Il cortocircuito di dogmi

August 20th, 2014 by mattia | No Comments | Filed in Uncategorized

Oggi leggevo questa notizia molto interessante. Parla di una centrale a solare termico, non quella del fotovoltaico ma quello con gli specchi che concentrano i raggi solari per scaldare del liquido.

Sembra che tutti questi mille mila specchi abbiano un interessante effetto sugli uccelli: li fanno arrosto.
Dicono infatti che hanno trovato uccelli stecchiti alla base della centrale con bruciature sulle piume.

Ora, io non so se è proprio vero, ma nel caso lo fosse mi piacerebbe proporre questa notizia a una platea divisa a metà tra animalisti e ambientalisti e vedere la reazione, coi primi che si scagliano contro l’energia solare perché uccide gli uccelli e i secondi che difendono l’energia solare a spada tratta perché ecologica.

La cosa più bella sarebbe vedere gente contemporaneamente animalista e ambientalista in un cortocircuito di dogmi da rispettare che finisce per prendersi a schiaffi da sola.

Piesse: ironia a parte, questa notizia è un bell’esempio per far capire a questa gente che quando si parla di tecnologia non bisogna seguire i dogmi che ti fanno catalogare le cose sotto le etichette bene o male seguendo regole elementari (tipo: fa morire animali, quindi è male). In tecnologia si seguono principi come la minimizzazione dei danni, in cui crei un quadro globale della situazione e  cerchi la soluzione che fa meno danni totali. Quindi degli uccelli morti ci possono anche stare se ha dei vantaggi superiori in un’altra parte del sistema.

Gente in cerca di un’amicizia all’alba

August 19th, 2014 by mattia | 6 Comments | Filed in repubblica ceca

Ore 5:58 del mattino.
Il campeggio del festival è in silenzio, ormai dormono tutti.
Ai festival cechi c’è questa tradizione di gridare Hovno!
Inizia uno da una parte del campo a gridare Hovno! e a ruota tutti gli rispondono Hovno! Hovno! Hovno!

Quella notte sono andati avanti fino alle due. Ogni volta che stavo per addormentarmi c’era qualcuno che lanciava un Hovno! e  tutti che gli rispondevano.

Al contrario della maggioranza della gente che dorme in tenda io dormo in macchina. Non so quanto sia vantaggioso dal punto di vista termico, ma almeno sono sicuro che non entra una goccia d’acqua e sono rialzato da terra. Inoltre posso sempre accendere il riscaldamento della macchina quando fa freddo.

E così ho fatto quella mattina. Arrivati ormai all’alba in macchina faceva freddo. Mi sposto al posto di guida, accendo il motore e quindi il riscaldamento. Nel frattempo faccio anche una pisciata.

Mentre aspetto che la macchina si scaldi vedo un tizio comparire al mio finestrino.
Erano le 5:58 precise.

Mi guarda attraverso il finestrino e suona un flauto di pan. Per un buon minuto.
Visto che non se ne andava ho deciso di parlargli.
Apro la portiera:

Io – buon giorno.
Quello – eh?
- ho detto buongiorno
- ah, buongiorno
- io sono Mateji (il mio nome ceco)
- io sono Tomas e quello è il mio amico Lukas
- interessante
- senti, fa freddo, perché non vieni a bere una birra con noi?
- eh no
- perché no?

Ecco, qui avrei potuto inventare tutte le scuse possibili e immaginabili.
Potevo dire che ero assonnato, che non mi andava di bere una birra alle sei del mattino, che ero celiaco.
E invece senza pensarci troppo mi è uscita la scusa più cretina di tutte:

- perché non ho tempo.

Non ho tempo? E cosa vuoi che abbia da fare? È l’alba nel campeggio di un festival. Mica devo andare al lavoro o accompagnare i figli a scuola. Non ho tempo? Ma che scusa idiota mi è uscita?
Non ho fatto in tempo a rendermene conto che quello se ne esce dicendo:
- ah, non hai tempo, capisco. Ciao.

Se l’è bevuta. La scusa dico, poi si sarà bevuto anche la birra

Piesse: Hovno in ceco significa merda.

Lo schema che salta

August 17th, 2014 by mattia | 7 Comments | Filed in repubblica ceca, riflessioni

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Anni fa vidi un filmato interessante a SuperQuark. Avevano fatto un esperimento sociale per capire come il comportamento degli altri ci influenza. In una stanza c’erano diverse persone che partecipavano a una riunione e telecamere nascoste riprendevano tutto. A un certo punto veniva immesso fumo nella stanza per simulare un incendio; tutti i partecipanti eccetto uno sapevano che l’incendio era finto ed erano stati istruiti a far finta di niente. L’unico non consapevole della sceneggiata quindi si trovava in una riunione di lavoro con il fumo che entrava nella sala e la gente che faceva finta di niente. Da una parte provava paura perché temeva ci fosse un incendio, dall’alta vedeva la gente che non reagiva e quindi non sapeva che fare.

Spesso le cavie rimanevano a lungo al loro posto, e questo veniva usato per spiegare come è potente il potere di condizionamento della gente. La cosa che però a me interessò di più erano le espressioni di confusione che facevano le cavie.
Si trovavano in una situazione in cui veniva a mancare uno schema predefinito: nella nostra mente se c’è fumo e si sospetta un incendio la reazione logica è scappare o cercare la causa e fermarla. È uno schema che non mettiamo nemmeno in discussione, è ovvio che si fa così.
Quando ti trovi in una situazione in cui lo schema viene a mancare allora entri in un tunnel di confusione: in automatico cerchi di dare una spiegazione logica a quello che sta accadendo che sostituisca lo schema. La cavia dell’esperimento avrà pensato “perché non scappano? Perché il fumo evidentemente qui è normale, ma io non so perché. Ora cerchiamo di capire se c’è una motivazione plausibile per cui il fumo qui è normale“.
Ma mentre la cerca e non la trova rimane nel tunnel della confusione in cui niente sembra avere senso.

In una certa maniera ho provato la stessa sensazione qualche giorno fa al Trutnov open air music festival, detta anche la Woodstock ceca.
Quattro giorni di musica nella ridente città a nord della Rep. Ceca a cui ho partecipato per la prima volta.

Ogni giorno c’era un momento di preghiera, più o meno ecumenico (oltre a un prete cattolico c’erano degli hussiti, degli evangelici, un altro di una chiesa cristiana che non ricordo (ma senza veste) e poi degli Hare Krisna finiti lì per sbaglio.
Gli Hare Krisna ce li siamo giocati il primo giorno, poi sono rimasti alla loro tenda a cantare delle mezzore dicendo solo tre parole usando tutte le permutazioni delle permutazioni delle permutazioni.
Il secondo giorno (l’Assunta) c’è stata la messa vera e propria, una messa cattolica, concelebrata da Mons. Vaclav Maly, vescovo ausiliario di Praga e tra i primi firmatari di Charta 77.
Mi ero dimenticato di dire che il festival di Trutnov nasce dagli ambienti dell’underground ceco che poi diedero vita al forum civico che portò alla rivoluzione di velluto; non a caso il festival vedeva la partecipazione assidua di Havel che ora è considerato il capo del festival, mentre Magor ne è considerato il “guru”.
Il festival dunque si ripropone di portare avanti gli ideali della rivoluzione di velluto.

Non è dunque strano se vi partecipa un vescovo che fu tra i promotori di Charta 77.
Il momento in cui mi è “saltato lo schema” è stato quando ho visto il vescovo celebrare la messa sul palco e sotto un tizio a torso nudo visibilmente alticcio lo inneggiava porgendogli la maglietta.
Ciò che mi ha fatto saltare lo schema è che per tutti era normale, sembrava fossi l’unico a pensare “no, seriamente che sta succedendo qui?”.

La situazione era strana di suo. Sapevo che ci sarebbe stata la Messa e mi sono stupito quando ho letto sul programma che sarebbe stata sul palco principale del festival e non su di un palchettino secondario.
Pensavo: appena il prete entra in scena la gente se ne va di corsa. Un po’ come alle feste del santo patrono, che quando c’è da mangiare o da far festa ci sono tutti, ma quando c’è da pregare non c’è mai nessuno.
Io mi aspettavo che finito il concerto della band e annunciata la messa la gente se ne sarebbe andata: chi a prendere una birra, chi a vedere il concerto all’altro palco, chi a fare un giro tra le bancarelle.
Invece no, sono rimasti lì. Giuro.
E non erano nemmeno credenti. I credenti si sono radunati sotto il palco a seguire la messa, gli altri stavano seduti nell’arena di fronte al palco e guardavano, come se fosse uno spettacolo. Ho buttato là l’occhio, fuori dalla cinquantina di persone vicino al palco nessuno muoveva la bocca al padre nostro, nessuno si dava il segno della pace, nessuno faceva il segno della croce. Se erano credenti lo nascondevano da Dio.
Ma è normale, in un paese come la Rep. Ceca molto ateo tutto statisticamente torna.

Eppure, nonostante non fossero credenti stavano lì ad ascoltare. Nemmeno protestavano. Un’altra reazione, un altro schema che mi sarei aspettato era proprio la contestazione: se non se ne vanno rimangono per contestare, pensavo.
Invece stavano lì composti, non sentivi urla di gente che gridava basta preti! dateci la musica! avete rotto le balle con la messa! preti pedofili!
C’era un comportamento che non mi aspettavo da parte della gente. Non c’era quell’acidità, quell’astio quella voglia di creare contrapposizione che mi immaginavo in una situazione del genere.
Dall’altra parte anche chi era sul palco ha avuto un comportamento che aveva rotto lo schema. Se la gran parte della gente era educata e non disturbava su centinaia e centinaia di persone c’era qualcuno che si lasciava andare. Niente di che, ma il tizio che beveva birra e ruttava c’era, così come quello che stava sotto al palco ubriaco e invece di rispondere amen applaudiva e diceva bravo! (era talmente ubriaco che non aveva capito che era una messa, applaudiva in automatico come avrebbe applaudito a qualsiasi cantante, per lui era le stasa cosa). O come quello nella foto che ha appoggiato il bicchiere di birra sul palco e si è messo a inneggiare al vescovo a torso nudo porgendogli la maglia.
Pochi episodi di gente più che altro ubriaca senza malvagità, solo non si comportavano come ci si comporterebbe a una Messa.
Eppure il vescovo e il sacerdote stavano lì. Non hanno chiamato la sicurezza per farli tacere, non si sono offesi, non hanno detto al microfono stizziti “un po’ di rispetto!“. Non avevano aria di sopportazione.
Per loro era normale fosse così. La situazione era quella: si sono aperti portando la loro fede in pubblico consapevoli che non potevano avere il silenzio che hanno in chiesa, consapevoli che non potevano dire infastiditi di smetterla con le chiacchiere. Erano lì in mezzo a tutti, credenti e principalmente non credenti consapevoli che – come poi mi raccontava il vescovo nel dopo Messa – alla fine in tanti c’è un principio di sentimento, credono in qualcosa.
E allora vale la pensa rinunciare alla pulizia del rito in silenzio perfetto, vale la pena dire messa con un tizio ubriaco a  torso nudo davanti, se aprirsi alla gente significa questo. E quando parlavo col vescovo di queste cose lui era serenissimo, come se non fosse successo niente. Sarà che gli è toccato fare decenni di clandestinità (è uno di quelli che si è fatto gli studi di teologia studiando di nascosto negli appartamenti, non in seminario) quindi ne ha passate di ben più dure, ma conosco vice prevosti che tengono su il muso una settimana se c’è un bambino che piange a messa.

Che differenza. Che differenza rispetto a quelli che i riti li fanno solo “tra di loro”, nella comodità chiusa dove non è necessario confrontarsi con gli altri. Che differenza con chi ha vergogna di manifestare la fede in pubblico. Che differenza con chi ha paura di manifestarla in pubblico. Che differenza con chi manifesta la fede in pubblico non per aprirsi ma per dire io sono quello bravo che crede e tu sei un peccatore.

Alla messa c’era anche un vescovo hussita, che non ha celebrato – ovviamente – ma gli hanno fatto leggere una lettura e la preghiera dei fedeli. Poi alla comunione ha preso la chitarra e si è messo a suonare l’accompagnamento (nothing else matters, vabbe’).
Senza problemi, senza che ci si scandalizzasse.
Che differenza con quei cattolici che nemmeno vogliono entrare in contatto con altri cristiani.

La Rep. Ceca sarà anche un paese ateo, ma per una volta ho visto un approccio verso la religione da adulti.
Da una parte e dall’altra.

Il comunicato peggio del buco

August 14th, 2014 by mattia | 11 Comments | Filed in ignoranza

Quando ho letto il comunicato de La Sapienza sulla “lezione” (che poi non era una lezione) di Schettino ho pensato fosse uno scherzo.
No, non poteva essere vero. E invece…

Se c’è qualcosa di cui scandalizzarsi in questa vicenda è proprio quel comunicato.
Un comunicato insostenibile sia per forma che per sostanza.

La forma: spero sia stato scritto da un tirocinante alle prime armi nell’ufficio stampa che poi si è preso uno scapaccione.
Quel comunicato non ha nulla a che vedere con la forma che deve avere un comunicato.
Ci sono parti che sembrano prese da uno di commenti scritti dall’italiano medio sotto a un articolo del corriere o del fatto. Avete presente? Quei commenti banali e di pancia che ti fanno perdere fiducia che il genere umano possa generare un pensiero più articolato di “vergogna! e io pago! tutta colpa dei sindacati!“.

L’uso delle parole è inappropriato: “Basterebbe questo per bollare..“, “Alle patetiche scuse del Prof….“. Stiamo scherzando? In un comunicato stampa istituzionale non usi parole come “bollare” o “patetiche”.
Il riferimento a “patetiche scuse” è raccapricciante. Sta lì a dire “io sono il capo, qui comando io! adesso questo lo sistemo io, vedrete!” Rimanda a un uso autoritario e non ponderato del potere.
È proprio di quei capi che si mettono a urlare con la segretaria affinché gli altri lo vedano come potente.
Il capo comandi pure, ma deve sempre rispettare i sottoposti. Umiliarli per far vedere di essere potente è disgustoso.

Gli argomenti poi sono di una inconsistenza logica che ti aspetti dal classico commentato di pancia.

Tutti ricordano il dialogo da Livorno tra il Comandante dell’area-Tirreno e lo (sic) Schettino, con l’ordine perentorio di ritornare sulla nave, che nel mezzo del disastro era stata abbandonata dallo Schettino con i passeggeri in grave pericolo. Basterebbe questo per bollare l’iniziativa del direttore del Master prof. Mastronardi come deviante rispetto alle finalità di un qualsiasi evento accademico 

Quello che si sono detti Schettino e il comandante sono affari loro e di chi deve giudicare il primo nel processo.
Chi è quel comandante? Uno autorizzato da Dio a rilasciare patenti di moralità/amoralità?
No. Il comandante dà i suoi ordini in mare nelle acque che gli competono. Può dare un giudizio negativo quanto vuole su chi non esegue i suoi ordini e abbandona la nave, ma del suo giudizio morale e dei suoi imperativi io posso anche fregarmene altamente.
A uno viene detto “salga a bordo, cazzo!” e questo non può più entrare in una università? Scherziamo?

In realtà quel riferimento al “salga a bordo, cazzo!” per quanto irrilevante non è messo lì a caso. Ha uno scopo ben preciso: sta lì a dire “guardate che io sono dalla parte buona dell’italia, sono dalla parte di chi sputa sul codardo, sto dalla parte vostra che siete indignati, puu! puu!“.
In qualsiasi racconto, dall’Antico Testamento a Batman, c’è la divisione tra buoni e cattivi. È uno schema facile che aiuta l’uomo non sono a identificarsi ma anche a provare empatia. Mi sento dalla parte dei buoni che combattono i cattivi e percepisco la lotta che leggo come la mia lotta. Qui è lo stesso, nel racconto della vicenda abbiamo i cattivi (che abbandonano la nave) e i buoni (che usano il pugno di ferro per richiamare ai propri doveri). Quel riferimento al “salga a bordo, cazzo!”  serve per dire io sto dalla parte dei buoni.

Nella sostanza andiamo pure peggio. Prendere questa esilarante parte del comunicato

Proprio il programma accentua la gravità dell’episodio per le sedi (Università e Aeronautica militare), per l’assenza di contradditorio (sarebbe stato interessante la presenza di qualcuno dei passeggeri o di chi ha avuto un parente deceduto)

Contraddittorio? Capisco che ormai ci sia abituati a dire “contraddittorio” per qualsiasi cosa, visto che è la parola preferita dai politici per evitare che qualcuno parli in TV. Ma il contraddittorio non è un jolly che puoi invocare a sproposito in qualsiasi caso.
Il contraddittorio ha senso quando ci sono due o più parti contrapposte.
Schettino è andato a commentare (nemmeno a fare una lezione) quanto accaduto durante il naufragio della Costa Concordia, a spiegare come è stata gestita la vicenda. Uno può dire che nonostante sia stato un asino a causare l’incidente è stato un gallo a gestire il post-incidente manovrando la nave in modo che ha portato a casa quasi tutti (33 morti su 4.200 persone in quelle condizioni è nulla). Un altro può dirmi che invece poteva portare a casa anche quei 33 facendo così o cosà, magari dando l’allarme prima o dando istruzioni diverse allo staff. Ma insomma, il confronto è su questo, su come è stata gestita una situazione di emergenza e di panico.
Se contraddittorio proprio ci deve essere esso può esistere solo con persone che sanno come gestire una nave che è naufragata. Proporre come parte opposta del contraddittorio un passeggere o un parente di un deceduto è senza senso.
Essere un naufrago o un parente di deceduto non ti dà alcuna competenza nella gestione di un naufragio, non ne sai nemmeno un zic in più rispetto a un uomo che passa per strada preso a caso.
Sei solo uno che ha subito un danno, ma questo non ti dà alcuna competenza in alcuna materia. Che senso ha allora fare un contraddittorio con qualcuno che non ha alcuna competenza in materia?
Nessuno, non ha alcun senso. È solo una frase di rabbia propria di chi abbandona la razionalità per cercare la rivalsa in qualsiasi maniera. Dimenticando che tu puoi provare tutta la rabbia che vuoi verso una persona ma i suoi diritti civili non vengono meno. Puoi odiare Schettino quanto vuoi, ma rimane sempre libero di esprimere la sua opinione come tutti gli altri cittadini e altri cittadini se interessati sono liberi di ascoltarlo.

C’è poi questo passaggio che mi ha lasciato interdetto:

La libertà accademica di cui godono i docenti universitari per dettato costituzionale impone anche di essere responsabili, proprio perché si è in una comunità educante. 

Forse l’autore del comunicato non ha ben capito cosa vuol dire “educare” in un contesto universitario.
Non siamo più alle scuole elementari dove si fanno i cartelloni sulla pace nel mondo e contro la guerra (e anche lì ci sarebbe da discutere: non ha diritto un genitore guerrafondaio di insegnare la cultura della guerra al figlio?)
Educare all’università significa che quando io mi trovo davanti un futuro ingegnere devo insegnargli quali saranno le responsabilità che si troverà in mano quando, una volta laureato, andrà a lavorare. Gli spiego quali sono i danni che può provocare e gli insegno i principi per evitarli. Lo stesso con qualsiasi altra professione che richiede un titolo di studio e può provocare danni nella società. Chi dà quel titolo di studio è “indirettamente” responsabile per quei danno se ha dato il titolo di studio a una persona senza insegnargli a esercitare responsabilmente la professione.
Di tutto il resto non deve fregare niente.
Tui puoi avere il giudizio morale che vuoi su una persona, puoi considerarla codarda per quello che ha fatto nella sua vita. Ma dal punto di vista educativo a livello universitario l’unica cosa che è rilevante è quello che ha spiegato nel suo commento in aula. Ha spiegato che è giusto fare un “inchino” con la nave mettendo in pericolo inutilmente la vita dei passeggeri? Condannalo pure. Si è invece limitato a spiegare come gestire una situazione di emergenza limitando i danni (senza entrare nei motivi per cui si è generata l’emergenza)? Allora non hai nulla da contestargli.
Il fatto che abbia commesso una cazzata, un anno prima o mezz’ora prima, non ha alcuna rilevanza.
Potrebbe essere un assassino, un infanticida, uno che ruba le offerte per la caritas o uno che non lascia il posto riservato sul tram ai vecchi. Non me ne può fregare di meno.
Hai un giudizio morale negativo su una persona? Cazzi tuoi. Se quella persona ha qualcosa di interessante da dire e questo non è in contrasto con i principi educativi come spiegati qui sopra, quella persona ha il diritto di parlare in una università.

Schettino aveva qualcosa di interessante da dire? Sì, e se si è limitato a spiegare come ha gestito la situazione del naufragio (astenendosi dal giustificarsi sull’errore che l’ha provocato), non vedo alcun motivo per cui non avrebbe dovuto parlare di questo a degli studenti.

Guardate che non è una questione di puntigliosità. Qui ci troviamo di fronte a uno per cui chi insegna in una università (Schettino qui non insegnava, faceva solo un commento di pochi minuti) deve avere una patente di moralità.
A me queste parole fanno venire i brividi.
Tu puoi – anzi, devi – controllare quello che insegna e verificare che sia corretto. Ma chi lo insegna, cosa ha fatto nella sua vita, quali errori ha commetto o quali sono le sue idee non ti deve interessare per alcun motivo.

Lavoro di copiatura

August 14th, 2014 by mattia | 1 Comment | Filed in repubblica ceca, Uncategorized

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Per un attimo, un attimo appena, sono rimasto sconvolto. Con la coda dell’occhio vedo queste riviste di vuotaggini e per un istante mi è sembrato di vedere una copertina con rosanna lambertucci. Mica che è venuta a impestare anche la Rep. Ceca?
Poi controllando bene scopro che non c’è, sono solo foto di gente che tra fondo tinta e fotosciop fanno credere di avere la pelle da ventenne a sessant’anni. La confusione è abbastanza giustificabile.

Nel controllare lo stand però vedo questo libro:

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È il dizionario delle parole crociate. Un libro dove ti dànno la risposta alle definizioni.
Tu cerchi la definizione (Antonio, compositore italiano) e il libro ti dà la risposta (Vivaldi).

Ora,  il libro è edito da Blesk, che per farvi capire è il quotidiano preferito dagli elettori di Zeman. Quindi il livello della gente a cui si rivolge è quello che è. E vabbe’.
Capisco anche che ormai si bara su tutto, e poi mica violi una legge a barare colle parole crociate.

Ma santiddio, che senso ha fare le parole crociate col “dizionario” che ti dà la risposta ad ogni passo?
È un lavoro di copiatura.

 

 

 

Riforme costituzionale

August 12th, 2014 by mattia | 1 Comment | Filed in ignoranza

Visto che s’è già in ballo col cambiare la costituzione i propongo di modificare l’art. 21 come segue

Art. 21
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione a meno che sia una manifesta puttanata.

No, perché con questa storia della libertà di espressione guarda cosa succede…

red

Indovina qual è il sale

August 11th, 2014 by mattia | 15 Comments | Filed in chicche

Contravvengo, come raramente accade, alla regola autoimpostami di non pubblicare quelle cose lì virali che si trovano sull’internet. Lo faccio solo perché questa è stupenda.

Contenitori da tavola per sale e pepe. Indovinate qual è il sale.

sale e pepe

vista su feisbuc

 

Lo sa fare anche una scimmia ammaestrata

August 10th, 2014 by mattia | 2 Comments | Filed in ignoranza

Comunque la vicenda ormai famosa di diritti d’autore dell’autoscatto del macaco è solo una conferma dell’ignoranza dei tizi di wikimedia.

Secondo questi tizi i diritti d’autore dell’autoscatto non sono del fotografo perché è stata la scimmia a premere il pulsante della macchina fotografica.

Già, perché per queste persone fare una foto significa premere un pulsante.

Probabilmente è gente che fa le foto con la macchina fotografica trovata nel fustino del Dicsan che ha – appunto – solo un tasto (e si domanda perché le foto non gli vengono mai bene, andando poi a cercare fotocamere di gazzilioni di Mpx).

Probabilmente è gente che quando vede un negozio di foto ottica sbuffa dicendo che sono tutte cose per gente maniacale, ché mica servono davvero.

Probabilmente è gente che non ha mai fatto ore di paziente ricerca del posto, del momento, della situazione giusta, non capendo così che dietro una foto c’è un progetto.

No, per loro fare una foto significa solo azionare un pulsante. E quando vedono le foto belle dei fotografi dicono “eh, per forza fa le foto belle, c’ha la macchina costosa con tanti Mpx“. Perché pensano che il lavoro del fotografo sia solo lì, premere un pulsante: dategli la macchina costosa del fotografo e saprebbero farlo anche loro.

Dopo tutto anche una scimmia sa premere un pulsante.

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