccogliere fondi: SMS di solidarietà, raccolte organizzate da associazioni benefiche, religiose, giornali e TV…
Io lo capisco anche: vi sentite buoni donando 2 euro con l’SMS di solidarietà, ma è un modo stupido di aiutare.

Con questo sistema i soldi vengono suddivisi in mille raccolte fondi diverse. Ognuna di esse avrà alle spalle della gente che dovrà organizzare l’utilizzo di quei fondi, scegliere i progetti su cui investire il denaro raccolto, verificare che venga speso correttamente…
È una complicazione inutile. Chi gestisce gli aiuti deve essere uno solo. Serve un unico soggetto che raccoglie i soldi, decide come utilizzarli e ne verifica l’utilizzo.

Ciò ha diversi vantaggi:

– taglia tutta una pletora di gente che in mille associazioni fa solidarietà da scrivania (ossia tutto quel marasma di gente che nelle associazioni caritative vive di burocrazia);

– gestisce i fondi in maniera razionale, perché se c’è un unico soggetto che riceve tutti i soldi li distribuisce secondo le esigenze che gli si parano sotto gli occhi tutte assieme.
Se è la protezione civile, per dirne una, a gestire tutti i fondi essa può decidere di destinare 1 milione su questo progetto, 10 milioni su quello, 4 milioni sull’altro … senza lasciare nessuna esigenza scoperta.
Se invece la raccolta fondi la fa il TGsalcazzo, la diocesi di Pincopallo e la croce blu di Sbirulanda ognuna di queste entità finirà per finanziare un progetto diverso senza sapere cosa fanno gli altri e quindi  correndo il rischio che qualche esigenza rimanga scoperta.

4 – Donare (in generale)

Dopodiché, il solo fatto di donare è sbagliato.
Sì, anche se facessero un’unica raccolta fondi centralizzata sarebbe comunque sbagliato donare. I soldi devono venire dallo Stato, non da donazioni volontarie.
Non fraintendetemi, io sono anche disposto a pagare 100 o 200 euro di tasse in più all’anno, se servono a gestire esigenze del genere. Questi soldi però devono essere gestiti da un’agenzia centrale che valuta tutte le emergenze in maniera fredda e razionale.
Perché qui abbiamo un terremoto che ha distrutto paesi interi e fatto 120 morti; è una grossa notizia che sta sui giornali e in TV da stanotte e tutti ci sentiamo toccati. Così siamo portati a donare. Se quei 120 morti invece di essere crepati in una volta sola fossero crepati 6 alla volta in 20 piccole disgrazie diverse nessuno se ne sarebbe reso conto, non avrebbero stretto il cuore a nessuno e nessuno avrebbe donato.

Il sistema delle donazioni spontanee è un sistema idiota perché si basa sul seguente concetto:

  • se ti deve capitare una disgrazia spera di essere in compagni di tanti altri, spera che sia una disgrazia grande, così ti aiutano, perché se è una disgrazia piccolina nessuno si accorge di te, nessuno manda l’SMS solidale.

Noi non possiamo lasciare che i soccorsi a una disgrazia vengano finanziata o meno a seconda di quanto riesce a scaldare i cuori. Dobbiamo suddividere i fondi in maniera razionale, non in base alle emozioni.
Quindi il sistema di donazione che si basa sulle emozioni è intrinsecamente stupido. Deve essere un’agenzia statale che suddivide tutti i fondi in maniera razionale e senza farsi guidare dalle emozioni.

5 – Condividere appelli idioti

Come questo che ho visto sul feisbuc:
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Condividere questo appello non serve a niente.
Secondo voi che probabilità c’è che un terremotato veda questo annuncio? Gli è crollata la casa, le linee telefoniche sono intasate, ma vanno sul feisbuc e trovano questo annuncio.
I terremotati non è che sono lì da soli, i paesini non sono tagliati fuori dal mondo. I soccorritori sono già lì da stamattina. Se cerchiamo un terremotato da ospitare sappi, c’è già gente che li può contattare; non sono dispersi, non abbiamo bisogno di cercarli sul feisbuc. Se il proprietario di un albergo vuole offrire ospitalità chiama la protezione civile che essendo già sul posto raggruppa 40 persone tra le più bisognose di alloggio e gliele manda.
Semplice e lineare, a che cazzo serve diffondere questo appello?
A farti sentire utile? Sopresa: non serve a un cazzo.

6 – Pensare di essere utile mostrando nastri neri nelle foto di profilo sulle reti sociali

7 – Commentare “questa ve la potevate risparmiare” su Spinoza.

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A questo punto enlarge your penis

August 23rd, 2016 by mattia | 5 Comments | Filed in perle giornalistiche, repubblica ceca, riflessioni

Io non so se quelli di repubblica ne sono consapevoli, ma quando apri il loro sito da posti come la Rep. Ceca la pubblicità che appare sul loro “giornale” è tipo così:

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Questo disoccupato guadagna 8000 euro al giorno

Il 57enne Marek di Pardubice a malapena ce la faceva coi soldi. Ora dorme sui soldi grazie a un facile trucco

Il tutto accompagnato da una foto che lasciamo perdere.

Evidentemente repubblica ha affidato la sua pubblicità a qualche agenzia che raccoglie tutte le inserzioni possibili e immaginabili (basta che paghi…) senza controllarne la qualità.

Non ho voglia di entrare nel lungo discorso sulla sostenibilità dei giornali on-line. Lo sappiamo tutti che vivere di pubblicità è difficile, e che quindi il limone lo si deve spremere fino in fondo.
Ma c’è un limite, e qui lo abbiamo superato.
Se pubblicano questa pubblicità allora va bene tutto, anche la réclame enlarge your penis.

Nessuno sta dicendo che i giornali italiani devono tornare alle vecchie maniere, quando ogni giornale aveva la sua agenzia pubblicitaria che raccoglieva le inserzioni a manina solo per quel giornale. A me di vedere la pubblicità di un supermercato di Torino quando apro La Stampa non me ne frega nulla, visto che abito a Praga; e di certo i giornali italiani non possono raccogliere le inserzioni in tutto il mondo, pur essendo letti in tutto il mondo.
Sta bene quindi che si affidino ad agenzie che dànno pubblicità localizzata. Ma questo non significa che si possono affidare alla prima agenzia che passa. Quando tu accetti la pubblicità da un’agenzia le dài carta bianca per pubblicare quello che vogliono sul tuo giornale. Gli stai dando un potere enorme, non puoi affidarti al primo che passa.

Possibile che questi accettino la pubblicità da un’agenzia senza mettere paletti sui contenuti?
Possibile che basta che arriva il bonifico e poi chi se ne frega?
Non capiscono che buttano all’ortiche quel poco di immagine che gli rimane?

Piesse: altre versioni dell’annuncio pubblicitario

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Eh, ma almeno non ci respiriamo i gas di scarico delle auto

August 22nd, 2016 by mattia | 15 Comments | Filed in bufale

Quando parlo coi sostenitore delle auto elettriche chiedo sempre da dove intendono ricavare tutta l’energia elettrica per alimentarle. Tutte, perché un conto è alimentare il 2% del parco veicoli, un conto è trasformare tutti i veicoli a dinosauri morti in auto elettriche.

Allo stato dell’arte finisci sono per bruciare dinosauri morti in una centrale elettrica invece che in mille mila automobili. Hai solo spostato il problema. Certo, è più facile controllare l’inquinamento in una centrale che in mille mila veicoli, ma sei sempre lì, non è che le centrali elettriche a dinosauri morti emettono odore di violette.

Davanti all’evidenza di aver solo spostato il problema di solito ti dicono: eh, ma intanto ho portato via l’inquinamento dalle città.
Ah, davvero?

Oggi vedremo che anche questa idea è basata su di un errore di percezione madornale.
Ne parlavo giusto qualche giorno fa sul tuitter con un tipo convinto che il 99% dell’inquinamento nelle nostre città fosse dovuto alle automobili.

Purtroppo non è così.
Noi siamo convinti che siano le auto a creare gran parte dell’inquinamento cittadino, ma non è vero. Per capirlo basta guardare il livello di PM10 giorno per giorno in una città come Milano.
Questo è il grafico dal 2010 al 2015 (fonte dei dati: ARPA Lombardia).

PM10 milano

Vedete benissimo che il PM10 è massimo d’inverno e minimo d’estate. Per ogni estate e per ogni inverno.
Pur tuttavia l’auto a Milano si usa sempre. Come mai allora c’è il picco di PM10 d’inverno?
Semplice, perché quel PM10 è dovuto agli impianti di riscaldamento.
Per semplificare la visione dei dati (che oscillano di giorno in giorno per via del meteo) ho fatto la media dei 6 anni dal 2010 al 2015:

PM10 milano media

Da maggio a settembre il PM10 veleggia sui 20 µg/m^3, mentre raggiunge picchi di 80 µg/m^3 d’inverno a causa degli impianti di riscaldamento.
Giusto perché a nessuno venga in mente che l’inquinamento è basso d’estate perché la gente va al mare: notate che la stagione a PM10 basso inizia già a maggio, quando la città è ancora in fase lavorativa quindi le auto circolano a pieno regime, ma il riscaldamento ormai spento del tutto.

Se pensate che ciò accada solo a Milano (per qualche bizzarro motivo legato al capoluogo lombardo) vi confermo che lo stesso accade anche nelle altre città. Per esempio Varese e Mantova, giusto per considerare città di dimensioni inferiori.
Queste le medie del PM10 a Varese e Mantova:

varese e mantova

Stesso fondo di 20 µg/m^3 da maggio a settembre. Parimenti il PM10 s’innalza seguendo il freddo autunnale e invernale.

Di quanto cala il PM10 usando solo auto elettriche?
A questo punto saremmo indotti a pensare che se convertissimo tutte le auto in elettriche il grafico scivolerebbe verso il basso di quei 20 µg/m^3 che costituiscono il fondo.
Purtroppo non è così. In quei 20 µg/m^3 di fondo non ci sono solo i gas di scarico delle automobili. Ci sono tutte le combustioni, come quelle per produrre acqua calda, che avvengono anche in primavera ed estate. Ci sono le combustioni industriali, ci sono le combustioni delle centrali elettriche in cui si bruciano dinosauri morti…
Sì, l’effetto di fa sentire a Milano anche se le industrie sono fuori città. Per capirlo vi basta guardare il grafico del PM10 in un anno a Milano e Varese. Questo il 2010:

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Stiamo parlando di due città a circa 50 km di distanza. Ciò nonostante c’è un’ottima correlazione tra il PM10 delle due città.
Se tu hai industrie che sputano nell’aria merda a metà strada tra Milano e Varese ne sentirai l’effetto in entrambe le città. Più ti allontani più si perde l’effetto, ma all’interno di qualche decina di km lo senti ancora.
In quel fondo di 20 µg/m^3 che misuriamo d’estate a Milano come a Varese trovi anche l’effetto delle combustioni industriali fatte in aziende fuori dal tessuto urbano ma il cui PM10 si diffonde per chilometri e chilometri.

Non basta, in quei 20 µg/m^3 di PM10 trovi anche l’effetto dell’abrasione dei copertoni e il consumo dei freni dei veicoli. Capisco che con le auto elettriche faremo la frenata elettrica (un po’ di freni ci vorranno sempre), ma i copertoni… be’, di quelli non puoi fare a meno, anche se l’auto è elettrica. Il PM10 dovuto a quelli resta.

Ma consideriamo solo industrie (comprese le centrali elettriche) e automobili a comporre quei 20 µg/m^3. Difficile dire quale sia il contributo delle une e delle altre, dipende anche dal tipo di industrie che hai in quell’aria. Facciamo mezzo e mezzo? Fate come volete, ma ci siamo capiti: le auto sono responsabili solo di una parte di quei 20 µg/m^3.
Se diventassero tutte elettriche – e ricevessero magicamente energia elettrica prodotta senza emettere niente – ridurremmo il PM10 di quanto? 10 o 12 µg/m^3?

Sì, ok, bravi. Ma le città erano inquinate prima e rimarranno inquinate dopo.
Perché non era quella la fonte principale di inquinamento.

Il problema della percezione
Purtroppo noi siamo abituati a considerare le auto come fonte di primaria di inquinamento perché le vediamo. Sono ovunque, ci ostacolano il percorso, sono sempre tra i piedi… Sappiamo che inquinano quindi siamo portati a credere che la causa principale dell’inquinamento sono loro, quando non è così.
Le emissioni degli impianti di riscaldamento invece si notano meno, sono più discrete. Non ti trovi una caldaia che ti ruba il parcheggio o ti strombazza all’incrocio. Per riflesso quindi noi siamo portati a odiare di più le auto rispetto alle caldaie, col risultato che attribuiamo alle auto tutte le nefandezze possibili, inquinamento compreso.

Perché chiudono il traffico quando c’è PM10 alto?
Qualcuno probabilmente si chiederà perché i sindaci allora chiudono le città al traffico quando c’è alto inquinamento.
Non lo fanno perché serve a qualcosa (e infatti non serve a niente), lo fanno per motivi legali.
I sindaci infatti sono responsabili della salute pubblica, quindi sono tenuti a fare tutto ciò che a loro è possibile per tutelare la salute dei cittadini. Se non lo fanno possono andare nei guai. Ad esempio, se c’è un edificio pericolante il sindaco deve ordinarne l’abbattimento, anche se l’edificio è privato, perché se quello crolla e rimane sotto qualcuno la responsabilità è sua.
Parimenti per evitare grane legali e sanzioni le città vengono chiuse al traffico. Tutti sanno che non funziona, ma così almeno quando qualcuno chiederà conto del superamento dei limiti il sindaco può rispondere “eh, ma io ho fatto le ordinanze per bloccare il traffico, cos’altro potevo fare?” e se ne va via tranquillo. Un sindaco che non sia un idiota lo sa che non serve a nulla bloccare il traffico, ma lo blocca ugualmente solo per pararsi il culo.

Meglio di niente
Già mi sento quelli che mi dicono: ok, il PM10 con le auto elettriche (alimentate a energia magicamente prodotta senza emettere niente) diminuirebbe di poco. Poniamo che si ridurrebbe di un 20%. Mica male.

Certo, mica lo sbatti via. Quello che voglio sottolineare è che l’inquinamento non sparirebbe magicamente dalle città come invece i sostenitori delle auto elettriche pensano. Il passaggio alle auto elettriche non risolverebbe magicamente il problema dell’inquinamento come essi credono. Tutto qua, un bel pezzo di sano realismo.

Aggiungo una riflessione: visto che gran parte del PM10 è dovuto agli impianti di riscaldamento, non sarebbe più giusto concentrarsi su di essi? Cerchiamo di concentrare gli sforzi su dove si genera la maggior parte dell’inquinamento e dove ci sono meno limiti tecnici al miglioramento.
Lavorare sugli impianti di riscaldamento non comporta la necessità di lavorare sull’accumulo per esempio, né la creazione di una rete di punti di ricarica capillare. È tutto fermo, è molto più facile intervenire.
Ma qui si aprirebbe tutto un altro discorso, che facciamo un’altra volta.

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