I danni dell’analfabetismo scientifico

May 27th, 2016 by mattia | 6 Comments | Filed in bufale, ignoranza, w la fisica

Sempre per la legge di kickstarter (anche se in questo caso si tratta di indiegogo).

Ci sono questi tizi che hanno raccolto 346.156 dollari da 1441 donatori per produrre Fontus.
Cos’è Fontus? Una bottiglia che promette di condensare l’umidità ambientale per produrre acqua da bere. Così tu vai in giro per i monti o in bicicletta e non devi preoccuparti di riempire la borraccia: colleghi il tuo pannellino solare  a Fontus e questo usa l’energia elettrica per condensare l’umidità nell’aria e portarla da fase gassosa a liquida.

Il principio fisico è ovviamente corretto, nulla di magico. Il problema sono i numeri. Come spiega bene Dave i conti non tornano. Un pannellino solare come quelli che puoi portarti sullo zaino o sulla bici ti dà troppo poca energia. Anche considerando tutte le migliori ipotesi (100% di umidità, irraggiamento diretto nel bel mezzo dell’estate, efficienza del 100% delle celle di Peltier usate per il raffreddamento…) che ovviamente non avrai mai, dovresti portarti sulle spalle 2 m^2 di pannello solare.
Con il pannellino portatile, tradotto, non ci fai un cazzo. Quella bottiglia non produrrà che qualche goccia di acqua.
E qui non si tratta di magari miglioreremo, è solo un primo passo… Un primo passo un cazzo: sono limiti invalicabili. Se la termodinamica mi dà quei numeri non posso cambiarli.

Infatti, scorrendo tutta la pagina della raccolta fondi troviamo – molto in fondo – questo avvertimento (evidenziazioni mie):

It is explicitly pointed out that the products which serve as Perks are in the development phase. It cannot be excluded that during the development phase technical, economical or other circumstances arise which may result in
(i) a delay of the delivery of the Perk or
(ii) the production and delivery of the Perk in a different form as regards functionality and/or design or
(iii) even non-production of the Perk. In the latter case there will be no Perk delivered to the Contributor. Contributions will not be refunded. By making a Contribution the Contributors explicitly acknowledge the risks associated with the occurrence of one of the aforementioned events.

Traduzione spiccia: ohilà, guardate che mica sappiamo se funziona veramente, la stiamo ancora progettando. Non escludiamo che alla fine non funzioni nemmeno. Ah, in questo caso noi comunque ci teniamo i soldi e voi ve la prendete nel gnau.

Il che già vi dice che i filmati in cui fanno vedere la bottiglia che si riempie magicamente sono falsi (visto che ammettono che non sanno nemmeno se funzionerà). E già questo basterebbe per decretare la loro malafede.

Ovviamente non funzionerà: i numeri sono lì a dirlo. E quelle persone che hanno fatto le donazioni non riceveranno niente (o se lo riceveranno sarà qualcosa che non funziona, perché non può funzionare).

In pratica ci sono 1441 idioti che hanno dato 346.156 dollari per un prodotto che già si sa non funzionerà.

Tre riflessioni:

  1. Il tizio che ha ideato il prodotto – tale Kristof Retezar – è laureato alla “Vienna University of Applied Arts”.
    Diffidate sempre da progetti scientifici che partono da laureati in discipline artistiche. La probabilità che siano solo roba buona per infografiche e filmati accattivanti senza nessuna base scientifica solida è molto alta.
  2. Diffidate da affermazioni del tipo “Lavoriamo a Fontus da due anni (sticazzi, e in due anni non hai saputo fare due calcoli preventivi sui valori in gioco?) e il nostro impegno è stato già ricompensato da diversi premi di design“.
    I premi per il design non contano nulla. Sono premi dati da persone senza competenza tecnica che si eccitano per qualsiasi cosa abbia una bella forma e sia presentata con infografiche accattivanti. Non garantiscono che il prodotto funzioni. Anzi, se il prodotto è tecnologico uno dovrebbe andare fiero di riconoscimenti tecnologici, non di premi di design.
  3. Quando dico che quello scientifico è il nuovo analfabetismo da combattere intendo proprio questo. Se insieme ai congiuntivi (e magari al posto delle poesie) a scuola si insegnasse più scienza chiunque sarebbe in grado di mettersi giù a fare due conti per verificare che l’idea non può funzionare.
    Invece non c’è nemmeno la percezione delle grandezze fisiche in gioco. Questa ignoranza ha portato 1441 persone a buttare via 346.156 dollari. Il danno che fa l’analfabetismo scientifico è questo. Misurato in soldini.
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I boicottaggi non funzionano

May 27th, 2016 by mattia | 14 Comments | Filed in fascismi

Era il settembre 2013 quando la gheistapo si scatenò contro Barilla.
Avevano chiesto a Guido Barilla come mai negli spot televisivi dei suoi prodotti non ci fosse mai una famiglia ghei. Che già di per sé è una domanda idiota: perché magari sono una rarità da cercare col lanternino?

Se io faccio uno spot per una marca di pasta voglio che risalti la pasta. Avete mai notato che nella pubblicità della pasta il sugo si vede a malapena. Chi cazzo mangia la pasta così? Nessuno, la gente di solito affonda la pasta nel sugo, solo che nella pubblicità della pasta devi far vedere la pasta, non il sugo.
Devi fare vedere la pasta, non la famiglia.

Avessero messo una coppia ghei nella pubblicità l’attenzione si sarebbe spostata dalla pasta ai ghei. Tutti avrebbero notato la coppia ghei, mica perché omofobi ma perché non è una cosa comune. E non è comune mica perché la gente discrimina, non è comune statisticamente (arrendetevi almeno a questo fatto).

È normale dipingere una situazione normale, in cui la gran parte dei consumatori può ritrovarsi, in modo che il messaggio che passa non sia il tipo di famiglia, l’orologio appeso alla parete o il colore degli occhi dell’attrice… ma la pasta.

Ma la gheistapo questo concetto non lo capisce. Pretende di essere rappresentato altrimenti pesta i piedi. Ragazzi, se non gli date il loro angolo di visibilità… come si arrabbiano.
Mi domando allora perché, usando lo stesso principio, non ci si dovrebbe scandalizzare quando non raffigurano nelle pubblicità altre minoranze quali:

  • famiglie composte da un peruviano e una bavarese
  • donne coi baffi
  • musicisti di maracas
  • comunità di monaci scintoisti
  • animatori di villaggi vacanze a Sharm el Sheik sposati con insegnanti di Yoga californiane

La pasta la mangeranno anche in un convento, no? Come mai allora nella pubblicità fanno vedere solo la pasta mangiata in famiglia? Cos’è, sono religionofobici?
No, semplicemente non puoi rappresentare tutte le minoranze. Solo la gheistapo è convinta di avere diritto di essere rappresentata ovunque, altrimenti sei omofobo.
Gli altri non ti rompono il cazzo dicendo che se non fai la pubblicità della pasta mostrando il refettorio di un convento scintoista allora sei scintofobico.
Perché, sorprendentemente, nel mondo c’è anche qualcuno che ha più di due neuroni.

Barilla ha fatto un errore rispondendo che loro rappresentano la famiglia nelle loro pubblicità perché sono per la famiglia tradizionale. Posizione del tutto legittima: ognuno punta sulla fetta di mercato che vuole.
Non l’avesse mai fatto. Gli hanno buttato addosso di tutto.
Insultato e dileggiato da mezzo mondo. Hanno lanciato una campagna per il boicottaggio della pasta barilla tanto che poi è dovuto intervenire per scusarsi.

E qui ha fatto il secondo errore. Quando dei fascisti ti vietano di esprimere liberamente il tuo pensiero tu rispondi tenendo la schiena dritta. Non ti metti giù a π/2. Perché mettersi giù a π/2 equivale a dare il potere a questa gentaglia di decidere quello che puoi dire o non dire.
Attenzione, caro mio, non provare a dire qualcosa che non garbi alla gheistapo oppure usiamo il metodo Barilla.

Mi direte: come mai ne parli adesso? Dopo così tanto tempo…
Già, ho aspettato a lungo prima di scrivere questo post perché volevo dimostrare il secondo motivo per cui le scuse di Barilla sono state un errore.
È evidente che Barilla aveva paura del boicottaggio lanciato dalla gheistapo, ma è una paura ingiustificata. I boicottaggi non funzionano quasi mai.

Un conto è lanciare un #boycottSalcazz sul tuitter, un conto è fare un boicottaggio vero.
L’unico boicottaggio che ha funzionato che mi viene alla mente è il boicottaggio degli autobus di Montgomery. Ma era stato un boicottaggio durato oltre un anno, con la gente che faceva sul serio: tutti i negri smisero di prendere l’autobus in massa, anche se questo comportava farsi chilometri a piedi. Alla fine riuscirono a far stabilire l’incostituzionalità della norma per la segregazione dei posti sull’autobus. Ma hanno lottato un anno, hanno fatto sacrifici un anno.

Oggi si lancia un hashtag sul tuitter e dopo tre giorni già uno non se lo ricorda più. Ma soprattutto, non ci sono azioni concrete che seguono l’hashtag.
Quel #boycottBarilla era stato rilanciato da gente che Barilla non l’aveva neanche mai comprata in vita sua. Il caso più eclatante fu quello di una sedicente cantante di nome cher che pubblicò questo messaggio sul tuitter.

cher

Barillia. Manco ha saputo copiare il nome giusto. Probabilmente non l’aveva mai assaggiata in vita sua.

Quel messaggio fa massa sul tuitter, viene rilanciato dai giornali, sta bene, ma agli effetti pratici non conta un cazzo. Non comprerai i prodotti Barilla? Bravo, e quando mai li hai comprati? Manco sai come si scrive il nome della marca (oltre a ignorare le basi dell’ortografia inglese).

Poi ci sono quelli che davvero erano clienti di Barilla, magari rilanciano il #boycottBarilla, ma poi continuano ancora a comprarne i prodotti perché “vabbe’, cosa cambia se compro o no una scatola di pasta io… cosa posso cambiare io da solo?

I boicottaggi non funzionano perché per funzionare c’è bisogno che ci sia una partecipazione di massa. E la partecipazione di massa si ottiene quando vedi che anche gli altri partecipano.
I negri di Montgomery vedevano gli altri negri che andavano a piedi e vedevano gli autobus che viaggiavano mezzi vuoti. Vedevano quindi l’effetto del loro boicottaggio sulla vendita dei biglietti degli autobus, quindi percepivano la loro forza in quegli autobus vuoti. Così continuavano nella lotta.

L’amico della gheistapo che va al supermercato e compra la pasta è solo: non sa se il suo boicottaggio sta funzionando, se sta avendo effetto. La sua azione di boicottaggio è singola, quindi non ne percepisce la potenza e crede sia inutile. Così finisce per dimenticarsi del boicottaggio.

Il risultato? Nel 2013 il fatturato di Barilla cresceva del 2,5% rispetto al 2012. Poi è arrivato il boicottaggio e… l’anno successivo (il 2014) il fatturato è cresciuto ancora del 2%. L’altro giorno sono arrivati i risultati del 2015: un altro +2% di fatturato.
In tutto questo il margine operativo lordo sale e l’indebitamento cala.
Sono passati due anni da quel boicottaggio e ormai possiamo dirlo con serenità: l’effetto è stato nullo.

Questa è una lezione per il Sig. Barilla e a tutti gli altri che verranno attaccati dalla gheistapo: i boicottaggi non funzionano, non abbiate paura di esprimere le vostre idee.

Il boicottaggio è un’arma spuntata: funziona solo se ne hai paura. Mostra le palle e rimanda i fascisti nelle fogne da cui provengono.

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Pillole di ceco #16

May 26th, 2016 by mattia | 1 Comment | Filed in pillole di ceco

Da un po’ di tempo mi interrogavo su come si potesse dire “Federica la mano amica” in ceco. Poi però mi dimenticavo di chiederlo in giro.
Oggi ho espresso questa mia curiosità sul feisbuc, azzardando una traduzione: si dirà forse “Katka ruka kamaradka”?

Sorprendentemente ho scoperto (grazie a un traduttore eccezionale) che esiste davvero una espressione simile in ceco, ma è anča dlanča.
Se non ho capito male significa Annina palmo (della mano): Anča  è il vezzeggiativo di Anna, mentre dlanča di dlaň (palmo).

Italiano e ceco: lingue così diverse e delle volte così simili.

E nelle altre lingue? Conoscete espressioni paragonabili?

 

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Handicappati di merda vi piace di più?

May 26th, 2016 by mattia | 5 Comments | Filed in ignoranza

Avessero chiesto un mongoloide da prendere a schiaffi. Ma santiddio, hanno chieso un disabile che ispiri tenerezza. Tenerezza, cazzo, non odio. Cosa c’è che non va, nemmeno la tenerezza ora va bene?

Avete rotto il cazzo, sinceramente detto.
Avete sempre voglia di trovare la polemica su tutto. Qualsiasi cosa uno dica devono fare polemica. Uno non sa nemmeno più cosa dire, se ti fanno una polemica pure sulla tenerezza.

Cercavano un attore per un film. Se non hai letto la sceneggiatura non puoi dire una parola. Nulla, zero. Perché non sai come verranno usate le caratteristiche fisiche. Potevano benissimo cercare un disabile che ispirasse tenerezza e poi nel corso del film mostrare il disagio che quel disabile prova a sentire tutte le persone che lo consideravano un gattino coccoloso mentre lui voleva fare cose normali come scopare, per esempio.
Ecco, magari la trama del film cercava proprio di smontare quei luoghi comuni contro cui combattono i disabili. Che ne sapevano?
Nulla. Si sono incazzati solo perché cercavano un tipo di personaggio.

Nello stesso annuncio cercavano attori adolescenti di origine slava e araba. Cosa dobbiamo dedurre, che è un film che stuzzica i pregiudizi contro slavi e musulmani?
Se avessero cercato un attore gobbo, deforme e brutto si sarebbero scandalizzati dicendo che non hanno rispetto per i disabili? Magari dovevano solo fare il gobbo di Notre-Dame.

Rilassatevi, santo cielo!
Se per il film gli serviva un disabile che ispirasse tenerezza cosa dovevano scrivere?

Cerchiamo:
– un 15/18enne  di origine slava
– un 15/18enne di origine araba
– un disabile che ispiri tenerezza ma poi non preoccupatevi, il film non si basa sullo stereotipo del disabile coccoloso
– uomini e donne con accento livornese, ma non preoccupatevi, nel film non li prendiamo per il culo per quell’accento.

Eddai. Cerchiamo di essere un po’ adulti. Si può vivere anche senza fare le primedonne petalose che si offendono per niente.

Già mi sento la risposta: tu non capisci… bla bla bla…. lo stereotipo…. bla bla bla… la tenerezza… bla bla bla

La parola tenerezza non va bene? Allora andatevene a fare in culo, handicappati di merda.
Questo vi piace di più?

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Con la sola imposizione delle mani

May 25th, 2016 by mattia | 5 Comments | Filed in praga, repubblica ceca

Questa sera ero lì a Hradcanska che andavo verso Tesco.

Vedo due barboni che litigano: uno con un coltellaccio, l’altro con la chitarra. Che sarà anche una macchina che uccide fascisti, ma quello che brandiva il coltello lo vedevo messo un filino meglio.

Vedendo il barbone con la chitarra in pericolo mi sono fermato e ho detto hele! (intercalare intraducibile) con piglio sicuro.
Quello ha subito rimesso il coltello nella borsa e l’altro barbone se  ne è andato sano e salvo.

Ci sono rimasto di sasso. Manco son dovuto intervenire fisicamente, l’ho solo messo sul chivalà verbalmente e quello ha obbedito.
Che mi abbia scambiato per un poliziotto in borghese?

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Le carezze che ti darebbero

May 23rd, 2016 by mattia | 11 Comments | Filed in ignoranza

Era il 1987 e i cinquantenni allora erano nati nel 1937. Tolto qualche raro caso si trattava di gente che aveva iniziato a lavorare sì e no a 11 anni, forse anche prima.
Per dire, mio papà è nato una dozzina di anni dopo e ha iniziato a lavorare a 12 anni.

A quella gente pannella diceva che andare in pensione a 50 anni era una coglionata.
Diceva che la pensione era la morte civile.

Noi dobbiamo rivendicare il diritto del tempo libero e del tempo di lavoro in un ambiente diverso per tutti. A 70 anni si è ancora giovani, se si vuole.
A 70 ci si può [inc], fare carezze, sorridere, essere ricchi della propria saggezza e teneri e dolci e forti e capaci di dare grandi contributi.

Capito, a 70 si è giovani se si vuole.
A mio papà mancano tre anni per arrivare a 70, ma col cazzo che è giovane. E mica puoi dirgli che è giovane se lo vuole.
Se la mattina cammina con la schiena storta verso il tavolo della colazione non è che lo fa perché ci prova gusto: è che ha lavorato come un asino per 40 anni. La schiena mica si raddrizza se lo vuole.

A 70 anni si possono fare carezze. Sì, ti avessero sotto tiro, ti dico io che carezze ti farebbero certi operai che hanno iniziato a spaccarsi la schiena a 14 anni. Si può essere ricchi della propria saggezza: sì, quella di mandarti a fare in culo.

Il discorso di pannella è una idiozia oggi, in cui i 70enni fanno ancora parte di una generazione che ha iniziato a lavorare prestissimo e ha fatto principalmente lavori di fatica tutta una vita. Immaginate a quanto potesse essere una puttanata nel 1987.

Se uno dice una cosa del genere è perché è fuori dalla realtà. Perché ti basta frequentare un po’ di gente che ha 70 e nella vita ha fatto lavori di fatica per vedere che a 70 non si è giovani, nemmeno a volerlo.
Ti basta vedere il volto di un operaio che entra in fabbrica dopo 40 anni di lavoro per capire che definire la pensione “morte civile” è come definire “raffinata pasticceria francese” la merda.

Certo, quando tu sei uno che campa con lo stipendio di deputato (italiano ed europeo) e vive di bla bla bla puoi davvero pensare che sia così per tutti. Quando tu arrivi a 70 anni con la schiena dritta perché nella tua vita non l’hai mai dovuta rompere allora puoi davvero credere che sia normale avere la schiena dritta a 70 anni.

Ma questo dà la misura del personaggio. Un tizio completamente scollegato dalla realtà.

Finalmente se ne è andato.
Le sue idiozie non ci mancheranno.

 

Piesse: notate come condannava le pensioni ai parlamentari. Poi quando è stato il suo turno il vitalizio se l’è preso (e si lamentava perché doveva prendere il tassì mentre la bonino aveva l’auto di servizio, il signorino).

PiPiesse: e poi, avete sentito come si scaglia contro le pensioni ai consiglieri comunali? Pensioni che non sono mai esistite. Un consigliere comunale ha sempre preso, al massimo, un gettone di presenza.
Non può andare in aspettativa come fa un sindaco, ad esempio.
Una balla grossa come una casa. Giusto per aggiungere la menzogna all’idiozia.

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Le è andata male

May 23rd, 2016 by mattia | 11 Comments | Filed in cantina, repubblica ceca

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Questo fine settimana ho installato un nuovo pavimento di legno nella mia cantina. Prima c’era solo la gettata di cemento, che ovviamente non era molto confortevole.
È stato un lavoraccio che mi ha portato via una giornata e mezza. L’altra mezza l’ho dedicata a saldare la struttura della nuova cucina.
Non so se avete mai fatto un lavoro del genere. Preciso che non è un parquet: ho fatto prima una struttura coi massetti spessi 4 cm sui quali ho installato assi di legno spesse 2,2 cm. Assi che ovviamente non avevano incastri, quindi me li sono creati io coi tasselli. Oltre a quello ho fissato le assi con viti “invisibili”, in modo che a pavimento finito non si vedessero viti in superficie (solo al bordo ci sono, ma quelle le copro).

Un lavoro della Madonna, la schiena alla fine implora pietà. Va da sé che quando sono andato in stazione a prendere il treno ero conciato da sbatter via. Diciamo che non ero proprio elegantissimo e pulitissimo. Ok, non sembravo un barbone ma semplicemente uno che aveva lavorato sodo tra legna, ferro, saldatrice e flessibile.

Arrivo alla stazione e noto che il mio treno non è sullo schermo. Strano, penso, fammi chiedere in biglietteria. Mi avvicino allo sportello ma faccio l’errore di tenermi a mezzo metro dal vetro. L’addetta, che evidentemente non scopava da un bel po’, invece di dirmi “guardi non sento, può avvicinarsi cortesemente” mi risponde con tono estremamente maleducato “cos’è, mi vuole parlare direttamente dalla sala d’aspetto?”.
Mi avvicino e quella “ecco, bravo, così si fa“, come se fossi un bambino o un cane a cui dava istruzioni.
A quel punto mi sono girati i maroni e mi sono fatto serio.

  • Innanzitutto lei non mi parla in questo modo. Mi mostri il suo tesserino. Qual è la sua matricola?

Ho annotato il numero e ho provveduto a mandare un’email di reclamo alle ferrovie. Non sono certo disposto a sentirmi rispondere in modo così strafottente.

Quello che mi fa più girare il cazzo è che questa pensava di potersi rivolgere al sottoscritto in modo così strafottente solo perché ero conciato, non dico come un barbone, ma come una persona di basso livello nella scala sociale. E invece si è trovata davanti uno scassaballe come il sottiscritto che se le lega al dito.

Punto primo: mai giudicare dall’aspetto. Non sai mai chi si cela dietro una tenuta dimessa.

Punto secondo: la smettiamo, porca di una puttana, di giudicare la gente in base al loro (supposto) stato sociale? Costa così tanto usare lo stesso registro col tizio in giacca e cravatta e con il tizio coi segni della giornata di lavoro in cantiere?

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La firma

May 23rd, 2016 by mattia | 3 Comments | Filed in bufale, riflessioni

“Il dna è una prova stoica, inossidabile, inconfutabile, è un macigno: è la firma di Massimo Bossetti al delitto di Yara”. Lo ha dichiarato l’avvocato Enrico Pelillo, legale della famiglia Gambirasio, nella sua arringa al processo a carico di Massimo Bossetti, in tribunale a Bergamo.

via ansa.it

Il sig. Pelillo, come tutti noi d’altronde, lascia il suo DNA ovunque. Io ad esempio, sono certo di aver lasciato traccia del mio DNA – nella sola giornata di ieri – in almeno cinque posti diversi, compreso un tassì e una sala d’aspetto.
Se quel tassista viene ammazzato e trovano il mio DNA nell’auto, che succede? Sono io un omicida? È quella la mia firma sul delitto?

Di solito non si augura il male a nessuno, ma io me ne fotto. Io spero vivamente che il sig. Pelillo prenda un tassì, ci lasci del suo DNA (mitocondriale compreso) e poi venga accusato di aver ucciso il tassista. Oppure che vada da un massaggiatore sciazu, lasci il suo DNA (mitocondriale compreso) nello studio e poi, in seguito all’assassinio del massaggiatore, venga accusato di esserne l’omicida.

Perché se è questa la logica, funziona così. Per quelli che ragionano come il sig. Pelillo, potremmo essere considerati automaticamente responsabili di tutti i delitti che avvengono dove abbiamo lasciato il nostro DNA. Ossia quasi in qualsiasi luogo dove siamo stati, cercando tracce sufficientemente piccole.

Dio vi risparmi di passare da luoghi dove poi avvengono delitti. Chissàmai che poi non vi troviate un sig. Pelillo che vi considera omicidi.
A lui invece lo auguro. Voglio vederlo mentre si dimenta dicendo che non c’entra niente, che la presenza del suo DNA non significa niente. Io sarò lì a ridermela.

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