Sartori scettico sullo ius soli, più altre cose

January 27th, 2012 by mattia | 3 Comments | Filed in andrea sarubbi, cittadinanza, ius soli

Ieri Sartori ha scritto un pezzo sul Corriere in cui si schiera contro lo ius soli. Secondo Sartori in altri paesi europei come Inghilterra e Francia l’integrazione non è avvenuta, anche se ormai si è già alla terza generazione. Cosa succederà in italia?
Per prendere tempo suggerisce di dare un permesso di soggiorno permanente che toglie all’immigrato tutta la burocrazia ma che consenta allo stato italiano di essere più cauto nel dare passaporti a chiunque passa per caso dall’italia.

E questo sega alla radice, come continuo a dire, gran parte delle argomentazioni dei sostenitori dello ius soli: se il problema è la burocrazia asfissiante che uno straniero deve affrontare, la soluzione è far funzionare meglio gli uffici e ridurre la burocrazia, non distribuire passaporti un tot al kg, facendo finta che stranieri siano italiani. Perché l’integrazione non si fa con una stamperia di passaporti.

Adesso voglio vedere se andranno a dire anche a Sartori che è razzista.

Nel frattempo, le domande ad Andrea Sarubbi sono ancora lì che aspettano una risposta. L’ho sollecitato prima di Natale e mi ha detto che provava a rispondere (anche se doveva andare in ferie). L’ho sollecitato di nuovo qualche giorno fa e ha promesso di nuovo che risponderà.
Io aspetto. E aspetto.

Ah, poi mi sono accorto che tanti comuni sostengono la campagna di raccolta firme “l’italia sono anch’io” a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per lo ius soli.
Comuni grossi come Reggio Emilia, mica bruscolini, sostengono la campagna direttamente sul sito con una bella scritta “Firma anche tu!”. Sì, sul sito del Comune, con tanto di stemma in alto e dicitura “Sito ufficiale del Comune di Reggio Emilia”.

Ora, pensate a cosa succederebbe se il sindaco di un altro Comune, ad esempio Verona, sostenesse sul sito ufficiale del comune una raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, che ne so, volta a rendere più facili le espulsioni degli immigrati clandestini.
Ci troveremmo gli editorialisti di repubblica o del pacco quotidiano che si stracciano le vesti, grida sguaiate che agitano lo spettro del fascismo, raccolte di firme, e dotte argomentazioni sul fatto che nei luoghi istituzionali non si può fare propaganda politica. Alla fine arriverebbe quel rintronato che in italia passa persino per saggio a demonizzare l’uso delle strutture pubbliche per fare propaganda politica.

Oh, sia chiaro, a me il principio per cui non si fa propaganda poltica nelle sedi istituzionali o nelle scuole sta anche bene, sono il primo a metterci la firma.
Però vale sempre, sia quando la propaganda politica è un sole delle alpi sulla scuola sia quando è il sito di un Comune che appoggia (senza neanche nascondersi dietro a un dito) un’iniziativa politica del genere.
Sul sito al massimo scrivi che sono stati depositati i moduli e che si può firmare dall’ora tot all’ora tot. Non inviti a firmare una pdl di iniziativa popolare, così come non inviti a votare per un partito.

Però si sa, ormai il rincoglionimento in italia è talmente avanzato che i principi (sì, quelli che vengono sbandierati come sacri e involabili) valgono solo se vengono toccati da chi ti sta antipatico. Chi condivide le tue idee con gli stessi principi può anche pulircisi il culo, e tu l’editoriale non lo scrivi.

A proposito di gente che si scandalizza a targhe alterne, avete notato che dopo l’uscita di Martone repubblica non ha fatto la consueta galleria di immagini dei lettori con il cartello “sono anch’io uno sfigato”?

 

E non toccatevi

January 26th, 2012 by mattia | 5 Comments | Filed in chicche, giappone

Se non ho sbagliato a capire in italia la gente si gratterebbe i maroni al solo vedere questi due quaderni.
Io invece li trovo fantastici: uno per fare il testamento e l’altro per prendere nota, ad esempio, delle persone da avvertire della tua morte, o per mettere tutte quelle informazioni che se muori dopo servono.
Se solo non fossero in giapponese li comprerei subito.

Essere esperti di teologia

January 26th, 2012 by mattia | No Comments | Filed in ignoranza

A volte può salvarti la vita

La ragazza è riuscita a divincolarsi, mordendolo, mentre lui le diceva: «Se non sei più vergine, ti devo ammazzare». Il 61enne avrebbe desistito nell’intento di uccidere soltanto quando la figlia gli ha detto che il Corano era contro l’omicidio.

 

Epic win.

Nastro adesivo e occhi

January 26th, 2012 by mattia | 6 Comments | Filed in riflessioni

Oggi stavo pensando a due cose.
La prima è che quando uso il nastro adesivo toccando la parte adesiva con i polpastrelli lascio in giro le mie impronte digitali. Una di quelle cose che generano facili paranoie.
La seconda è che invece gli occhi non sono come i capelli, non diventano grigi quando invecchi. E questa invece mi è sembrata una cosa molto bella.

cavi elettrici #001

January 26th, 2012 by mattia | No Comments | Filed in cavi

Kasuga (Giappone)
25 Gennaio 2012

Definizione di lusso in Giappone

January 25th, 2012 by mattia | 2 Comments | Filed in chicche, giappone

Una Toyota Century … con l’uncinetto sui finestrini.

Che faccio, laccio?

January 25th, 2012 by mattia | 6 Comments | Filed in giappone

Io non sono molto esperto di scarpe. Nel senso che l’ultima volta che ne ho comprato un paio è stato tre anni fa.

Quindi chiedo a voi: perché in un negozio di scarpe sentono l’esigenza di mostrare qual è la massa della calzatura?

Le vendono un tot al kg?

Una parola apposta

January 25th, 2012 by mattia | 12 Comments | Filed in giappone

L’altro giorno mi hanno insegnato una nuova parola in giapponese: パイパン che si legge paipan.

Perché uno poi pensa che il giapponese sia una lingua tutto sommato semplice, con una grammatica banale… e poi invece ti saltano fuori con una parola apposta per definire qualcosa che in una qualsiasi altra lingua richiede una definizione. Almeno un sostantivo e un aggettivo. Loro no, hanno una parola apposta per quella cosa.

Cosa? Facile, パイパン significa bernarda depilata.

 

La pizza a domicilio in Giappone

January 24th, 2012 by mattia | 16 Comments | Filed in giappone

Quello là che sta su a Tokyo nel quartiere che costa poco, e non diciamo perché, diceva che la pizza costa tanto. Tipo che la pizza grande costa 35 euro.
Così, giusto per raffronto, ieri invece di buttare via i volantini che quotidianamente mi trovo nella cassetta delle lettere ho tenuto questo della pizza a domicilio.
E sì, anche a Fukuoka la pizza grande varia dai 31 ai 35 euro circa a seconda del condimento.
Poi dopo ti dicono che la pizza grande ha un diametro di 35 cm, te la dividono in 12 fette (cosa che mi fa incazzare nero, non il 12, il fatto che mi taglino le fette) e basta per 4 o 5 persone.
Che già lì sono in contraddizione, ché 12 fette si può dividere per 4 ma non per 5 in N.
E non mi voglio immaginare le litigate per una fetta in più.
No, comunque secondo me col piffero che una pizza da 35 cm basta per 4 o 5 pesone. Massimo due, va là.
Quasi quasi provo a ordinarla per verificare. Però mi spiace gettare 35 euro per una pizza.
Anche perché con 15 euro mi faccio un nomihodai di birra da due ore. Quindi con 35 euro faccio ben due nomihodai da due ore. Soldi spesi decisamente meglio.
Ad ogni modo era per dire che sì, è come dice quello là. La pizza a domicilio in giappone costa un botto.

Mi fate i compiti?

January 24th, 2012 by mattia | 10 Comments | Filed in giappone

Col mio maestro di giapponese da qualche settimana si dedica una porzione della lezione a un indovinello.
Lo scopo è quello di allenarsi a fare domande e conversazione su cose che non siano standard (tipo quelle domande a cui non hai voglia di rispondere come… parlami della tua famiglia, che io poi quando mi fanno queste domande rispondo che sono figlio di due lesbiche e ho concepito un figlio con una ballerina brasiliana durante la finale di USA 94).

Settimana scorsa mi ha fatto l’indovinello della zuppa di tartarughe marine che, ve lo assicuro, è uno degli indovinelli più assurdi che esistano.
La prossima settimana tocca a me, devo fare un indovinello a lui e rispondere alle sue domande mentre cerca di indovinarlo.
Solo che non ho un cazzo di voglia di pensare a un indovinello.

Quindi, mi fate la cortesia di segnalare nei commenti un indovinello pronto da fare.
Che non sia troppo difficile da dire in giapponese.

Grazie

Cercando di spolpare la carogna

January 24th, 2012 by mattia | 23 Comments | Filed in riflessioni

Sì, lo ammetto, quelli delle associazioni di consumatori mi stanno simpatici più o meno come quel dentista che mi voleva devitalizzare in dente senza anestesia.
Non per altro, ma perché ogni tre per due non perdono occasione per tirare fuori un’idea cretina.

Questa più che cretina è un’iniziativa che non condivido sul livello etico.
Dicono che vogliono avviare una class action per i naufraghi della Costa Concordia per farli indennizzare “per i danni materiali subiti e per quelli morali, come il terrore patito, la vacanza rovinata e i gravi rischi corsi“.
Ok, affonda la nave, tu ci perdi la valigia coi vestiti e magari il notebook, e chiedi che ti vengano rimborsati.
Ma qui ho come l’impressione che ci si voglia attaccare alla carcassa per spolparla fin che si può (parlano di 125 mila euro a testa!)

Io quando ho visto la nave ribaltata più che alla trentina di morti ho pensato al valore della nave andata in malora e alle conseguenze.
Magari sono una brutta persona, però una trentina di morti li metti via, piangi un po’ e amen. Sulle strade italiane crepano dieci persone al giorno, cose che succedono.
Più che altro mi preoccupo per un’azienda che con un danno simile rischia di andare in malora. E mi preoccupo non per l’ad dell’azienda che non potrà più permettersi la giaguar, mi preoccupo per le centinaia (o migliaia?) di dipendenti che perdono il lavoro.
Va bene, hai subito un naufragio, ti sei spaventato e sei anche un po’ incazzato perché ti hanno rovinato la vacanza. Ma incarognirsi con la società serve solo a farla andare in malora e far perdere il lavoro e il pane a tante famiglie.
Sì, sarà un tuo diritto, non discuto. Ma se uno è già in difficoltà accanirsi oltre misura mi sembra inopportuno.
Poi ognuno ha il suo diverso livello per valutare cosa sia opportuno o meno, ci mancherebbe.
Per me ci sta di chiedere i danni per il notebook affondato. Farsi risarcire il danno morale per il terrore patito per portare a casa qualche migliaio di euro con cui comprarsi l’automobile nuova alle spalle di chi perderà il lavoro a causa di ciò mi sembra una bastardata. Non so voi.

Il valore legale della felpa

January 24th, 2012 by mattia | 9 Comments | Filed in riflessioni

In questi giorni ho sentito parlare dell’abolizione del valore legale del titolo di studio.
Che si abolisca l’influenza del voto di laurea nei concorsi pubblici penso sia sacrosanto.
Anni fa andai alla laurea di un amico in una Università del centro italia. Alla cerimonia su una ventina di laureati solo due non presero centodiecielode. E’ evidente che un centodiecielode di una università non corrisponde al centodiecielode di un’altra università. Ed è giusto che non siano equiparati in sede di concorso.

Ma per le aziende, che cambia? Chi fa selezione del personale, non essendo legato a regolette e codicilli, già tiene presente se il tuo centodiecielode viene dall’Università Molto Figa o dall’Univeristà Un Calcio In Culo.
E per dirla tutta, tolti il primo periodo dopo la laurea se ne fottono anche del titolo di studio, vogliono vedere cosa sai fare.
Nei vari colloqui di lavoro che feci dopo la laurea vidi selezionatori pesare più una cosa o più l’altra. C’era quello che considerava molto un periodo all’estero e quello che ti valutava tantissimo se, come nel mio caso, avevi fatto lavori tipo il portinaio notturno durante gli studi, perché indica che sei propenso a darti da fare.
Poi c’è il voto di laurea, ma è solo una vaga indicazione di quello che sei, una delle tante cose che guardano.

Cosa cambierebbe togliendo il valore legale del titolo di studio per le aziende? Niente.
Vale la pena quindi di abolirlo? Secondo me no.

Coloro che propongono di abolirlo fanno tanti bei discorsetti. Li sento da anni, e mica sono in questo settore. Togliendo il valore legale al titolo di studio stimoli la concorrenza tra le Università, gli studenti andranno negli atenei non per il pezzo di carta, ma per imparare. Andranno dove preparano meglio, e le Università dovranno offrire un servizio di qualità migliore per attrarre studenti.

Tutte belle cose, per carità. Ma ho come l’impressione che, al pari di tante altre teorie che stanno in piedi sulla carta, nella realtà si rivelerebbe come un fallimento. E come da copione i suoi sostenitori verrebbero a dirti che l’idea era giusta ma è stata applicata male.

Il primo problema dell’Università è che mancano i soldi. Tu puoi stimolare quanto vuoi la concorrenza tra le Università, ma se queste non hanno soldi come cavolo incrementano la qualità del servizio?
Si dice, facciamo la classifica dell’Università più brava e di quella più scarsa, così diamo più soldi alla prima e meno alla seconda. D’accordissimo, sono il primo a metterci la firma.
Ma se il totale dei soldi che investi nell’Università è lo stesso l’unico risultato è quello di accentuare le differenze. Sì, alla fine l’università scarsa chiuderà i battenti perché non può stare in piedi, ma l’altra Università non necessariamente potrà accogliere gli stessi studenti.
Avrà usato i soldi per aumentare la qualità sel servizio ai suoi studenti, non per sostituirsi all’Univeristà che chiude. Anche perché a quel punto piuttosto che puntare su mega atenei buoni che mangiano i pesci piccoli ti conviene far funzionare bene le università che non funzionano.
La concorrenza senza dare loro i soldi le Università non la possono fare senza cannibalizzarsi a vicenda.
Immagino cosa potrebbe succedere con uno scenario del genere: le università per competere dovranno trovare le risorse che mancano dagli studenti, e arriveremo a univeristà fighe che chiedono cinque mila euro di tasse e università sfigate che chiedono cinquecento euro di tasse. Lascio a voi le conclusioni.

Così come tanti altri problemi dell’Università non si risolvono certo con l’abolizione del titolo di studio. Dicono, sì così sviluppi la concorrenza tra gli atenei e il tal barone non assume più il figlio del cognato incapace, altrimenti va in malora il dipartimento dove lavora, che chiude e resta a casa. Sì, ora che fallisce l’Università per quel suo comportamento passano vent’anni, e il barone fa in tempo ad andare in pensione. Quando uno fa cose simili ragiona con l’idea che il suo comportamento individuale si annacqua nel grande sistema. Il problema si risolve dando responsabilità individuali a chi seleziona il personale, non sperando che uno si metta la mano sulla coscienza e smetta di assumere il cugino della sua vedova perché altrimenti l’Università fallisce in quanto gli studenti non vengono più a scuola per il pezzo di carta da quando hanno abolito il valore legale del titolo di studio.

Poi c’è da capire che tipo di sistema scolastico si vuole. Quelli che parlano di concorrenza delle Università hanno spesso in mente il modello americano, dove ci sono università fighissime e università sfigate. Di mezzo c’è quello che puoi permetterti di spendere. Non che le università fighissime facciano lezioni speciali, ho visto alcuni video con lezioni di fisica di un fighissimo ateneo ed erano banalissime lezioni di fisica che avrei potuto fare anche io o tanti altri insegnanti alla stessa maniera. Ciò che cambia è che le università sono fighe, tutti vogliono entrarci, la selezione è dura e una volta che sei entrato nel club hai vinto il biglietto della lotteria. Ti potrai mettere la felpa dell’università figa, e candidarti per lavori nei quali accettano solo CV da gente laureata in una università figa.
Non perché lì l’insegnamento è migliore, ma solo perché essendo la selezione all’ingresso molto rigida le aziende sanno che se sei passato da lì non sei un pirla.
Il trucco quindi è riuscire a far credere di essere molto fighi in modo da ricevere una marea di domande di iscrizione, selezionare gli studenti migliori e poi venderli sul mercato (dopo avergli spillato qualche decina di migliaia di dollari). Le università fighe non sono necessariamente migliori perché insegnano meglio. Sono migliori perché si prendono in ingresso gli studenti migliori. E grazie al cazzo.
Un’università la si valuta piuttosto controllando quanto cresce uno studente passando da lì.
∆Qs=mean(qualità_studente_out) – mean(qualità_studente_in)
La concorrenza tra università e la creazione di università fighe e università sfigate non serve a creare un sistema scolastico migliore, serve solo a fare in modo che ci sia un club esclusivo.

Al paese non serve a niente. Un paese progredisce non quando prende gli studenti già bravi e mette loro un timbrino per farli riconoscere come tali. Un paese progredisce quando prende uno studente medio e lo innalza. Per capirci, gli intellettuali che andavano all’Università c’erano anche trecento anni fa. Le società si sono evolute però quando l’istruzione è diventata una cosa di massa, non di elite.
Certo, istruire le masse con un buon sistema universitario diffuso costa più risorse che prendere quattro o cinque università in italia, decidere che quelle sono le migliori, metterci dentro chi è già migliore di suo e lasciar crepare gli altri. E’ proprio una questione di capire cosa conviene al paese nel suo insieme.

Io non ho certo invidia dei paesi dove la figaggine di una persona si deduce dalla felpa che indossa.
Perché magari sarà vero che abolendo il valore legale del titolo di studio gli studenti non andranno in un ateneo per il pezzo di carta. Ma andarci per una felpa mi sembra decisamente più cretino.

 

Mi spiace ma non assumiamo stranieri

January 23rd, 2012 by mattia | 13 Comments | Filed in giappone

L’altro giorno parlavo con un’amica occidentale che mi raccontava delle difficoltà che ha avuto per trovare lavoro.
Ora fa l’insegnante di inglese ai pacanelli giapponesi, ma ha passato sei mesi in cerca di lavoro incontrando difficoltà enormi solo per il fatto di essere straniera.

La scena tipo che si ripeteva di continuo era la telefonata all’azienda per rispondere a un’inserzione con discussione sul lavoro. Poi fissavano l’appuntamento…
- come si chiama?
- aspetti… vediamo, quando potete ricevermi…
- il Venerdì va bene. Ma mi dice il suo nome?
- Perfetto, di venerdì sono libera tutto il giorno. A che ora posso venire?
- Alle 2.30. Prendo nota. Mi dice cortesemente il suo nome?
- Ehm… ehm… [nome straniero]
- Ah. Ma quindi lei è straniera?
- Eh sì…
- Mi spiace ma non assumiamo stranieri. ありがとうございます e ciapel in d’i ciapp.

Sempre così, cercava di postporre quanto più potesse il momento in cui doveva dire il nome per sperare che davanti a un appuntamento già fissato con data e ora non avessero il coraggio di tirarsi indietro.
Invece non si facevano nessun problema a dirle in faccia che il motivo per cui andava tutto alle ortiche era che loro non assumevano stranieri.
E faccio presente che ella viene da un paese in cui sono talmente stressati sulle discriminazioni per cui sotto ogni annuncio di lavoro ti devono specificare (forse per legge) che la loro azienda offre lavoro con pari opportunità, senza fare distinzioni di razza, genere, età, e insufficienza toracica. Mi hanno detto che in quel suo paese se mandi il curriculum non devi nemmeno mettere la foto perché da essa si potrebbero dedurre dati che potrebbero portare a discriminazione (tipo, se indossi un velo potrebbero dedurre che sei di fede islamica). Quindi devi essere tu il primo a non mettere in imbarazzo il selezionatore.
Potete immaginare come ci si sente a sentirsi rispondere così, senza nessun imbarazzo o vergogna, che non ti assumono proprio perché sei straniera.
Sì, ce lo siamo già detti quando mi sono visto rifiutare case in affitto in quanto straniero: accade anche in italia e in tanti altri paesi, ma quanto meno si inventa una scusa, si cerca di dissimulare. Qui no, è considerato perfettamente lecito discriminare in base alla nazionalità, te lo dicono in faccia senza imbarazzo perché per loro è normale, non sentono di fare qualcosa di sbagliato.

Poi non è che racconto qualcosa di inedito. Roba già sentita e risentita altre volte da altri stranieri che hanno raccontato la loro esperienza alle prese con la ricerca di lavoro in Giappone.
Ma penso sia cosa utile raccontarlo anche qui, perché ogni tanto leggo di questo annunci entusiasti “La tal azienda ha annunciato che assumerà tot stranieri…” e tutti i bimbiminkia a commentare “wow, che terra meravigliosa il Giappone, come vogliono bene agli stranieri!“.
Così, solo per ricordare che in realtà le cose funzionano in modo un po’ diverso. Ci sono, è vero, degli stranieri che lavorano in Giappone, non è quindi impossibile trovare lavoro. Ma nel cercarlo devi mettere in conto che la tua nazionalità conta, così come se fosse un requisito nella check-list dei requisiti per la posizione per la quale ti proponi.
Devi armarti di santa pazienza e rassegnarti al fatto che quella condizione riduce le tue possibilità, e quindi incrementa il tempo d’attesa prima di trovare un lavoro.

Un computer in ogni classe

January 21st, 2012 by mattia | 13 Comments | Filed in riflessioni

Un bel po’ di tempo fa (trattandosi di informatica si dovrebbe parlare di ere fa) girava molto il discorso di un computer per ogni classe.
Nel senso che si sentivano quelle frasi tipo oh, pensa che in [nome di paese straniero avanzato] a scuola hanno un computer in ogni classe!

Forse c’è stato anche qualche politico che poi queste cose le ripeteva, come parte del programma: dobbiamo puntare ad avere un computer in ogni classe!
Così alla gente sembrava un politico di quelli moderni. Ho dei vaghissimi ricordi in cui addirittura si facevano programmi per questo obiettivo a livello istituzionale, ma forse ricordo male (e non ho voglia di cercare).

E all’epoca sembrava una cosa ragionevole, sembrava una cosa di lusso: tu pensa, un computer per ogni classe! Loro sì che sono avanti!
Però io mi sono sempre chiesto a cosa servisse quel computer in ogni classe. Dove lo metti? Giù in un cantuccio della classe, ok. E cosa ci fai?
Il computer è uno, mica ci puoi insegnare l’informatica a tutta la classe. Se il computer è uno ci può lavorare solo una persona alla volta.
Quindi mentre il professore insegna matematica c’è uno studente che per qualche strano motivo invece di seguire la lezione usa il computer.
Oppure lo usa fuori dall’orario delle lezioni (e allora a che gli serve che sia in aula? – in ogni aula).
Magari pensavano servisse per esigenze didattiche. Ma quali?
Stiamo parlando di tempi dei 286, in cui le lettere si scrivevano con word 2.0 e internet era una cosa sconosciuta ai più. Solo anni dopo uscirono i primi abbonamenti di iol tipo per 100 ore in dial up in allegato coi mensili di informatica (per dire, erano tempi in cui dicevi… oh, 100 ore un anno… figurati se uso 100 ore di internet in un anno, bastano e avanzano).
Quindi non è che il computer in classe lo potevi usare per gugglare la costante di Boltzmann se te la dimenticavi durante la spiegazione. Né per mostrare un filmato educhescional, magari trovato al volo su iutub.
All’epoca i computer erano scatole staccate dal mondo, dove ci si divertiva come matti a scrivere algoritmi con strutture logiche sempre più complicate e vedere che funzionavano. Erano tempi in cui ti esaltavi quando facevi la tua prima connessione su RS232 e vedevi che funzionava con [coso].
E non parliamo di fare lezione con pauer point, ché figurati se c’erano i proiettori.

Ecco, io non ho mai capito a che cazzo servisse quel fantomatico computer per ogni classe.
La cosa mi è tornata in mente l’altro giorno quando era in quel liceo di Kumamoto, e dietro la lavagna, in un angolo buio e polveroso vicino al lavandino c’era un computer dall’aria non più giovanissima. Sembrava essere stato abbandonato lì a morire.
Ora questa cosa del computer per ogni classe non si dice più, avete notato? E’ passata la moda, o forse si è capito che non è che fosse poi così utile.
Però lo si diceva, e se qualcuno osservava che forse non serviva poi così a molto gli dicevano di essere un vecchio contro la modernità.
Il computer, il computer! Era un simbolo in sé. Se usavi il computer a scuola eri figo.
Poi fa niente se facevano le lezioni di informatica con due studenti per computer, uno usava la tastiera e uno il maus (giuro, ho visto anche questo). Solo nella migliore scuola elementare del mondo ™ gli insegnanti pensano che ciò non sia una cosa demenziale.
I genitori si vantavano: pensa che alla tal scuola elementare insegnano persino il computer! Oooooohhhh!

Adesso sento parlare di lavagne tecnologiche dove ti senti figo perché invece del gesso disegni elettronicamente usando il dito (come se fosse un enorme tach scrin). Sento parlare di studenti che invece di portarsi i libri usano l’ipad.
Poi magari tra ventanni saremo qua ancora con lavagne di Lavagna, gesso, e libri di carta.
O forse tra vent’anni avremo insegnanti che non sono più capaci di fare una lezione con il gesso e vanno in panico se non hanno le slaid sotto mano, insegnanti che non sono capaci di improvvisare una spiegazione se non l’hanno messa nella slaid.

Vedremo.

Piesse: sì, ora potete iniziare a darmi del vecchio contro la modernità.

 

Il cardinale e l’iPad

January 20th, 2012 by mattia | 4 Comments | Filed in chicche

Vedete, tutti a dire che la Chiesa è ricca… e i vescovoni di qui… e il Vaticano di là.
Poi ti trovi su twitter un cardinale (e mica l’ultimo degli stronzi, l’arcivescovo di Milano) che gioca ai concorsi per vincere l’iPad 2. Probabilmente con lo stipendio da vescovo non se lo può permettere.
Io me lo immagino, col segretario che lo chiama “Eminenza reverendissima, dobbiamo andare a dire le lodi“.
Un attimo, un attimo, devo vincere l’iPad

Don Angelo, se vince l’iPad poi le consiglio di usare questo per dir messa.

aggiornamento: il tweet è stato rimosso. A futura memoria questa era la pagina dell’account prima che lo rimuovessero