Interazioni umane

September 30th, 2014 by mattia | 4 Comments | Filed in praga, repubblica ceca

Oggi ho scoperto che dal mio medico di base (che poi in realtà è uno studio con cinque dottoresse che condividono gli spazi e le strutture) si può prenotare anche via internet un appuntamento.

Per esempio, adesso ho appena preso un appuntamento per domattina tramite il loro sito. Mi mostrava gli orari liberi e ho potuto scegliere quando preferivo, un po’ come quando prenoti una camera d’albergo. Il tutto con un sistema che manda dei promemoria via email e sms.

Ma soprattutto senza richiedere interazione con altre persone, cosa che se posso evito volentieri.

Io adoro queste cose. Un po’ come fare la spesa su internet e vedermela recapitare a casa. Se potessi farei tutto così, tramite internet senza interazione umana.

 

La pensione

September 29th, 2014 by mattia | 1 Comment | Filed in ignoranza

L’altro giorno mi è stata raccontata una storia emblematica, che dà due spunti di riflessione interessanti.

Una persona ormai in là con gli anni riceve una lettera dal suo patronato (mi ero dimenticato di dire che tutto succede in italia). La lettera dice che con le nuove norme bla bla bla, coloro che hanno maturato il diritto alla pensione bla bla bla… e insomma, deve andare al patronato coi documenti e con l’IBAN a far domanda di pensione.
A leggere quella lettera rimane un po’ confusa visto che dovrebbero mancare ancora 7 anni alla pensione. Però metti che ha fatto i calcoli sbagliati… sarà mica la volta buona che arriva una bella notizia?

Prende le carte fiduciosa e va al patronato. Non fa in tempo a chiedere informazioni che l’impiegata scazzata la liquida con un “ah, sì, quelle lettere… ma vengono mandate così per… vediamo, mmm… sì, va in pensione tra 7 anni

- e allora perché mi ha mandato questa lettera?

- ma è il computer che le manda di default.

- cosa vuole dire di default?

- non faccia finta di non capire quello che capisce benissimo!

Questi sono i momenti in cui rimpiango la mentalità giapponese. Perché davanti a un errore del genere si sarebbero scusati all’infinito. Poi la situazione non cambiava di un nm, ma almeno si scusavano.
In italia invece fanno la vaccata, ti mandano una lettera illudendoti di aver diritto alla pensione quando mancano 7 anni, e poi non si scusano neanche. Sarebbe bastato un “oh cazzo, c’è un errore nel computer, mi scusi tanto! adesso segnalo la cosa e facciamo sistemare il sistema. Scusi ancora”.
No, non fanno nemmeno quello. Non solo non si scusano ma ti trattano pure come lo straccio del pavimento, quasi fossi tu un ingenuo a credere alle lettere…che ti mandano loro.

Non dico tanto, non parlo nemmeno dell’efficienza, mi limito a richiedere la buona creanza che sta nell’ammettere un proprio sbaglio e nello scusarsi.
Come abbiamo fatto ad arrivare a una situazione in cui una persona è trattata a pesci in faccia anche dai privati a cui dà dei soldi per dei servizi?

Il secondo punto di riflessione è per quel “di default“.
Innanzitutto per una riflessione linguistica interessante. Quella persona aveva associato la parola default alla Grecia così che l’equivalenza era diventata default=fallimento.
E ovviamente che il computer mandasse delle lettere per fallimento non aveva alcun senso.

Ecco, l’uso degli anglismi alla cazzo ha anche questi effetti negativi, per cui una persona che non conosce il significato primario della parola in quanto non parla inglese poi finisce che apprende quella parola in un campo specifico con il rischio di capirla con un significato sbagliato.

Bastava dire che il computer manda quelle lettere in automatico seguendo impostazioni predefinite, non di default (che di per sé non esprime nemmeno compiutamente il concetto).

Bastava dire che la Grecia falliva e ripartiva da capo, non che faceva default.

Bastava usare termini italiani invece di impigrirsi nell’usare (alla cazzo) parole straniere e tutto sarebbe stato più chiaro per tutti. Ma soprattutto se usi anglismi alla cazzo, non pretendere che una persona italiana e un po’ anziana ti capisca. No, non ne ha alcun dovere.

L’eco

September 29th, 2014 by mattia | 11 Comments | Filed in repubblica ceca, riflessioni

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Sabato scorso sono andato al funerale del papà di un mio amico.
Alla messa hanno suonato il requiem di Mozart.
Discutendo poi al rinfresco mi hanno spiegato una cosa interessante. In pratica mi dicevano che c’è della musica composta apposta per un certo tipo di chiesa. Nel senso che ogni chiesa ha un’eco diversa a seconda dello stile, tipo che la chiesa barocca ha un’eco di 3 secondi e una gotica di 1,5 secondi (o forse l’opposto, boh).
Comunque, il compositore compone tenendo presente l’eco e l’effetto che ha sulla partitura. Quindi sa che con una certa eco certi suoni si fondono con altri e ne tiene conto nel comporre.
Quindi paradossalmente eseguire una musica composta per chiesa barocca in un teatro con zero eco sarebbe sbagliato, perché l’eco è parte desiderata della composizione.

Ora, a me sembra una cosa molto difficile. Cioè, comporre tenendo in mente anche l’effetto dell’eco dev’essere una cosa da gente con le palle quadre. Qualcuno ha conferma di questa teoria?

 

Piesse: sì, hanno fatto un rinfresco conviviale dopo il funerale. Dall’una fino alle otto. Vino e cibo a volontà. Ho fatto anche in tempo a portare a casa i dolci per la colazione del giorno dopo e tre tortilla per il pranzo. La gente tutta rilassata, nessuno che piangeva. Anzi, ridevano anche. Ed era un funerale…

PiPiesse: il morto era un musicista che aveva insegnato a mezzo paese a insegnare (oltre a essere stato maggiore nell’orchestra dell’esercito, diceva di essere stato il militare più alto in grado senza la tessera del partito comunista in tasca… anche se poi nell’87 dovette lasciare l’esercito perché aveva tirato troppo la corda contro il regime).
E niente, al suo funerale hanno suonato, tra gli altri, i suoi ex-allievi e colleghi. L’hanno salutato con la musica, non con le pantomime militari. La musica è bella anche per questo, ti accompagna sempre.

 

Consulenza florovivaistica #2

September 29th, 2014 by mattia | 11 Comments | Filed in Uncategorized

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È passato un mese e i pini sono ancora vivi. C’è però un problema, le punte si stanno ammosciando.
Non sembrano neanche morte, sono solo mosce. Che dite, devo preoccuparmi?

(così ne approfitto anche per mostrare che tipo di pini sono come avevo promesso)

Ah, po’ c’è l’edera. Ne ho due: la prima è verde e rigogliosa e si sta rapidamente espandendo. Solo che alle estremità noto questi piccoli animaletti neri. Sono da eliminare o sono buoni?

edera

Poi ho un’altra edera che tende al rossastro che invece non si espande ma neanche moire. Diciamo che vivacchia anche se alcune foglie sembrano morire.
Non è che è un’edera che è già nel letargo invernale?

 

 

Mele e pere

September 28th, 2014 by mattia | 2 Comments | Filed in ignoranza, politica

Nel merito l’articolo 18 non difende tutti. Anzi, in fin dei conti non difende quasi nessuno. Nel 2013 i lavoratori reintegrati sono stati meno di tremila: considerando che i lavoratori in Italia sono oltre ventidue milioni stiamo parlando dello 0,0001%.

via repubblica

Poi l’intervista continua dietro il muro a pagamento, quindi non so se il giornalista gli ha chiesto “Signor Renzi, ma si rende conto della troiata che ha detto?

Non tanto per i numeri in sé (anche se due ordini di grandezza di differenza… ma fingiamo pure che in italia sia lecito usare i numeri eufemisticamente).

La troiata sta nel fatto che compara i 3 mila reintegrati con il totale del lavoratori. Mele e pere, signor primo ministro.

Che senso ha comparare queste due grandezze e dedurre che l’art. 18 non difende quasi nessuno?

Se vuoi fare un paragone sensato devi confrontare numeri con una certa logica. Ad esempio, puoi confrontare il numero di lavoratori il cui contratto prevede le tutele  dell’art. 18 e il totale dei lavoratori. Perché il Sig. Giuseppe che domani fa sei-due con un contratto che prevede l’art. 18 è tutelato da esso anche se non finisce in tribunale. Non è che bisogna essere licenziati per essere tutelati dall’art. 18, la tutela esiste anche prima. Uno può fare una vita lavorativa intera senza mai essere licenziato e godendo tutta la vita dell’art. 18.
Tutelati dall’art. 18 sono sia coloro che vengono reintegrati sia coloro che non vengono licenziati, che continuano a lavorare e hanno quella tutela nel contratto.
Quindi puoi dirmi (sparo numeri di fantasia) che su quei 22 milioni di lavoratori 10 milioni hanno l’art. 18 e 12 milioni no. Questo è un paragone che ha senso perché mi compara chi potrebbe essere tutelato e chi no in caso di licenziamento.

Vuoi invece parlare dei 3 mila che vengono reintegrati? Benissimo, ma allora devi confrontarli con quelli che invece non vengono reintegrati, che ne so 3 mila reintegri e 1 mille non reintegri (sparo a caso). Allora sì che ha un senso il paragone, perché mi dici quante volte l’art. 18 tutela il lavoratore all’atto pratico, quando viene invocato.

Oppure puoi paragonare il numero di licenziamenti in cui viene applicato l’art. 18 con il numero di licenziamenti totali. Anche in questo caso il paragone ha un senso perché ci dice se questi licenziamenti discriminatori sono una gran parte o una piccola parte dei licenziamenti totali. Questa è un’informazione importante perché ci dice quanto un’azienda è libera di licenziare per motivi diversi da quelli discriminatori, e quindi quanto questa misura spaventa davvero gli investimenti.

Insomma, di paragoni sensati puoi farne quanti vuoi. Ma paragonare il numero di reintegrati con il numero di lavoratori totali non ha alcun senso logico. In quei 22 milioni di lavoratori ci sono milioni di persone che non hanno la tutela dell’art. 18: che senso ha metterli nel denominatore se non potranno mai essere nel numeratore?

Piesse: per chi non l’avesse capito, questo NON è un post sull’art. 18. È un articolo sulla logica, sulla comparazione di numeri con un senso, sull’imbarazzante sciocchezza che ha detto il presidente del consiglio.
Commenti pro/contro l’art. 18 verranno cassati come OT.

 

C’è del razionale in Danimarca

September 28th, 2014 by mattia | 5 Comments | Filed in ignoranza, politica

Così, quatti quatti, in Danimarca hanno deciso di tagliare i posti nei corsi universitari che sfornano sistematicamente disoccupati.
Che di per sé sarebbe anche una banale ovvietà, ma vi immaginate una roba del genere in italia?

Si solleverebbe uno tsunami di sedicenti intellettuali che passano la vita a guardarsi l’ombelico, i segaioli autocelebratisi ueb guru riempirebbero post di sdegno, il cretinetti convinto di essere un giornalista farebbe la sua predica da fabio fazio e come minimo ci sarebbe un #tag sul tuitter per protestare o ironizzare.

Tutti a dire che sì, è bello studiare e poi rimanere disoccupati. Ché il problema non è che loro studiano qualcosa che non serve a nulla, sono le aziende colpevoli di non assumere laureati in scienze delle seghe mentali preromaniche. Tutti a dire che, chissenefrega… l’importante è crearsi una forma mentis (del cazzus). Perché poi con la forma mentis che ottieni studiando cose inutili puoi fare tutto nella vita! Sì, puoi fare talmente tutto che non riesci nemmeno a riciclarti in un altro campo.
Tutti a dire che non si può distruggere così la cultura di un paese (confondendo tra l’altro la riduzione dei posti con la cancellazione dei corsi). Ché se siamo quello che siamo lo dobbiamo a quelle cose che degli zotici considerano inutili.
E a loro sarebbe anche facile rispondere che l’italia è un paese di merda e quindi magari potremmo anche provare a cambiare.

Fin quando saremo ostaggio di gente così e fare una scelta come quella danese sarà tabù l’italia affonderà sempre più nella merda.

 

Ce siamo fatti er selfi

September 26th, 2014 by mattia | 4 Comments | Filed in praga, repubblica ceca

In uno degli spostamenti della caccia al tesoro ho poi incontrato quattro romani sulla metropolitana. Erano rappresentanti di quell’azienda di fuffa per dimagrire (che scambio sempre per promotori della gangia libera) la quale ha organizzato un grande incontro internazionale a Praga in questi giorni.

E niente, erano lì in metropolitana, una coppia sulla mia età e una coppia più attempata.
Dopo aver capito più o meno dove scendere  – e averlo fatto sapere a tutto il vagone – il giovane tira fuori il telefono intelligente, imposta la fotocamera frontale e chiama a raccolta gli altri del gruppo: “oh, stringiamoci, Marino, vieni… clic.. ce siamo fatti er selfi“, e si sono messi a ridere “ah ah ah“.
Una risata come quella degli adolescenti che ridacchiano se dici “pisella“.

Ma che te ridi?

In effetti ci stavo pensando: io qui non vedo nessuno farsi delle autofotografie.
Boh, forse qualcuno in situazioni particolari come in un locale notturno, in un bar, a un concerto… ma di solito no, la gente in situazioni normali non tira fuori il cellulare per farsi un’autofotografia.
Quei quattro tizi mi sembravano usciti da un film di Vanzina per quanto erano rozzi nel farsi l’autofotografia sulla metropolitana.

Spiegatemi, com’è dalle vostre parti?
La gente si fa davvero le autofotografie sul treno, sull’autobus o in situazioni non ricreative?

La caccia al tesoro

September 26th, 2014 by mattia | 4 Comments | Filed in praga, repubblica ceca

Ieri è stata la giornata della caccia al tesoro.
Avevo perso il libretto di circolazione grande della mia autovettura. Perché quel “grande”?
Perché in Rep. Ceca ci sono 2 libretti: uno grande con su tutti i dettagli del veicolo, simile cioè a quello italiano (anche nella forma), ma quello è un libretto che non sei obbligato a portare con te quando viaggi.
C’è poi un secondo libretto, quello piccolo, in formato tessera plastificata che devi invece sempre avere con la macchina. Chi non lo vuole lasciare in macchina lo mette nel portafogli, visto che come tessera ci sta.

Io avevo perso quello grande e mi serviva un duplicato. Che fare?
Vado su internet e scopro che si fa in Comune. Sì, ma in quale ufficio? Dicono all’ufficio centrale.
E vabbe’, scarico il modulo, lo stampo, lo compilo e poi il giorno dopo di buon mattino vado in Comune.

Prima doccia fredda. L’addetto informazioni mi dice: no, signore, non è più qui, deve andare a viscerad.
Ok, guardo la cartina sul muro, vado a prendere la metro e mi dirigo verso viscerad.

Duecento metri sotto la pioggerellina e arrivo al distaccamento del comune in quel di viscerad.
- Buongiorno, ho perso il libretto e mi serve un duplicato.
- No, non è qui l’ufficio giusto. Deve andare a Praga 10.
- oh, il suo collega dell’ufficio centrale mi ha mandato qui…
- le hanno dato un’informazione sbagliata.

E grazie al cazzo, l’ho capito anche io che mi ha dato un’informazione sbagliata.

La tizia mi scrive l’indirizzo del nuovo ufficio. Rientro in metropolitana e proseguo verso la seguente tappa.
Scendo a Flora, prendo il 136 e finalmente arrivo a destinazione.

In realtà all’indirizzo corrispondeva un grande piazzale con dentro diversi edifici tra cui diversi capannoni industriali dove facevano le revisioni degli autoveicoli.
Vedo però il simbolo del Comune ed entro.
- Mi scusi, mi serve un duplicato del libretto.
– Non è qui! Qua facciamo solo le auto storiche. Deve uscire, girare a destra e fare 150 metri. Cerchi “registro veicoli”.

Obbedisco. Faccio i 150 m e … non trovo un cazzo.
C’è però un ufficio. Entro… e mi trovo all’interno dell’ufficio del ministero dell’interno per i richiedenti asilo politico.
No, qui non dovrei ottenere un duplicato del libretto.

Proseguo e trovo un altro edificio con l’insegna “Questo NON è il registro dei veicoli“.
Giro a destra e ancora un altro cartello “Questo NON è il registro dei veicoli“.

Sono efficientissimi a dirmi che non sono quello che cerco ma ce ne fosse un cartello uno che mi dice dove andare, e che cazzo.

Proseguo e…. miracolo, vedo l’insegna “Registro veicoli“. Entro in estasi mistica.
Prendo il biglietto e… coda zero.
Vado dall’impiegata e le dico che mi serve il dupli…
No, nemmeno quello è il posto giusto. Ma non è il registro veicoli? Sì, però lì fanno (boh, non ho capito cosa. Sarà stato il registro dei veicoli per i raccomandati e i leccaculo).
E dove cazzo devo andare?
Deve uscire e andare a destra, mi dice.

Ancora? Se giro ancora a destra ritorno al punto di partenza!

- Ma almeno mi può dire come si chiama l’ufficio?
- Registro dei veicoli.
- Ma è questo! C’è scritto fuori a caratteri cubitali!
- Eh, ma ce n’è un altro con lo stesso nome.

Come cazzo fai a chiamare con lo stesso nome due uffici diversi?
Esco, giro a destra e quando mi stavo mettendo a piangere finalmente trovo la scritta “registro veicoli“.
Entro un po’ timorato, iniziavo a credere fosse una sorta di Atlantide, una terra dove si entra ma non si esce.

Prendo il biglietto e mi chiamano subito, nessuna coda.

- Mi scusi, dovrei fare il duplicato del libretto.
- Sì, certo, mi dia il modulo.

Alleluia, alleluia, alleluuuia. Mi sembrava di sentire cori angelici.

Da lì in poi è andato tutto in discesa. Ho dato all’impiegata il modulo, il passaporto, il libretto piccolo e 100 corone (più altre 50 per il cambio di indirizzo).
E vabbe’, 50 corone (1,82 euro) per cambiare indirizzo nell’archivio mi sembra molto caro, ma 100 corone (3,64 euro) per un libretto nuovo mi sembra economico. Anche perché mi hanno dovuto rifare pure quello piccolo plastificato. E se solo guardo il costo della carta con ologramma e tutto il resto nemmeno 4 euro mi sembrano pochi.
Poi mi ha fatto sedere e mi ha detto che in 20 minuti era pronto. Dopo 18 minuti mi ha chiamato e mi ha consegnato i libretti nuovi. Nel frattempo ha fatto anche in tempo a raccontarmi delle sue ferie in italia.

Se avessi saputo fin dal principio dove andare sarebbe stato un buon servizio. Ricevere in 18 minuti un libretto nuovo, senza fare coda e pagando nemmeno 4 euro ci sta dentro.
Il problema è stato trovare il posto giusto.

Ma dico, costava tanto scrivere sul sito del Comune: per il rinnovo del libretto andare alle coordinate gipiesse x,y?

 

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